Finance

Pronti ad affrontare le nuove sfide

Da un lato il boom dei Pir, dall’altro l’arrivo della Mifid 2. L’industria del risparmio gestito corre ed è in grande trasformazione

L’industria del risparmio in Italia è in piena trasformazione. Da una parte la rivoluzione dei Pir che sostiene l’economia reale, dall’altro la Mifid 2 che entrerà in vigore a gennaio. Come si stanno attrezzando le società? Quali sono i pericoli e quali le opportunità? World Excellence ne ha parlato con Massimo Mazzini, responsabile marketing e sviluppo commerciale di Eurizon.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il primo semestre di Eurizon è stato molto positivo: che cosa prevedete per la seconda metà dell’anno?
Il patrimonio gestito di Eurizon lo scorso giugno ha raggiunto per la prima volta i 300 miliardi, in crescita del 4% rispetto a dicembre e del 9% su giugno 2016. Includendo anche la partecipata cinese Penghua si arriva a 374,3 miliardi. I primi dati sul secondo semestre confermano una crescita della raccolta netta sia domestica sia internazionale.  A luglio siamo arrivati a 3,061 miliardi di euro, circa il 30% del totale in Italia (fonte Assogestioni), principalmente indirizzata su fondi multi-asset flessibili (55% della raccolta netta di luglio) seguiti da obbligazionari e azionari. Negli ultimi mesi anche a livello istituzionale Eurizon è cresciuta in maniera significativa attraverso l’acquisizione di mandati di gestione (2,17 miliardi di raccolta netta). Fondi pensione, casse di previdenza, assicurazioni e fondazioni nel definire gli investimenti devono tener conto di variabili sempre più complesse e numerose (passività, vincoli normativi etc.) e condizioni di mercato difficilmente prevedibili. Il nostro gruppo fornisce soluzioni di investimento ottimizzate per ciascun cliente in grado di adattarsi alle diverse condizioni di mercato.

Quali sono i vostri prodotti di maggior successo e perché sono tanto graditi?

Si conferma la crescita delle strategie multiasset e multistrategy e il deflusso dai mercati obbligazionari con particolare riferimento alle scadenze monetarie. Tra i nuovi portafogli multiasset ci sono i fondi Pir, la grande novità del 2017 di cui siamo stati tra i principali promotori. Eurizon ha lanciato i primi strumenti a febbraio raggiungendo 1,2 miliardi di raccolta a fine semestre tra fondi retail e soluzioni per la clientela istituzionale. I risparmiatori, spinti principalmente dai benefici fiscali, hanno avuto la possibilità di investire in strumenti ben diversificati che hanno mostrato finora un buon andamento di performance.

Che cosa c’è al di là dei Pir?
Eurizon continua a crescere anche nella gestione della componente obbligazionaria, grazie a un track record consolidato e alla rilevanza delle masse gestite, con particolare riferimento a scelte d’investimento specifiche come high yield e mercati emergenti. Sull’azionario vengono privilegiate le soluzioni flessibili in grado di ridurre la volatilità e le oscillazioni del portafoglio. Puntiamo molto anche sulle aziende sostenibili.  Crediamo inoltre che il successo del risparmio sia legato alla capacità di creare un legame diretto con l’economia reale. Per questo oltre ai Pir abbiamo lanciato una strategia specifica che investe nel credito strutturato.

Avete nuovi prodotti in arrivo?
Nei primi sei mesi abbiamo lanciato 53 nuovi prodotti, di cui 46 di diritto italiano, dedicati sia alla clientela istituzionale che a quella retail e, nella seconda metà dell’anno, proseguiremo con l’innovazione di prodotto, per rispondere alle esigenze dei clienti. Inoltre i nostri collocatori, per rispondere alle nuove regole, stanno maggiormente diversificando i target per calibrare meglio l’offerta. Stiamo quindi definendo nuove strategie che si differenziano per stile di gestione, profilatura di rischio e orizzonte temporale.L’industria del risparmio continua a tirare. In sette mesi la raccolta ha già superato quella di tutto il 2016: quali sono le ragioni del boom e le prospettive: durerà ancora per molto?
L’industria nel primo semestre ha superato i 2mila miliardi di patrimonio con flussi netti complessivi da inizio anno di 56,5 miliardi. A luglio la raccolta è cresciuta di altri 10 miliardi. Un traguardo che conferma la solidità del settore e la centralità per il Paese, con ruolo più ampio di supporto all’economia reale. Il mondo della gestione ha saputo conquistarsi sempre più la fiducia dei risparmiatori sviluppando insieme ai distributori un modello di servizio che vede i diversi attori più vicini al cliente. Il dialogo continuo tra produttore-distributore-cliente ha aiutato a valorizzare i capitali in gestione. Ci sono spazi di crescita: lo stock investito in fondi ha un peso del patrimonio sul Pil intorno al 40%, minore rispetto alla media europea. L’Italia dovrà sicuramente crescere negli investimenti legati alla previdenza complementare. Crediamo che i futuri sviluppi europei normativi come i Pan-European Personal Pensions possano rappresentare un ulteriore stimolo di crescita.Quali sono le sue previsioni?
L’industria del risparmio gestito è legata a doppio filo con l’andamento dei mercati finanziari: il 2017 si è dimostrato, a oggi, un anno ancora nel complesso positivo anche se sono state fortemente penalizzate le gestioni che puntavano a una significativa diversificazione valutaria. Nel futuro dobbiamo offrire strumenti in grado di trarre vantaggio dai cambiamenti delle politiche monetarie e di modificare i portafogli in maniera flessibile. L’innovazione di prodotto e il continuo lavoro di consulenza e dialogo con i nostri clienti rimangono le leve su cui lavorare.Come mai questo successo per l’industria del risparmio anche se Mediobanca si ostina a parlare di rendimenti molto bassi per il complesso dei fondi italiani?
L’industria negli anni è stata in grado di apportare valore aggiunto, rinnovandosi con differenti soluzioni in risposta alle esigenze di una clientela sempre più sofisticata. I risparmiatori hanno mostrato sempre un approccio molto conservativo concentrando i patrimonio per lo più sul debito pubblico italiano. La compressione dei rendimenti li ha costretti a valutare investimenti alternativi. I gestori e i distributori, mappando correttamente le aspettative dei clienti, li hanno indirizzati per lo più su strategie di investimento diversificate a profilatura di rischio conservativa/moderata. Queste scelte si sono dimostrate in grado di consegnare performance interessanti se corrette per il rischio, comunque nella maggior parte dei casi superiori ai tassi impliciti dei titoli di Stato. Inoltre i clienti grazie all’industria del risparmio gestito hanno avuto accesso, per il giusto peso, a investimenti che hanno ben performato e che difficilmente possono essere acquistati con un buon grado di diversificazione con il fai da te (high yield, emerging market bond etc.)

Le sfide in corso si chiamano Pir e Mifid 2. Cominciamo dai Pir visto che siete stati i primi a partire e siete una delle Sgr più forti in questo settore: il successo è frutto solo dello sgravio fiscale o c’è dell’altro?

Sicuramente il vantaggio fiscale rappresenta uno stimolo importante ma crediamo non sia l’unica ragione del successo dei Pir. Come Eurizon siamo stati i primi a partire, ma dobbiamo riconoscere alla maggior parte degli operatori di aver interpretato lo spirito della riforma nel modo corretto. II Pir oggi presenti sul mercato rappresentano una risposta al cliente che può investire in società italiane delegando la gestione a un professionista e può ottenere per una componente importante la diversificazione anche su altri mercati. In ultimo non credo vada dimenticata l’opportunità di sostenere l’economia italiana. Troviamo una risposta positiva dai clienti anche sulla necessità di diluire l’investimento in cinque anni che consente di ridurre il rischio di ingresso nei mercati che spesso rappresenta un ostacolo all’investimento. Le performance del mercato italiano hanno sicuramente supportato la raccolta e il successo del prodotto

Non c’è il pericolo che i Pir facciano la fine di una Ferrari su una strada di campagna: troppo potenti per il tracciato a disposizione e quindi a rischio incidenti?
I Pir, per i vincoli di investimento imposti, almeno il 70% in strumenti finanziari emessi da imprese italiane (o con stabile organizzazione in Italia) e di questa percentuale almeno il 30% in aziende non quotate nell’indice Ftse Mib (o equivalenti), hanno l’obiettivo di esporre l’investimento principalmente al sistema Italia. Per questo è opportuno scegliere fondi ben strutturati che utilizzano il patrimonio rimanente come diversificazione per migliorare il profilo rischio/rendimento. Non parlerei di bolla o di pericolo speculazione. L’indice Mid Cap e il segmento Star hanno visto un significativo aumento delle transazioni con un miglioramento delle quotazioni. Dobbiamo però notare che tale miglioramento ha colmato il gap di valorizzazione strutturale che le aziende italiane avevano rispetto alle concorrenti europee. Quindi, allo stato attuale, possiamo parlare piuttosto di supporto alla normalizzazione delle quotazioni di queste aziende e non di eccessi. Il segmento Star in particolare, per il rapporto favorevole flussi/capitalizzazione, sarà quello che continuerà maggiormente a beneficiare di questa iniziativa e a poter offrire un sufficiente grado di liquidità e trasparenza (rendicontazione trimestrale, copertura della ricerca dei broker etc.). Inoltre le Pmi rimangono la parte più viva dell’economia italiana, in molti casi assistiamo a crescite a doppia cifra delle esportazioni.

Poi c’è l’Aim: fino a sei mesi fa fratellino povero di quello di Londra. Ora sembra diventato adulto troppo in fretta, non crede?
Anche gli scambi sul mercato Aim Italia hanno avuto effetti positivi grazie all’introduzione dei Pir, raggiungendo la soglia di 1 miliardo di euro in soli sette mesi e triplicando quindi il valore dello scorso anno (295 milioni totale 2016). È cresciuto anche il numero delle nuove quotazioni che è già superiore al totale raggiunto nel 2016.

Come vi state attrezzando per l’arrivo della Mifid 2?
Eurizon ha già da tempo sviluppato le procedure e presidi per garantire un’operatività adeguata alla normativa Mifid 2 nelle principali aree in cui è coinvolta: trasparenza, incentivi e product governance. Abbiamo inoltre istituito una squadra interna per supportare gli intermediari nostri partner nell’adempimento degli obblighi di trasparenza e di rendicontazione al cliente prima e dopo l’investimento. Eurizon, sostanzialmente, adotta da oltre un anno un processo di product governance in linea con i principi definiti dalla Mifid 2,  nella definizione del target market, nel product design e product testing e nella definizione e monitoraggio della strategia distributiva e post vendita.

Da gennaio davvero non ci sarà più pericolo per i risparmiatori?
L’industria italiana, anche grazie all’attività degli organi di vigilanza, non ha mai generato casi o situazioni di pericolo per i risparmiatori. Il livello di trasparenza e tutela dei clienti è stato da sempre molto elevato. La norma prevede sicuramente un’omogeneizzazione della rendicontazione che renderà più facile al cliente valutare risultati e costi. Questo comporterà maggiore concorrenza sugli intermediari sia in termini di costi sia di livello di servizio.

Come farà il risparmiatore a essere sicuro che il prodotto offerto è quello adatto alle sue necessità?
L’appuntamento con la Mifid 2 è a inizio 2018 con l’introduzione della product governance che implicherà una maggiore responsabilizzazione delle Sgr nel ciclo di vita del prodotto. Ci sarà una ripartizione equa di responsabilità tra fabbrica prodotto e distributore.
L’accusa principale che viene rivolta all’industria del risparmio è quella di vivere in un costante conflitto d’interessi: è davvero così e come si può combattere?
Non sono d’accordo, l’industria del risparmio gestito ha dimostrato nel tempo di essere trasparente e solida. Ricordiamo che chi si è affidato al risparmio gestito non è mai stato coinvolto nelle grandi crisi che si sono susseguite negli ultimi anni. A tale proposito citerei un’iniziativa di Assogestioni in cui anni fa aveva valorizzato cinque buone ragioni ancora attuali per investire in fondi comuni: autonomia, in quanto il patrimonio del fondo è separato da quello della società; controllo, essendo soggetti alle rigide norme e ai controlli di Banca d’Italia e Consob; diversificazione, per cogliere le migliori opportunità e ridurre il rischio; trasparenza, innanzitutto grazie alla pubblicazione della quota giornalmente; solidità, attestata da oltre trent’anni di track-record.

[/auth]

Parla Paolo Guerrieri: Banche, così si è risolta la crisi

Ecco quali sono state le soluzioni scelte per le due popolari venete, per Mps e per gli altri istituti di credito, e le differenze con le misure utilizzate dagli altri Paesi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Con il senatore Paolo Guerrieri, membro della commissione bilancio del Senato, ordinario di Economia internazionale alla Sapienza di Roma e docente al Collegio Europeo di Bruges, la conversazione sulla «liquidazione ordinata» delle banche venete rappresenta l’occasione per fare chiarezza sulle specificità tecniche della soluzione adottata, e anche sui punti più controversi, come quello del costo per i contribuenti. Ma è anche un’opportunità per fare il punto sulla situazione del nostro sistema e sul futuro dell’Unione europea.

Professor Guerrieri, partiamo dall’ultima crisi in ordine di tempo, quella delle due banche venete. Si può essere soddisfatti della soluzione trovata?
Tutto è bene quel che finisce bene, è stato il commento prevalente alla liquidazione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Io sono d’accordo, viste le alternative rimaste in campo. Soprattutto ha evitato le pesanti ripercussioni che un processo di mera risoluzione e la conseguente piena applicazione del bail-in avrebbero avuto sul territorio del Nordest e sull’intera economia italiana. La soluzione trovata ha consentito di conciliare gli interessi generali di stabilità finanziaria con quelli particolari legati all’operatività delle banche da liquidare, garantendo allo stesso tempo la continuità di relazioni con oltre 2 milioni di famiglie e imprese del territorio veneto.
Ma non vi sono anche criticità e rischi da cui guardarsi?
Sì, certamente. Sono dell’opinione che vanno introdotti una serie di caveat con riferimento all’intera operazione. Va detto, innanzi tutto, che la crisi si è rivelata assai più grave di quanto inizialmente stimato e, quindi, ha prodotto una serie di costi che si sarebbero potuti evitare. In aggiunta, la trattativa si è protratta troppo a lungo. Per molti aspetti i vari passaggi del negoziato si sono rivelati assai tortuosi e tormentati, sollevando molti dubbi e perplessità. Basti ricordare che nel giro di pochi mesi le due banche venete sono state dichiarate dalle diverse autorità di regolazione interessate, prima solventi e poi insolventi; e ancora, si è ritenuto, potessero dare origine a effetti sistemici ai fini della stabilità finanziaria complessiva per poi arrivare a declassarle al rango di semplici banche locali. In definitiva, una serie di risvolti che lascia intendere quanto travagliato sia stato cercare e trovare alla fine una soluzione ai problemi posti sul tavolo. Va, infine, sottolineato che dietro alla soluzione positiva della liquidazione delle due popolari venete restano le fragilità del sistema bancario italiano. Un passo avanti importante è stato fatto, ma il nostro sistema non può essere considerato ancora al sicuro. Redditività bassa, elevati costi fissi, un’alta incidenza dei crediti inesigibili sono i tre fattori che più lo rendono vulnerabile e che richiedono un piano di interventi che vada al di là del breve periodo.
Entrando nelle specifiche tecniche della soluzione individuata quali altre considerazioni si possono fare?
È noto che la soluzione a cui le nostre autorità avevano più lavorato negli ultimi mesi era la ricapitalizzazione precauzionale, secondo il modello che era stato adottato qualche mese prima per il Monte dei Paschi di Siena. Una soluzione esplicitamente prevista dalla nuova direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie e che avrebbe consentito un’applicazione più soft, per così dire, della formula del bail-in. Il deciso no del regolatore europeo, per ragioni ancora tutte da chiarire, è stato espresso attraverso la richiesta di uno sforzo aggiuntivo di ricapitalizzazione delle due banche venete a carico dei privati e ha spianato la strada alla soluzione della liquidazione amministrativa, sfruttando una clausola della legge italiana. È stata una soluzione all’insegna del pragmatismo che ha consentito di evitare il ricorso alla procedura europea di risoluzione, resa impercorribile non solo dai timori di un’applicazione a tutto campo del bail-in, ma anche dal pericolo di vedere scattare le garanzie pubbliche rilasciate dallo Stato sui circa 9 miliardi di senior bond emessi dalle due banche.
Quindi, una soluzione originale e con ricadute di segno positivo?
Attraverso la liquidazione, le perdite delle due banche venete saranno circoscritte ai creditori del burden sharing, attraverso l’azzeramento di azionisti e detentori dei subordinati, con previsto rimborso di quelli retailer. Col sostegno di fondi pubblici si è altresì realizzato lo scorporo e la cessione a Intesa Sanpaolo, per la cifra simbolica di 1 euro, delle attività e passività in bonis delle due banche e alla liquidazione amministrativa coatta delle molte partite residue. Alcuni hanno fatto il confronto con quanto avvenuto in Spagna solo qualche tempo prima, allorché Santander ha rilevato l’intero Banco Popular, facendosi carico di tutte le poste a rischio, escluse le passività meno garantite che sono state azzerate, e impegnandosi a realizzare a copertura un aumento di capitale di ben 7 miliardi. A questo riguardo c’è una osservazione molto semplice da fare, ovvero che oggi in Italia non è possibile una tale soluzione interna, di mercato come si dice, e sulla carta meno dolorosa. E questo perché nel nostro Paese non esisteva e non esiste una grande banca che possa farsi carico di un’altra in crisi, come avvenuto in Spagna e come peraltro avvenuto anche da noi nelle crisi degli anni Settanta e Ottanta o in quelle dei primi anni Novanta, che hanno portato, com’è noto, alla scomparsa della maggior parte delle banche meridionali, prima fra tutte il Banco di Napoli.
Una domanda ricorrente su questa operazione è stata il costo per i contribuenti italiani. Qual è la sua valutazione su questo aspetto così delicato?
È molto difficile fare delle stime affidabili al riguardo, per le tante variabili e incognite di cui tener conto. Va precisato innanzi tutto che l’esborso immediato pagato dallo Stato per garantire l’ordinato funzionamento del mercato della raccolta e degli impieghi bancari nel Veneto sarà poco più di 5 miliardi, che è pari al finanziamento richiesto da Intesa per accollarsi i cespiti delle due banche venete e non scendere sotto gli attuali livelli patrimoniali. A fronte di questo esborso, lo Stato acquisisce 5 miliardi di crediti deteriorati, che erano stati già svalutati a circa un terzo del loro valore. Sarà certo necessario del tempo per mettere a frutto tali crediti, ma alla fine i costi sostenuti dal bilancio pubblico potrebbero drasticamente ridursi. Poi ci sono da considerare le garanzie rilasciate dallo Stato, valutabili complessivamente fino a un massimo di altri 12 miliardi, sui prestiti che dopo essere stati valutati da Intesa potranno essere retrocessi al Tesoro. Intesa Sanpaolo, che aveva perso circa un miliardo e mezzo nel fondo Atlante, ha fatto gli interessi dei suoi azionisti e ha chiesto di conseguenza ampie garanzie. C’è chi ha sommato a questo punto l’esborso effettivo con il valore di queste garanzie arrivando a parlare di 17 miliardi complessivi. Penso che sia una somma del tutto sbagliata, dal momento che si tratta di poste contabili completamente diverse, le prime essendo delle voci di bilancio, mentre le seconde sono i conti, come si dice, sotto la linea. Ma non solo…
Cioè?
Le svalutazioni effettuate dalle banche venete nei mesi scorsi per dare forza al progetto di una loro fusione, poi non accettata dalle autorità europee, inducono a ritenere che il rischio di perdite per i contribuenti sia limitato. Si potrebbe stimare il costo finale netto complessivo dell’operazione in una fascia che va da 3-4 miliardi fino alla possibilità di uscirne in pareggio. È utile, comunque, considerare che in tema di aiuti pubblici al sistema bancario, erogati nei vari Paesi europei a partire dallo scoppio della grande crisi, l’Italia figura ancora all’ultimo posto. Se all’intervento di almeno 5 miliardi sulle banche venete si sommano gli oltre 5 miliardi spesi per salvare il Monte dei Paschi, (a fronte dei quali lo Stato possiede azioni della banca e quindi potrebbe recuperare l’esborso nel momento della vendita delle stesse azioni) le risorse pubbliche finora stanziate in Italia rappresentano somme davvero molto contenute. Basti pensare ai 140 miliardi di euro che la Germania, per esempio, ha speso in tutti questi anni per stabilizzare le sue banche.
Ci potranno essere delle ripercussioni di questa vicenda anche in termini di impatto sulle attuali regole europee?
Si è trattato di una soluzione ragionevole e anche la Commissione europea e le altre autorità di regolamentazione alla fine hanno pienamente avallato la decisione del governo italiano. Ma tutto ciò, hanno sostenuto alcuni, potrebbe significare un prezzo elevato, che è quello di indebolire la credibilità sostanziale, sia delle regole europee in materia bancaria, sia dello stesso processo europeo di risoluzione delle banche in crisi. Non sono d’accordo su questa valutazione, perché la soluzione adottata rispetta pienamente la normativa europea, sia per ciò che attiene la direttiva sulla risoluzione delle banche in crisi (Brrd), sia per quanto riguarda le linee guida emanate nel 2013 dalla Commissione sugli aiuti di Stato alle banche. Detto questo, va riconosciuto che la procedura europea, oltre a essere complicata dall’operare congiunto di autorità e istituzioni che si collocano a più livelli, nazionale e sovranazionale, ha creato forti problemi ogni volta che si è trattato di applicare i meccanismi di coinvolgimento dei creditori diversi dai depositanti, in particolare quelli senior. E non è un dettaglio. Non va, in effetti, dimenticato che il bail-in è stato concepito come il meccanismo fondamentale che doveva eliminare o relegare a rara eccezione l’utilizzo di risorse pubbliche nella ristrutturazione delle banche in fallimento.
E quindi?
Il principio che ispira il bail-in è di per sé da condividere. Ma la sua applicazione ha certamente creato molti problemi. Perché retroattiva, ha chiamato a partecipare alle perdite anche titoli che erano stati emessi in epoca in cui tale principio non sussisteva. Con l’aggravante per il nostro Paese che titoli di questo genere sono stati in passato emessi e collocati in dosi massicce presso risparmiatori privati, che allora ignoravano o avevano solo una vaga consapevolezza dei rischi effettivi. Tutto ciò ha finito per trasformare ogni crisi bancaria in un intricato e difficile insieme di nodi da sciogliere, in cui la tutela degli interessi generali di stabilità finanziaria andava contemperata con la tutela degli interessi più specifici dei risparmiatori. Da qui è nata la necessità nel caso italiano di trovare ai tre casi di grave crisi che si sono finora presentati (le quattro medie banche nel novembre 2015, Mps e le due venete) soluzioni ogni volta diverse. Va riconosciuto che il quadro normativo e di vigilanza europeo nella fase della risoluzione si è rivelato alla prova dei fatti difficile da applicare. E si pone di conseguenza la necessità di una sua correzione unitamente a una riforma delle attuali regole. Soprattutto per ciò che attiene alle tipologie del bail-in e al ruolo in esso assegnato all’intervento pubblico. Tutto ciò assume particolare importanza in vista della revisione della normativa bancaria europea che, com’è noto, è prevista nel 2018.
La soluzione adottata per le banche venete può costituire un ulteriore intralcio al completamento dell’Unione bancaria europea?
È noto che il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, unitamente ad altri osservatori, ha giudicato molto negativamente la vicenda delle due banche venete, ritenendo che il suo epilogo abbia ulteriormente incrinato il rapporto di fiducia tra i Paesi membri e reso oltremodo difficile, a questo punto, il completamento dell’Unione bancaria. Non sono d’accordo e non credo che quanto avvenuto con la liquidazione delle banche venete abbia modificato in negativo le prospettive di completamento dell’Unione bancaria. Erano e restano molto incerte e difficili.
In conclusione, proviamo a fare chiarezza su questo aspetto così vitale per l’Ue… 
Non vi è dubbio che sul piano del processo di integrazione economica europea serva completare l’Unione bancaria da associare all’Unione monetaria, dal momento che quest’ultima non sarebbe in grado di sopravvivere poggiando sulla sola gamba della moneta e della politica monetaria. Il completamento dell’Unione bancaria significa oggi il rafforzamento del Fondo di Risoluzione Comune e l’istituzione di un meccanismo comune europeo di assicurazione dei depositi.  Le proposte presentate finora non sono riuscite a vincere le resistenze dei paesi creditori, in testa la Germania, che propongono la riduzione dell’esposizione delle banche dei singoli paesi verso i rispettivi titoli sovrani prima di ogni passo ulteriore verso l’Unione bancaria. È come dire che la condivisione dei rischi debba essere preceduta dalla riduzione dei rischi stessi, una richiesta non solo tecnica ma anche politica. Ma è altrettanto evidente che in assenza di adeguati meccanismi di condivisione dei rischi bancari, che solo il completamento dell’Unione bancaria sarebbe in grado di assicurare, non si potrà arrivare ad attenuare quel perverso legame tra rischio sovrano e rischio bancario che è stato il vero motore della crisi dell’euro fin dalla sua iniziale esplosione; rischiando così di lasciare oggi indifesa la stessa zona euro di fronte all’esplosione di future tempeste finanziarie. Credo che per arrivare all’Unione servirebbe realizzare un compromesso tra il gruppo di Paesi, tra cui la Germania, che puntano su politiche di riduzione dei rischi formulate autonomamente dai singoli Paesi, e il gruppo, tra cui figura il nostro Paese, che vede con favore l’introduzione di meccanismi di condivisione dei rischi. Nelle condizioni attuali esso appare oltremodo difficile, se non impossibile. È la gravità dei problemi da affrontare, tuttavia, a richiedere risposte più efficaci e ambiziose.
[/auth]

parla Antonio Patuelli: Banche, troppe regole fanno male

Per gli istituti di credito, dice il presidente dell’Abi, la sfida principale è recuperare redditività: sono infiniti gli sforzi di riduzione dei costi, di miglioramento nella gestione dei rischi e di ottimizzazione delle dotazioni di capitale. Ma sono anche ingenti gli investimenti per l’innovazione, la sicurezza, la semplificazione dei processi. Ora le nuove decisioni del Comitato di Basilea devono favorire la stabilità e non complicare la ripresa

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Non servono troppe regole, anzi. È questa l’opinione espressa da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, in un mondo dove invece il dirigismo burocratico sembra aver preso il sopravvento. «Basta pensare», dice,   «che nel 2016, per il solo mondo finanziario e assicurativo sono state emanate addirittura 1.247 provvedimenti. Circa cinque per ogni giorno lavorativo».

Però le crisi bancarie hanno minacciato la stabilità dell’intero sistema economico italiano. Un giro di vite era indispensabile non crede?
Le banche stanno facendo ingenti investimenti per l’innovazione, la sicurezza, la semplificazione dei processi e, quindi, della vita di ciascuno di noi. Le priorità sono sotto gli occhi di tutti: dematerializzazione, pagamenti in mobilità, integrazione competitiva fra canali. Più qualità, più velocità, più possibilità di scelta sono risultati tangibili di innovazioni raggiunte dalle banche in Italia. Tenendo sempre ben presente che persone e cultura saranno determinanti. Le macchine che debbono essere guidate dall’intelligenza umana e dalle regole, anche con continue riqualificazioni professionali. Gli algoritmi debbono essere guidati dalle persone e non schiacciarle.
Resta il fatto che il governo ha dovuto mettere sul piatto 20 miliardi per salvare le banche italiane. È immaginabile che i contribuenti ne avrebbero fatto volentieri a meno, non trova?
Per voltare definitivamente pagina con la crisi occorre fare piena luce su tutti gli aspetti meritevoli di inchieste. L’Abi non è una corporazione, ma un’associazione privata che non può avere strumenti di controllo sugli associati, né notizie privilegiate e riservate di vigilanza. Esprimo la massima indignazione per diversi elementi emersi sulle banche che sono andate in crisi. Ora attendiamo i processi. Più trasparenza sulle crisi bancarie è anche premessa per un maggiore clima di fiducia. Abbiamo grande rispetto per la magistratura e per la commissione parlamentare d’inchiesta sulle crisi bancarie. L’etica, l’intransigenza morale, l’impegno per l’applicazione precisa di tutte le normative sono precondizioni delle attività bancarie che sono tutte tracciate.
Resta il fatto che i recenti scandali non hanno certo migliorato il livello di popolarità del sistema bancario…
Parleranno le sentenze. Debbono essere tempestivamente accertati e perseguiti tutti i responsabili delle crisi bancarie, senza «caccia alle streghe». Vorrei anche aggiungere che nonostante il peso dei crediti deteriorati, le attività innovative e la forte concorrenza, le banche in Italia realizzano tassi medi sui prestiti assai vantaggiosi per le famiglie e le imprese: a maggio 2017, secondo dati Bce, il tasso medio nell’area euro, sui prestiti inferiori al milione di euro, è stato del 2,19%. In Italia del 2,13%. Per quelli superiori al un milione il tasso medio in Italia è stato dell’1,14%, migliore dell’1,31%, media dell’area euro.
A proposito di imprese: lei aveva chiesto che le banche salvate con l’intervento dello Stato pubblicassero l’elenco delle maggiori insolvenze. Com’è finita?
Il Parlamento ha deciso altrimenti. I rapporti quadrimestrali del ministero dell’Economia disposti dal decreto «Salvarisparmio» votato nel febbraio 2017 favoriranno la trasparenza delle analisi bancarie.
Però di queste relazioni finora nemmeno l’ombra…
C’è una disposizione di legge. Siamo certi che verrà osservata. Tanto più che alla base di tutte le innovazioni è indispensabile più trasparenza per la chiara definizione delle regole, dei rischi e della comunicazione; più responsabilità e più coerenza fra le norme emanate dalle diverse autorità; più proporzionalità fra norme imposte e benefici attesi, e per le diverse dimensioni dei soggetti giuridici che debbono applicarle.
Quali sono le nuove regole cui guardate con maggiore attenzione?
Stiamo guardando alle nuove decisioni del Comitato di Basilea, a cominciare da quelle prudenziali sui titoli di Stato. Devono favorire la stabilità e non complicare la ripresa, evitando, come previsto dal mandato del G20, generalizzati incrementi nei requisiti patrimoniali delle banche.
Le regole di Basilea debbono essere identiche per le due sponde dell’Atlantico e applicate in modo coerente per prevenire scompensi e conflitti.
Le nuove regole di Basilea serviranno soprattutto alla stabilizzazione del sistema?
Per le banche la sfida principale è recuperare redditività per favorire lo sviluppo e il prudenziale ciclo degli accantonamenti e dei dividendi: sono infiniti gli sforzi di riduzione dei costi, di miglioramento nella gestione dei rischi e di ottimizzazione delle dotazioni di capitale.
Dall’inizio della crisi, ha rilevato il governatore della Banca d’Italia, le banche italiane hanno quasi raddoppiato i coefficienti relativi al patrimonio di migliore qualità e continuano ad accrescerli. Occorre stabilizzare le norme europee e internazionali sui requisiti di capitale per dare certezza ai mercati, alle banche e a tutte le imprese, per favorire la ripresa e dare attuazione, con saggezza e proporzionalità, a quelle già adottate.
Lei ha espresso molte riserve sul bail-in l’anno scorso. È sempre della stessa idea?
Le critiche giuridiche a queste regole debbono essere colte, non trattandosi delle tavole di Mosè, né di norme costituzionali.
E quindi? 
Bisogna esaminare criticamente Unione bancaria a quasi tre anni dalla nascita. La riflessione servirà a correggere i processi decisionali europei non sempre comprensibili. Ma anche le inammissibili e incostituzionali retroattività, le scelte estreme, le forzature come le svalutazioni imposte alle quattro banche oggetto di risoluzione, come se avessero dovuto liquidare (cioè svendere) immediatamente i loro crediti deteriorati. Le nuove «linee guida» della Bce sui crediti deteriorati rappresentano più lungimiranti strategie che devono essere utilizzate anche per le banche in difficoltà, tenendo comunque presente la realtà delle strutture produttive e commerciali italiane.
È una critica agli stress test?
Gli esami devono prevenire e non creare o accentuare le crisi bancarie. Dopo la privatizzazione delle banche pubbliche, in Italia le crisi sono state affrontate sotto la guida della Banca d’Italia, senza infliggere traumi ai risparmiatori e alle banche concorrenti. Invece le regole dell’Unione bancaria hanno portato traumi e costi eccessivi.
In concreto che cosa significa?
Significa che la verifica in sede europea di queste normative deve correggerle per evitare che le risoluzioni aggravino i problemi, scarichino oneri su risparmiatori e su banche concorrenti, alterando anche la concorrenza, distruggano valore e fiducia.
Però il livello delle sofferenze stenta a diminuire…
Come ha autorevolmente affermato la Banca d’Italia la soluzione dei crediti deteriorati richiede tempo. Il governatore Visco ha spiegato correttamente che le sofferenze vere sono quelle nette, aggiungendo che a fine 2016 erano scese a 81 miliardi. Ad assisterle garanzie reali per oltre 90 miliardi e personali per quasi 40. Le sofferenze nette sono ulteriormente scese sotto i 77 miliardi, mentre è in atto nelle banche un grande lavoro per ridurle ancora anche in tempi brevi.
Che cosa serve per il futuro?
È innanzitutto indispensabile una forte ripresa di etica fra tutti gli operatori economici in modo che la restituzione dei prestiti, nei modi e nei tempi liberamente contratti e dovuti, sia non solo un obbligo giuridico, ma innanzitutto un dovere morale.
E dal punto di vista pratico?
Fra le riforme da completare sono prioritarie quelle sui tempi della giustizia civile, baluardo per i doveri e i diritti degli onesti, che sono un indicatore decisivo per attrarre capitali. Significativi passi avanti sono stati realizzati negli ultimissimi anni e potranno essere sviluppati quando il Senato, prima della fine della legislatura, avrà approvato i disegni di legge delega, licenziati dalla Camera, per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza e per l’efficienza del processo civile.
A che punto è la ristrutturazione del sistema bancario?
Nel solo 2016 gli sportelli si sono ridotti della cifra record di 1.231 e stanno calando ulteriormente e rapidamente. L’Italia aveva, sei mesi fa, uno sportello bancario ogni 2.041 abitanti, una cifra intermedia fra i principali Paesi della Ue. Le economie di scala sono sviluppate nelle più diverse forme, compresa l’esternalizzazione di servizi e di produzioni. Il mondo bancario italiano è il più aperto d’Europa agli investitori internazionali
Che previsioni si sente di fare?
Le riforme e le aggregazioni in Italia porteranno, a inizio 2018, a un numero molto basso, in assoluto e rispetto alle medie europee, di circa 115 gruppi bancari e banche singole indipendenti, oltre alle succursali di banche estere. Attenzione, però, a non estremizzare: non deve essere compressa l’indispensabile concorrenza nei mercati locali in un contesto dove il 95% delle imprese ha meno di dieci dipendenti. Le aggregazioni potranno servire per prevenire altre eventuali crisi bancarie
Ci fa un pronostico per l’anno prossimo?
Dopo le elezioni presidenziali in Francia avvertiamo un’aria nuova e più costruttiva. Sia a livello politico generale sia per quanto riguarda l’attività bancaria. Sui crediti deteriorati vi sono meno dogmi e linee guida più pragmatiche. Si discute apertamente di bad bank anche europea. C’è più ragionevolezza nel riconoscere le complessità di regole uguali per tutti in presenza di Costituzioni diverse. A livello nazionale hanno la prevalenza in attesa di una esplicita, certa e chiara Costituzione europea che garantisca più certezza del diritto. Una gerarchia complessiva delle fonti del diritto fra Unione europea e Stati nazionali, per garantire unità e pluralismo.
[/auth]

 

Parla Gian Maria Mossa: Vogliamo diventare la più grande banca private

L’amministratore delegato di Banca Generali mira a trasformare l’attività dell’istituto applicando ai piccoli risparmiatori le stesse tecniche di gestione utilizzate per i grandi patrimoni. Ecco come

Banca Generali accelera sulla trasformazione in banca private. Naturalmente inseguendo l’eccellenza. È questa la svolta che l’amministratore delegato Gian Maria Mossa vuole imprimere all’istituto in un orizzonte di cinque anni
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]A Londra avete dedicato una intera giornata al tema della Mifid 2. Che cosa cambierà per il cliente e per la banca?
Con le nuove regole viene posta attenzione ancora maggiore alla qualità del servizio. Il valore della consulenza risulta centrale così come il rispetto del profilo dei clienti. Le aree di intervento riguardano anche la «product governance», ovvero la centralità dei produttori asset-manager, l’importanza della formazione e la trasparenza informativa. Oltre naturalmente ai costi. In sostanza il cliente potrà meglio confrontare il valore del servizio, e le dinamiche dei differenti prodotti più focalizzati sul proprio profilo.
Quanto costerà alle banche la riforma?
Per le banche diventano necessari nuovi standard di trasparenza nei costi, massima coerenza nella distribuzione, maggiori controlli sulle operazioni effettuate sui mercati non regolamentati. Tutto questo comporterà sicuramente forti investimenti in tecnologia cui si aggiungono oneri più pesanti per la trasparenza. Sono sfide che Banca Generali ha affrontato per tempo. In questo senso oggi ci sentiamo in pole position.
Come cambierà la figura del promotore?
Continuiamo a credere nel ruolo del professionista e nel contributo della consulenza non indipendente, che rispecchia già ora pienamente i requisiti normativi. La nostra clientela ha a disposizione una molteplicità di prodotti con un’offerta di qualità. Ma anche la protezione dai rischi di liquidità, credito, attribution oltre che di mercato. Abbiamo fatto un passo avanti proponendo un nuovo contratto di consulenza evoluta (Bg Personal Advisory). Un’opportunità aggiuntiva per la protezione del patrimonio: finanziario (con il monitoraggio delle posizioni e delle masse detenute anche presso istituti terzi come avviene nei family office) e non finanziario col nostro approccio esclusivo alla gestione. Soluzioni su misura in ambito immobiliare, finanza d’impresa e passaggio generazionale per gestire tutte le necessità familiari.
Una ricerca così esasperata della trasparenza serve davvero alla clientela o c’è solo una produzione spropositata di carta?
Ci sono aree dove l’interpretazione normativa non ha ancora fornito direttive precise. Il dialogo con gli operatori vuole mantenere il focus sull’interesse del risparmiatore. Ci auguriamo che le autorità tengano conto del ruolo fondamentale che i professionisti hanno avuto al fianco delle famiglie assistendole in questi anni di criticità per il sistema finanziario. Ad ogni modo, ben vengano le iniziative che contribuiscono ad accrescere il dialogo di fiducia tra le parti. Certamente i cambiamenti non saranno facilmente digeribili per tutti. Penso alle piccole realtà che dovranno affrontare crescenti costi per gli obblighi informativi e gli adeguamenti richiesti. La tecnologia gioca un ruolo determinante nel rendere le procedure più efficienti, focalizzare i flussi di informazioni, e quindi nella razionalizzazione delle comunicazioni cartacee. L’attenzione alla consulenza anche nei prodotti gestiti per avere una diversificazione su misura ci ha spinto verso una nuova frontiera di prodotti. Si tratta dei «wrapper» finanziari e assicurativi, che già presentano livelli di trasparenza molto elevati con tutte le note di scomposizione dell’investimento e le voci relative. Per verificarne lo stato basta l’accesso alle consultazioni digitali delle app per i clienti o la Doconline per la rendicontazione.
Perché cambiate focalizzazione: da rete a banca private. Significa che taglierete i portafogli più piccoli?
Essere banca private per noi non significa servire solo la clientela con determinate possibilità. È un approccio opposto, e del tutto nuovo nel panorama italiano. Significa portare la qualità dei servizi private, finora prerogativa solo di grandi investitori o delle fasce più elevate di patrimonio, alle famiglie. La personalizzazione dell’offerta, tipica delle soluzioni private, si applica a tutti i clienti. Grazie alle economie di scala e allo sviluppo tecnologico mettiamo a disposizione competenze, professionalità, tecnologia ed esclusività di strumenti e servizi. Il nostro approccio ai servizi di gestione con la consulenza sugli investimenti immobiliari, la finanza d’impresa, il family protection, o la consulenza sui molteplici rischi di investimento e protezione dei portafogli, sono paradigmi che vanno oltre la semplice diversificazione. Sono soluzioni che vestono come un abito su misura le necessità patrimoniali, e non solo di risparmio, della clientela.
Quale sarà la strategia nei confronti della rete di consulenti?
I nostri consulenti sono e resteranno centrali. Tutti i servizi sono studiati sulla base del valore del loro ruolo nei confronti del cliente. Al contrario di altre esperienze, consideriamo un punto di forza l’orientamento molto chiaro in questa direzione. Puntiamo a valorizzare il talento dei consulenti attraverso molteplici strumenti e soluzioni evolute. I forti investimenti in tecnologia, l’evoluzione dei prodotti come i nostri contenitori «wrapper» gestiti che sottendono un elevata personalizzazione, così come l’approccio esclusivo alla gestione, sono fattori che aprono a nuove frontiere nella relazione col cliente.  Questa scelta trova riscontro nei numeri. I portafogli medi dei nostri professionisti sono passati da circa 7 milioni nel 2007 ad oltre 26 milioni dieci anni dopo. L’espansione li ha portati ai vertici del mondo Assoreti e sta proseguendo. La formazione per noi è fondamentale e rappresenta un altro elemento distintivo della strategia sulla rete.
Come affrontate la sfida della robot advisory?
Gli algoritmi per l’allocazione degli investimenti esistono ormai da quindici anni. Non per questo è venuta meno la centralità dei gestori. L’evoluzione tecnologica ha reso più accessibili queste piattaforme che hanno il pregio di sensibilizzare i risparmiatori sul tema della diversificazione. Su temi come pianificazione patrimoniale, protezione del patrimonio e consulenza sugli obiettivi del cliente e della famiglia, servono competenze specialistiche e professionisti supportati al meglio. Per questo noi nei riferimenti al fintech e alla tecnologia per il settore parliamo di robo for advisory, ovvero di applicativi e componenti digitali che consentono di sviluppare piattaforme e soluzioni informatiche esclusive per la consulenza evoluta. È qui la sfida più interessante nelle nuove frontiere del private della consulenza.
Come procede la trasformazione digitale?
Molto bene. È un processo complesso che va seguito con molta attenzione per cogliere appieno i vantaggi delle ultime tecnologie sulla base degli obiettivi. Guardiamo alle migliori esperienze internazionali non solo nel comparto, ma anche laddove la cura del cliente è stata attraversata da processi di innovazione che ne hanno fatto un’eccellenza. Abbiamo sposato appieno le potenzialità del digitale in mobilità con app dedicate ogni servizio della banca: mercati, consulenza evoluta, portafogli etc. La nostra presenza digitale consente l’attività operativa e le pratiche amministrative con semplici passaggi che tengono il consulente al fianco del cliente. Stiamo lavorando sull’intero modello di banca in chiave informatica: rivedendo i processi, gli spazi, l’home banking che aprirà a nuove funzionalità particolarmente evolute anche in chiave di protezione degli investimenti. Abbiamo chiamato «Bg ALLways» il progetto che pone al centro la qualità, sempre e in tutti i modi, in tutti gli ambiti della banca.
Avete annunciato possibili acquisizioni: avete qualcosa in mente o almeno può dirci che tipo di azienda state cercando e in quale area geografica?
La crescita per linee esterne fa parte del dna di sviluppo di Banca Generali sin dalle sue origini, ma non è un dogma. L’incorporazione di realtà come Bsi Italia, Gottardo, il ramo di private di Credit Suisse, solo per citare le ultime operazioni straordinarie, dimostrano l’efficienza e la capacità di costruzione di nuovi perimetri. La crescita di oltre 5 miliardi della raccolta dell’anno scorso, ribadita quest’anno con una stima tra i 5 e 5,5 miliardi, conferma la solidità di un modello di business capace di allargare il perimetro in modo significativo anche per linee interne. Quando sono arrivato in banca, quattro anni fa, le masse erano poco più di 26 miliardi. Ora sono raddoppiate, accelerando di oltre 10 miliardi nell’ultimo anno e mezzo grazie soprattutto al lavoro della struttura. La capacità di innovazione nei prodotti e la qualità delle persone sono, oggi, la componente di crescita maggiore. Per rispondere chiaramente, Banca Generali è sempre pronta a valutare le opportunità di mercato, magari nelle piccole boutique in difficoltà nel fronteggiare le sfide di mercato e della Mifid 2. Andare avanti su questa strada non è un obbligo e deve sempre essere basato sulla coerenza del prezzo.
Come sarà Banca generali nel 2021?
Lavoriamo in un settore molto complesso in cui la volatilità e le variabili sui mercati possono avere influenze significative. È difficile quindi tracciare orizzonti accurati in un quadro così mutevole e fluido. Quello che posso dire è che stiamo lavorando perché nel medio-lungo termine Banca Generali continui a essere protagonista nella consulenza e nel private. Cerchiamo uno sviluppo sostenibile puntando sull’innovazione tecnologica e sulla professionalità dei consulenti. Al termine di triennio vediamo le nostra masse passare dai 52 miliardi attuali agli oltre 70 miliardi. Crediamo nell’esclusività delle nostre soluzioni gestite per proteggere dai rischi di mercato. Per questo ci aspettiamo che le masse in questo segmento raddoppino già nel giro di un biennio a oltre 20 miliardi. Stiamo ridisegnando tutti i processi alla base del nostro modello relazionale di essere banca, in chiave digitale. In poche parole, vogliamo essere quello puntiamo a esprimere col nostro lavoro: la prima banca private in Italia per valore e innovazione del servizio.

[/auth]

Perché l’Italia è ancora bancocentrica

L’Italia sconta un sistema che ha impedito lo sviluppo del mercato dei capital e il salto dimensionale alle piccole imprese. Delle soluzioni per uscirne e degli ostacoli da superare ne hanno parlato a Controcorrente, la trasmissione di Le Fonti Tv, due professori di economia

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]L’Italia resta un Paese bancocentrico. Un sistema nato nel Dopoguerra che ha impedito lo sviluppo del mercato dei capitali e la possibilità, per le imprese, di trovare finanziamenti in canali alternativi rispetto a quello bancario. Lo sviluppo economico e finanziario è avvenuto in Italia in un ambiente chiuso a livello internazionale, che solo a partire dagli anni Novanta ha iniziato ad aprirsi, grazie alla spinta europea. Ma com’è oggi la situazione bancaria e finanziarie in Italia e quali sono state le ragioni che hanno condotto nel nostro Paese a uno sviluppo asfittico del mercato dei capitali? E, soprattutto, perché l’Italia, nonostante le esortazioni europee, resta ancora un Paese bancocentrico?

Ne hanno parlato a Controcorrente, la trasmissione di Le Fonti Tv, condotta dal direttore delle testate economiche Legal e WorldExcellence, Angela Maria Scullica, Alberto Banfi, professore ordinario di economia degli intermediari finanziari dell’Università Cattolica di Milano, e Alessandro Carretta, professore ordinario di economia degli intermediari finanziari dell’Università Tor Vergata di Roma.
———-
Specializzarsi e cercare nicchie di mercato 
Parla Alberto Banfi, professore ordinario di economia
degli intermediari finanziari dell’Università Cattolica di Milano
A che punto è il sistema bancario italiano?
A mio avviso il sistema bancario non si trova in una situazione drammatica dal momento che le difficoltà nascono non solo da colpe dirette delle banche (o meglio da un numero alquanto circoscritto di banche, anche se talune di dimensioni importanti), ma dalla crisi dell’economia reale che si è protratta troppo a lungo nel tempo. Quando una buona parte delle imprese con il business orientato al mercato domestico si sono trovate in difficoltà, ciò ha avuto una ricaduta sul sistema bancario che si è trovato a fare i conti con clientela non più in grado di rimborsare i crediti ottenuti. Ciò ha creato tensioni che sono sfociate anche in una certa sfiducia da parte della clientela non più così certa della solidità di alcune banche. Il dover ricorrere ad aumentare il proprio grado di patrimonializzazione e la propria solidità ha spinto il sistema bancario anche a ricercare una ampliamento della dimensione delle banche come pure un accorpamento tra banche più sane e banche meno sane. Le banche, insomma, sono diminuite, sono diventate più grandi con un portafoglio di crediti non ottimale e una redditività molto bassa che ha avuto effetti sulla patrimonializzazione.
La crisi di fiducia, da parte dei clienti, però, non è stata superata… 
In realtà, andando a vedere bene, si scopre che alcune banche in difficoltà hanno visto crescere la clientela, che da un lato ha sì ridotto la fiducia, dall’altro la mantiene comunque nei confronti delle banche.
Se i clienti tengono i soldi in banca significa infatti che hanno un livello adeguato di fiducia, anche perché gli strumenti a tutela del depositante sono nonostante tutti pienamente efficaci.
La continuità di fiducia è dovuta al fatto che l’Italia è un Paese bancocentrico, per cui non ci sono alternative?
Sì, perché dobbiamo anche considerare  che chi porta i soldi in banca nella stragrande maggioranza sono depositanti privati (la clientela retail) e quasi tutti residenti nel nostro Paese, mentre coloro che ottengono credito dalle banche  famiglie e imprese medio piccole che hanno poche altre alternative di finanziamento rispetto al sistema bancario, a motivo soprattutto della natura stessa delle imprese che devono essere finanziate.
Quindi sono gli imprenditori a non agevolare la formazione di un mercato dei capitali differenziato?
L’imprenditore vuole mantenere il possesso dell’azienda, che invece deve essere contendibile. Vuole avere sotto controllo l’impresa che funziona bene e quindi ricorre pressoché esclusivamente al credito  bancario e trascura l’emissione di strumenti finanziari (di capitale o di debito); ancorché esistano altri strumenti , come ed esempio il supporto di fondi chiusi e o dei fondi di private equity,il nostro tessuto di imprenditori ne fa a meno (e talvolta a ragione data la dimensione comunque contenuta di buona parte delle nostre imprese)
Quali sono gli obiettivi del sistema bancario?
Indipendentemente dalla crisi, l’elemento che potrebbe costituire uno dei driver del cambiamento delle nostre banche  è il cosiddetto “fintech”. La tecnologia ha avuto e sta avendo  impatti rilevanti  su qualunque azienda e, pertanto, non potrà che averlo (e in parte lo sta già avendo) anche sulle banche. Siamo però sicuri che la tecnologia che le banche stanno ricercando  è la migliore, la meno costosa e la più sicura? Un altro aspetto che incide sul sistema bancario è l’eccessiva presenza di sportelli, che ha effetti sia sulla numerosità del personale e sia sulle sue competenze: in altri termini una scommessa importante è come coniugare l’attuale esubero di personale bancario (con competenze un po’ datate) e la necessità di inserire risorse nuove in grado di utilizzare le nuove modalità operative (sicuramente più innovative e smart).
Più che la crisi, quindi, sulla ristrutturazione delle banche incide proprio la tecnologia?
Le banche stanno cambiando modello di business ma forse non hanno ancora compreso quale deve essere il modello del futuro. La banca deve continuare a fare credito e prestiti perché è un modello che sarà sempre valido. Inoltre, la questione è se l’istituto di credito debba continuare a fare tutto o se sia necessario cominciare a specializzarsi e cercare nicchie di mercato. È questa la sfida a cui andiamo incontro, e sarà vincente se le banche riusciranno a eliminare il fardello dei crediti deteriorati che impedisce qualunque visione a più lungo termine dovendo occuparsi soprattutto del contingente.
Ipotizzando il quadro del sistema bancario tra cinque anni, come lo vede?
L’Unione bancaria europea dovrebbe favorire il dialogo tra le banche della Ue. Le banche italiane continueranno a sopravvivere (e anche bene) ma in alcuni casi probabilmente ci sarà bisogno di un’iniezione di capitali esteri. In prospettiva immagino qualche operazione di questo tipo, ma in ogni caso le banche dovranno crescere di dimensione e diversificarsi nel business.
———-
È il momento di sfruttare il fintech
Parla Alessandro Carretta, professore ordinario di economia degli intermediari finanziari dell’Università Tor Vergata di Roma
Quali sono le ragioni del mancato sviluppo del mercato dei capitali?
Le banche svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo economico del Paese, perché riescono a conciliare le preferenze delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione e, se lavorano bene, riescono a selezionare validi progetti di investimento. Il governatore Visco, qualche anno fa, ha sottolineato che le banche giocano nel campo delle forze del bene. Quindi non è il concetto di banca in discussione, ma alcune manifestazioni deteriori che il sistema bancario ha provocato. Dal punto di vista storico, la situazione attuale ha radici lontane. Le nostre imprese hanno mantenuto  dimensioni e un livello di fragilità che non consentono loro di competere a livello internazionale. Le banche, ormai privatizzate (salvo alcuni casi particolari), sono imprese, anche se spesso viene ancora assegnata loro il ruolo di istituzioni, con prevalenti funzioni economico-sociali di sostegno del territorio e, per le banche più grandi, di indirizzo dei fondi secondo modalità coerenti con la politica economica. In quanto imprese,  devono dotarsi di  una governance adeguata e di funzioni-obiettivo connesse alla massimizzazione del valore per tutti i propri stakeholders nel medio termine. Le fragilità attuali sono figlie del passato, dobbiamo considerare anche la situazione del nostro Paese dal punto di vista economico. Le famiglie hanno tuttora una forte propensione alla liquidità, la quota di risparmio gestito sta crescendo ma si è ridotta rispetto ad altri Paesi. Se guardiamo alle imprese, sono poco più di quattro milioni e la quasi totalità ha meno di dieci dipendenti, la metà rispetto alla media europea. Il nostro sistema economico  è quindi fatto di risparmiatori orientati al breve termine e di micro o piccolissime imprese e questo ha ostacolato lo sviluppo del mercato dei capitali.
L’interesse a non sviluppare il mercato dei capitali è dovuto anche al fatto che le banche finanziavano il debito pubblico acquistando titoli di stato?
È stato un insieme di interessi convergenti, anche per lo Stato è risultato storicamente più conveniente collocare il debito pubblico presso le banche, e poi vediamo anche oggi che le famiglie si muovono con difficoltà quando vanno a investire in strumenti diversi dai depositi bancari perché non hanno un livello di educazione finanziaria sufficiente per effettuare investimenti consapevoli. È certamente, quindi, una questione culturale, in passato il sistema bancocentrico era un grande punto di forza del sistema bancario, mentre oggi sta diventando un punto di debolezza. Occorre un cambiamento, che registra però  ancora forti resistenze.
Dal 2008 c’è stata una forte spinta europea per lo sviluppo del mercato dei capitali. In Italia cosa è stato fatto?
Negli ultimi dieci anni il mondo è cambiato. In Italia, guardando agli anni più significativi della crisi, gli investimenti si sono ridotti del 30% e i consumi sono calati dell’8%. Il sistema bancario riflette le condizioni di quello economico. L’integrazione finanziaria europea si è interrotta, anche perché gli Stati si sono chiusi per reagire alla crisi e ognuno si è comportato in modo divergente. Per quanto riguarda il mercato dei capitali, il progetto di integrazione a livello europeo ha l’obiettivo di spostare il baricentro dall’intermediazione finanziaria al mercato dei capitali. Si tratta di un obiettivo virtuoso ma ambizioso, con articolati step intermedi e tempi di realizzazione lunghi. L’obiettivo condivisibile è ridurre il costo del capitale per le imprese, aumentare le fonti di finanziamento di queste ultime ma anche le opportunità di investimento delle famiglie europee. Gli strumenti che il progetto di Capital market union immagina riguardano una forte semplificazione dei prospetti informativi che le imprese devono produrre per procedere alle emissioni e  la circolazione di informazioni relative alle imprese, che oggi sono collocate in un contesto di forte opacità. Lavorando anche sul fronte della cartolarizzazione dei crediti, si dovrebbe facilitare il passaggio a sistemi orientati ai mercati.
Rispetto ad altri Paesi europei però siamo ancora indietro…
Sì, in parte per motivi legati a connotazioni strutturali della nostra economia, in parte per elementi legati da un lato a una elevata incidenza del debito pubblico sul Pil, che assorbe risorse e rende il mercato finanziario più ingombrante, dall’altro per via dei crediti deteriorati e in sofferenza. Oggi, infatti, in Italia ci sono 170 miliardi di euro di crediti deteriorati, di cui 80 di sofferenze. Il fardello dei crediti deteriorati è a mio avviso aggredibile purché venga impiegato il tempo necessario, senza panico e allarmismi,  e vengano seguite le linee guida della Banca centrale europea. In questo momento, fra l’altro, la domanda di finanziamento delle imprese è abbastanza “ferma”:  le realtà sane del paese sono autosufficienti rispetto al sistema finanziario, mentre  le imprese che chiedono finanziamenti sono fragili e problematiche.  In sostanza, ci sono ostacoli anche di natura congiunturale allo sviluppo del mercato dei capitali.
Le imprese in difficoltà dovrebbero rivolgersi ad altri operatori?
Dovrebbero essere messe in condizione di superare queste difficoltà. Se le banche concedessero a queste imprese credito in abbondanza, rischierebbero di mettere a repentaglio la sicurezza dei depositi bancari. La soluzione al problema delle imprese fragili non è nella finanza ma nella parte reale dell’economia.  In un mondo meno bancocentrico, dotato delle infrastrutture adeguate,  il ruolo delle banche non sarebbe ridimensionato, ma meglio qualificato rispetto ad oggi.
Che cosa pensa delle iniziative per favorire l’accesso in Borsa alle imprese?
Ci sono iniziative e casi eccellenti di ingresso in mercati regolamentati da parte delle imprese italiane, ma certo siamo ben lontani dagli altri paesi con i quali normalmente ci confrontiamo. Si pensi ad esempio che l’incidenza sul PIL delle operazioni che finanziano la parte iniziale dello sviluppo delle imprese  (venture capitale e private equity), è pari allo 0,003% , un valore che è un decimo rispetto ai principali Paesi europei.
Si andrà verso una uniformità a livello europeo?
Sì, se verranno ridotti gli altri differenziali. I Paesi europei che ora si confrontano sull’Unione del mercato dei capitali hanno caratteristiche giuridiche e fiscali molto diverse. Pensiamo, ad esempio,  alla tutela dei creditori ed al fronte delle procedure concorsuali e così via. Bisogna diminuire e uniformare i tempi della giustizia. Oggi, infatti, una procedura concorsuale si chiude in Italia in un tempo che va dai cinque ai quindici  anni, a seconda del Tribunale di riferimento. Più in generale, ogni differenza significativa nel funzionamento dei vari “sistemi paese”  rallenta l’efficacia del progetto di Capital Market Union.
Il fintech darà spazio a canali alternativi di finanziamento delle banche?
La tecnologia svolge un ruolo fondamentale nella distribuzione dei servizi finanziari. L’intervento del fintech nella filiera produttiva del sistema bancario potrebbe comportare una maggiore efficienza, ma è anche visto come un  concorrente rispetto alle banche. L’equilibrio sarà tra efficienza e qualità dei servizi. Un approccio robotizzato alle relazioni tra cliente e intermediario finanziario produce costi più bassi ma potrebbe avere effetti negativi sulla qualità del servizio. In prospettiva, il successo del fintech dipenderà paradossalmente proprio dalla qualità del capitale umano, che svolgerà un ruolo fondamentale di accompagnamento della tecnologia nella relazione con il cliente. L’obiettivo di  riduzione dei costi, mantenendo o addirittura migliorando la qualità del servizio,  dovrà quindi essere mediato da un intervento umano più qualificato, e dunque più costoso, rispetto a quello attuale.
Il fintech potrebbe dare spazio anche ad altri operatori non bancari?
Certamente, non solo per la parte di filiera ma anche per il cosiddetto ultimo miglio, cioè il contatto diretto con il cliente finale. Il primo esempio è l’entrata in vigore della Direttiva sui servizi di pagamento, la Psd2, volta a  favorire lo sviluppo di pari condizioni di concorrenza tra i cosiddetti prestatori storici e i nuovi prestatori di servizi di pagamento, migliorare l’efficienza, la trasparenza e ampliare la scelta degli strumenti a disposizione degli utenti, nonché garantire un livello elevato di tutela per questi ultimi.
È la prima sfida che le banche si troveranno ad affrontare, vedremo se una maggiore concorrenza può portare benefici ai consumatori.
[/auth]

Telefoni e chat, la nuova frontiera del credito

I colossi del web, dell’e-commerce e delle tlc invadono il mercato dei sistemi di pagamento innovativi. Da Amazon a Samsung passando per Apple, Google e i cinesi di Alibaba: tutti studiano il modo per togliere alle banche il monopolio delle transazioni in denaro puntando sulle nuove tecnologie e sulla fidelizzazione di masse enormi di utenti. Per chi resta legato al contante gli sportelli arrivano pure dal tabaccaio

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Le vecchie abitudini sono difficili da superare. Almeno nel nostro Paese. Malgrado la diffusione delle nuove tecnologie e la riduzione degli sportelli fisici (-2,1% nel 2015), chi utilizza la rete per fare operazioni bancarie resta ancora circoscritto al 28% di coloro che hanno dimestichezza con il web. Tanto per avere un’idea, la media europea è del 46%. E la percentuale sale in Germania (51%), Francia (58%) e Regno Unito (58%). Lo scarto aumenta, paradossalmente, proprio nelle fasce di età che dovrebbero  essere più predisposte all’uso della tecnologia. Tra i 25 e i 34 anni, infatti la percentuale degli utilizzatori dell’internet banking è del 38% a fronte di una media europea del 68%.
La musica è più o meno simile sul fronte dei pagamenti elettronici, dove l’Italia resta fanalino di coda a livello internazionale. Qualcosa, però, si sta muovendo. L’incremento delle transazioni digitali sta infatti procedendo a ritmi addirittura più elevati di quelli  europei, con una quota di aumento che nel 2015 si è attestata al 14% contro il 12% della Ue. Il trend positivo è proseguito anche nel 2016, quando i pagamenti cashless sono cresciuti del 9%, raggiungendo 190 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta il 24% del totale dei consumi italiani. Ma il vero terreno su cui il Paese sta cambiando marcia è quello dei pagamenti innovativi, che hanno superato i 30 miliardi di euro, con un balzo del 51% sul 2015. A trainare la corsa sono state principalmente le operazioni contactless (ci sono oggi in circolazione circa 40 milioni di carte abilitate e un milione di Pos), che hanno veicolato pagamenti per 7 miliardi di euro, con un balzo del 700% rispetto al 2015. In forte crescita anche i pagamenti via smartphone, arrivati a 3,9 miliardi (+63%).

La mossa di Apple. Su entrambi i fronti le percentuali sembrano destinate a schizzare ancora più in alto, sin dai prossimi mesi. A fare la differenza sarà l’ingresso dell’iPhone negli strumenti di pagamento a disposizione dei consumatori.  Finora in Italia, dove circolano circa 20 milioni di smartphone dotati di Nfc (near field communication) che generano già circa 10 milioni di euro di transazioni, le uniche soluzioni attive erano quelle di Poste Mobile e Vodafone Pay. Dalla fine di maggio, con circa tre anni di ritardo rispetto all’esordio negli States, il sistema di pagamenti digitali della Mela è disponibile anche in Italia. Apple Pay può essere usato con iPhone, Apple Watch e Mac, quindi sia in mobilità sia dalla scrivania di casa. Il sistema sfrutta la tecnologia Nfc e funziona esattamente come una carta contactless: basta appoggiare il dispositivo a un Pos di quelli già presenti nei negozi predisposti per effettuare il pagamento.
A fare la differenza, almeno secondo le parole del vicepresidente internet service di Apple Pay, Jennifer Bailey, è la proverbiale sicurezza della casa di Cupertino: «Il numero della carta di credito non viene conservato sull’iPhone, né sui server Apple né condiviso con il commerciante e ogni transazione viene autorizzata con un codice di sicurezza dinamico e univoco che cambia di volta in volta». Le operazioni vengono finalizzate o con il touch Id, cioè il riconoscimento dell’impronta digitale, o con il proprio codice di sicurezza. Il sistema è già presente in 15 Paesi del mondo ed è usato da decine di milioni di utenti, con un volume di transazioni cresciuto del 450% negli ultimi di 12 mesi. Complessivamente ci sono oltre 3.500 banche che hanno reso disponibile il sistema ai loro clienti e solo negli Stati Uniti il 90% delle transazioni contactless sono fatte con Apple Pay.

Le potenzialità del mercato. In Italia il colosso delle tlc ha stretto accordi con Unicredit, Carrefour Bank e l’app Boon (un sistema di carta ricaricabile) ma ne sono in arrivo altri entro fine anno che comprendono CartaBcc, ExpendiaSmart, Fineco, Hype, N26 e Widiba. Anche i clienti Banca Mediolanum e American Express potranno presto utilizzare Apple Pay. Mentre il gruppo Banca Sella ha annunciato l’integrazione di Apple Pay sulla propria piattaforma di e-commerce Gestpay, utilizzata da molti player italiani della vendita e dei servizi online di tutti i settori merceologici, dal food al fashion, dall’elettronica di consumo ai servizi, come Bofrost, Giglio.com, Monclick e Parkappy. Le grandi catene fisiche in cui sarà possibile pagare sono, tra le altre, Auchan, Eataly, Ovs, Sephora.
Il bacino potenziale è di 450-700mila utenti, con circa 85mila utilizzatori non occasionali. Sui volumi i margini di crescita, almeno sulla carta, sembrano sconfinati. I numeri dimostrano che già oggi l’acquisto in negozio con il telefonino non è utilizzato solo per i micro pagamenti sotto i 25 euro (per cui non serve inserire il pin), ma anche per quelli di ammontare superiore. Lo scontrino medio si aggira, infatti, sui 50 euro, di poco inferiore al pagamento medio effettuato con carta, che è di circa 63 euro. Il transato annuo per ogni singolo mobile Pos (cresciuti nel 2016 a 85mila unità, +21%) si attesta sopra i 9.500 euro, in crescita rispetto ai 7mila scarsi del 2015. Se l’offerta evolverà verso sistemi di Pos evoluti (per esempio con un’integrazione di servizi accessori) nei prossimi tre anni gli apparecchi per l’acquisto contactless da smartphone, secondo le stime dei principali esperti, potrebbero arrivare a transare tra gli 1,2 e gli 1,6 miliardi di euro all’anno.

Concorrenza agguerrita. È facile prevedere che il colosso di Cupertino non resterà a lungo solo. In Italia la Apple ha battuto tutti sul tempo, ma nel resto del mondo i big della tecnologia sono già in pista e la concorrenza sul mobile payment è agguerrita. Offrono servizi analoghi, infatti, Samsung Pay, atteso in Italia entro fine anno, Android Pay di Google e, anche se con un bacino di utenti più contenuto, Microsoft Wallet, che già vede coinvolti Visa e Mastercard e supporta carte di credito e di debito di otto istituti finanziari. Il Wallet di Microsoft è per ora disponibile per i partecipanti del programma «Insiders» negli Stati Uniti, su tre smartphone con il sistema operativo Windows 10: Lumia 650, 950 e 950 XL. Dall’estate, però, potrà essere usato da tutti gli statunitensi.
Ma le transazioni digitali non interessano solo alle compagnie che producono smartphone e sistemi operativi. Dalla Cina, per esempio, puntano ai mercati occidentali due realtà diverse: il colosso del commercio elettronico Alibaba, con AliPay, e la popolarissima app WeChat, con il suo servizio di pagamenti. Tra le chat usate alle nostre latitudini, Messenger di Facebook consente lo scambio di denaro tra singoli utenti e anche di gruppo, per raccogliere i soldi di una cena o un regalo condiviso. Funziona come l’invio di un messaggio, ma al posto del testo si scrive la cifra. In alternativa c’è Jiffy (a cui aderiscono più di venti banche nostrane) e N26, che è essa stessa una banca e figura tra i partner di Apple Pay.
Tra i vari contendenti non poteva mancare Amazon, il super colosso dell’e-commerce. Il cui concorrente diretto è, però, per adesso Paypal, la piattaforma californiana che permette di pagare ormai quasi ovunque sul web senza bisogno di carta di credito. Amazon Pay, il sistema di pagamenti già presente in molte parti del mondo, è sbarcato ad aprile pure in Italia. In pratica, gli utenti iscritti alla piattaforma hanno la possibilità di pagare prodotti e servizi di siti terzi usando semplicemente il proprio account. Nel mondo più di 33 milioni di persone hanno già utilizzato Amazon Pay per fare acquisti, con il 32% delle transazioni realizzate da un dispositivo mobile. Il volume di pagamenti con questo sistema, usato da clienti di oltre 170 Paesi, è quasi duplicato nel 2016 grazie al suo utilizzo da parte di venditori di diversi settori come abbigliamento, viaggi, prodotti digitali, assicurazioni, intrattenimento. In Italia, tra gli altri, hanno aderito al progetto la compagnia aerea Vueling e la compagnia assicurativa Europ Assistance Italia.

Verso la disintermediazione.
 La rivoluzione nei pagamenti è epocale ma, almeno per ora, soft. Quasi tutti i metodi innovativi, infatti, funzionano ancora attraverso i tradizionali circuiti bancari. In altre parole, per pagare, bisogna avere una carta o un conto corrente. Ma le cose potrebbero cambiare rapidamente. Le multinazionali del web infatti sono convinte che la rete e i social sostituiranno presto gli sportelli. E a fare le banche ci stanno pensando davvero. Le risorse finanziarie non mancano e gli enormi bacini di utenza fidelizzati e profilati fin nei minimi dettagli potrebbero costituire un fattore competitivo difficile da fronteggiare. Qualcuno ha già mosso i primi passi. Facebook, per esempio, ha ottenuto una licenza per l’emissione di moneta elettronica in Irlanda e sembra che abbia già avviato un confronto con alcune fintech specializzate in trasferimenti di denaro.
Ancora non si tratta di veri e propri servizi bancari. Ma il passo è breve. Come dimostra Paypal, che nel 2004 ottenne un’analoga licenza e tre anni più tardi riuscì a ottenere in Inghilterra una vera licenza bancaria. Con cautela si sta muovendo anche Amazon, che ha recentemente presentato una sua carta di credito, in collaborazione con Jp Morgan, dedicata ai suoi clienti con abbonamento «prime». Il mercato sembra pronto. Una recente ricerca di Accenture ha rivelato che in Europa su 33mila soggetti intervistati circa un terzo non avrebbe problemi a spostare il proprio denaro su un conto gestito da Amazon, Google o Facebook. La percentuale in Italia è addirittura del 41%. Mentre tra i giovani la novità piace a oltre uno su due.
L’ipotesi della disintermediazione spaventa ovviamente le banche, che stanno già dando battaglia sul terreno delle regole. Secondo le fintech, i principali istituti di credito sono in pressing sulla Commissione europea per favorire una definizione delle linee guida della nuova direttiva Ue sui servizi di pagamento (che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il gennaio del prossimo anno) che penalizzi le startup innovative a favore dei servizi bancari tradizionali. Ma le spinte politiche verso l’innovazione e la concorrenza sono forti. E non è detto che le vecchie lobby riescano nell’intento.

La banca dal tabaccaio. Nel frattempo, c’è chi per tenere il passo sta tentando di allargare i propri orizzonti. Se la rivoluzione digitale permette ai cittadini di pagare tasse, bollette e mense scolastiche dal tabaccaio, perché non consentirgli anche di operare sui conti correnti? È l’idea che ha avuto Intesa Sanpaolo, che ha deciso di trasferire le filiali al bar. «Nasce la prima banca di prossimità in Europa, con l’obiettivo di arrivare al cliente, il più vicino possibile, non con uno smartphone ma con una persona, il tabaccaio». Così ha spiegato il responsabile della divisione banca dei territori di Intesa, Stefano Barrese, lanciando Banca 5. L’operazione ruota intorno a Banca Itb, la banca dei tabaccai, che in pochi anni ha conquistato la categoria, contando 23mila affiliati. La società ora è nella mani di Intesa, che vuole coniugare tradizione e innovazione, sfruttando proprio il canale online. I 25 milioni di italiani che passano in tabaccheria potranno acquistare delle smartbox del credito, confezioni di prodotti bancari, e sbrigare le pratiche dalla postazione tecnologica presente nel locale.
Il nome non è casuale. Banca 5 perché 5 sono le linee di prodotti offerti: conto corrente, carta di credito, finanziamenti sotto un certo tetto, assicurazioni di tutela (auto, capofamiglia e animali domestici) e servizi (tra cui l’intermediazione immobiliare). Barrese vede vantaggi per tutti. Ne beneficerebbero i clienti della banca, quelli che già lo sono e quelli che lo diventeranno, visto che la rete di Intesa potrebbe estendersi a «34-35mila punti», andando oltre le filiali e i bancomat.
Per chi apre un conto Banca 5, «basta scendere sotto casa, sfruttando la flessibilità oraria della tabaccheria». Ma la novità, sempre secondo banca Intesa, converrebbe anche al tabaccaio che aderisce all’iniziativa: «Avrà subito in tasca 200 euro al mese, potendo arrivare fino a 1.500 euro di ricavi addizionali».

I rischi della rete.
 L’iniziativa, partita a giugno, potrebbe attirare verso l’online anche fasce di popolazione ancora diffidenti verso i nuovi strumenti e fedeli al contante. Del resto, oltre ai vantaggi la moneta dematerializzata ha anche i suoi problemi. Secondo uno studio dell’Università britannica di Newcastle pubblicato sulla rivista Ieee Security & Privacy bastano sei secondi per clonare una carta di credito. Pochi attimi in cui un cyber criminale sarebbe in grado di trovare il numero, la data di scadenza e anche il codice di sicurezza della carta, utilizzando nient’altro che un computer portatile e una connessione a internet.
Per chi pensa di essere più sicuro utilizzando il proprio telefonino c’è il rapporto di Kaspersky Lab, che l’anno scorso ha individuato 8 milioni e mezzo di software dannosi installati su dispositivi mobili. Si tratta di una cifra praticamente triplicata rispetto all’anno precedente. In appena un anno i ricercatori affermano di aver individuato una quantità di virus mobile pari alla metà di quella rilevata in 11 anni (2004-2015).

[/auth]

La banca nell’era dell’intelligenza artificiale

Blockchain, cognitive computer, software robot: la rivoluzione digitale del credito cambia le regole del gioco. E in Italia c’è chi è in pole position

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Un cambiamento epocale. Quasi un salto quantico, quello che attende il settore bancario nei prossimi anni. Le trasformazioni che hanno interessato il credito nell’ultimo decennio sono solo l’antipasto della rivoluzione, indotta dall’avvento di nuove tecnologie, che sta radicalmente innovando il modello di business del comparto. Un’autentica frattura di sistema che sta già portando gli istituti a spingere gli investimenti nella digitalizzazione sia del back office (con lo sviluppo della gestione intelligente dei big data) sia del front office, con l’accentuazione del passaggio delle principali funzionalità bancarie, a disposizione del cliente, sui dispositivi internet mobili.

Innovazione dietro l’angolo. A segnalare come la digital transformation del canale bancario attraverso la fintech (tecnologia evoluta applicata ai sistemi creditizi) sia un fenomeno in accelerazione è una recente ricerca dell’Idc, International data corporation. La società specializzata in ricerche di mercato spiega che, nonostante gli importanti cambiamenti che hanno interessato il mondo bancario negli ultimi dieci anni, la trasformazione alla quale lo stesso andrà incontro tra il 2017 e il 2020 sarà senza precedenti. Entro tre anni, infatti, le principali tecnologie identificate come disruptive, tra le quali blockchain, cognitive computing e software robot, saranno in uso presso il 50% delle banche di tutto il mondo. Non si tratta di uno scenario ipotetico ma di un quadro in un’avanzata fase di sviluppo. Il 95% delle banche mondiali ha, infatti, già aperto un cantiere per l’adeguamento tecnologico che non si traduce solo in investimenti, e dunque in un’innovazione di processo e di prodotto, ma si sostanzia nell’adozione di un nuovo paradigma. Non basta, infatti, integrare nuove tecnologie nel lavoro. Gli operatori devono affiancarvi servizi finanziari innovativi, riscrivere le modalità di interazione con i clienti, cambiare i modelli di gestione del core business.

Blockchain.
 Le novità non si limitano solo al web e ai canali alternativi di gestione del rapporto con la clientela. Le tecnologie sulle quali oggi si punta per aumentare l’efficienza del sistema sposano algoritmi avanzati che anticipano l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Uno dei campi più promettenti è quello del Blockchain, un sistema nato nell’alveo del Bitcoin, la criptovaluta per le transazioni digitali. Il suo funzionamento si basa su un database che sfrutta la tecnologia peer-to-peer per mantenere collegate, come in una catena, una lista crescente di record. Il sistema è aperto: chiunque può entrare e prelevare informazioni dall’elenco e diventare un “nodo” della rete che certifica i dati contenuti.
Nel caso del Bitcoin, il database è un libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte nella moneta virtuale dal 2009 a oggi, e rese possibili perché approvate ogni volta dal 50%+1 dei nodi. Questo elimina il benestare delle banche per il via libera a una transazione economica. Lo stesso modello, estrapolato dal contesto originario, può essere utilizzato in altri gli ambiti. Per esempio per garantire il corretto scambio di titoli e azioni, per sostituire un atto notarile e per garantire la bontà di un sistema di votazione. Ogni transazione viene, infatti, sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne mantengono l’anonimato.
Queste caratteristiche fanno del Blockchain un protocollo sicuro e inespugnabile sul quale incardinare transazioni con elevato grado di affidabilità e certezza. Per questo 40 banche hanno finanziato la nascita del consorzio R3 Cev che studia l’utilizzo della tecnologia nella piattaforma di pagamento internazionale e la definizione di regole di utilizzo negli scambi monetari. Al consorzio collaborano partner di alto livello come Microsoft Azure, Ibm e Amazon Aws e la presenza di questi big ha stimolato una crescita rapida degli investimenti nel comparto. Così il Blockchain ha le potenzialità per impattare su quasi ogni attività del settore finanziario e rivoluzionare, nel breve termine, il mercato dei pagamenti e del trade finance.

Robot e software intelligenti. Ci sono altre aree di sviluppo tecnologico con le quali le banche dovranno necessariamente confrontarsi a breve. Una di queste è rappresentata dalle «tecnologie cognitive» già impiegate nell’ambito della finanza per risolvere le problematiche relative al rilevamento delle frodi o per fronteggiare gli attacchi di hacker ai sistemi informatici. Nel prossimo futuro gli stessi algoritmi saranno estesi anche, ad esempio, per semplificare la gestione dei prodotti finanziari da parte dei clienti. A questi strumenti si affiancheranno inoltre i nuovi software robot, cosiddetti bots, ovvero le tecnologie Rpa (Robotic process automation) le cui prime applicazioni sono già in uso in molte banche per gestire processi complessi sostituendosi all’uomo. I vantaggi che derivano sono principalmente l’abbattimento dei costi operativi, grazie alla riduzione degli errori di gestione, e l’incremento della soddisfazione dei clienti per la maggiore rapidità delle decisioni.
La fintech rappresenta dunque una nuova base sulla quale le banche potranno costruire le nuove architetture per l’analisi dei dati, l’automazione dei processi e la gestione dei processi decisionali. In breve tempo molte funzionalità dei sistemi ormai obsoleti saranno soppiantate dalle nuove pratiche accelerando, nel complesso, la trasformazione digitale del comparto finanziario.

Automazione evoluta in agenzia. Non solo software avanzato e intelligenza artificiale. Le banche non possono rinunciare alla presenza fisica sul territorio attraverso le agenzie e le filiali. Ma anche in questo caso gli investimenti saranno indirizzati, principalmente, alla riqualificazione e all’aggiornamento evoluto delle modalità di contatto con la clientela. Le aziende di credito sono già oggi, per esempio, fortemente orientate alla gestione intelligente della rete di terminali bancomat per consentire un contenimento dei costi e soddisfare le esigenze della clientela sempre più evoluta. Le aziende che offrono business intelligence in questo settore offrono già soluzioni operative complete.
È il caso della Bassilichi di Firenze che ha recentemente presentato B.Fit, un modello di analisi che consente di dimensionare, ottimizzare e aumentare l’efficacia del canale bancomat. «La nuova suite B.Fit testimonia la propensione all’innovazione che ha sempre guidato le nostre scelte in 60 anni di storia per continuare a offrire soluzioni efficaci in grado di supportare i clienti nella gestione del business e nei processi di trasformazione dettati dall’evoluzione dello scenario competitivo», ha commentato Leonardo Bassilichi, l’amministratore delegato della società. B.Fit rende visibili quattro aspetti fondamentali di una rete di bancomat: la mappatura precisa e completa (geo-localizzazione, unità organizzativa, tipologie di terminali); la rappresentazione del volume di operazioni per terminale, per fascia oraria, per tipologia di operazione; la valutazione della probabilità di coda e la percentuale di abbandono da parte della clientela, con particolare riferimento agli orari a rischio, e la correlazione con il numero di terminali disponibili e, infine, l’analisi dell’obsolescenza del parco terminali in riferimento alla localizzazione, all’unità operativa, alla tipologia e alla correlazione con l’operatività. Il reporting è immediato e le analisi supportano la banca con indicazioni puntuali sui siti in cui è necessario intervenire. Grazie alle informazioni ottenute la banca può destinare nuovi bancomat per aumentare il tasso di automazione di siti con forte saturazione e potrebbe, invece, evitare di posizionare nuovi asset in aree con bassa frequenza di utilizzo.

I player italiani. Anche se alle prese con ricapitalizzazioni importanti imposte dalle autorità europee per adeguarsi a nuovi standard patrimoniali, le istituzioni creditizie italiane non sono rimaste alla finestra nei processi di adeguamento delle loro strutture alla tecnologia più avanzata. Lo testimonia il rapporto The state of digital banking 2016 pubblicato da Forrester Research (società di ricerca di mercato leader mondiale sui temi digital) che ha indicato Intesa Sanpaolo, l’unica europea insieme a Bbva e CaixaBank, tra i sette player mondiali più evoluti in termini di profondità della trasformazione digitale intrapresa. Nel report, l’istituto guidato dall’ad Carlo Messina, è espressamente citato come un benchmark ed evidenziato come un caso di eccellenza internazionale. A Intesa Sanpaolo è stata riconosciuta «la chiara comprensione dei percorsi di acquisto e post-vendita e la superiore capacità di utilizzo dei dati disponibili con le quali ha saputo ridisegnare l’esperienza multicanale della clientela». La leva sulle tecnologie digitali per implementare una forte integrazione dei dati (reddituali, transazionali, comportamenti multicanale da fonti interne ed esterne) unita alla visione globale del cliente, ha permesso l’avvio di un vero approccio di real time marketing. In parallelo sono stati rivisti i processi, anche in filiale, per rispondere sempre più in tempo reale alle richieste della clientela e recuperare così efficienza. Il rapporto cita anche esempi concreti: sui prestiti personali e carte di credito circa il 25% delle erogazioni avviene ora in tempo reale, mentre un ulteriore 60% è chiuso in giornata. Da sottolineare anche che la velocità non è andata a discapito dei conti aziendali: nei primi undici mesi del 2016 l’introduzione del nuovo processo multicanale ha ridotto drasticamente il peso del credito problematico.
Al dinamismo digitale di Intesa Sanpaolo risponderà in tempi brevissimi Unicredit con l’avvio operativo di Buddybank, la banca nativa digitale del gruppo progettata a misura di smartphone. La partenza, che doveva avvenire il primo gennaio scorso, è stata posticipata e l’annuncio dello slittamento è arrivato dal responsabile del progetto, Angelo D’Alessandro, che per la comunicazione ha scelto uno strumento in linea con lo spirito della banca: un post sul social Instagram.  Già dalla partenza, Buddybank si focalizzerà esclusivamente sul canale smartphone per offrire tre prodotti finanziari classici (il conto corrente, la carta di credito o debito e prestiti personali fino a 25mila euro) più un servizio di concierge via chat o telefono, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, che assisterà i clienti anche in operazioni quotidiane, quali la prenotazione di un ristorante, lo spostamento in taxi o la pianificazione di un viaggio  attraverso una rete di partnership con altre startup o aziende. L’obiettivo è di raggiungere il break-even al terzo anno con 300mila clienti e un cost/income del 30% in cinque anni. Un’idea che potrebbe diventare esperienza di riferimento di un nuovo concetto di credito digitale in tutto il mondo. Secondo i piani di sviluppo a fine 2018 è previsto che Buddybank approdi negli Usa. «Partendo dalla California», ha spiegato alla presentazione ufficiale D’Alessandro che ha aggiunto: «Stiamo valutando con il top management altri paesi. Con la licenza italiana possiamo andare in due mesi in tutti i paesi Ue, ma pensiamo anche a Sudamerica, Asia e Africa».

[/auth]

Lasciate stare le banche popolari

Il modello cooperativo degli istituti di credito legati al territorio, è messo in discussione. Il presidente di Assopopolari spiega come andrebbe difeso e perchè i numeri gli danno ragione. E ricorda che ci sono banche che non hanno mai venduto derivati, fatto subprime, emesso subordinate…

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il 2017 sarà un anno importante per le banche popolari. La Corte Costituzionale scioglierà definitivamente il nodo sul cambio della governance e nel frattempo si capirà se la fusione tra Banco Popolare e Bpm sarà un caso isolato oppure l’inizio di una trasformazione più profonda. Nel frattempo anche il mondo delle Bcc va incontro a mutamenti epocali. Con il raggruppamento sotto diverse holding: nel giro di poco tempo 250 banche si uniranno in tre o quattro gruppi di respiro nazionale. Con Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari, proviamo a immaginare quale sarà il futuro del credito cooperativo.

Cominciamo con la domanda più facile: che cosa sta accadendo?
Il modello cooperativo sembra messo in discussione, nella forma e in quello spirito che caratterizza le banche di territorio al di là della loro dimensione. Noi siamo decisi a difenderlo. I numeri ci danno ragione. Abbiamo una patrimonializzazione di categoria che è il doppio di quella richiesta. Difendiamo il regime di concorrenza nel settore,  che solo le banche territoriali assicurano. Difendiamo il solido legame con l’economia reale che rappresentano. È della primavera scorsa la notizia che il ministro delle Finanze tedesco e quello inglese sono intervenuti presso l’Ue proprio per la tutela delle banche di territorio. La generale constatazione che la Borsa punisce le banche che fanno credito deve oggi far riflettere il mondo dell’impresa, ma non solo.

In Italia lo Stato torna azionista delle banche. La stagione delle privatizzazioni si è chiusa o quella in corso è solamente una pausa?
Le strutture del credito vanno affrancate da conduzioni pubbliche e para- pubbliche che le legano a un passato del tutto superato. I risparmiatori e gli investitori non possono essere chiamati a rispondere di responsabilità che, anche nell’allocazione del risparmio, fanno capo, in ultima analisi (e da sempre), allo Stato. Che infatti ne rispondeva.

Che cosa vuol dire?
Che bisogna impedire la proliferazione di iniziative come i diversi fondi allestiti per i salvataggi bancari.

E perché?

Perché mettono a carico delle banche gestite bene il soccorso alle concorrenti in dissesto. Come si è visto si tratta di iniziative con il fiato corto.

Se non intervengono le altre banche si impone la presenza dello Stato che però non vi piace. Come uscirne?
È urgente il ritorno allo Stato di diritto, anzitutto attraverso una giustizia civile efficiente, che ripristini il valore dei contratti privati, anche accorciando i tempi delle procedure concorsuali. Bisogna inoltre chiedersi se la politica  monetaria sia davvero in grado di farci superare il momento critico che attraversa l’Europa.

Non le piace quello che fa Draghi?
Ricordo che la politica dei tassi d’interesse negativi o al minimo è all’origine della crisi del 2007. Adottarla non induce «ad affamare la bestia» (come si dice negli Stati Uniti) della spesa pubblica, né a ridurre il debito che imbriglia l’iniziativa privata. II sistema bancario non può ancora essere condizionato dal pericolo di una fuga di denaro. Non può essere anchilosato da un eccesso di regolamentazione, proveniente proprio da un’istituzione che ha posto la proporzionalità della rappresentanza tra i suoi principi fondamentali. In qualche momento, abbiamo perfino avuto l’impressione che sia in atto una campagna preordinata contro le banche della nostra categoria.

Vuol dire che istituzioni europee vogliono le banche a taglia unica privilegiando il modello della Spa?

Diciamo che non hanno mostrato interesse per il nostro modello di governance. Senza accorgersi che ci sono popolari che non hanno applicato l’anatocismo ancora anni prima che venisse vietato, non hanno venduto derivati, non hanno fatto subprime (neppure all’italiana), non hanno emesso una subordinata. E hanno un Tier1 anche superiore al 18%. Eppure sono cose che forse a Francoforte trascurano e che non si riesce a far scrivere da nessun giornale. Non per dire che altri comportamenti siano scorretti, perché non lo sono, ma semplicemente perché sono una notizia e i giornali vendono notizie. Però non c’è niente da fare. Non passa.

È anche vero che la banche non fanno molto per rendersi simpatiche. Ultimamente hanno perso anche l’affidabilità. Non è proprio una situazione splendida, non trova?
Prendersela con le banche non conviene a nessuno. Se non a chi pensa di poter ridurre il mercato del credito a un insieme di poche presenze che poi facilmente farebbero valere la propria posizione oligopolistica. Le banche di territorio sono il primo ostacolo a un disegno del genere. Per questo sono osteggiate.Un complotto ai danni delle banche popolari? Difficile da credere…
Le popolari fanno gola perché sono le più patrimonializzate del sistema. Fare i banchieri è sempre stato difficile. Ma oggi è difficile anche farlo serenamente: in caso di imprese in crisi, prefetti e sindacati chiedono che non venga tagliato il credito, che si evitino i licenziamenti. Chi si rifiuta è messo alla gogna ma chi lo fa, finisce davanti al giudice penale per abuso di credito.E l’Unione Europea?
L’Europa dei burocrati ci mette pesantemente del suo. La normativa sulla risoluzione delle crisi bancarie attraverso il bail-in è stata recepita con scarsa attenzione dal Parlamento italiano. Contro di essa si è espresso anche il Fondo monetario internazionale.Siamo alle solite però: la colpa è sempre degli altri. Mai possibile che i banchieri non abbiano mai responsabilità?
Tocca ai magistrati individuare le responsabilità. Vorrei ricordare, però, che nel diritto penale le colpe sono personali e non possono essere attribuite all’intero sistema. Invece l’opinione pubblica è inondata di dubbi, di remote eventualità, di possibili pericoli. Le banche che vanno bene sono state gravate dall’obbligo di mettere in sicurezza alcune banche da tempo commissariate. Fra l’altro tutte casse di risparmio o ex casse di risparmio, a eccezione di una sola popolare. Ma correggere informazioni errate al proposito è stato molto difficile.Ancora un’assoluzione per il credito facile?
Le banche hanno fatto le cose non nel modo in cui avevano pensato di farlo, ma nel modo in cui è stato loro imposto. Col risultato, per esempio, di creare il problema delle obbligazioni subordinate che altrimenti non ci sarebbe stato. Una struttura di regole così complicato da aver spinto un colosso come Barclays a pagare 250 milioni a Mediobanca perché rilevasse i suoi sportelli. Il venditore che paga il compratore pur di liberarsi delle proprie  attività. Converrà che c’è qualcosa di malato in questa inversione dei ruoli. Soprattutto dovrebbero riflettere gli imprenditori che credono ancora in un sistema libero di economia e non solo nei sussidi di uno Stato onnivoro.

Da questa descrizione l’Italia appare come un Paese dov’è difficile fare tutto. Non solo impresa ma anche banca. Forse un eccesso di pessimismo, non crede?

Chi può continuare a operare serenamente sul mercato del credito nella situazione attuale, in un paese nel quale lo Stato, nel silenzio assordante di ogni altra istituzione, lascia spendere il proprio nome come garante in una megagalattica operazione in favore di chi raccoglie ma non fa credito? Siamo in una situazione in cui lo Stato parteggia per una parte in concorrenza le altre.

Ogni  riferimento a Poste Italiane non è casuale. Le banche popolari come si collocano in questa partita?
Il credito popolare e cooperativo è oggi una realtà in continua espansione. Nel mondo sono attivi oltre 200mila istituti di territorio che hanno 435 milioni di soci, 700 milioni di clienti, 9mila miliardi di euro di raccolta e 7mila di impieghi. Assopopolari (oggi Associazione di banche popolari e del territorio) conta 63 banche associate, 52 società finanziarie e 150 banche corrispondenti per un complesso di 1,3 milioni di soci, 12,4 milioni di clienti, 8.700 dipendenti, 450 miliardi di attivo. La quota di mercato è pari al 25% sia nella raccolta sia negli impieghi.

Qual è lo scenario fuori dall’Italia?
La cooperazione bancaria è, per la sua stessa storia, ben radicata nel Nordamerica e in Europa. Oggi appare in forte-espansione in Africa e in Sudamerica. Crescenti manifestazioni di interesse provengono dalla Cina, dove le banche cooperative hanno una radicata tradizione. Ovunque è apprezzato il fatto che le banche territoriali non vanno e vengono dal loro territorio. Sono anzi inscindibilmente legate (per dirla con Adam Smith: non per beneficenza, ma nel loro stesso interesse) al progresso e allo sviluppo dell’area in cui sono insediate, con quote di mercato che ne fanno, come bene è stato detto, dei «piccoli giganti».

Che cosa vuol dire in concreto?

Guardate alle condizioni del credito nel nostro Sud. È stato colpito, dopo l’eliminazione delle banche di territorio, da una crisi di liquidità che tutti conoscono ma di cui nessuno parla: le poche grosse banche rimaste erogano finanziamenti dove già (e se) gli conviene.

Sta descrivendo il piccolo mondo antico che andava bene a metà dell’800 quando le prime popolari videro la luce. Ma adesso?
Il loro ruolo resta fondamentale per l’economia locale. Le banche popolari investono nel loro territorio quanto in esso raccolgono. Esaltano la mutualità che ci caratterizza (la nostra forza è rappresentata dal rapporto socio-cliente) sotto un particolare aspetto. Quello della «solidarietà di territorio», che non è chiusura ma sinergia. Hanno, cosa che in molti trascurano, nel loro stesso modo di fare banca, l’economia di scala migliore. Il monitoraggio dei clienti è esercitato da un controllo sociale che va ben al di la dei contratti. Le banche locali, per questo, sono contraddistinte in assoluto dai migliori indici di redditività e da una migliore qualità del credito. E anche per questo sono state in altri periodi storici assediate e soggette a indebite forzature.

Per esempio?
Nel 1927 il governo dispose a quelle con depositi inferiori a 5 milioni di fondersi o essere poste in liquidazione. Quelle con depositi inferiori a 10 milioni venivano costrette a confluire in qualche altra banca della categoria.

La storia si ripete considerando il decreto che impone il cambio di governance…
Oggi il nostro paese è tenuto in scacco da quello che abbiamo chiamato «il vento del bonapartismo economico». E questo nonostante l’esperienza degli Stati Uniti e le recenti vicende dimostrino che il gigantismo bancario non è la cura di tutti i mali, non rende necessariamente il sistema più stabile. Spesso non contribuisce neppure a una sua maggior efficienza.

Che cos’è il bonapartismo economico?
Qualcuno, come l’economista bolognese Stefano Zamagni ha ipotizzato l’esistenza di un preciso disegno che punta all’eliminazione delle banche del territorio. Non direttamente ma esasperando il rispetto di regole troppo pesanti,

Una specie di Spectre mondiale del credito. Tesi suggestiva ma su quali basi si appoggia?
L’economia globalizzata appare sempre di più dominata dalla grande finanza e dalla tecnocrazia. La concentrazione spinta del sistema bancario ha portato a meccanismi collusivi tra le diverse banche e tra le banche e i grandi gruppi industriali. Un meccanismo che è stato alla base del crack del 2007. Proprio per questo condivido la tesi di Marco Vitale, economista di valore e grande esperto di banche popolari.

E qual è la tesi di Marco Vitale?
Le banche devono diventare sempre più omogenee, burocratiche, rigide, anonime e staccate dal territorio e da simili sentimentalismi. Senza anima, identità e cultura. Per fortuna la Costituzione e un grande baluardo contro queste forzature.

[/auth]

Mercati finanziari: a che punto è il processo d’integrazione

Regole e vigilanza restano ancora molto difformi tra i Paesi della Ue e possono penalizzare gli investitori retail. In un sistema integrato, invece, i risparmi delle famiglie potrebbero fluire liberamente verso le imprese e l’economia reale. Cosa è stato fatto finora e quanta strada resta da percorrere per raggiungere l’obiettivo? Se n’è parlato in una tavola rotonda all’Università Cattolica di Milano

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Molto è stato fatto ma ancora molto c’è da fare. Sia sul fronte di regole comuni e condivise tra tutti gli Stati membri per il buon funzionamento dei mercati sia su quello della distribuzione delle risorse, trasferendo il risparmio privato delle famiglie alle piccole e medie imprese per favorirne la competitività, l’innovazione, l’internazionalizzazione. In particolare in Italia, dove i finanziamenti alle imprese per oltre l’80% dipendono ancora dal sistema bancario che non sta vivendo certo una delle sue stagioni più felici. Ma in che modo nel percorso dell’Unione europea si può e si deve accelerare il processo d’integrazione finanziaria (dai mercati alla consulenza al fattore decisivo dei finanziamenti) per far sì che i suoi benefici si trasferiscano all’economia reale?

È la domanda con la quale Alberto Banfi, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica di Milano, ha aperto come moderatore la tavola rotonda su I mercati e gli intermediari finanziari nel processo di integrazione europea, organizzata da Nifa, New international finance association, alla Cattolica, nell’ambito dei convegni promossi presso le università con la collaborazione della rappresentanza regionale della Commissione europea a Milano.

La prima a rispondere è stata Nadia Linciano, responsabile dell’Ufficio studi della Consob. L’Unione del mercato dei capitali (il Capital market union), ha spiegato, «è un progetto che Consob sente come fondamentale e auspicava da tempo». Già nel 2013, nella tradizionale relazione annuale al mercato, il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, aveva auspicato una maggiore integrazione dei mercati dei capitali e un’omogeneità sia delle regole sia delle prassi di vigilanza che restano molto difformi tra i Paesi membri della Ue e possono penalizzare gli investitori retail.

In un mercato integrato dei capitali, ha sottolineato Linciano, «le risorse finanziarie dovrebbero fluire liberamente dai settori in surplus, tipicamente quello delle famiglie-risparmiatrici, a quelli in deficit come le imprese. L’obiettivo è agevolare questo flusso a livello europeo. E il piano d’azione indica due leve da utilizzare per creare le condizioni per raggiungerlo: trasparenza informativa e consulenza. Il pubblico retail deve avere a disposizione informazioni corrette per scegliere e poter contare su un supporto professionale che lo aiuti a fare scelte più adeguate».

 

Informazione e consulenza. Per capire quanto siano importanti, il responsabile uffici studi della Consob, ha illustrato l’ultimo Rapporto sulle scelte d’investimento degli italiani realizzato proprio dalla Commissione. «Osservando i dati del 2007, l’anno precedente all’inizio della grande crisi finanziaria scatenata dai muti subprime americani, e quelli del 2015, si evince che la partecipazione delle famiglie ai mercati finanziari sta gradualmente tornando ai livelli pre crisi. Nel 2007 il 55% delle famiglie possedeva almeno uno strumento finanziario, poi questa percentuale si è notevolmente ridotta negli anni successivi. A fine 2015 si è invece ritornati quasi al 50%. Oltre la metà della ricchezza delle famiglie però rimane allocata in conti correnti e depositi postali. Questo significa», ha spiegato Linciano, «che gli italiani sono ancora molto concentrati su prodotti liquidi, molto di più di quanto non lo fossero nel 2007, quando la percentuale di liquidità era inferiore al 40%».

Ma quali sono le richieste dei risparmiatori, ovvero le condizioni offerte dal mercato per incentivare i loro investimenti? Al primo posto c’è la possibilità di potere investire in prodotti che proteggano il capitale o garantiscono un rendimento minimo, al secondo la fiducia negli intermediari. Non è un caso che solo il 12% ritiene importante la documentazione che viene fornita al momento dell’investimento. «Questo», ha avvertito Linciano, «sollecita più di una riflessione su quanto a livello europeo e nazionale si debba ancora lavorare sulla financial disclosure perché oggi l’informazione finanziaria non è ancora ritenuta utile per investire in quanto considerata troppo complessa, ponderosa, voluminosa. Quindi difficile da capire senza una cultura finanziaria adeguata. Per questo è necessario impegnarsi molto sulla semplificazione dell’informazione anche se molti passaggi in questa direzione sono già stati fatti. In questo processo è utile lasciarsi ispirare dalla finanza comportamentale, tema che Consob già da anni sta approfondendo, e capire come questa disciplina possa essere utilizzata nell’ambito della regolamentazione dei mercati».

Del resto semplificare l’informazione, farla comprendere, aiuta l’investitore a migliorare la capacità di percepire il rischio e aumenta la sua disponibilità a investire. Oltre alla semplificazione dell’informazione, l’altro aspetto del piano d’azione riguarda lo sviluppo della consulenza. Disporre di un supporto professionale consente di migliorare la qualità delle scelte dell’investitore. In questo ambito bisogna ancora lavorare molto non tanto a livello regolamentare (la Mifid II prevede già il potenziamento della consulenza) ma sull’educazione finanziaria per avvicinare l’investitore a questo supporto professionale. Oggi il 38% degli italiani preferisce nelle scelte d’investimento avvalersi del parere di amici, familiari e parenti mentre la consulenza è utilizzata solo dal 28%. E dai sondaggi si riscontra anche una bassa disponibilità a pagare per il servizio di consulenza perché non se ne percepisce il valore aggiunto.

[/auth]

Quanto guadagna il private banker

Prendono fino a 250mila euro, più una quota variabile che può far raddoppiare la cifra. E se passano da una banca a un’altra, intascano dal 2 al 3% del portafoglio che si portano dietro

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Frequenti cambi di casacca negli ultimi mesi. La nascita di nuove divisioni specializzate in gestione di grandi patrimoni. L’interesse di numerosi operatori verso il gruppo Generali. Tutti segnali di quanto sia diventato profittevole il comparto del private banking, che agli operatori finanziari consente di non assorbire capitale, programmare gli investimenti con un’ottica di medio-lungo termine e offrire marginalità elevata nonostante i tassi vicini ai minimi storici.

Si muovono i colossi. A indicare la rotta sono i big del settore. Fideuram-Intesa Sanpaolo Private banking ha aperto il nuovo anno mettendo nel mirino il colosso assicurativo Generali, che è anche leader italiano nel risparmio gestito, con una società di eccellenza nel private banking come Banca Generali. Anche in Unicredit hanno rinnovato il posizionamento con la nascita di Cordusio Sim, affidata al manager di lungo corso Paolo Langé con il compito di farne l’hub del wealth management per i clienti facoltosi del gruppo. A fine 2016 Mediobanca ha annunciato il cambio di passo, con il nuovo piano industriale che prevede di arrivare al 2019 con un’incidenza del wealth management nella misura del 40% per quel che concerne le commissioni (oggi sono al 21%) e del 15% dell’utile operativo (oggi al 7%).

Caccia ai reclutamenti. Se i grandi brand hanno capacità attrattiva, va comunque detto che a fare davvero la differenza sono i professionisti. Così, uno spostamento da una società all’altra di un banker di peso ed esperienza può significare uno spostamento di qualche decina di milioni di euro. E cambi di casacca sono frequenti, con le reti che sono tra le realtà più attive. «Alla fine del primo semestre 2016, il numero dei private banker ha raggiunto quota 12.129, più del doppio rispetto ai 5.534 censiti due anni prima», spiega Marzo Mazzoni, presidente della società di consulenza Magstat.

Di pari passo sono mutati i pesi delle diverse formule contrattuali, con i banker che operano come agenti passati in 24 mesi dal 14% al 50% del totale. I  passaggi da una struttura all’altra di solito arrivano dietro lauti compensi. Il giro di portafoglio può andare dal 2 al 3% in caso di patrimonio gestito e intorno al 2% per l’amministrato, secondo le rilevazioni della stessa Magstat.

Verosimilmente la caccia ai migliori professionisti continuerà ancora per diverso tempo, dato che il risparmio gestito continua ad accumulare risorse in presenza di mercati incerti e tassi bassi che rendono poco appetibile il fai da te. Anche se un report di Mediobanca Securities avverte che a lungo andare le spese per trattenere i migliori e conquistarne di nuovi rischiano di diventare difficilmente sostenibili.

I compensi. Da Magstat arriva anche un quadro della situazione relativo ai compensi dei professionisti del settore. Si scopre così che un junior private banker può guadagnare da 46 a 66mila euro lordi annui di fisso, ai quali si aggiunge una quota del variabile che può arrivare fino al 50% e benefit di di utilità personale e familiare (previdenza integrativa, assistenza sanitaria). Il private banker con qualche anno di esperienza può invece spuntare da 62 a 100mila euro, con la quota legata ai risultati che può raddoppiare l’importo complessivo e i benefit già visti per i junior che vengono concessi con maggiore frequenza. Infine, nel caso del senior private banker, il fisso può arrivare anche a 250mila euro.

Nel caso, invece, in cui la retribuzione sia tutta variabile, il compenso dei consulente finanziario, in questo caso la classificazione è generale, può andare da un minimo di 80mila a un massimo di 300mila euro, in base al portafoglio clienti gestito (da 20 a 100 milioni ) e alla redditività dello stesso.

In genere il fisso oscilla tra i 90mila e i 250mila euro lordi annui anche nel caso del team leader, colui cioè che coordina tre-sei private banker al fine di raggiungere gli obiettivi fissati dalla banca. E gestisce anche un portafoglio personale superiore ai 50 milioni di euro. I benefit già citati sono molto frequenti per questa figura, che nel caso non sia assunto, ma operi come libero professionista in genere può spuntare da 100 a 300mila. A completare il quadro è l’area manager, che porta a casa tra i 120 e i 250mila euro di fisso più benefit, mentre, se non è assunto, in genere guadagna tra 160 e 400mila.

Le società si tutelano. D’altro canto, le società cercano di tutelarsi dai continui cambi di casacca spingendo i professionisti a siglare accordi ad hoc. Come il patto di non concorrenza con il quale il private banker si impegna a non esercitare delle attività in concorrenza su un certo territorio (una o più regioni) per un certo periodo di tempo (da 12 a 24 mesi) dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. In cambio riceve un’indennità/bouns che si aggiunge alla retribuzione annuale lorda. In caso di inadempimento è prevista una penale che può anche essere pari a due-tre volte l’ultima retribuzione annuale lorda, ferme restando la risarcibilità del danno ulteriore che dovesse derivare da tale condotta.

Alcune società fanno invece stipulare un patto di stabilità o durata minima, con il quale il banker banker si impegna a non lasciare la banca per un determinato periodo che solitamente varia da 1 a 5 anni, anche in questo caso con la previsione di penali in caso di inadempienze. Da segnalare anche la previsione di premi in denaro e stock option, generalmente dilazionati nel tempo per tutelarsi in caso di scioglimento del rapporto di lavoro.

[/auth]