Scenari

Fondi Europei: eccezionale opportunità di sviluppo e di crescita

L’Unione Europea dispone di diversi programmi di finanziamento ed eroga fondi diretti o indiretti

L’Italian sounding non esiste

I prodotti italiani e le loro presunte contraffazioni si rivolgono a consumatori diversi. “Per aumentare le quote di mercato dei prodotti italiani serve un’azione marketing più incisiva”.

  • Italian sounding non è un sinonimo di contraffazione 
  • Prodotti italiani e prodotti Italian sounding si rivolgono a consumatori diversi 
  • La tutela del prodotto attraverso DOP o DOCG non è sufficiente  

L’espressione Italian sounding è diventata, nel gerco comune, un sinonimo di contraffazione dei prodotti agroalimentari italiani. Tuttavia, l’esperienza di ExportUSA suggerisce che il famigerato Italian sounding sia poco più di un mito: l’Italian sounding non fa concorrenza sleale ai prodotti di origine italiana, ma, in realtà, negli Stati Uniti, si rivolge a un consumatore diverso. 

Secondo i dati di ExportUSA, negli Stati Uniti il costo di mezza libbra (l’unità di prodotto più acquistata equivalente a 227 grammi) di Parmigiano Reggiano è di 12.50 dollari. La stessa quantità di Parmesan costa 5.90 dollari. Il fatto che i due formaggi, per quanto simili, costino in modo così differente al consumatore li mette in due segmenti di mercato distinti. Per cui, anche nel momento in cui l’Amministrazione americana dovesse inasprire i dazi sul Grana e Parmigiano, le vendite non dovrebbero risentirne. 

“I prodotti Italian sounding venduti sul mercato americano” dice Lucio Miranda, presidente di ExportUSA “non rubano nulla alle vendite delle specialità alimentari italiane importate dal nostro Paese. Chi compra il Cambozola o il Parmesanito lo fa perché è convinto di voler comprare Cambozola o Parmesanito.” 

Infatti, nell’esperienza di ExportUSA, contrariamente al luogo comune, il consumatore americano è molto attento a quello che compra, leggendo sempre l’etichetta. Sui prodotti italiani, è scritto product of Italy (prodotto italiano) eliminando, così, qualsiasi possibilità di equivoco.

“Il mercato delle specialità alimentari italiane in America è appannaggio di consumatori che conoscono il prodotto. Chi compra il Parmigiano Reggiano lo conosce o sa che il Parmesanito viene dall’Argentina o da altri Paesi” commenta Miranda.

Tuttavia, non è sufficiente che i prodotti italiani difendano le proprie quote di mercato negli Stati Uniti. Per espanderle, secondo Lucio Miranda, non bisogna puntare solo sulla tutela del prodotto in termini di DOCG o DOP, ma bisogna fare un passo ulteriore ed essere più creativi.

“Se si vuole ridurre la quota di mercato di prodotti Italian sounding a favore dei prodotti italiani” conclude Miranda “servono operazioni di marketing più mirate, in quanto la strada della tutela governativa dei prodotti italiani non ha, ad oggi, prodotto risultati tangibili”.

Quando la terra batte il mattone

Partito dall’edilizia 50 anni fa, ha poi diversificato scommettendo su turismo d’élite e produzione vinicola d’eccellenza, che oggi fa la parte del leone, con 68 dei 148 milioni complessivi di fatturato. E conta di superare i 90 milioni entro il 2021 puntando tutto sulla qualità.

«Le costruzioni sono ciò che ha generato tutto. Sono state la mamma di tanti: in passato però. Da dieci anni il settore è in crisi. Noi non possiamo lamentarci, ma se mi guardo attorno, anche solo qui a Brescia, vedo aziende secolari che hanno chiuso. C’è chi non ce l’ha fatta e chi si è ritirato prima che la barca affondasse». A dirlo è Vittorio Moretti, presidente del Gruppo Terra Moretti, conosciuto anche come il signore delle bollicine: Bellavista in testa.

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Cinquant’anni fa, esordiva come costruttore fondando un’azienda che, nonostante i tempi di crisi del settore, può contare su un fatturato di 64 milioni. È la Moretti spa, una delle pochissime aziende in Italia a integrare al suo interno prefabbricazione in cemento armato e legno lamellare, da sempre all’avanguardia nell’innovazione di prodotto e di processo, capace di progettare e costruire edifici e opere di rilievo. «Ogni due giorni portiamo a termine una nuova commessa. Però con una differenza rispetto al passato. Un tempo con l’edilizia si guadagnava il 5%, con il boom, poi, assistemmo a un’esplosione. La crisi ha ridotto drasticamente i margini, anche se in questi ultimi anni abbiamo lavorato molto per migliorare la nostra redditività», sottolinea Moretti, colui che ha posto la firma su progetti ciclopici. Per citare i più recenti, si va dal centro commerciale di Arese a Scalo Milano, dal nuovo polo produttivo di Bulgari a Valenza agli uffici Gucci a Scandicci. E poi quasi 300 cantine. Ma la chiave del successo del gruppo è l’aver diversificato le attività, e soprattutto in anticipo sui tempi.
L’impero Moretti conta infatti 11 aziende raggruppate in tre divisioni: edilizia, vino e hôtellerie di lusso, filoni seguiti dalle tre figlie, rispettivamente Valentina, Francesca e Carmen. È il filone numero due, quello connesso con la terra, il protagonista del grande sorpasso. Parlano i numeri. Nel 2016 il gruppo (752 dipendenti) ha generato un consolidato di quasi 148 milioni di euro, di cui 68 derivati dal vino, 64 dall’edilizia e 16 dal settore alberghiero. A fine 2016 si è chiuso l’acquisto, dal Gruppo Campari, delle cantine sarde Sella&Mosca e Teruzzi a San Gimignano, così ulteriori 554 ettari vitati sono andati ad aggiungersi a quelli in Franciacorta (Bellavista e Contadi Castaldi) e in Toscana (Petra e Tenuta La Badiola). E non è solo una questione di ettari, anche di marchi di prestigio. Terra Moretti è diventata la quarta realtà vitivinicola italiana per ettari vitati (1.084) 9,6 milioni di bottiglie vendute. Moretti è il creatore di vini di pregio e di un marchio riconosciuto come Bellavista, sulla scia del quale sono nate le etichette Contadi Castaldi, Petra e Tenuta La Badiola.

Fedele al Dna di famiglia e luogo d’origine (siamo nell’operosa Erbusco, alle porte di Brescia) Moretti esordì come costruttore nel 1967. Tempo dieci anni e iniziò a diversificare, puntando prima sul vino, quindi su attività turistico-alberghiere che potessero attrarre in Franciacorta un turismo d’élite. Nascevano così il Golf Club di Franciacorta (1985), quindi il ristorante Mongolfiera dei Sodi e il relais L’Albereta (1993): un’oasi di benessere che ospita l’Espace Vitalità di Henri Chenot e ristoranti d’eccellenza, dove per vent’anni ha operato Gualtiero Marchesi in persona.
Dopo la Lombardia, è stata la volta della Toscana. A sete chilometri dalla costa tirrenica, un soffio da Castiglione della Pescaia, vennero acquistate e completamente ristrutturate la Tenuta La Badiola e L’Andana. Mentre tra le colline della Val di Cornia prendeva forma l’area vitivinicola Petra. Anche qui nozze con le grandi firme. Cantina di Mario Botta per Petra e ristoranti, prima di Alain Ducasse e ora di Enrico Bartolini all’Andana. «Lo dico sempre: bisogna investire nella terra. Ho sempre creduto nella terra e oggi iniziamo ad averne tanta», osserva Moretti. Che, insaziabile, o meglio, imprenditore fino all’ultima cellula, pensa al prossimo passo nel mondo del vino.
«L’idea è quella di superare i 90 milioni di fatturato entro il 2021», un aumento importante, da ottenersi introducendo «prodotti nuovi, più competitivi, adatti anche a un mercato più ampio. Lavoreremo sulla qualità, la quantità invece deve rimanere quella. Poi viene il marketing e infine il commerciale. Stiamo riqualificando i vigneti in Sardegna, vorremmo fare vini più importanti. E si parte dalla materia prima: il vino si fa con l’uva. Bisogna poi guardare sempre di più all’estero, aumentare le esportazioni».
Moretti ha guardato all’estero già all’atto dell’acquisto creando un’alleanza con investitori cinesi, come la società d’investimenti Nuo Capital. «Cercavamo un partner per sviluppare il mercato asiatico. Poi tramite Intesa Sanpaolo siamo venuti a conoscenza di una società con capitali cinesi che appartiene alla famiglia di sir Yue Kong Pao (il magnate dei mari, passato alla storia come L’Onassis dell’Est, ndr). La decisione è stata presa in giornata, anche se poi le trattative con i rappresentanti della Nuo sono andate avanti per dieci mesi. Mi ha colpito subito l’affinità tra le nostre due famiglie, sebbene loro abbiano capitali diversi. O meglio, più che diversi, i loro sono immensi». Si tratta del primo investimento di Nuo Capital in Italia. «Volevano iniziare con quote minoritarie in società medio-piccole. E noi volevamo capitali, detenendo però la maggioranza, in Terra Moretti Distribuzioni (creata per le strategie distributive, ndr) abbiamo infatti ancora  il 70%». Per dire che, a tacere dei capitali d’Oriente, bandiera, maggioranza e gestione  permangono italiani.

Vittorio Moretti è inoltre il presidente del Consorzio Franciacorta. Che esporta il 12%, ma l’obiettivo «è di portarlo al 40%. Il problema dei nostri vini franciacortini è che si scontrano con lo Champagne e i suoi secoli di storia. I francesi, poi, sono venditori per indole. Sono bravi in questo. Ma a livello di qualità, non abbiamo nulla da invidiare. Dobbiamo conquistare i nuovi mercati e quelli dove lo Champagne non esercita grande attrattiva. L’Oriente per dire. Lì ci sono ancora possibilità. Del resto il Giappone è il primo mercato d’esportazione per il Franciacorta».
Il 2017 è stato l’anno dei grandi anniversari della holding Terra Moretti. Quarant’anni di Bellavista, 30 di Contadi Castaldi, 50 per Moretti Costruzioni e altrettanti di matrimonio con l’inseparabile Mariella («quando ci siamo conosciuti, io avevo 18 anni e lei 16. Quindi in totale sono 60. E siamo sempre andati d’accordo»). Compleanni festeggiati a pochi giorni dallo scadere dell’anno in una struttura industriale totalmente riallestita, con tutti i dipendenti, per i quali è stato lanciato un nuovo grande progetto di welfare aziendale. E l’uscita di un libro, Made in family, firmato da Oliviero Toscani: un ritratto di famiglia che parte con l’identikit di Vittorio, colui che «inventa e realizza, inventa e realizza, altrimenti non è tranquillo», assicura la moglie.
Un uomo del fare, figlio di una terra di concretezza. Perché è vero, è nato a Firenze ma solo perché papà aveva un cantiere lì. Quindi ha trascorso l’adolescenza a Milano, ma è poi tornato ad Erbusco, alle radici. «Da parte di mamma, siamo a Erbusco dal 1200, per parte di papà dal 1400, e già a quell’epoca i Moretti erano costruttori». Trascorsi scolastici non proprio da primo della classe, anzi «il primo anno di studi di scuola superiore fu piuttosto disastroso», ed ecco l’intervento immediato del padre che tagliò corto: «Adesso vai a fare il magutt. Se vuoi studiare, lo farai la sera». Fatto. «Accettai, a patto che  potessi tenere per me qualche soldo. Poi mi diplomai come perito edile». Il denaro?  “Mi piace e mi è sempre piaciuto averlo e usarlo come mezzo per raggiungere obiettivi. L’obiettivo numero uno è vivere bene. Ammetto di non essermi mai fatto mancare niente».

È lui il grande capo, non c’è scampo. L’ultima parola è la sua, anche se il cammino di questi ultimi anni è condiviso, come si diceva, con le tre figlie: ognuna impegnata su un fronte. Quanto è difficile conciliare le ragioni del cuore con quelle degli affari, essere padre e il boss d’azienda? «I rapporti con i genitori non sempre sono lineari. Ambrosetti mi diceva di non fare l’errore di mescolare business e famiglia. La famiglia è fatta di affetti, e il business di numeri. È importante che il concetto sia chiaro e si mantenga questa netta divisione. Ho poi avuto la fortuna dalla mia parte, dal momento che le figlie hanno attitudini diverse e spendibili nei tre diversi settori». Una curiosità. A cosa deve il suo successo? Quanto hanno inciso la determinazione, quanto la fortuna, quanto l’intuito? «Gli anni mi hanno convinto di una cosa: il successo è questione di Dna. Nelle famiglie ci sono alti e bassi, io sono arrivato in una fase di crescita. Non altrettanto fu per mio nonno e la sua famiglia. I Moretti erano importanti qui a Erbusco, ma all’inizio del secolo scorso morirono in tanti per via della Spagnola. Avevano segherie in Valcamonica, e persero tutto. Papà dovette ripartire da zero. E comunque se guardo l’albero genealogico vedo che siamo tutti imprenditori».
Chiudiamo con una domanda al Moretti costruttore. Qual è l’edificio del cuore? «Quando arrivo al cancello di Petra, la cantina toscana, sento ancora una certa emozione. Ma anche la nuova sede Campari a Sesto San Giovanni, pure in questo caso realizzata su progetto di Mario Botta».

A cura di Piera Anna Franini
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“DEFINING THE FUTURE OF THE CFO”. Le Fonti a Palazzo Mezzanotte per l’evento dedicato al Corporate finance

Il Convegno, svoltosi a Palazzo Mezzanotte, si è focalizzato sul corporate finance con tre Tavole rotonde, a cui hanno partecipato illustri esponenti del mondo finanziario, legale, accademico, imprenditoriale, tra cui Alan Friedman, che hanno parlato di Cfo, pianificazione finanziaria, fintech e trasformazione digitale.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il Financial Forum dal titolo “Defining the future of the Cfo” si è aperto con l’intervento di Alan Friedman che ha parlato del prossimo d-day finanziario ed economico italiano, dopo l’incertezza causata dalle elezioni politiche del 4 marzo. Friedman ha poi discusso della questione delle banche e dei futuri investimenti necessari. La prima Tavola rotonda dal titolo “Il Cfo nell’era dell’Industria 4.0: orientare gli investimenti in chiave strategica”, moderata da Alessia Liparoti di Le Fonti, ha visto la partecipazione di Roberto Mannozzi, Presidente ANDAF, Flavio Caruso Cfo di Sandoz, Maria Rosaria Leccese di Studio di Consulenza Tributaria e Societaria Leccese, Vito Rotondi Ceo e Managing Director di MEP e Gino Falvo, Direttore Amministrativo di Lepida. Il confronto ha messo in luce quanto oggi il Cfo sia sempre più manager dei dati e delle informazioni che arrivano all’interno dell’azienda, per questo ci sarà sempre più bisogno di dotarsi di figure come i data scientist, in grado di trattare le informazioni.

Nel corso della seconda Tavola “Pianificazione finanziaria e gestione del rischio come fattori competitivi per l’azienda”, moderata da Alberto Tron dell’Università di Pisa, sono intervenuti Paolo Zerbini, Key Account Director di Board Italia, Roberto Spaccini Partner di 4 Planning, Francesco Esposito CFO di Koelliker, Alessandro Malagrinò Treasury Manager di Luxottica e Consigliere AITI e Giuseppe Motta, Director of Planning and Management Control di KOS che hanno discusso della pianificazione strategica finanziaria, con le aziende che oggi devono curare con sempre maggiore attenzione le loro fonti di finanziamento.

La terza Tavola rotonda intitolata “Fintech e digital transformation: quali le sfide per il futuro?” e moderata da Alessia Liparoti di Le Fonti, si è focalizzata sulla tematica del fintech e in particolare della possibilità di utilizzare all’interno dell’azienda le potenzialità offerte dalla tecnologia blockchain, alla base delle criptovalute. Al dibattito hanno partecipato Giuseppe Di Marco, Country Manager Italia di Soldo, Valentina Ubaldi, Product Manager ZTravel e ZCarFleet Zucchetti, Thomas Bertani Ceo di Eidoo e Antonella Vona, Direttore Marketing & Comunicazione di Coface Italia.

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“HR DISRUPTION: LA TRASFORMAZIONE DIGITALE DEL CAPITALE UMANO”. Il Ceo Summit targato Le Fonti.

La serata di premiazione dei Le Fonti Awards è stata preceduta da un CEO Summit che ha esaminato le sfide e l’evoluzione del panorama HR e il modo in cui la tecnologia e la digitalizzazione hanno impattato nel mercato del lavoro.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il Ceo Summit dal titolo “HR Disruption: la trasformazione digitale del capitale umano” ha visto la partecipazione di Ragu Bhargava, CEO di Global Upside, Gabriele Fava, Socio Fondatore e Presidente di Fava & Associati e Vincenzo Nunziata, General Manager di Proma Group. Il primo ha parlato di come sta cambiando il panorama delle risorse umane, le sfide a cui è sottoposto, i rischi e i vantaggi di una forza lavoro globale e quali sono le strategie per avere a che fare con la regolamentazione in ambito HR. Gabriele Fava si è soffermato sull’impatto dello smart working e del regolamento europeo sulla privacy sul mondo del lavoro, spiegando come quest’ultimo cambierà con la new economy. Vincenzo Nunziata, infine, ha illustrato il modo in cui l’innovazione e la digitalizzazione impattano sul modello organizzativo e sulle figure professionali. A moderare il confronto è stata Debora Rosciani, giornalista di Radio24.

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La competizione ora si gioca sulla qualità

Mifid 2, Idd e nuove tecnologie cambiano i modelli di distribuzione. Come?
Se n’è parlato al D-Day, il convegno organizzato da Le Fonti sull’evoluzione
della distribuzione dei prodotti finanziari e assicurativi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Scenari e nuovi modelli per la distribuzione finanziaria e assicurativa. È il tema affrontato nel corso della tavola rotonda che ha aperto la prima edizione del Distribution Day (D-Day,) il convegno Le Fonti sull’evoluzione della distribuzione finanziaria e assicurativa alla luce delle nuove direttive europee e dell’innovazione digitale, organizzato il 24 novembre scorso presso la sede della Borsa italiana.
Al dibattito, moderato dal direttore delle testate economiche Le Fonti, Angela Maria Scullica, hanno partecipato Alberto Banfi, docente di Economia degli intermediari finanziari dell’Università Cattolica di Milano, Ernesto De Martinis, ceo Coface Italia, Mario Noera, docente di Finanza e di economia dei mercati e degli intermediari finanziari all’Università Bocconi di Milano, Massimo Scolari, presidente di Ascosim, Emanuele Costa, partner & manager director The Boston Consulting Group. Ecco  cosa è emerso.

Quale sarà l’impatto delle direttive europee Mifid 2 e Idd sulla distribuzione dei prodotti finanziari e assicurativi?
massimo scolari Dal 3 gennaio è in vigore la direttiva sulla Mifid 2, dal primo ottobre, dopo il rinvio chiesto dalla Commissione europea, quella sulla distribuzione assicurativa. Da gennaio, inoltre, sarà operativo il regolamento sull’informativa relativa ai Priip (prodotti di investimento al dettaglio assemblati), che prevede l’obbligo di consegnare agli investitori le informazioni chiave sui prodotti, con una nuova forma di trasparenza su tipologia, costi e rischi. Insomma, siamo di fronte a una stagione di cambiamenti del quadro regolamentare, considerando anche l’entrata in vigore del regolamento sulla privacy. Per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti finanziari e assicurativi, è cruciale il tema della product governance, sia per la Mifid 2 sia per la Idd, che comportano l’obbligo, per produttori e distributori, di assicurare, attraverso procedure informative, che i prodotti raggiungano effettivamente il target di clientela indicato alla nascita e alla distribuzione. Le direttive si pongono l’obiettivo di far sì che il sistema finanziario e assicurativo collaborino affinché il processo di distribuzione dei prodotti persegua la logica di servire gli interessi dei clienti e di disegnare prodotti adatti a questo scopo. Un altro tema che accomuna le due direttive è quello della consulenza, con la differenza che il settore assicurativo non ha beneficiato del periodo di dieci anni intercorso tra la Mifid 1 e 2 per adattarsi. In altre parole, quello della Mifid 2 è solo un approfondimento rispetto a quanto già previsto dalla Mifid 1, mentre l’Idd comporta un salto ampio riguardo il concetto di adeguatezza delle raccomandazioni personalizzate per i contratti assicurativi.

Quali ricadute potranno esserci sulla distribuzione finanziaria e assicurativa?
emanuele costa. Una parte di adempimenti e costi per le compagnie sarà sicuramente impegnativa e onerosa, ma sarebbe un’occasione persa se si guardasse alle nuove normative solo dal punto di vista della compliance. L’opportunità consiste infatti nello sfruttare lo sforzo di adeguamento per ottenere un vantaggio competitivo. Per esempio, rinnovando gli strumenti di Crm (customer relationship management), effettuando una segmentazione di base dei clienti finali legata ai bisogni per incrementare di conseguenza l’efficacia della rete. Per gli agenti ci saranno infatti nuovi adempimenti che potrebbero da un lato ridurre l’efficacia della rete, dall’altro la raccolta dei dati per costruire campagne mirate rappresenta un’opportunità per aumentare la capacità di costruire un target ritagliato sul cliente, con un conseguente vantaggio competitivo industriale.

Operativamente, cosa significa riuscire a raggiungere il modello di consulenza?
ernesto de martinis. Le compagnie devono aiutare gli agenti affinché il passaggio tra l’agente venditore e il consulente dia un alto valore aggiunto. Tecnologia e innovazione non devono essere intese solo come strumenti a supporto delle agenzie per la riduzione dei costi. Bisogna vedere la tecnologia come mezzo per aumentare le vendite. Basti pensare ai big data, che consentono alle agenzie di identificare il Dna del cliente-tipo in modo rapido.

La tecnologia sta quindi modificando il modo di fare consulenza e la struttura stessa dell’agenzia?
mario noera. L’innovazione regolamentare avviene nel momento in cui sono in atto cambiamenti epocali: non solo l’innovazione tecnologica, ma anche i trend demografici e una crescente complessità di gestione dei mercati. C’è un piano regolamentare che spinge nella direzione di una maggiore attenzione ai bisogni della clientela e, in questo contesto, la tecnologia diventa uno degli acceleratori di un cambiamento in atto. La Mifid 2 impone una maggiore trasparenza nella consulenza e, di conseguenza, l’industria avrà esigenza di cambiare i servizi non solo per quanto riguarda i prodotti ma anche tra i consulenti stessi, che dovranno far accettare ai clienti una marginalità più alta. Gli intermediari dovranno quindi dedicare più tempo ai clienti con conseguente aumento dei costi del servizio e l’effetto sarà quello di focalizzare l’attenzione soprattutto sui grandi clienti con un patrimonio che meritano il maggiore tempo a disposizione a discapito delle fasce più basse. Un ulteriore problema, per gli intermediari, sarà quello di dover servire comunque il mass market in maniera cost-efficient e qui entra in gioco la tecnologia e in particolare i robo-advisor. In sostanza, stiamo andando verso un mondo dove collocamento e vendita saranno accessori alla consulenza, con menù dove saranno offerti tutti insieme al medesimo cliente.

Quali sono i rischi per gli investitori?
alberto banfi. Il rischio, a mio avviso, è che venga venduta consulenza come fosse di alto livello quando in realtà non lo è. Oggi ci sono 50 filiali ogni 100mila abitanti ed entro il 2022 dovranno diventare 30 ogni 100mila abitanti. Ci saranno quindi meno punti di contatto fisico e più punti di contatto tecnologico. La domanda è: saranno sempre le banche e le assicurazioni i distributori del futuro? L’offerta tecnologica dovrà inoltre essere compliant con la normativa e, attualmente, spesso non lo è.

Siamo sicuri che banche e assicuratori saranno i distributori del futuro? Quale sarà l’evoluzione da qui a cinque anni?
massimo scolari Il management deve chiarire se vuole attuare la trasformazione in atto o andare avanti fino all’ultimo giorno prima che il mercato non lo obblighi a cambiare. Il processo di concentrazione non riguarderà solo la distribuzione, con la diminuzione dei punti vendita, ma anche la produzione.
mario noera Banche e assicurazioni devono essere in grado di cavalcare il cambiamento. Esiste la teoria dell’innovazione disruptive, con la tendenza, da parte dei distributori, ad arricchire il prodotto trascurando le parti basse del mercato che diventano quindi riserva di caccia delle nuove tecnologie. Parlo di Google o di Facebook che tenderanno a restringere il mercato delle banche e delle assicurazioni. Sarà importante, per il futuro, il presidio della fascia bassa.
emanuele costa La sfida per il mercato assicurativo è intercettare il business delle flotte auto che oggi è marginale e occupa il 20% del mercato. In prospettiva può infatti valere il 50% e cambiare il paradigma distributivo.
alberto banfi La banca deve cercare nuovi business utilizzando asset del cliente che si fida, ad esempio stipulando accordi con il settore della moda o altri settori in sviluppo.

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La lotta delle donne per l’uguaglianza e la parità

Dallo statuto delle Nazioni Unite del 1945 alla strategia Europa 2020 dell’Unione Europea. Il lungo viaggio (tutt’altro che terminato) dell’emancipazione femminile. Tra sforzi per promuovere l’occupazione, l’inclusione sociale, l’imprenditorialità e l’ultima sfida: quella dell’immigrazione.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il primo documento a sostenere con forza l’uguaglianza tra gli esseri umani, individuando esplicitamente il sesso come elemento discriminatorio, fu nel  1945 lo Statuto delle Nazioni Unite. Questo, nel sancire la «fede dell’Organizzazione nei diritti umani fondamentali» e la «dignità e il valore della persona umana»,  si riferì per la prima volta nella storia dei popoli agli «uguali diritti di uomini e donne».
Le donne in guerra avevano sostenuto l’economia dei Paesi devastati, partecipando attivamente agli sforzi per la sopravvivenza, la salvaguardia e la difesa della famiglia, dei beni e del lavoro. E ne erano uscite conquistando spazi di indipendenza e di autonomia che nel periodo passato erano stati loro negati. Lo Statuto delle Nazioni Unite prese quindi atto di una realtà che si stava ormai formando, quella femminile, con un suo peso e ruolo sociale anche economico, che la guerra aveva contribuito a fare emergere. Nei primi decenni della ricostruzione, le Nazioni Unite si limitarono a raccogliere dati relativi alla condizione delle donne nel mondo e a codificare i loro diritti civili e legali.
Per entrare nel vivo della lotta per l’eguaglianza delle donne occorre arrivare agli anni Settanta quando i movimenti femministi sollevarono con vigore l’attenzione dell’opinione pubblica sulle problematiche relative alla parità dei sessi. Fu allora che l’Onu convocò la prima delle conferenze mondiali con il fine di sviluppare una strategia globale per garantire i diritti alle donne. In seguito all’Onu si mosse anche l’Unione Europea che, a partire dagli anni Ottanta, diede il via a programmi di azione specifici. Questi ultimi, nonostante contassero su risorse di bilancio limitate, ebbero il merito di scatenare una serie di effetti trainanti forieri di ulteriori iniziative nei singoli Stati membri, tra cui l’Italia, che fu fra i primi Paesi europei a prevedere incentivi all’imprenditoria femminile,La conferenza di Pechino. Dal riconoscimento dei diritti alla donne si arrivò, ai primi degli anni Novanta, al concetto di parità dei sessi. Nel 1995 l’Onu indisse a Pechino la Quarta Conferenza sulle donne che affermò «la necessità di spostare l’accento sul concetto di sesso sottolineando come le relazioni uomo-donna all’interno della società, dovessero essere riconsiderate, in modo da mettere le donne su un piano di parità con l’uomo in tutti gli aspetti dell’esistenza. In questa occasione si ribadì che i diritti delle donne sono diritti umani nel significato più pieno del termine affermando come valore universale il principio delle pari opportunità tra i generi e della non discriminazione delle donne in ogni settore della vita, pubblica e privata. La Conferenza si concretò nell’adozione della nuova Piattaforma di Azione di Pechino, con la quale i governi si impegnarono a tenere conto della dimensione sessuale in tutte le loro decisioni e strategie».
La conferenza di Pechino mise in risalto il concetto di genere e invitò gli Stati membri delle Nazioni Unite a includere la parità tra i sessi in tutte le istituzioni, politiche e azioni. In seguito alla Conferenza di Pechino nel 1995, il Consiglio europeo di Madrid chiese un esame annuale dell’attuazione della piattaforma d’azione di Pechino negli Stati membri. Nel 1996 l’Italia  diede il via al Dipartimento per le pari opportunità.Dal trattato di Amsterdam alla Strategia di Lisbona. In questo clima, favorevole a eliminare tutte le forme di discriminazione, si  giunse così al trattato di Amsterdam che fu adottato dal Consiglio europeo nel giugno 1997 ed entrò  in vigore il 1° maggio 1999, ratificato da tutti gli Stati membri.
Il trattato inserì tra gli obiettivi dell’Unione Europea quello di raggiungere «un livello elevato di occupazione», senza indebolire la competitività. Obiettivo che allora, con una situazione economica e finanziaria generale col vento in poppa, si prospettava facilmente raggiungibile.
Il trattato delineò inoltre le basi e gli scopi della politica sociale europea per lottare contro qualsiasi discriminazione ed emarginazione, promuovere l’occupazione, migliorare le condizioni di vita e di lavoro, fornire una protezione sociale adeguata, favorire il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane, la parità tra uomini e donne.
Per dar seguito al Trattato di Amsterdam, l’Unione Europea potenziò  i suoi  sforzi e nel 2000 arrivò a varare a Lisbona la cosiddetta Strategia di Lisbona. Con essa il Consiglio europeo stabilì le principali direttive che avrebbero dovuto portare l’Europa ad avere, entro il 2010, un’economia più innovativa, competitiva, coesa, socialmente sostenibile e inclusiva con un rapporto tra investimenti in ricerca e sviluppo pari al 3% del Pil dell’Ue, un tasso di occupazione medio europeo pari al 70% e un tasso di occupazione femminile al 60%.
La Costituzione europea, istituita con il Trattato di Roma del 29 ottobre 2004, menzionò in più articoli tra i valori dell’Unione la parità tra donne e uomini, considerandola  come elemento caratterizzante il modello di società europea.
L’imprenditorialità femminile. L’imprenditorialità femminile divenne così un tema politico chiave per le istituzioni europee, rientrante nell’ambito di competenza della Direzione generale Occupazione, affari sociali e inclusione della Commissione. Già nel 2005 per far sì che le Pmi beneficiassero delle misure individuate nell’ambito della Strategia di Lisbona, la Commissione si impegnò a «lavorare con le autorità nazionali per affrontare quei settori, come l’accesso al credito e alle reti imprenditoriali, in cui le necessità delle donne imprenditrici non erano sufficientemente soddisfatte».
Nel 2006 fu creato l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige), con il compito, tra gli altri, di sviluppare metodi per migliorare la comparabilità e l’attendibilità dei dati relativi alla parità di genere. E fu adottata una tabella di marcia per la parità tra le donne e gli uomini, che prevedeva: eliminazione degli stereotipi di genere, pari indipendenza economica e partecipazione di uomini e donne  al processo decisionale economico  e politico, conciliazione tra vita lavorativa e vita privata, eradicazione della violenza fondata sul genere e della tratta di esseri umani,  promozione della parità tra i generi al di fuori dell’Unione Europea.
Il 2007 fu «l’anno europeo delle pari opportunità per tutti con  molteplici iniziative sull’intero territorio comunitario, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema  e diffondere una nuova cultura».

La crisi e l’avvio dello Small business act. 
In un clima pienamente favorevole al riconoscimento dei diritti delle donne e della parità dei sessi nel lavoro, le prospettive di raggiungere una piena occupazione erano elevate. Ma  nel 2008, il fallimento della banca d’affari americana Lehaman Brothers, innescò la miccia per scatenare in Europa tutti gli effetti negativi della crisi finanziaria scoppiata l’anno prima negli Stati Uniti in seguito alla bolla sui mutui subprime. Com’è noto, in seguito a tutte le conseguenze che si ebbero per evitare una catena di disastrosi fallimenti bancari, nel giro di poco tempo, le economie dei Paesi europei rallentarono fortemente la crescita.
Come reazione, l’Unione Europea intensificò gli sforzi per promuovere l’occupazione e l’inclusione sociale. La crisi, fu il pensiero corrente, avrebbe potuto diventare un’occasione per creare nuova occupazione, soprattutto per i target deboli, giovani e donne in primo luogo, promuovendo l’auto-imprenditorialità. A condizione però che gli Stati membri si impegnassero nella semplificazione amministrativa e nell’agevolazione dell’accesso al credito con l’obiettivo di stimolare il lavoro autonomo e la creazione di micro imprese che rafforzassero l’integrazione sociale. Così nel 2008, con lo Small business act (Sba), la Commissione europea volle gettare le basi per un percorso che si proponeva di creare un ambiente economico incentrato sulle piccole e medie imprese, attivando per la prima volta, un quadro di interventi molto articolato. Tra essi rientravano anche azioni concrete per promuovere l’imprenditorialità femminile come schemi di tutoraggio per incitare le donne a creare la propria impresa; attività per lo sviluppo dello spirito imprenditoriale tra donne laureate; scambio delle migliori pratiche per la promozione dell’imprenditorialità femminile.

Dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020. Il 2010 si aprì con le pressanti preoccupazioni causate dalla perdurante crisi globale che aveva distrutto anni di progressi economici e sociali e messo in luce le carenze strutturali dell’economia europea.
Il forte progredire della tecnologia stava inoltre velocemente trasformando il mondo in una direzione che accentuava le sfide a lungo termine della globalizzazione e i fenomeni di distruzione delle risorse naturali come l’inquinamento, e del lavoro svolto con metodi tradizionali.
L’Europa cominciò a sentire sempre più forte la pressione di agire unita verso un’economia intelligente, sostenibile e inclusiva caratterizzata da alti livelli di occupazione, produttività e coesione sociale.
La Strategia di Lisbona venne quindi  ridefinita nella nuova e più attuale veste di «Europa 2020».
Con essa l’Unione Europea si impegnò a creare nuovi e migliori posti di lavoro e a realizzare una società inclusiva rilanciando e rafforzando il suo impegno a favore della parità fra uomini e donne. Tra gli strumenti per aumentare l’occupazione e rilanciare l’economia europea indirizzando gli investimenti nell’ottica di una crescita sostenibile vennero individuati e promossi i Fondi strutturali e di investimento europei e i Fondi sociali.  Ora la sfida più grande è quella dell’immigrazione, fenomeno che si è intensificato fortemente negli ultimi anni. L’ondata migratoria che ha colpito l’Europa sta mettendo a rischio la sua tenuta. E le donne rappresentano circa la metà di questo flusso inarrestabile.
Ce la farà l’Europa a vincere questa  battaglia, che sta diventando addirittura fondamentale per la sua stessa sopravvivenza? È la grande scommessa di oggi.(Il presente articolo è tratto dal libro «Europa oltre le Nazioni, una sfida aperta», a cura di Angela Maria Scullica, direttore delle testate economiche del gruppo Le Fonti) 
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Una esplicita comunione di valori per avanzare

La crisi ha accelerato il processo di integrazione europea. Ma ne ha anche esaltato diffidenze e ostacoli. E ora, per continuare il cammino, l’Europa deve dare risalto a un sistema di sentimenti profondi e aspirazioni nel quale i diversi popoli dell’Unione si riconoscano e si identifichino

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il processo di integrazione partito con l’euro sta attraversando oggi una fase di profondo ripensamento intellettuale. Per troppo tempo infatti si è ritenuto che la creazione di una moneta unica e l’unificazione dei mercati economici e finanziari bastassero da soli a far convergere i singoli Stati in una grande area europea uniforme, coesa e democratica.

D’altra parte i vantaggi di un’Europa unita, che ha cominciato a prendere forma dalla fine della seconda guerra mondiale (e che ha avuto un’accelerazione in seguito alla crisi di questi anni) erano evidenti agli occhi di molti.
Una moneta unica, l’euro, e un sistema legislativo condiviso di diritti e doveri, uguale per tutti, avrebbero infatti potuto favorire la libera circolazione di idee, capitali, beni, servizi con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate in termini di crescita e benessere diffuso. L’evoluzione stessa della tecnologia che ha reso il mondo collegato e interrelato e la globalizzazione dei mercati spingevano in questa direzione.
Un percorso che la crisi iniziata nel 2007, come si sa, ha da un lato accelerato sul fronte economico e finanziario e dall’altro reso molto più fragile e complesso. Se infatti all’inizio del cammino europeo era opinione diffusa che il fatto stesso di adottare un’unica moneta sarebbe di per se stesso stato sufficiente, o comunque avrebbe costituito una buona base di partenza, per creare un’area economica e finanziaria integrata, il prolungarsi della crisi, aggravato  dall’ondata migratoria senza precedenti dovuta all’instabilità del Nord Africa e del Medio Oriente, sta dimostrando la fragilità di questo assunto.
La crisi ha messo in evidenza non solo carenze nelle strutture istituzionali a sostegno dell’Unione economica e monetaria, ma anche nelle motivazioni. È a partire dal 2010 che la situazione cominciò in Europa a degenerare, da quando cioè vennero a galla le debolezze della Grecia. Da allora tutte le misure prese per arginare il fenomeno evitandone le peggiori conseguenze  sono state decise e avviate in un clima di emergenza che ha richiesto una grande velocità di intervento. La gravità della situazione innescò infatti una profonda crisi di fiducia sulla possibilità del governo greco di restare insolvente. Nei mesi seguenti le agenzie di rating abbassarono i rating dei titoli greci a livello di titoli spazzatura. Decisione che fece schizzare in alto i tassi di interesse greci e lo spread rispetto ai Bund tedeschi.
Per evitare il default, la Grecia si impegnò con la Commissione europea e il Fmi ad adottare drastiche misure di risanamento fiscale. Ma il contagio ai Paesi europei, che presentavano cioè debiti pubblici peggiori e prospettive di crescita bassa, era diventato ormai irrefrenabile. Così subito dopo la Grecia entrarono in crisi Irlanda, Portogallo, Spagna e infine Italia.
I mercati sembravano impazziti e per calmierare una situazione che stava ormai sfuggendo di mano tutti i Paesi furono costretti ad adottare misure di risanamento fiscale. In quelli a maggiore rischio di default, oltre ai tassi che lievitavano verso l’alto, aumentarono anche i premi pagati dai detentori dei titoli di Stato per assicurarsi contro la possibile insolvenza tramite lo strumento dei Cds. Ciò fece crollare il valore dei titoli di Stato che erano per la gran parte detenuti dalle banche. E le conseguenze per le banche furono pesanti: mentre l’attivo perse valore, salì il loro rischio di insolvenza e precipitarono le loro quotazioni di Borsa.
Così la crisi, nata dalle banche, passò agli Stati sovrani, e ritornò alle banche, che si trovarono nella situazione di dover ricapitalizzare, con la difficoltà di trovare finanziamenti, poiché anche gli Stati stavano riducendo i loro deficit.
L’Unione bancaria nacque in Europa nel clima di emergenza generato dalla crisi dei debiti sovrani. È stata, insieme alle politiche di quantitative easing della Bce, la risposta più immediata al contagio delle gravi bolle speculative che minacciavano la tenuta dell’Unione europea.
C’è infatti un legame molto forte tra le banche e gli Stati nazionali. Queste investono in titoli pubblici del loro Paese e, se i tassi salgono, registrano da un lato perdite in bilancio e, dall’altro, si trovano a pagare di più la raccolta di fondi all’ingrosso.
L’Unione bancaria è sorta dall’idea di sottrarre agli Stati nazionali la gestione delle banche in difficoltà per portarla in Europa in modo da calmierare la situazione evitando manovre speculative che avrebbero potuto mettere in gioco i sistemi  nazionali.
In molti Paesi erano dilagate crisi bancarie di varia natura per ragioni che andavano dallo scoppio di bolle speculative immobiliari (Spagna e Irlanda), al contagio di strumenti tossici di finanza strutturata (Germania). In Italia la perdurante recessione e scarsa crescita, aveva fatto scoppiare il problema delle sofferenze.
A differenza di quelle italiane che cercarono prevalentemente di cavarsela da sole, le banche europee ricorsero agli aiuti pubblici che si esaurirono nella prima parte del 2013. Così, nel luglio di quell’anno, la Commissione europea si trovò costretta a emanare una Comunicazione in tema di disciplina degli aiuti di Stato vincolante in tutti i paesi. In essa  si stabilì che da quel momento gli aiuti erano ammessi solo a condizioni molto stringenti e previa condivisione dell’onere da parte di azionisti e obbligazionisti subordinati: un principio somigliante a quello del salvataggio dall’interno, bail-in, posto al centro della nuova disciplina europea delle crisi bancarie che si andava preparando.
La crisi delle banche spinse anche ad accelerare la  strada verso l’integrazione e il rafforzamento del mercato dei capitali con l’obiettivo di accrescere le fonti di finanziamento per le imprese al di fuori dei canali bancari e di consentire ai fondi di affluire direttamente agli utilizzatori finali attraverso il mercato, saltando quindi l’intermediazione bancaria.
Il 29 gennaio 2015 la Commissione Junker lanciò  il progetto per la realizzazione di un mercato unico dei capitali a livello europeo, volto a porre le basi per un’unione, oggi molto frammentata, dei mercati dei capitali dei 28 Stati membri entro il 2019 (27 dopo la Brexit).
Il 22 giugno 2015 il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Vertice euro, Donald Tusk, il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, presentarono un piano ambizioso per  approfondire l’Unione economica e monetaria (Uem). La relazione, cosiddetta dei cinque presidenti, «Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa», ha tracciato  un percorso nel quale si distinguono due fasi temporali, e quattro pilastri (Unione economica, finanziaria, di bilancio, politica).
La prima fase che andava dal 1° luglio 2015 al 30 giugno 2017 prevedeva, tra le altre cose, il completamento dell’Unione finanziaria e bancaria con l’istituzione di un meccanismo di finanziamento ponte per il Fondo unico per la risoluzione delle crisi e il sistema comune di garanzia dei depositi; la possibilità di ricapitalizzazione diretta delle banche utilizzando il Meccanismo europeo di stabilità (European stability mechanism, Esm); l’avvio della costruzione dell’Unione dei mercati dei capitali, per diversificare le fonti di finanziamento dell’economia; la seconda fase che va dal luglio 2017 al 2025 prevede il completamento dell’Unione economica e fiscale per arrivare a quella politica. Molto si è dunque fatto per affrontare le carenze istituzionali, vanno ora decisamente affrontate le carenze motivazionali.
Sotto i colpi di una perdurante stagnazione, di un’ondata migratoria senza precedenti, di un riassesto degli equilibri mondiali, l’opinione pubblica appare sempre più distante e prevalentemente focalizzata su problematiche di breve termine.
Il caso della Brexit prima, quello recente delle richieste di indipendenza della Catalogna, ma anche gli esiti delle votazioni in Germania che hanno visto avanzare la destra conservatrice e aumentare il vigore dei partiti populisti, fanno riflettere.
Nei singoli Stati si rafforza la voglia di autonomia mentre diminuisce l’identificazione in un’Europa che sembra chiedere ai più sforzi e sacrifici senza dare molto, o nulla, in cambio. Dai dibattiti e dai confronti odierni, sembra emergere chiara l’idea che l’unificazione delle economie e dei sistemi finanziari da sola non basta a creare coesione e voglia di costruire insieme un’entità europea che oltrepassi e abbatta i confini nazionali.
Va prendendo coscienza che questo processo di integrazione richieda non solo la comunione di beni e servizi ma anche l’identificazione di un sistema di valori che superi le differenze storiche e culturali dei popoli e le loro peculiarità. Per dare un senso di appartenenza a popoli diversi per storia, lingua e tradizione occorre infatti individuare quei valori comuni che stanno alla base delle nostre culture e radici storiche.
Una identificazione che scaturisce dalla comprensione e dal rispetto delle diversità culturali, identità e memorie dei singoli Stati. È da questo approfondimento che possono emergere infatti quei valori condivisi a cui le guerre e i conflitti del passato non hanno impedito di diffondersi e di radicarsi in profondità negli animi e nelle coscienze di tutti.
Così una palese ed esplicita dichiarazione dei valori comuni dei popoli, in cui ci si possa identificare e trovare un senso di appartenenza, diventa oggi, nel momento più critico per l’Europa, segnato dall’ingente flusso migratorio che arriva dal medio oriente e dell’Africa, la grande sfida strategica per affrontare quella profonda e radicale evoluzione sociale e culturale che la tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale e l’economia della condivisione stanno provocando.
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Made in Milano

Brexit, Agenzia del farmaco, migranti, periferie sono i temi caldi sull’agenda del sindaco del capoluogo lombardo. La città, diventata “modello”, sta giocando diverse partite, tutte volte a rafforzare e accrescere la sua reputazione, sia in ambito nazionale che internazionale

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]A Milano, Giuseppe Sala detto Beppe, 59 anni (nato in città ma cresciuto a Varedo, Brianza), ci tornò la prima volta per frequentare l’Università Bocconi, facoltà di Economia e commercio. E non se ne andò più. È qui «che da sempre svolgo la mia attività lavorativa», ricorda: «Ho ricoperto ruoli dirigenziali in aziende di rilievo internazionale, a partire da Pirelli e Telecom; sono stato direttore generale del Comune, amministratore delegato di Expo 2015 e poi commissario unico delegato del governo per l’Esposizione Universale». Dal 21 giugno 2016 è sindaco della città. «Milano mi ha dato tanto e continua a darmi tanti stimoli, oltre che orgoglio e responsabilità che spero di onorare con le scelte che ogni giorno sono chiamato a prendere per il bene dei miei concittadini e per rendere sempre più attraente e accogliente questa splendida città». Una città che vuole giocare un ruolo da protagonista nello scenario economico internazionale.

Qual è il suo punto di vista in merito all’attuale scenario economico, politico e sociale? Quali sono i principali temi di attualità da affrontare con urgenza e determinazione e come si posiziona Milano in tale contesto?

Brexit e migranti. Sono questi i principali temi su cui tutte le istituzioni, internazionali, nazionali e locali, sono chiamate a confrontarsi. Si tratta di questioni che Milano sta affrontando con coerenza e determinazione. La Brexit e gli scenari del post-Brexit hanno aperto sicuramente delle opportunità per la nostra città: grazie anche al supporto del governo, Milano si sta proponendo come hub finanziario di riferimento europeo, garantendo delle agevolazioni alle aziende e alle banche che intendono trasferire il proprio business dalla City in Italia e nella nostra città. E non solo. Milano si è candidata per ospitare l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, che ad oggi ha sede a Londra: abbiamo presentato un dossier competitivo e contiamo di vincere questa importante partita. Milano sa bene che apertura internazionale non vuol dire solo capacità di attrarre investimenti dall’estero. Apertura significa capacità di accogliere chi è in difficoltà e fugge dal proprio Paese per un futuro migliore, significa offrire un’opportunità di promozione personale e professionale nel rispetto delle regole. Attraverso il terzo settore attivo nella nostra città, ci impegniamo affinché la solidarietà continui a essere una realtà, oltre che un valore da coltivare e incoraggiare. D’altro canto, è innegabile che un flusso migratorio di dimensioni crescenti apra a questioni e a riflessioni importanti e serie, che riguardano sia la necessità di offrire accoglienza e assistenza dignitose a queste persone che arrivano in Italia e in Europa, fuggendo da povertà, guerra o da Paesi dove non vengono loro riconosciuti i diritti, sia il dovere di regolamentare la loro presenza, per la sicurezza di tutti i cittadini e per loro stessi.

Quali sono gli asset che rendono Milano centrale per lo sviluppo del Paese?
Milano sta vivendo un periodo davvero positivo. Ciò è dovuto al fatto che tutte le componenti della società, istituzioni, imprese, terzo settore, enti culturali, cittadini, stanno facendo la propria parte, consapevoli che ognuna sta apportando un contributo fondamentale alla percezione positiva globale della città, sia in ambito nazionale sia internazionale. Non c’è settore in cui Milano non stia dando il meglio di sé:  moda, design, ricerca, scienza, tecnologia e innovazione, cultura, arte, finanza, imprenditoria, food, ambiente, mobilità e non solo. C’è una sinergia di intenti che si concretizza nel nuovo volto di Milano, sempre più internazionale, sempre più propositiva e leader, sempre più ambiziosa e determinata a raggiungere il ruolo di punto di riferimento che le compete e che sa di poter svolgere con autorevolezza, per il bene di tutto il Paese.

Possiamo parlare di «made in Milano» oppure si corre il rischio di uno scollamento con il resto del Paese nella strategia di valorizzazione del made in Italy nel mondo?
Se con «made in Milano» si vuole identificare un modello, un modus operandi fatto di collaborazione e condivisione di intenzioni per raggiungere obiettivi di alto livello, direi che è certamente sinonimo di qualità, efficienza, concretezza e creatività. Ovviamente questo «made in Milano» è possibile perché alle spalle c’è un made in Italy forte, un’etichetta che applichiamo con orgoglio alle eccellenze che il tessuto produttivo del nostro Paese sa realizzare e di cui anche Milano è espressione.

Quali sono i progetti avviati dal Comune di Milano a sostegno di tale centralità e della valorizzazione territoriale e del made in Italy nel mondo?
Milano sta giocando diverse partite, tutte volte a rafforzare e accrescere la sua reputazione. Per valorizzare ogni singolo ambito in cui la città si esprime, abbiamo dato il via a YesMilano, un logo che racchiude iniziative e palinsesti di eventi, in grado di attrarre interessi di diversa natura. Nel 2018 avremo 15 tra «week» (iniziative che durano un’intera settimana) e «city», tematiche della durata di un weekend: dalle Fashion week a Museo city, dalla Design week a Piano city, dalla Food city alla Photo week, alla Movie week e Book city ecc. In questo modo contiamo di mantenere viva l’attenzione dei turisti e dei cittadini durante l’intero anno, proponendo un’offerta di appuntamenti varia e accattivante, al passo con i tempi e contemporanea, esattamente com’è Milano. Questa vivacità culturale è senza dubbio una leva importante anche per vincere le importanti sfide internazionali che ci siamo posti, a cominciare dalla candidatura per ospitare l’Ema. Offrire un ambiente culturalmente stimolante con proposte di qualità non può che costituire un plus di assoluto valore.

Come si collocano le periferie nella strategia di sviluppo di Milano? Come e in che misura concorrono alla sua centralità?
Le periferie occupano un ruolo centrale e fondamentale per lo sviluppo di Milano. Per questo motivo, abbiamo deciso di avviare il Piano periferie, oltre 300 milioni di euro destinati a interventi in cinque ambiti strategici: Giambellino-Lorenteggio, Adriano-Padova-Rizzoli, Corvetto-Chiaravalle-Porto di Mare, Niguarda-Bovisa e Qt8-Gallaratese. Si tratta di progetti di diversa natura che ci permettono di lavorare sulla ristrutturazione e riqualificazione di edifici, parchi, strutture sportive ecc., sempre con l’obiettivo di promuovere la rinascita economica e sociale di queste zone, abbiamo lanciato anche un «bando alle periferie», per sostenere progetti e iniziative con cui rendere più vivi, connessi e accessibili i quartieri prioritari del Piano periferie.

Che cosa occorre ancora fare affinché Milano divenga player internazionale capace di attirare capitale umano e risorse? Su cosa occorre puntare per rafforzare l’immagine e l’attrattività di Milano nel mondo e quali sono gli elementi imprescindibili di una strategia efficace volta a garantirne il raggiungimento?
La collaborazione è la via maestra per tagliare i traguardi più importanti. Come ho avuto modo di sperimentare direttamente, quando le istituzioni fanno squadra si ottengono i risultati sperati. Questo è ciò che sta accadendo anche in ottica post Brexit, con le misure e gli incentivi economici che il governo ha attuato per richiamare in Italia e su Milano capitale umano e investimenti dall’estero e la costituzione del Comitato Milano European Financial Hub, che vede la collaborazione di governo, comune, regione Lombardia, Banca d’Italia e Consob, per stimolare la creazione a Milano di un polo finanziario europeo competitivo.

Quali sono i principali obiettivi e come si propone di realizzarli a livello locale e nazionale per valorizzare Milano nello scenario internazionale da qui al prossimo anno?  Vi sono dei modelli di altri città a cui si ispira nella sua strategia di valorizzazione?

Più che guardare al prossimo anno, preferisco proiettarmi sull’intero mandato. E più che prendere a modello una singola città, credo nella condivisione di best practice, riadattando strumenti risultati efficaci all’estero al contesto locale. Perciò, con la giunta stiamo lavorando per fare di Milano una città sempre più connessa, fra pochi anni sarà possibile percorrere la tratta Linate-San Babila in 14 minuti, con la metropolitana, verde e riqualificata;  abbiamo avviato l’iter per la riqualificazione degli ex scali ferroviari della città e stiamo lavorando a un importante piano per la manutenzione degli immobili di edilizia residenziale pubblica e il recupero delle case sfitte, a una città aperta alla novità, non ultima la riapertura graduale di alcuni tratti dei Navigli, e alle nuove soluzioni di mobilità, come già sta dimostrando di essere. Questi sono solo alcuni esempi degli ambiti in cui siamo impegnati a livello locale e che contribuiscono a definire l’immagine internazionale di una città contemporanea, attenta all’ambiente e pronta alle sperimentazioni.

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Le nuove tendenze del risparmio

In uno scenario globale in evoluzione prendono forma nuove strategie d’investimento e prodotti finanziari. Quali? Se ne è parlato nel corso di una tavola rotonda promossa da Ascosim

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Abbassare il rischio volatilità, prima di tutto. E mettersi al riparo dalle fluttuazioni delle materie prime, petrolio in testa. Dalla politica fiscale di Donald Trump, che dovrebbe generare inflazione e spingere la Fed a inasprire i tassi. Dalle conseguenze della Brexit, ancora tutte da verificare. Ma anche ottimizzare i portafogli andare in cerca di rendimento in un contesto di tassi zero o quasi.

Gli obiettivi degli investitori, sicurezza e profitto, sono quelli di sempre. Per raggiungerli però oggi bisogna fare i conti con uno scenario globale profondamente mutato. Ecco allora che si preferisce un approccio cross asset, piacciono i fondi aperti, si registra il boom di Etf smart beta e multiasset, si predilige una gestione attiva ma utilizzando come sottostanti strumenti a basso costo.

È la soluzione più vantaggiosa? A questa domanda ha provato a dare risposta la tavola rotonda dal titolo Strategie di investimento e prodotti finanziari: gestione attiva e passiva che si è svolta a Palazzo Mezzanotte lo scorso 1° febbraio. Il dibattito si è inserito all’interno dell’evento dedicato al mondo della consulenza finanziaria indipendente e al risparmio gestito promosso da Ascosim con la partnership editoriale di World Excellence. Alla tavola hanno partecipato esperti del settore come Antonio Bottillo, executive managing director e country head della società di gestione Natixis Global Asset Management, Marcello Chelli, referente Lyxor Etf per l’Italia, Mauro Giangrande, head of passive distribution di Deutsche Asset & Wealth Management Italy, e Massimo Siano, executive director, head of Southern Europe di Etf Securities. Le strategie per il 2017, l’utilizzo di fondi multiasset come produttori di rendimento, il rafforzamento del dollaro in confronto all’euro e alla sterlina, sono alcuni degli spunti emersi.

 

Secondo un recente studio pubblicato da JP Morgan Equity Research, negli Stati Uniti vi è stato un notevole spostamento dai fondi attivi ai quelli passivi, nell’ordine di 150 miliardi di dollari. Sempre nel 2016 solo il 32% dei fondi azionari attivi negli Usa hanno sovraperformato il proprio benchmark. È una tendenza che si osserva anche in Europa e in Italia?

chelli Queste tipo di ricerche sono note ormai da decenni, basti pensare al research di Mediobanca o allo spice index di Standard & Poor’s che calcola quanti sono in termini percentuali i fondi attivi che riescono a battere il loro benchmark. Ma i dati di queste pubblicazioni non sempre sono negativi, per esempio, nello studio dell’anno passato gli azionari italiani erano l’asset class che riusciva battere meglio il loro benchmark. Il vero trend va verso la gestione passiva all’interno di un servizio di investimento attivo. Costruire una soluzione di investimento per il cliente di carattere attivo utilizzando come sottostanti strumenti a basso costo, tra cui gli Etf, diventa un tema principale rispetto alla scelta tra fondo attivo e quello passivo. Siamo molto lontani come numeri rispetto all’America dove gli Etf pesano sul risparmio gestito per il 16%, mentre in Europa sono al 7% e in Italia al 2,3%. Quello che notiamo è l’inserimento di Etf all’interno di soluzioni attive, dove vi è anche una parte di risk management. Comprare un Etf su Ftse Mib non è la soluzione ai problemi finanziari ma è necessario inserirlo in una logica più dinamica e multiasset. I gestori si specializzano sempre meno su aree geografiche e molto più in un approccio cross asset. Lo si capisce analizzando i dati di Borsa italiana che ci rilevano che per ogni 100 euro negoziati in azioni, ve ne sono 17 negoziati in Etf: questo numero era 10 due anni fa e 2 dieci anni fa. È la conferma il fatto che si investe sempre più in un’ottica di asset allocation e non di stock picking e avendo questo tipo di approccio diventa naturale spostarsi sugli Etf.

Per concludere, contesto la dicotomia attivo contro passivo, ma ritengo che una soluzione per il futuro sia una gestione attiva su prodotti passivi. Si va verso soluzioni come gli unit linked basati negli Etf, le gestioni patrimoniali, i fondi che utilizzano Etf e la grande apertura che si presenta ora è da parte degli investitori istituzionali che cominciano a utilizzare gli Etf, soprattutto in un’ottica di protezione, come sottostanti di una soluzione più ampia.

I fondi multiasset stanno avendo un grande successo (120 miliardi raccolti negli ultimi tre anni). Le prospettive di mercato consigliano di puntare ancora su questi prodotti?

bottillo Inizialmente si è pensato al multiasset non solo per tendere a una diversificazione “sostenibile”, ma anche tenendo conto del fatto che gli investitori hanno abbandonato l’investimento diretto in securities, azioni e obbligazioni singole a favore dei fondi aperti. Oggi vediamo un’evoluzione nell’utilizzo di questa strategia all’interno dei portafogli, che va nella direzione di usare i fondi multi-asset per generare rendimento. Ritengo che nel futuro le classificazioni fin qui fatte verranno abbandonate per spostarsi verso una catalogazione in base al ruolo specifico che hanno all’interno del portafoglio. In particolare, ci avvicineremo a due classificazioni specifiche: strategie in grado di contribuire alla diminuzione della volatilità del portafoglio e strategie volte a ottimizzare e tendere a un maggior rendimento.

Continua senza sosta anche la crescita degli Etf smart beta. Secondo Morningstar, l’incremento in Europa è stato del 25% negli ultimi 12 mesi raggiungendo quota 40 miliardi di dollari. Possono essere una valida soluzione anche per il 2017?

giangrande Gli smart beta appartengono a quella famiglia di Etf che si caratterizza per il fatto di replicare indici che utilizzano criteri alternativi rispetto alla classica capitalizzazione. Sebbene l’obiettivo sia spesso quello di creare un extra-rendimento rispetto al mercato, gli Etf smart beta sono comunque prodotti a gestione passiva, ossia non vi è un gestore che adotta scelte di natura discrezionale. Sul mercato sono stati lanciati diversi Etf smart beta azionari, in Borsa italiana ce ne sono per esempio già oltre 50. Nell’ambito obbligazionario sono invece molti meno, e la ragione risiede nel fatto che gli indici fixed income classici, basati per l’appunto sulla capitalizzazione, sono molto efficienti. Sia perché sono spesso caratterizzati da un turnover contenuto sia perché la capitalizzazione rimane un criterio fondamentale per determinare se un titolo è liquido o meno. Ciò non toglie che sia possibile proporre delle soluzioni volte a superare alcuni dei limiti degli indici fixed income, il più noto dei quali è per esempio quello relativo al debito accumulato. La capitalizzazione, infatti, nulla ci dice in merito alla capacità di un emittente di ripagare i suoi debiti in futuro, inoltre, più aumenta il debito a causa di un crescente fabbisogno finanziario, e più aumenta il peso di un emittente all’interno dell’indice.

Non sempre si tratta di Etf lanciati sul mercato di recente, basti pensare che i primi prodotti high dividend, ossia quelli che selezionano i titoli e stabiliscono i pesi sulla base del dividendo, esistevano già nel 2007. Il successo è stato immediato perché erano semplici da comprendere, anche per i retail. Con gli Etf di più recente generazione, quelli definiti fattoriali, c’è voluto un po’ più di tempo ma gli ultimi dati di raccolta sono molto interessanti. Ancora più interessante è il fatto che con questa tipologia di Etf si è verificato un vero e proprio riavvicinamento, se non addirittura una invasione di campo, tra la gestione passiva e quella attiva. Se la gestione attiva sta infatti cercando di beneficiare di alcuni vantaggi tipici degli Etf, quotando alcune delle strategie più note, la gestione passiva sta facendo altrettanto su un altro piano, quello delle performance: molti studi hanno dimostrato che alcune caratteristiche comuni a più titoli, per esempio quelli value, riescono a spiegare buona parte dell’extra rendimento che si può generare nel medio lungo termine. Tale rendimento prescinde dalle caratteristiche specifiche di un titolo, e quindi dal classico stock picking, per cui può essere riprodotto attraverso gli Etf con una gestione totalmente quantitativa e a costi decisamente ridotti.

Lo scorso anno c’è stata una notevole volatilità delle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio. Quali sono ora le aspettative?

siano Negli ultimi cinque anni, l’indice dei prezzi della produzione cinese è sempre calato: la Cina quindi ha esportato in deflazione. Il 2017 vede per la prima volta l’indice salire rispetto all’anno precedente. E dato che vi è una forte correlazione tra l’indice dei prezzi della produzione in Cina quello dei prezzi al consumo mondiale, vuol dire che probabilmente i prezzi delle materie prime saranno stabili o in rialzo. Un’altra novità è che gli Usa sono potenzialmente esportatori netti di gas naturali, ma se investono in tecnologia a prezzi attuali, nei prossimi cinque anni potrebbero diventare anche esportatori netti di greggio. Questo significa che il dollaro acquisirà forza, le spese militari saranno minori e migliorerà la bilancia dei pagamenti. Non è un caso che uno dei primi provvedimenti dell’amministrazione Trump sia stato l’autorizzazione a due oleodotti e gasdotti importanti che passano dal Canada fino ad arrivare in Texas. Da qui al 2030 vi sono 640 miliardi di dollari di investimenti privati nelle infrastrutture energetiche, con tassi di interesse molto elevati. In sintesi la Cina esporta inflazione, l’amministrazione Trump agevola infrastrutture energetiche e le società che costruiscono oleodotti e gasdotti hanno finanziato all’86% il partito repubblicano che ha vinto in quegli stati dove dovrebbero passare le infrastrutture. Se sommiamo questi eventi economici e politici pensiamo che il prezzo delle materie prime, in particolare di quelle energetiche, sarà lievemente in rialzo e il settore su cui puntare nel 2017 sia proprio quello delle infrastrutture energetiche americane.

A dicembre la Fed ha alzato i tassi per la prima volta dal 2015. E si prevede un’accelerazione nel corso dei prossimi mesi. Con quali conseguenze?

chelli Se si fa riferimento al rischio di rialzo dei tassi e dell’inflazione, vorrei che si guardasse agli Etf in maniera diversa: non solo come strumenti di market access ma anche di risk management. Finora si è pensato l’Etf come un modo per poter accedere al mercato in modo semplice immediato ed economico. In realtà gli Etf si prestano a essere strumento per gestire i rischi. Se si guarda il rialzo dell’inflazione esistono Etf che permettono di esporsi a basket di titoli inflation linked. L’elemento nuovo sul mercato sono gli Etf sull’inflazione attesa, che vanno a scommettere sulle aspettative del mercato. Scontano quella che è l’attesa di inflazione implicita nei prezzi dei bond inflation linked. Con questi strumenti si può prendere posizione sulle attese di inflazione. Mentre una soluzione più semplice per gestire il rialzo dei tassi è selezionare Etf su bond a tasso variabile.

Molti osservatori pronosticano un rafforzamento del dollaro. Come cogliere questa opportunità e quali rischi per i risparmiatori?

siano Innanzitutto il vero evento predominante è il caso Brexit e il valore della sterlina. Nel 2016 il dollaro, il peso messicano e la lira turca sono sprofondati allo stesso livello e la sterlina è diventata una moneta emergente. Il vero problema nell’area euro potrebbe essere l’inflazione. Nel momento in cui l’articolo 50 verrà firmato la Gran Bretagna avrà due anni di tempo per uscire dall’Ue e stipulare un nuovo trattato. Se firmerà, nel 2019, lo stato britannico dovrà pagare dazio nelle esportazioni. Ciò comporterà grandi cambiamenti, in particolare nell’industria pesante che sarà costretta a spostarsi dalla Gran Bretagna in quanto per vendere automobili in Europa, l’80% dei componenti devono essere prodotti e assemblati all’interno della zona europea. Inoltre i servizi finanziari dalla Gran Bretagna non saranno più passaportati quindi l’Unione Europea chiederà una sede europea per tutta l’industria finanziaria britannica. Questo rappresenta un grave problema sia dalla parte dei servizi sia per l’industria pesante. Si presume che nel lungo periodo si vedrà un dollaro forte se l’amministrazione Trump non cambierà la sua politica di ritorno ai dazi. Mentre vedremo un euro debole e il business vero si proietterà sulla sterlina.

L’attuale contesto di mercato e la maggiore concorrenza nella distribuzione dei prodotti possano comportare una pressione sui margini della società prodotto e sulle commissioni?

bottillo Il passaggio dalla promozione alla consulenza è un cambiamento epocale. Ci si svincola dalla tendenza di creare prodotti dedicati ad alcuni momenti specifici dei trend macroeconomici e si passa a una logica diversa: offrire soluzioni. Siamo di fronte a un trend che va nella direzione di una riduzione dei margini. Il quadro giuridico di riferimento va verso una maggiore tutela dell’investitore mentre l’industria deve sostenere un incremento dei costi. Questo non vuol dire che l’industria del risparmio gestito non sarà da cavalcare. Anzi, abbiamo sempre maggiore necessità di investire e contribuire alla trasformazione del risparmiatore in investitore, in particolare nell’ambito italiano. Abbiamo, dunque, necessità di procedere con servizi concreti e reali: la costruzione di portafogli, il ruolo dell’asset class, delle soluzioni e delle strategie verso quella che è la necessità dell’investitore. Si va verso una compressione dei guadagni, ma verso una maggiore attenzione ai costi che gli investitori dovranno sostenere.

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