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La finanza scommette sul biotech

Gianpaolo Nodari, amministratore della società di consulenza finanziaria
J. Lamarck, spiega la rivoluzione che sta avvenendo nel settore farmaceutico.
E perché i titoli del comparto stanno sostituendo quelli dell’hi-tech nei portafogli degli investitori più evoluti.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]C’è una grande rivoluzione in atto nel campo farmaceutico. Un’intera gamma di nuove molecole più efficaci e sviluppate con la biotecnologia che porteranno una forte crescita nel settore della salute. Per chi investe le prospettive di guadagno sono positive e le aspettative di moltiplicare le performance sono amplificate dalla riforma Trump sul rientro dei capitali negli Usa e dall’ingresso nel comparto dei giganti del web come Apple e Google». A spiegarlo a World Excellence è Gianpaolo Nodari, amministratore delegato di J.Lamarck, società di consulenza finanziaria indipendente specializzata in aziende del settore biotecnologico e farmaceutico.

Quanto vale il settore in cifre. E che prospettive ha chi ci investe?
I titoli del biotech stanno velocemente sostituendo buona parte dell’hi-tech nel portafoglio degli investitori più evoluti. Il fatturato che oggi è di circa 140 miliardi di dollari, potrebbe raggiungere i 500 miliardi nel giro di cinque anni. Lo spazio di crescita è molto elevato.

Cosa motiva oggi gli investimenti nel settore pharma e biotech?
Con la mappatura del genoma umano, avvenuta nella primavera del 2000 e annunciata dal presidente americano dell’epoca Bill Clinton, si sono aperte le porte per la più grande rivoluzione finora mai avvenuta nel campo della medicina. Una situazione comparabile alla scoperta, nel 1869, del chimico russo Mendeleff con la tavola degli elementi con la quale sono stato ordinati i mattoni della chimica. La sistematizzazione ha consentito, allora, la realizzazione dei composti chimici per trattare determinate patologie. Ora con la mappatura degli elementi biologici gli scienziati sono in grado di capire quali sono le regole di funzionamento del nostro corpo e cosa determina una particolare malattia.

Che cosa cambia?
Con la chimica si interviene sugli effetti di una malattia, cioè a posteriori. Grazie alle biotecnologie si andrà a intervenire sulle cause, anticipando, per quanto possibile lo sviluppo della malattia, perché la mappa del Dna fornisce tutte le informazioni necessarie per passare dalla semplice comprensione dei meccanismi della vita alla possibilità di controllarla. Un esempio è la chemioterapia che è un protocollo basato su sostanze ottenute da sintesi chimica. Pur se molto migliorata nel corso degli anni, la chemioterapia possiede una forte capacità distruttiva delle cellule tumorali ma non è esente da effetti collaterali come la distruzione dei tessuti, delle mucose delle vie gastrointestinali e dei follicoli piliferi. L’effetto è quello di una bomba atomica che colpisce il nostro corpo, distruggendo sia le cellule malate sia quelle sane. La biotecnologia oggi consente di capire meglio quali sono le caratteristiche delle cellule tumorali, perché si formano e come possono essere distrutte. Il farmaco sviluppato su queste tecniche consente l’utilizzo di un agente sviluppato ad hoc per portare la cura direttamente alla cellula malata senza toccare quelle sane.

Perché si dovrebbe privilegiare il comparto in un portafoglio?
Si tratta di un campo che continua a registrare tassi di crescita molto elevati. Dal 2000 a oggi l’indice del settore ha decuplicato il valore confermandosi tra i più performanti nel confronto con semiconduttori, metalli preziosi utilizzati dall’industria, banche, petrolio ed energia. A spingere le quotazioni ci sono diversi fattori come l’invecchiamento della popolazione che comporta un aumento delle prestazioni sanitarie e della spesa farmaceutica. Ma anche la scadenza dei brevetti di molecole tradizionali. Una perdita immensa per le aziende.

Quanto valgono?
Negli ultimi anni sono scaduti brevetti per più di 200 miliardi di dollari e questo ha messo in seria difficoltà le aziende farmaceutiche tradizionali. Anche avendo a disposizione risorse finanziarie importanti per sviluppare nuove terapie non hanno tempo a disposizione. Servono circa dieci anni e un miliardo di dollari per portare un farmaco dalla scoperta alla commercializzazione. I grandi colossi, però, non possono fermarsi e preferiscono acquistare aziende biotech innovative già in possesso di brevetti e di abbondanti pipeline. Insomma, le opportunità sono legate sia ai nuovi composti sviluppati con alte componenti di valore aggiunto sia alle potenziali operazioni di fusioni e acquisizioni del comparto.

Quali sono i farmaci su cui punta il biotech?
Vi sono attualmente più di 4mila farmaci biotech in sperimentazione. I principali target sono il cancro, il trattamento delle infezioni tornato d’attualità dopo l’allarme sulla perdita di efficacia degli antibiotici tradizionali ai quali i batteri sono divenuti sempre più resistenti. Molto cospicui sono poi gli investimenti contro le malattie neurologiche e cardiovascolari.

Passiamo a J.Lamarck. Come selezionate le aziende da mettere in portafoglio?
Il nostro focus è sulle aziende biofarmaceutiche mature e sulle società con prodotti in fase di sviluppo, privilegiando quelle impegnate nella lotta alle patologie più complesse il cui trattamento, molto costoso, è spesso sostenuto dalla sanità pubblica. Altre chiavi di scelta sono il livello del management, le alleanze e le relazioni strategiche con il mondo accademico che garantisce l’accesso in anteprima alle scoperte scientifiche. Senza dimenticare la presenza di alti tassi di crescita e di un’ampia piattaforma tecnologica che potrebbe far diventare i soggetti scelti leader del settore.

E dal punto di vista strettamente finanziario?
Esaminiamo la capitalizzazione, il fatturato, il rapporto price/earnings, il price/sales e price/earnings over growth. Normalmente più del 50% del portafoglio viene allocato fra aziende che hanno caratteristiche da top tier e cioè con alta capitalizzazione e ampio fatturato, a cui si aggiungono posizioni in aziende con elevati tassi di crescita.

Ci sono aree geografiche particolarmente interessanti?
Il nostro posizionamento è globale. Il portafoglio è composto da partecipazione in big pharma americane, giapponesi ed europee. Nel settore biotecnologico è presente in misura superiore l’esposizione in aziende Usa, insieme a diverse partecipazioni in aziende europee, soprattutto danesi e svedesi.

Niente Italia dunque?
Nonostante l’innovazione che contraddistingue le nostre aziende, soprattutto quelle impegnate nelle biotecnologie, la dimensione continua a essere micro o piccola (rispettivamente, meno di 10 e meno di 50 addetti) e circa l’80% del fatturato è riconducibile alle multinazionali con sede in Italia. Sono dati che penalizzano l’allocazione di capitale nei loro progetti nonostante la bontà e le prospettive delle loro ricerche.

Su che quadro può contare il settore italiano?
Secondo i dati della Camera di commercio di Milano ci sono circa 25mila imprese tra farmaceutico, biomedicale e biotech, con 165mila addetti e 33 miliardi di fatturato. Roma è leader per numero di società, circa 2.100 seguita da Milano, Torino, Napoli, Bari e Firenze mentre, in termini di addetti, è Milano a dominare la classifica con circa 33mila lavoratori.

Possono rientrare nel vostro mirino per caratteristiche e reddittività?
La maggior parte delle imprese sono impegnate nella produzione di strumenti medicali, e soltanto un piccolo numero, circa 4mila imprese, sono impegnate nella ricerca e sviluppo nel campo delle biotecnologie e scienze naturali, settore che personalmente ritengo più innovativo e in grado di fungere da propulsore all’economia di un paese.

Siamo ancora una volta fanalino di coda in Europa?
Per una volta un po’ meno. A livello europeo il settore della salute italiano continua a essere competitivo nonostante la frammentazione delle imprese. I limiti sono gli stessi, strutturali, che frenano tutto il sistema Italia. Gli investimenti in ricerca e sviluppo confermano che le aziende biofarmaceutiche italiane hanno una forte predisposizione a investire, ma gli alti costi necessari per portare una molecola dalla scoperta alla commercializzazione fanno sì che ancora per un po’ la biofarmaceutica intesa come macro settore tecnologico sia un affare solo degli Stati Uniti. Che restano l’unico mercato dove sono già presenti multinazionali biotech che capitalizzano in borsa decine di miliardi di dollari.

Investimenti colossali dunque in arrivo. Ma chi sono i protagonisti?
Le grandi case farmaceutiche che crescono con acquisizioni record. Solo a titolo di esempio la Genentech è stata valutata dalla Roche, che l’ha comprata, più di 100 miliardi di dollari. Ma ci sono altri player il cui ingresso nel settore può fare la differenza.

Chi sono?
I giganti dell’high tech come Microsoft e le big company del web come Google. Non si tratta di improvvisazione. Bill Gates, anni fa, rispondendo a una domanda di un giornalista, disse che se non fosse stato impegnato nel settore high tech avrebbe certamente voluto occuparsi di biotecnologia perché la rivoluzione medica emergente avrebbe avuto, per il futuro dell’umanità, lo stesso impatto dell’high tech.

Ci sono esempi dell’invasione di campo?
Google recentemente ha avviato una collaborazione col gigante farmaceutico Sanofi per la ricerca sul monitoraggio e la cura del diabete con l’obiettivo di eradicare la malattia in futuro. Anche Apple si sta cimentando nel settore sanitario con la costruzione di un network tra gli ospedali che eseguono studi e ricerche per le cure per malattie come il diabete, il Parkinson e le malattie cardiovascolari. Obiettivo è fare in modo che i file di tutti i pazienti del mondo siano collegati a una rete centrale per costituire una base di studio alla quale applicare modelli di ricerca. Infine Facebook ha investito 3 miliardi di dollari per realizzare un grande centro per la ricerca biomedica. Un luogo nel quale ricercatori e ingegneri delle università californiane di Berkeley, San Francisco e Stanford lavoreranno insieme per sviluppare nuovi strumenti e tecnologie per trovare una cura per tutte le malattie entro la fine del secolo.

C’è un problema a prima vista. Se sale l’aspettativa di vita dell’uomo, grazie a farmaci di ultima generazione, cresce anche la spesa sanitaria. Cosa non facile da mantenere oggi. Come la mettiamo?
Distinguiamo. A causa dell’invecchiamento della popolazione la spesa sanitaria passerà dal 16% attuale a circa il 20% della ricchezza nazionale. Ma le cure farmacologiche garantite dalla ricerca biotech consentiranno a un paziente di evitare un ricovero ospedaliero, un’operazione o una riabilitazione. Dunque avremo una maggiore incidenza della spesa farmaceutica sul totale di quella sanitaria ma, dall’altra parte, anche un contenimento di quest’ultima. Un recente studio ha evidenziato come un dollaro di spesa aggiuntiva per farmaci corrisponda a 6,2 dollari di risparmio netto di spesa sanitaria. Ma anche che un giorno di ricovero equivale  a quasi 3 anni di assistenza farmaceutica, e che un euro di vaccino corrispondano a 24 euro per curare chi si ammala. Il farmaco è il migliore alleato della sostenibilità del sistema sanitario.

Torniamo all’investitore che si sta ancora leccando le ferite della bolla della dot economy, non è che anche il biotech può seguire lo stesso destino?
I rischi della speculazione ci sono sempre. Ma a mio avviso la crescita del biotech è solo all’inizio. A differenza del 2000, anno nel corso del quale i prezzi delle aziende di internet e dell’high tech sono stati spinti alle stelle da masse di investitori che spesso conoscevano poco o nulla delle aziende in cui investivano, la biotecnologia, al momento è quasi completamente assente nei portafogli degli investitori privati ed è estremamente sottopesata dagli istituzionali. I grandi movimenti di investimento in biotecnologia sono una priorità solo dalle case farmaceutiche, consce del fatto che la loro sopravvivenza potrà essere garantita soltanto da grandi sforzi e investimenti nelle moderne tecnologie basate sulla biologia molecolare. J.Lamarck definisce le aziende farmaceutiche con il termine di insider proprio per rappresentare l’investitore che gode di informazioni privilegiate sul mercato. Dunque se questi insider sono disposti a comprare aziende biotech al doppio o al triplo dell’attuale valore di borsa significa che nonostante tutto intravedono ancora grandi potenzialità di crescita.

Investimento che può essere vincente nel lungo periodo?
Le premesse ci sono e sono supportate anche dai numeri. Oggi con i farmaci tradizionali riusciamo a curare soltanto il 10% delle malattie e ci sono più di 4mila nuovi farmaci biotech in fase di sperimentazione per malattie come cancro, Alzheimer, malattie cardiovascolari, diabete, sclerosi multipla. Se affrontato con cognizione e professionalità, e soprattutto con una visione di medio-lungo termine, l’investimento in biotecnologia rappresenta un’opportunità d’investimento paragonabile agli investimenti fatti nelle case farmaceutiche tradizionali negli anni 60-80.

Nel breve termine cosa vede?
Il 2016 è stato particolarmente burrascoso per il dibattiti elettorale statunitensi che si è polarizzato sui prezzi dei farmaci ritenuti troppo elevati. Un’incertezza che fornito agli investitori un buon motivo per prendersi una pausa dopo i lunghi rialzi degli anni precedenti, il 2017 ha visto una ripresa dei corsi con la sconfitta elettorale dei democratici che ha alleviato il clima di tensione sul biopharma. Le incertezze sono legate alle ipotesi di abrogazione e rivisitazione dell’Obamacare che potrebbero ancora influenzare il settore. Ma la gestione della sanità da parte dell’amministrazione repubblicana non richiede cambiamenti nei prezzi dei farmaci. La stabilità ha consentito all’industria di focalizzare i suoi sforzi di ricerca e sviluppo per trovare farmaci in grado di fornire benefici clinici. Questo ha rimesso in moto il trend rialzista.

Sono sempre gli Usa a guidare i movimenti del settore?
Sì. La riforma fiscale di Trump può influenzare ancora il settore della biotecnologia, e non tanto per gli sgravi fiscali che non rappresenterebbero un grande cambiamento visto che le società hanno già tassi di imposizione medi del 20-25%, ma per gli incentivi offerti per il rimpatrio dei capitali detenuti dalle aziende oltre i confini americani.
Molte società utilizzeranno le risorse per dare valore agli azionisti, con acquisti di azioni e dividendi, ma anche per operazioni di merger&acquisition che potrebbero consentire alle big pharma di rafforzare le linee con nuovi prodotti e, alle piccole e medie società biotech, di accedere alle competenze e al personale di aziende più consolidate per aumentare i loro sforzi di distribuzione. A spingere il mercato potrebbe essere anche la nomina a commissario della Food and drug administration di Scott Gottlieb. Una persona pragmatica che spingerà senz’altro per una minore regolamentazione dei farmaci e per approvazioni più rapide.

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Bitcoin: eldorado o bolla?

C’è chi li considera una frode. E chi, avendoli acquistati qualche anno fa, nel frattempo è diventato milionario. Intanto nascono future, indici e derivati ad hoc. Certo è che la blockchain, la tecnologia che ne permette il funzionamento, è considerata da tutti una delle innovazioni più rivoluzionarie degli ultimi tempi. E avrà grandi sviluppi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Tra speculazione e diffidenza, nuova corsa all’oro e timori di un bolla, il Bitcoin è uno dei grandi protagonisti della scena economica degli ultimi mesi. Un fenomeno che, tra detrattori ed entusiasti, alimenta un dibattito mondiale che ha portato il conio digitale a entrare nel linguaggio economico di tutti i giorni. La sfida è solo all’inizio. Mentre la sua quotazione cresce senza sosta.

Il timore di un grande flop
. Il partito dei critici annovera big della finanza e governi. La Cina, per esempio, grande pioniere nell’uso di valuta digitale, lo scorso ottobre ha iniziato a chiudere le piattaforme sulle quali era trattata. Anche la Corea del Sud è scesa in campo con un stretta sulle transazioni. Il governo di Seul ha in mente di vietare le operazioni in valuta virtuale per minorenni e stranieri, la tassazione dei profitti sulle criptovalute e l’obbligo di identificazione da parte dei trader.  Anche il numero uno di JpMorgan Chase, Jamie Dimon, li ha definiti una «frode», il fondo Usa Bridgewater li ha già etichettati come la prossima bolla, e il principe saudita Al Waleed ha descritto il fenomeno come una nuova Enron.
A lanciare l’ultimo allarme i vertici di Ubs: «Come banca abbiamo messo in guardia contro questo prodotto perché non lo consideriamo né di alcun valore, né sostenibile», ha avvertito il presidente della banca svizzera Axel Weber, già governatore della Bundesbank, sollecitando l’intervento dei regolatori a tutela dei piccoli investitori. «Nel momento in cui iniziano a investire i piccoli investitori, è richiesto l’intervento dei regolatori», ha sottolineato Weber.
Eppure la corsa dei Bitcoin prosegue incessante. I divieti e gli allarmi hanno generato solo qualche estemporanea frenata, ma l’appetito degli investitori non sembra conoscere tregua. All’inizio del 2017 i Bitcoin valevano circa mille dollari, lo scorso 11 dicembre, giorno nel quale al Chicago Board Options Exchange (Cboe) è partito lo scambio di future sulla criptovaluta, il loro valore ha superato i 18mila dollari. Stesso risultato anche per il contratto future lanciato, qualche settimana dopo, dalla rivale Cme (Chicago Mercantile Exchange). Così anche se il mercato si interroga sui reali motivi del boom, l’industria non può più ignorarlo.

Una corsa senza freni.
 Difficile prevedere un successo del genere dalla nascita, avvenuta a inizio 2009, per mano di Satoshi Nakamoto, pseudonimo che ancora cela l’identità dello sconosciuto inventore. Nei primi sei anni e mezzo la valuta elettronica ha subìto una lenta evoluzione, ma con l’accelerazione dell’ultimo periodo al momento non si vede un orizzonte ben definito. C’è una sola certezza: esploderà, in un senso o nell’altro. «Entro tre anni la criptovaluta più famosa toccherà la quota di 2 milioni di dollari, oppure crollerà fino a scomparire. Non si scappa: o il fallimento o la gloria». Ne è convinto Giacomo Zucco, uno dei principali esperti italiani del settore, amministratore delegato di Bhb Network – BlockchainLab, un’azienda di consulenza attiva da diversi anni nel campo della blockchain e delle criptovalute. Per ora chi li detiene scommette su una valorizzazione in ascesa  visto che ipotizza di cederli solo a caro prezzo. In media 200mila dollari. È questa, infatti, la cifra che un investitore accetterebbe oggi per privarsi della sua criptovaluta secondo una ricerca di LendEdu, una piattaforma americana che si occupa di prestiti studenteschi e che negli ultimi mesi ha promosso ricerche su blockchain e monete virtuali. Nell’ultima indagine ha chiesto informazioni a 564 cittadini statunitensi che hanno già comprato Bitcoin e dalla quale è venuto fuori il ritratto di una platea ottimista. In attesa di  possibili ulteriori rialzi LendEdu ha chiesto: «Per quale cifra saresti disposto a vendere tutti i tuoi Bitcoin?». Risposta (media): 196.165 dollari. Il responso cambia in base a quanti pezzi si possiedono, ma è comunque una cifra considerevole perché le stesse persone hanno affermato di aver investito, sempre in media, poco meno di 3mila dollari. L’attesa di un rialzo è quindi notevole, come conferma il fatto che due investitori su tre non hanno venduto neppure un Bitcoin nonostante la recente impennata delle quotazioni.

Il settore prova la normalizzazione:
 nascono Cci30 indice ad hoc, i derivati e i future. Chi opera nel comparto auspica comunque una normalizzazione con l’introduzione di regole in grado di evitare fenomeni speculativi che rischiano di lasciare spazio a bolle distruttive. Un primo passo in questa direzione è sicuramente la creazione di un indice che misura il valore di tutte criptovalute e che può fornire indicazioni di tendenza agli operatori. Il primo in assoluto è stato presentato a Zugo, in Svizzera, si chiama Crypto currency index (Cci30) ed è un paniere che raccoglie le 30 monete virtuali con la maggiore capitalizzazione di mercato. Dai più famosi Bitcoin, Ethereum e Ripple, fino a quelle più nuove, ma in forte crescita, come Neo e Iota. L’indicatore rappresenta oltre il 93% della capitalizzazione totale del mercato ed è stato elaborato da un team di matematici, analisti e operatori di borsa.
Il primo giorno di contrattazioni, il 16 ottobre scorso, ha segnato alla chiusura 3.896 punti. A fine novembre era andato oltre i 5.500, due settimane dopo aveva già superato i 10mila.
Allo stesso tempo, per mitigare i problemi collegati all’estrema volatilità, sono nati i primi strumenti derivati sui Bitcoin che hanno riscosso già un certo interesse. Nella prima settimana di contrattazioni regolamentate sulla piattaforma LedgerX, che ha ottenuto a luglio il via libera dalle autorità, sono stati trattati 176 contratti fra swap e opzioni, per un valore nominale che ha superato il milione di dollari.
Infine, sempre nella ricerca di stabilità, il Bitcoin ha iniziato a essere trattato come una asset al pari di petrolio e oro grazie ai contratti future arrivati prima della fine dell’anno scorso. L’introduzione di contratti future offre alle banche la possibilità di coprirsi da brusche variazioni di prezzo della valuta elettronica, mentre i piccoli investitori possono contare su modalità più semplici per scambiarla.

Jp Morgan: Bitcoin no, ma sì convinto alla blockchain. Se il Bitcoin non convince alcuni eminenti investitori e banchieri, diverso approccio si ha verso il sistema che lo supporta e cioè la blockchain. Una tecnologia che consente la creazione e la gestione di un database attraverso nodi di rete collegati tra loro (detti chain) in modo che, ogni operazione di scambio avviata sulla rete, sia validata dalla rete stessa. Ciascun nodo, in altre parole, è chiamato a vedere, controllare e approvare le transazioni precedenti, creando una catena di informazioni collegate che certifica gli elementi di ogni passaggio.
Il sistema assicura la veridicità delle operazioni in maniera automatica e veloce e per questo ha riscosso l’interesse del sistema bancario. In particolare della Jp Morgan Chase che ha avviato un programma pilota che sfrutta la blockchain per conservare e proteggere i dati e consentire trasferimenti più sicuri di pagamenti transfrontalieri con la Royal Bank of Scotland e con la Australia and New Zealand Banking Group. Il nuovo programma non utilizza e non scambia Bitcoin ma gestisce i pagamenti da un Paese all’altro. Oggi i livelli di comunicazione tra i vari soggetti interessati per verificare la transazione sono diversi e per alcune operazioni complesse possono servire anche 15 giorni. La nuova tecnologia, secondo le aspettative, taglierà drasticamente i tempi, che si ridurranno ad alcune ore.
Un giudizio positivo sul meccanismo della blockchain è arrivato anche dal colosso elvetico Ubs che, in un suo report, ha spiegato che può apportare grandi benefici al settore finanziario, a quello manifatturiero, all’healthcare e alle utility. Nel suo dossier la banca svizzera sottolinea invece dubbi sulle criptomonete e sul fatto che queste possano effettivamente diventare valute largamente utilizzate vista l’impossibilità di avere corso legale. Inoltre, «la fornitura potenzialmente limitata di criptomonete crea pesanti barriere all’adozione diffusa delle stesse», mentre il forte incremento delle loro valutazioni negli ultimi mesi fa sospettare «quasi certamente una bolla speculativa» Ma, aggiunge ancora Ubs, «se da un lato abbiamo dubbi sul fatto che le criptovalute possano diventare effettivamente un metodo di scambio diffuso, dall’altro la blockchain entro il 2027 potrebbe portare a un aumento del valore economico globale di circa 300-400 miliardi di dollari».

La blockchain nella vita di tutti i giorni. Finanza, contratti, notai, internet delle cose, testamento biologico, cibo e ora anche diplomi universitari del prestigioso Mit di Boston. Sono sempre più estesi gli usi della blockchain considerata una delle innovazioni digitali più rivoluzionarie degli ultimi tempi. L’ultimo è quello dell’università statunitense che ha iniziato  a tenere traccia della vita digitale degli studenti usando proprio il registro di blockchain. Ogni singolo voto, attestato, esame, diploma e laurea è scritto in bit, convalidato dalla rete ed è a disposizione di università, aziende e datori di lavoro. Con questo sistema il Mit ha già distribuito diplomi agli studenti. Oltre a quello cartaceo è disponibile una copia digitale rilasciata con Blockcerts Wallet, un’app creata appositamente in collaborazione con la società di software Learning Machine. «Il Mit ha ideato un registro in un formato che può sopravvivere anche nel caso l’ateneo dovesse chiudere, è un cambiamento fondamentale», ha spiegato Chris Jagers, ceo di Learning Machine. Si tratta di una sola delle applicazioni possibili della blockchain che, nel 2018, potrebbero crescere in maniera esponenziale. Con programmi che aiuteranno, per esempio, a costruire la tracciabilità del cibo che finisce nei piatti in maniera efficiente e meno costosa. O diventando uno strumento di tutela di documenti che toccano direttamente la sfera personale, come il testamento biologico e le dichiarazioni di volontà relative ai trattamenti salvavita.

Il Bitcoin entra nelle tasche. 
Lentamente comunque anche il Bitcoin inizia a essere usato per lo scopo classico di ogni moneta e cioè regolare gli scambi. E non solo quelli tra i privati. Ne è prova il fisco svedese che ha riscosso in criptomoneta l’ammontare di tasse dovuto da un’azienda. Nello specifico, lo scorso ottobre la Swedish Enforcement Authority ha ricevuto 0,6 Bitcoin, pari allora a circa 2.600 euro. La somma è stata, poi, venduta al migliore offerente con un’asta online.
Sempre nel mondo va citato il fornitore di servizi internet per aziende e consumatori, la giapponese Gmo Internet Group, che ha deciso di pagare gli stipendi dei suoi dipendenti in Bitcoin a partire da febbraio. I dipendenti avranno un limite inferiore di 10mila yen (circa 88 dollari) e un limite massimo di 100mila yen (880 dollari) per prelevare i loro salari in moneta digitale.
La diffusione dei nuovi strumenti di pagamento è in crescita anche in Italia. La Sant’Agostino, casa d’aste di Torino, accetterà anche i Bitcoin. «La nuova tipologia di trasferimenti finanziari», hanno spiegato Vanessa Carioggia, proprietaria con il fratello Claudio della casa d’aste, e Agostino Ghiglia, senior partner della società  Aornet, «permetterà di ottenere benefici per i clienti come costi bancari decisamente inferiori e certificazione in loco della ricezione del pagamento, senza intermediari, ritardi o complicazioni».
Infine è da segnalare Portale Sardegna (società web specializzata nel turismo, quotata da poco al listino Aim Italia) che accetterà pagamenti in moneta digitale. L’azienda ha raggiunto un accordo con la piattaforma Conio che consentirà al tour operator di incassare soldi digitali, convertendoli istantaneamente in euro, neutralizzando così l’effetto di cambio valute.

Riscatti e truffe, i danni collaterali della valuta digitale.
 I fenomeni negativi non mancano nemmeno nel mondo dorato del Bitcoin. Anche i malintenzionati e il crimine hanno, infatti, scoperto le monete virtuali. Sono all’ordine del giorno le infezioni dei sistemi informatici delle grandi aziende attraverso i ransomware, codici dannosi che limitano l’accesso ai dati o alle applicazioni dei pc. Il rientro in possesso delle proprie periferiche da parte delle imprese colpite dagli attacchi avviene solo dopo il pagamento di un riscatto spesso richiesto in Bitcoin, che garantiscono l’anonimato dell’estorsione. Non solo. A farsi avanti sono anche i truffatori che sfruttano l’entusiasmo dei risparmiatori attratti dai rendimenti a doppia cifra. A Londra, per esempio, è stato arrestato un uomo che aveva allestito nel centro della City finanziaria, un call center che usava pratiche particolarmente aggressive per convincere i clienti contattati a investire in una criptovaluta inesistente.
Il fenomeno ha preso abbondantemente piede anche in Italia con distorsioni giù individuate. È recente la multa dell’Antitrust alle società promotrici della criptomoneta OneCoin, sanzionate con 2,6 milioni di euro per «vendita piramidale e promozione ingannevole». In particolare, ha spiegato il Garante, l’attività promozionale era «incentrata sulla promessa che il consumatore potesse ottenere gli OneCoin e che successivamente le monete virtuali avrebbero incrementato il loro valore in ragione della loro diffusione, tutti elementi che non hanno trovato riscontro nel corso del procedimento». La proposta commerciale di One Life, era infatti basata sulla prospettazione, falsa, di ingenti guadagni.

La Russia scende in campo. A inserirsi nel dibattito mondiale sulle criptovalute ci sono anche gli enti regolatori monetari ufficiali. Uno dei Paesi che ha preso una posizione chiara è la Russia che non introdurrà un bando sugli strumenti finanziari, come fatto di recente dalla Cina, ma mira a porne sotto il controllo dello Stato sia l’emissione sia la circolazione. Le linee guida sono state dettate dallo stesso presidente Vladimir Putin. «L’uso delle criptovalute comporta seri rischi», ha avvertito, «tra cui il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e il finanziamento del terrorismo. Inoltre, non vi è sicurezza», ha sottolineato. «Se il sistema collassa o se si verifica una bolla, non c’è un’entità legale che ne è responsabile». Piuttosto che risolvere la questione con un generale divieto però, il capo del Cremlino ha chiesto di costruire, «sulla base dell’esperienza internazionale, un sistema normativo per rendere possibile la codifica delle relazioni in questa sfera, proteggere in modo affidabile gli interessi dei cittadini, del business e dello Stato e fornire le garanzie legali per l’uso di strumenti finanziari innovativi». Allo stesso tempo, Putin ha voluto sottolineare che «è importante non porre troppe barriere, ma piuttosto fornire le condizioni fondamentali per aggiornare e far progredire il sistema finanziario nazionale».
L’attenzione per le valute virtuali in Russia è iniziata a crescere, quando Putin, a giugno scorso, ha incontrato Vitalik Buterin, il creatore di Ethereum, la seconda più importante criptomoneta dopo Bitcoin, dando di fatto la sua benedizione allo sviluppo della tecnologia blockchain nel Paese. Non così euforica però è la Banca centrale: «Siamo totalmente contrari al denaro privato», ha detto il governatore Elvira Nabiullina, «non importa se sia in forma fisica o virtuale». Intanto, però, alcuni progetti russi di cryptocurrency stanno andando avanti. Come nel caso della Sberbank Pjsc, la più grande banca russa, che sta studiando la possibilità di aprire conti in criptovaluta nella sua filiale svizzera.

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Telefoni e chat, la nuova frontiera del credito

I colossi del web, dell’e-commerce e delle tlc invadono il mercato dei sistemi di pagamento innovativi. Da Amazon a Samsung passando per Apple, Google e i cinesi di Alibaba: tutti studiano il modo per togliere alle banche il monopolio delle transazioni in denaro puntando sulle nuove tecnologie e sulla fidelizzazione di masse enormi di utenti. Per chi resta legato al contante gli sportelli arrivano pure dal tabaccaio

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Le vecchie abitudini sono difficili da superare. Almeno nel nostro Paese. Malgrado la diffusione delle nuove tecnologie e la riduzione degli sportelli fisici (-2,1% nel 2015), chi utilizza la rete per fare operazioni bancarie resta ancora circoscritto al 28% di coloro che hanno dimestichezza con il web. Tanto per avere un’idea, la media europea è del 46%. E la percentuale sale in Germania (51%), Francia (58%) e Regno Unito (58%). Lo scarto aumenta, paradossalmente, proprio nelle fasce di età che dovrebbero  essere più predisposte all’uso della tecnologia. Tra i 25 e i 34 anni, infatti la percentuale degli utilizzatori dell’internet banking è del 38% a fronte di una media europea del 68%.
La musica è più o meno simile sul fronte dei pagamenti elettronici, dove l’Italia resta fanalino di coda a livello internazionale. Qualcosa, però, si sta muovendo. L’incremento delle transazioni digitali sta infatti procedendo a ritmi addirittura più elevati di quelli  europei, con una quota di aumento che nel 2015 si è attestata al 14% contro il 12% della Ue. Il trend positivo è proseguito anche nel 2016, quando i pagamenti cashless sono cresciuti del 9%, raggiungendo 190 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta il 24% del totale dei consumi italiani. Ma il vero terreno su cui il Paese sta cambiando marcia è quello dei pagamenti innovativi, che hanno superato i 30 miliardi di euro, con un balzo del 51% sul 2015. A trainare la corsa sono state principalmente le operazioni contactless (ci sono oggi in circolazione circa 40 milioni di carte abilitate e un milione di Pos), che hanno veicolato pagamenti per 7 miliardi di euro, con un balzo del 700% rispetto al 2015. In forte crescita anche i pagamenti via smartphone, arrivati a 3,9 miliardi (+63%).

La mossa di Apple. Su entrambi i fronti le percentuali sembrano destinate a schizzare ancora più in alto, sin dai prossimi mesi. A fare la differenza sarà l’ingresso dell’iPhone negli strumenti di pagamento a disposizione dei consumatori.  Finora in Italia, dove circolano circa 20 milioni di smartphone dotati di Nfc (near field communication) che generano già circa 10 milioni di euro di transazioni, le uniche soluzioni attive erano quelle di Poste Mobile e Vodafone Pay. Dalla fine di maggio, con circa tre anni di ritardo rispetto all’esordio negli States, il sistema di pagamenti digitali della Mela è disponibile anche in Italia. Apple Pay può essere usato con iPhone, Apple Watch e Mac, quindi sia in mobilità sia dalla scrivania di casa. Il sistema sfrutta la tecnologia Nfc e funziona esattamente come una carta contactless: basta appoggiare il dispositivo a un Pos di quelli già presenti nei negozi predisposti per effettuare il pagamento.
A fare la differenza, almeno secondo le parole del vicepresidente internet service di Apple Pay, Jennifer Bailey, è la proverbiale sicurezza della casa di Cupertino: «Il numero della carta di credito non viene conservato sull’iPhone, né sui server Apple né condiviso con il commerciante e ogni transazione viene autorizzata con un codice di sicurezza dinamico e univoco che cambia di volta in volta». Le operazioni vengono finalizzate o con il touch Id, cioè il riconoscimento dell’impronta digitale, o con il proprio codice di sicurezza. Il sistema è già presente in 15 Paesi del mondo ed è usato da decine di milioni di utenti, con un volume di transazioni cresciuto del 450% negli ultimi di 12 mesi. Complessivamente ci sono oltre 3.500 banche che hanno reso disponibile il sistema ai loro clienti e solo negli Stati Uniti il 90% delle transazioni contactless sono fatte con Apple Pay.

Le potenzialità del mercato. In Italia il colosso delle tlc ha stretto accordi con Unicredit, Carrefour Bank e l’app Boon (un sistema di carta ricaricabile) ma ne sono in arrivo altri entro fine anno che comprendono CartaBcc, ExpendiaSmart, Fineco, Hype, N26 e Widiba. Anche i clienti Banca Mediolanum e American Express potranno presto utilizzare Apple Pay. Mentre il gruppo Banca Sella ha annunciato l’integrazione di Apple Pay sulla propria piattaforma di e-commerce Gestpay, utilizzata da molti player italiani della vendita e dei servizi online di tutti i settori merceologici, dal food al fashion, dall’elettronica di consumo ai servizi, come Bofrost, Giglio.com, Monclick e Parkappy. Le grandi catene fisiche in cui sarà possibile pagare sono, tra le altre, Auchan, Eataly, Ovs, Sephora.
Il bacino potenziale è di 450-700mila utenti, con circa 85mila utilizzatori non occasionali. Sui volumi i margini di crescita, almeno sulla carta, sembrano sconfinati. I numeri dimostrano che già oggi l’acquisto in negozio con il telefonino non è utilizzato solo per i micro pagamenti sotto i 25 euro (per cui non serve inserire il pin), ma anche per quelli di ammontare superiore. Lo scontrino medio si aggira, infatti, sui 50 euro, di poco inferiore al pagamento medio effettuato con carta, che è di circa 63 euro. Il transato annuo per ogni singolo mobile Pos (cresciuti nel 2016 a 85mila unità, +21%) si attesta sopra i 9.500 euro, in crescita rispetto ai 7mila scarsi del 2015. Se l’offerta evolverà verso sistemi di Pos evoluti (per esempio con un’integrazione di servizi accessori) nei prossimi tre anni gli apparecchi per l’acquisto contactless da smartphone, secondo le stime dei principali esperti, potrebbero arrivare a transare tra gli 1,2 e gli 1,6 miliardi di euro all’anno.

Concorrenza agguerrita. È facile prevedere che il colosso di Cupertino non resterà a lungo solo. In Italia la Apple ha battuto tutti sul tempo, ma nel resto del mondo i big della tecnologia sono già in pista e la concorrenza sul mobile payment è agguerrita. Offrono servizi analoghi, infatti, Samsung Pay, atteso in Italia entro fine anno, Android Pay di Google e, anche se con un bacino di utenti più contenuto, Microsoft Wallet, che già vede coinvolti Visa e Mastercard e supporta carte di credito e di debito di otto istituti finanziari. Il Wallet di Microsoft è per ora disponibile per i partecipanti del programma «Insiders» negli Stati Uniti, su tre smartphone con il sistema operativo Windows 10: Lumia 650, 950 e 950 XL. Dall’estate, però, potrà essere usato da tutti gli statunitensi.
Ma le transazioni digitali non interessano solo alle compagnie che producono smartphone e sistemi operativi. Dalla Cina, per esempio, puntano ai mercati occidentali due realtà diverse: il colosso del commercio elettronico Alibaba, con AliPay, e la popolarissima app WeChat, con il suo servizio di pagamenti. Tra le chat usate alle nostre latitudini, Messenger di Facebook consente lo scambio di denaro tra singoli utenti e anche di gruppo, per raccogliere i soldi di una cena o un regalo condiviso. Funziona come l’invio di un messaggio, ma al posto del testo si scrive la cifra. In alternativa c’è Jiffy (a cui aderiscono più di venti banche nostrane) e N26, che è essa stessa una banca e figura tra i partner di Apple Pay.
Tra i vari contendenti non poteva mancare Amazon, il super colosso dell’e-commerce. Il cui concorrente diretto è, però, per adesso Paypal, la piattaforma californiana che permette di pagare ormai quasi ovunque sul web senza bisogno di carta di credito. Amazon Pay, il sistema di pagamenti già presente in molte parti del mondo, è sbarcato ad aprile pure in Italia. In pratica, gli utenti iscritti alla piattaforma hanno la possibilità di pagare prodotti e servizi di siti terzi usando semplicemente il proprio account. Nel mondo più di 33 milioni di persone hanno già utilizzato Amazon Pay per fare acquisti, con il 32% delle transazioni realizzate da un dispositivo mobile. Il volume di pagamenti con questo sistema, usato da clienti di oltre 170 Paesi, è quasi duplicato nel 2016 grazie al suo utilizzo da parte di venditori di diversi settori come abbigliamento, viaggi, prodotti digitali, assicurazioni, intrattenimento. In Italia, tra gli altri, hanno aderito al progetto la compagnia aerea Vueling e la compagnia assicurativa Europ Assistance Italia.

Verso la disintermediazione.
 La rivoluzione nei pagamenti è epocale ma, almeno per ora, soft. Quasi tutti i metodi innovativi, infatti, funzionano ancora attraverso i tradizionali circuiti bancari. In altre parole, per pagare, bisogna avere una carta o un conto corrente. Ma le cose potrebbero cambiare rapidamente. Le multinazionali del web infatti sono convinte che la rete e i social sostituiranno presto gli sportelli. E a fare le banche ci stanno pensando davvero. Le risorse finanziarie non mancano e gli enormi bacini di utenza fidelizzati e profilati fin nei minimi dettagli potrebbero costituire un fattore competitivo difficile da fronteggiare. Qualcuno ha già mosso i primi passi. Facebook, per esempio, ha ottenuto una licenza per l’emissione di moneta elettronica in Irlanda e sembra che abbia già avviato un confronto con alcune fintech specializzate in trasferimenti di denaro.
Ancora non si tratta di veri e propri servizi bancari. Ma il passo è breve. Come dimostra Paypal, che nel 2004 ottenne un’analoga licenza e tre anni più tardi riuscì a ottenere in Inghilterra una vera licenza bancaria. Con cautela si sta muovendo anche Amazon, che ha recentemente presentato una sua carta di credito, in collaborazione con Jp Morgan, dedicata ai suoi clienti con abbonamento «prime». Il mercato sembra pronto. Una recente ricerca di Accenture ha rivelato che in Europa su 33mila soggetti intervistati circa un terzo non avrebbe problemi a spostare il proprio denaro su un conto gestito da Amazon, Google o Facebook. La percentuale in Italia è addirittura del 41%. Mentre tra i giovani la novità piace a oltre uno su due.
L’ipotesi della disintermediazione spaventa ovviamente le banche, che stanno già dando battaglia sul terreno delle regole. Secondo le fintech, i principali istituti di credito sono in pressing sulla Commissione europea per favorire una definizione delle linee guida della nuova direttiva Ue sui servizi di pagamento (che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il gennaio del prossimo anno) che penalizzi le startup innovative a favore dei servizi bancari tradizionali. Ma le spinte politiche verso l’innovazione e la concorrenza sono forti. E non è detto che le vecchie lobby riescano nell’intento.

La banca dal tabaccaio. Nel frattempo, c’è chi per tenere il passo sta tentando di allargare i propri orizzonti. Se la rivoluzione digitale permette ai cittadini di pagare tasse, bollette e mense scolastiche dal tabaccaio, perché non consentirgli anche di operare sui conti correnti? È l’idea che ha avuto Intesa Sanpaolo, che ha deciso di trasferire le filiali al bar. «Nasce la prima banca di prossimità in Europa, con l’obiettivo di arrivare al cliente, il più vicino possibile, non con uno smartphone ma con una persona, il tabaccaio». Così ha spiegato il responsabile della divisione banca dei territori di Intesa, Stefano Barrese, lanciando Banca 5. L’operazione ruota intorno a Banca Itb, la banca dei tabaccai, che in pochi anni ha conquistato la categoria, contando 23mila affiliati. La società ora è nella mani di Intesa, che vuole coniugare tradizione e innovazione, sfruttando proprio il canale online. I 25 milioni di italiani che passano in tabaccheria potranno acquistare delle smartbox del credito, confezioni di prodotti bancari, e sbrigare le pratiche dalla postazione tecnologica presente nel locale.
Il nome non è casuale. Banca 5 perché 5 sono le linee di prodotti offerti: conto corrente, carta di credito, finanziamenti sotto un certo tetto, assicurazioni di tutela (auto, capofamiglia e animali domestici) e servizi (tra cui l’intermediazione immobiliare). Barrese vede vantaggi per tutti. Ne beneficerebbero i clienti della banca, quelli che già lo sono e quelli che lo diventeranno, visto che la rete di Intesa potrebbe estendersi a «34-35mila punti», andando oltre le filiali e i bancomat.
Per chi apre un conto Banca 5, «basta scendere sotto casa, sfruttando la flessibilità oraria della tabaccheria». Ma la novità, sempre secondo banca Intesa, converrebbe anche al tabaccaio che aderisce all’iniziativa: «Avrà subito in tasca 200 euro al mese, potendo arrivare fino a 1.500 euro di ricavi addizionali».

I rischi della rete.
 L’iniziativa, partita a giugno, potrebbe attirare verso l’online anche fasce di popolazione ancora diffidenti verso i nuovi strumenti e fedeli al contante. Del resto, oltre ai vantaggi la moneta dematerializzata ha anche i suoi problemi. Secondo uno studio dell’Università britannica di Newcastle pubblicato sulla rivista Ieee Security & Privacy bastano sei secondi per clonare una carta di credito. Pochi attimi in cui un cyber criminale sarebbe in grado di trovare il numero, la data di scadenza e anche il codice di sicurezza della carta, utilizzando nient’altro che un computer portatile e una connessione a internet.
Per chi pensa di essere più sicuro utilizzando il proprio telefonino c’è il rapporto di Kaspersky Lab, che l’anno scorso ha individuato 8 milioni e mezzo di software dannosi installati su dispositivi mobili. Si tratta di una cifra praticamente triplicata rispetto all’anno precedente. In appena un anno i ricercatori affermano di aver individuato una quantità di virus mobile pari alla metà di quella rilevata in 11 anni (2004-2015).

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