Unità nella diversità, sfida strategica dell’Europa

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Il processo di integrazione partito con l’euro sta attraversando oggi una fase di profondo ripensamento intellettuale. Per troppo tempo infatti si è ritenuto che la creazione di una moneta unica e l’unificazione dei mercati economici e finanziari bastassero da soli a far convergere i singoli Stati in una grande area europea uniforme, coesa e democratica. D’altra parte i vantaggi di un’Europa unita, che ha cominciato a prendere forma dalla fine della seconda guerra mondiale (e che ha avuto un’accelerazione in seguito alla crisi di questi anni) erano evidenti agli occhi di molti. Una moneta unica, l’euro, e un sistema legislativo condiviso di diritti e doveri, uguali per tutti,  avrebbero infatti potuto favorire la libera circolazione di idee, capitali, beni, servizi con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate in termini di crescita e benessere diffuso. L’evoluzione stessa della tecnologia che ha reso il mondo collegato e interrelato e la globalizzazione dei mercati spingevano in direzione di un processo di integrazione tra gli Stati europei. Un percorso che la crisi iniziata nel 2007, come si sa, ha accelerato sul fronte economico e finanziario. Oggi però, sotto i colpi di una perdurante stagnazione, di una ondata migratoria senza precedenti, di un riassesto degli equilibri mondiali, l’opinione pubblica appare sempre più distante e prevalentemente focalizzata su problematiche di breve termine. Il caso della Brexit prima, quello recente delle richieste di indipendenza della Catalogna, ma anche gli esiti delle votazioni in Germania che hanno visto avanzare la destra conservatrice e aumentare il vigore dei partiti populisti, fanno riflettere. Nei singoli Stati si rafforza la voglia di autonomia mentre diminuisce l’identificazione in un’Europa che sembra chiedere ai più sforzi e sacrifici senza dare molto, o nulla, in cambio. Dai dibattiti e dai confronti odierni, sembra emergere chiara l’idea che l’unificazione delle economie e dei sistemi finanziari da sola non basta a creare coesione e voglia di costruire insieme un’entità europea che oltrepassi e abbatta i confini nazionali. Questo processo di integrazione richiede non solo la comunione di beni e servizi ma anche l’identificazione di un sistema di valori cogenti ed intangibili che supera le differenze storiche e culturali dei popoli e le loro peculiarità. Per dare un senso di appartenenza a popoli diversi per storia, lingua e tradizione occorre infatti partire dall’individuazione di valori comuni che stanno alla base delle nostre culture e radici storiche. Una identificazione che scaturisce inevitabilmente dalla comprensione e dal rispetto delle diversità culturali, identità e memorie dei singoli Stati. È da questo approfondimento che possono emergere infatti quei valori condivisi a cui le guerre e i conflitti del passato non hanno impedito di diffondersi e di radicarsi in profondità negli animi e nelle coscienze di tutti. Così una palese ed esplicita dichiarazione dei valori comuni dei popoli, in cui ci si possa identificare e trovare un senso di appartenenza, diventa oggi, nel momento più critico per l’Europa, segnato dall’ingente flusso migratorio che arriva dal medio oriente e dell’Africa, la grande sfida strategica per affrontare quella profonda e radicale evoluzione sociale e culturale che la tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale e l’economia della condivisione stanno provocando.

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