La banca nell’era dell’intelligenza artificiale

Blockchain, cognitive computer, software robot: la rivoluzione digitale del credito cambia le regole del gioco. E in Italia c’è chi è in pole position

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Innovazione dietro l’angolo. A segnalare come la digital transformation del canale bancario attraverso la fintech (tecnologia evoluta applicata ai sistemi creditizi) sia un fenomeno in accelerazione è una recente ricerca dell’Idc, International data corporation. La società specializzata in ricerche di mercato spiega che, nonostante gli importanti cambiamenti che hanno interessato il mondo bancario negli ultimi dieci anni, la trasformazione alla quale lo stesso andrà incontro tra il 2017 e il 2020 sarà senza precedenti. Entro tre anni, infatti, le principali tecnologie identificate come disruptive, tra le quali blockchain, cognitive computing e software robot, saranno in uso presso il 50% delle banche di tutto il mondo. Non si tratta di uno scenario ipotetico ma di un quadro in un’avanzata fase di sviluppo. Il 95% delle banche mondiali ha, infatti, già aperto un cantiere per l’adeguamento tecnologico che non si traduce solo in investimenti, e dunque in un’innovazione di processo e di prodotto, ma si sostanzia nell’adozione di un nuovo paradigma. Non basta, infatti, integrare nuove tecnologie nel lavoro. Gli operatori devono affiancarvi servizi finanziari innovativi, riscrivere le modalità di interazione con i clienti, cambiare i modelli di gestione del core business.

Blockchain.
 Le novità non si limitano solo al web e ai canali alternativi di gestione del rapporto con la clientela. Le tecnologie sulle quali oggi si punta per aumentare l’efficienza del sistema sposano algoritmi avanzati che anticipano l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Uno dei campi più promettenti è quello del Blockchain, un sistema nato nell’alveo del Bitcoin, la criptovaluta per le transazioni digitali. Il suo funzionamento si basa su un database che sfrutta la tecnologia peer-to-peer per mantenere collegate, come in una catena, una lista crescente di record. Il sistema è aperto: chiunque può entrare e prelevare informazioni dall’elenco e diventare un “nodo” della rete che certifica i dati contenuti.
Nel caso del Bitcoin, il database è un libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte nella moneta virtuale dal 2009 a oggi, e rese possibili perché approvate ogni volta dal 50%+1 dei nodi. Questo elimina il benestare delle banche per il via libera a una transazione economica. Lo stesso modello, estrapolato dal contesto originario, può essere utilizzato in altri gli ambiti. Per esempio per garantire il corretto scambio di titoli e azioni, per sostituire un atto notarile e per garantire la bontà di un sistema di votazione. Ogni transazione viene, infatti, sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne mantengono l’anonimato.
Queste caratteristiche fanno del Blockchain un protocollo sicuro e inespugnabile sul quale incardinare transazioni con elevato grado di affidabilità e certezza. Per questo 40 banche hanno finanziato la nascita del consorzio R3 Cev che studia l’utilizzo della tecnologia nella piattaforma di pagamento internazionale e la definizione di regole di utilizzo negli scambi monetari. Al consorzio collaborano partner di alto livello come Microsoft Azure, Ibm e Amazon Aws e la presenza di questi big ha stimolato una crescita rapida degli investimenti nel comparto. Così il Blockchain ha le potenzialità per impattare su quasi ogni attività del settore finanziario e rivoluzionare, nel breve termine, il mercato dei pagamenti e del trade finance.

Robot e software intelligenti. Ci sono altre aree di sviluppo tecnologico con le quali le banche dovranno necessariamente confrontarsi a breve. Una di queste è rappresentata dalle «tecnologie cognitive» già impiegate nell’ambito della finanza per risolvere le problematiche relative al rilevamento delle frodi o per fronteggiare gli attacchi di hacker ai sistemi informatici. Nel prossimo futuro gli stessi algoritmi saranno estesi anche, ad esempio, per semplificare la gestione dei prodotti finanziari da parte dei clienti. A questi strumenti si affiancheranno inoltre i nuovi software robot, cosiddetti bots, ovvero le tecnologie Rpa (Robotic process automation) le cui prime applicazioni sono già in uso in molte banche per gestire processi complessi sostituendosi all’uomo. I vantaggi che derivano sono principalmente l’abbattimento dei costi operativi, grazie alla riduzione degli errori di gestione, e l’incremento della soddisfazione dei clienti per la maggiore rapidità delle decisioni.
La fintech rappresenta dunque una nuova base sulla quale le banche potranno costruire le nuove architetture per l’analisi dei dati, l’automazione dei processi e la gestione dei processi decisionali. In breve tempo molte funzionalità dei sistemi ormai obsoleti saranno soppiantate dalle nuove pratiche accelerando, nel complesso, la trasformazione digitale del comparto finanziario.

Automazione evoluta in agenzia. Non solo software avanzato e intelligenza artificiale. Le banche non possono rinunciare alla presenza fisica sul territorio attraverso le agenzie e le filiali. Ma anche in questo caso gli investimenti saranno indirizzati, principalmente, alla riqualificazione e all’aggiornamento evoluto delle modalità di contatto con la clientela. Le aziende di credito sono già oggi, per esempio, fortemente orientate alla gestione intelligente della rete di terminali bancomat per consentire un contenimento dei costi e soddisfare le esigenze della clientela sempre più evoluta. Le aziende che offrono business intelligence in questo settore offrono già soluzioni operative complete.
È il caso della Bassilichi di Firenze che ha recentemente presentato B.Fit, un modello di analisi che consente di dimensionare, ottimizzare e aumentare l’efficacia del canale bancomat. «La nuova suite B.Fit testimonia la propensione all’innovazione che ha sempre guidato le nostre scelte in 60 anni di storia per continuare a offrire soluzioni efficaci in grado di supportare i clienti nella gestione del business e nei processi di trasformazione dettati dall’evoluzione dello scenario competitivo», ha commentato Leonardo Bassilichi, l’amministratore delegato della società. B.Fit rende visibili quattro aspetti fondamentali di una rete di bancomat: la mappatura precisa e completa (geo-localizzazione, unità organizzativa, tipologie di terminali); la rappresentazione del volume di operazioni per terminale, per fascia oraria, per tipologia di operazione; la valutazione della probabilità di coda e la percentuale di abbandono da parte della clientela, con particolare riferimento agli orari a rischio, e la correlazione con il numero di terminali disponibili e, infine, l’analisi dell’obsolescenza del parco terminali in riferimento alla localizzazione, all’unità operativa, alla tipologia e alla correlazione con l’operatività. Il reporting è immediato e le analisi supportano la banca con indicazioni puntuali sui siti in cui è necessario intervenire. Grazie alle informazioni ottenute la banca può destinare nuovi bancomat per aumentare il tasso di automazione di siti con forte saturazione e potrebbe, invece, evitare di posizionare nuovi asset in aree con bassa frequenza di utilizzo.

I player italiani. Anche se alle prese con ricapitalizzazioni importanti imposte dalle autorità europee per adeguarsi a nuovi standard patrimoniali, le istituzioni creditizie italiane non sono rimaste alla finestra nei processi di adeguamento delle loro strutture alla tecnologia più avanzata. Lo testimonia il rapporto The state of digital banking 2016 pubblicato da Forrester Research (società di ricerca di mercato leader mondiale sui temi digital) che ha indicato Intesa Sanpaolo, l’unica europea insieme a Bbva e CaixaBank, tra i sette player mondiali più evoluti in termini di profondità della trasformazione digitale intrapresa. Nel report, l’istituto guidato dall’ad Carlo Messina, è espressamente citato come un benchmark ed evidenziato come un caso di eccellenza internazionale. A Intesa Sanpaolo è stata riconosciuta «la chiara comprensione dei percorsi di acquisto e post-vendita e la superiore capacità di utilizzo dei dati disponibili con le quali ha saputo ridisegnare l’esperienza multicanale della clientela». La leva sulle tecnologie digitali per implementare una forte integrazione dei dati (reddituali, transazionali, comportamenti multicanale da fonti interne ed esterne) unita alla visione globale del cliente, ha permesso l’avvio di un vero approccio di real time marketing. In parallelo sono stati rivisti i processi, anche in filiale, per rispondere sempre più in tempo reale alle richieste della clientela e recuperare così efficienza. Il rapporto cita anche esempi concreti: sui prestiti personali e carte di credito circa il 25% delle erogazioni avviene ora in tempo reale, mentre un ulteriore 60% è chiuso in giornata. Da sottolineare anche che la velocità non è andata a discapito dei conti aziendali: nei primi undici mesi del 2016 l’introduzione del nuovo processo multicanale ha ridotto drasticamente il peso del credito problematico.
Al dinamismo digitale di Intesa Sanpaolo risponderà in tempi brevissimi Unicredit con l’avvio operativo di Buddybank, la banca nativa digitale del gruppo progettata a misura di smartphone. La partenza, che doveva avvenire il primo gennaio scorso, è stata posticipata e l’annuncio dello slittamento è arrivato dal responsabile del progetto, Angelo D’Alessandro, che per la comunicazione ha scelto uno strumento in linea con lo spirito della banca: un post sul social Instagram.  Già dalla partenza, Buddybank si focalizzerà esclusivamente sul canale smartphone per offrire tre prodotti finanziari classici (il conto corrente, la carta di credito o debito e prestiti personali fino a 25mila euro) più un servizio di concierge via chat o telefono, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, che assisterà i clienti anche in operazioni quotidiane, quali la prenotazione di un ristorante, lo spostamento in taxi o la pianificazione di un viaggio  attraverso una rete di partnership con altre startup o aziende. L’obiettivo è di raggiungere il break-even al terzo anno con 300mila clienti e un cost/income del 30% in cinque anni. Un’idea che potrebbe diventare esperienza di riferimento di un nuovo concetto di credito digitale in tutto il mondo. Secondo i piani di sviluppo a fine 2018 è previsto che Buddybank approdi negli Usa. «Partendo dalla California», ha spiegato alla presentazione ufficiale D’Alessandro che ha aggiunto: «Stiamo valutando con il top management altri paesi. Con la licenza italiana possiamo andare in due mesi in tutti i paesi Ue, ma pensiamo anche a Sudamerica, Asia e Africa».

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