unione europea

L’alleanza italo-francesce

Dietro l’accordo di cooperazione bilaterale tra i due paesi c’è una nascente alleanza politica che potrebbe rimodellare l’Unione europea e il suo ruolo globale. Con l’uscita di scena del cancelliere tedesco Angela Merkel, tutti gli occhi sono ora puntati su Mario Draghi e sul presidente francese Emmanuel Macron.

Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron hanno firmato un accordo bilaterale, denominato Trattato del Quirinale, concepito per rafforzare la cooperazione industriale e strategica tra i rispettivi paesi. Ma questo nuovo asse Roma-Parigi potrebbe avere dei risvolti che vanno ben oltre l’obiettivo iniziale, in quanto potrebbe alterare le dinamiche di leadership all’interno della stessa Unione europea.

La nuova alleanza Draghi-Macron potrà apparire come un’accoppiata insolita, visto che alcuni francesi guardano gli italiani dall’alto verso il basso. Di questo atteggiamento sono stato più volte testimone diretto quando vivevo a Aix-en-Provence, un luogo dove la cultura francese e quella italiana sono spesso in competizione e in contrasto tra loro. Ma giudicare severamente gli italiani per la loro politica è molto più difficile ora che Draghi, persona sommamente competente ed esperta, è al comando.

Dopo soli dieci mesi dal suo insediamento, Draghi si è affermato come uno dei politici più stimati e influenti d’Europa. Poco prima del vertice G20 tenutosi a Roma il mese scorso, aveva avuto un incontro privato con il presidente statunitense Joe Biden, un tête-à tête che attesta l’alta considerazione di cui il premier italiano gode all’interno dell’alleanza transatlantica. Secondo il New York Times, Biden ha sottolineato che

«l’Italia e gli Stati Uniti dovevano dimostrare che le democrazie possono funzionare e che Draghi lo stava facendo».


Ma Draghi non sta solo dimostrando al mondo che l’Italia può funzionare come qualunque altro paese ricco e moderno. Questo premier fermamente pro Europa, pro-America e pro-Nato ha anche fatto delle mosse politiche astute che potrebbero cambiare il volto dell’Europa e dell’Ue. Innanzitutto, ha stretto un legame profondo con Macron. Collaborando insieme, i due leader hanno un’eccellente opportunità per esercitare una maggiore influenza sulla politica dell’Unione, dall’economia alla difesa, ora che Angela Merkel si è dimessa dal ruolo di cancelliere dopo sedici anni al potere. Il Trattato del Quirinale è un risultato concreto della loro nuova collaborazione, che mira a colmare il vuoto creatosi dopo l’uscita di scena
di Merkel. Se riusciranno nell’intento, il centro d’influenza nell’Ue si sposterà verso sud, e verso una maggiore integrazione europea. Su questo punto, Draghi e Macron vedono le cose allo stesso modo, compresa la questione cruciale della difesa europea. Entrambi hanno fiducia nella capacità dell’Ue di agire in maniera indipendente come forza militare, pur mantenendo il suo pieno impegno nei confronti della Nato. Lo stesso Biden sembra accettare questo punto di vista. Secondo il Times,

«Biden ha detto a Draghi [durante il loro incontro a ottobre] che un’Unione europea forte, anche con un’unica forza armata, è nell’interesse degli Stati Uniti».

Considerata la crescente attenzione dell’America verso il teatro delle operazioni nell’Asia-Pacifico, una capacità difensiva a livello europeo è esattamente ciò di cui gli Usa hanno bisogno.
Con la Cina che, sotto la guida del presidente Xi Jinping, diventa sempre più aggressiva, una forza di difesa europea potrebbe colmare le lacune strategiche risultanti dagli sforzi della Nato di reindirizzarsi verso l’Asia. È sbagliato affermare che l’America stia girando le spalle all’Europa con questa svolta asiatica. Caldeggiare una maggiore indipendenza militare
del vecchio continente significa per la Nato avere la possibilità di focalizzarsi sulla Cina, che rappresenta una minaccia militare tanto per l’Europa quanto per gli Stati Uniti. In ogni caso, il tacito sostegno dell’amministrazione Biden a una forza di difesa europea fornirà a Draghi
e a Macron ulteriori argomentazioni per promuovere l’idea. Tuttavia, data la possibilità di una forte opposizione da parte della Germania e di alcuni paesi dell’Europa centrale, non si tratta certo di un fatto compiuto.
A rafforzare il potenziale dell’asse Draghi-Macron è il fatto che il prossimo governo tedesco potrebbe essere molto più solidale con la loro visione del mondo di quanto sia mai stata Frau Merkel. Invece di una “signora No” che si oppone alla maggior parte delle iniziative concepite per migliorare l’integrazione europea, probabilmente scopriranno nel suo successore
un cordiale “signor Può darsi”. Sebbene dovrà convincersi dei vantaggi del cambiamento, in particolare di quelli legati a un’integrazione più profonda, Olaf Scholz, il nuovo cancelliere socialdemocratico non respingerà le nuove idee su due piedi, come è per lo più successo negli ultimi sedici anni con Merkel.

Inoltre, Scholz lavorerà con dei partner di coalizione che sono molto più aperti all’integrazione (anche se i liberaldemocratici restano scettici sul rafforzamento di quella finanziaria).
In Germania, la coalizione di governo tripartitica che comprende i socialdemocratici, i verdi e i liberaldemocratici potrebbe rivelarsi una manna per il progetto europeo, e non solo per quanto riguarda la politica di difesa. Su tematiche che spaziano dall’unione fiscale e monetaria agli eurobond, alla Cina e alla Russia, Draghi e Macron non sbatterebbero più
la testa contro una porta chiusa.

Un’accelerazione significativa dell’integrazione europea potrebbe dunque essere nei piani e giungere quantomai tempestiva vista la possibilità di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025. Solo pensare a una simile evenienza dovrebbe spaventare a morte la maggior parte degli europei, incoraggiando un’integrazione sempre più rapida, malgrado gli
ostacoli. Chi potrebbe biasimarli?

Fondi Europei: eccezionale opportunità di sviluppo e di crescita

L’Unione Europea dispone di diversi programmi di finanziamento ed eroga fondi diretti o indiretti

Al via la rivoluzione digitale del fintech

La Bce prepara le linee guida per il settore, l’Ue stanzia investimenti in favore delle startup e l’Italia cerca di imporsi come mercato di riferimento nel post Brexit. Intanto nuove banche virtuali nascono e conquistano la clientela più giovane. Ecco come si sta rapidamente evolvendo la tecnofinanza

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Quello del fintech, la tecnologia applicata ai servizi finanziari, è un settore in crescita esponenziale, al punto da essere già paragonato a una delle grandi rivoluzioni industriali. Un cambiamento importante che rischia, però, di mettere in crisi i modelli di business delle banche tradizionali e che va, per questo, governato con norme adeguate per evitare che le innovazioni creino valore distruggendolo violentemente in settori contigui.
Anche il Parlamento è sceso in campo per comprendere l’evoluzione in atto in termini di ricadute occupazionali e tecnologiche. La Camera dei deputati ha avviato, infatti, un’indagine conoscitiva sull’impatto delle nuove tecnologie su finanza, credito e assicurazioni, interpellando analisti e imprenditori del comparto. Dalle audizioni è emerso un quadro ottimistico soprattutto sulle chance per l’Italia di diventare uno dei principali mercati di riferimento. A condizione però che si adegui il quadro normativo, si migliorino le informazioni a disposizione dei clienti e si lavori sulla formazione dei talenti.
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, le opportunità ora sono maggiori. La Brexit sta, infatti, spostando su altri Paesi l’attenzione di quelle società che finora consideravano unicamente la City come centro dei servizi finanziari ad alto tasso di innovazione. Si apre dunque uno spazio per fare dell’Italia una piattaforma privilegiata per lo sviluppo e l’offerta di soluzioni hi-tech per la finanza. Serve però una ricetta precisa per valorizzare il fintech made in Italy. E il primo ingrediente è l’allineamento della legislazione interna alle norme europee, in particolare alla direttiva Mifid 2, non ancora pienamente recepita nell’operatività. Il secondo tema è la semplificazione e la selezione, non tanto rispetto alla quantità degli strumenti a disposizione, quanto alla piena conoscenza delle potenzialità di ciascuno di questi. Spesso, infatti, pur di non confrontarsi con la complessità si rinuncia a utilizzarli.
Il terzo punto è il gap di competenze da colmare: fino a che il Paese non diventa attrattivo per i talenti stranieri è molto difficile innovare. L’esempio arriva ancora dalla Gran Bretagna dove aprire una startup, almeno fino allo scorso anno, era un vantaggio sotto più aspetti: una ricerca di capitale di rischio più facile, una platea di competenze molto ampia e flessibile e un intero ecosistema predisposto all’accoglienza degli imprenditori.

Scende in campo la Banca Centrale Europea. La Bce sta già lavorando a linee guida per la concessione di licenze ai nuovi operatori. La presidente del consiglio di supervisione bancaria, Danièle Nouy, ha detto che il quadro di riferimento normativo sulla tecnofinanza sarà disponibile a breve e aperto a una consultazione pubblica. Insomma anche a Francoforte sembrano determinati a introdurre «limiti regolatori equilibrati» per i soggetti spesso non bancari che offrono servizi finanziati evoluti. Barriere che devono essere abbastanza alte da «garantire che solo le banche sane entrino nel mercato» ma anche sufficientemente basse da «assicurare la concorrenza». Un’attenzione determinata dal fatto che la digitalizzazione sta smontando la catena del valore del credito tradizionale e questo consente a nuove aziende che offrono utilità specifiche di emergere. Ciò determina un maggior grado di contendibilità sul mercato che sta motivando i regolatori e le autorità di vigilanza a introdurre regole per ricreare condizioni di gioco regolari.
Anche l’Ue è fortemente interessata al fenomeno della finanziarizzazione digitale. Nei mesi scorsi Bruxelles ha messo sul piatto degli investimenti hi-tech, previsti dal programma Horizon 2020, più di 5,5 milioni di euro sul successo della blockchain, la catena di validazione delle transazioni che non passa attraverso i circuiti bancari, e sullo sviluppo più in generale di servizi fintech. Le risorse sono state assegnate a otto startup fra cui Signaturit, Authenteq e The Billon Group per applicazioni legate all’identità digitale, ai pagamenti elettronici e altro. Gli investimenti europei si stanno allargando anche alla possibilità di sostenere progetti di cyber security per contrastare l’utilizzo delle criptovalute a scopi criminali e per consentire alle forze di polizia di affinare gli strumenti di prevenzione dei crimini che si verificano nel dark web.

L’Italia e il volano della tecnofinanza. Che non sia solo una moda o una parola priva di contenuto lo dimostra il fatto che gli investimenti attorno al fintech sono consistenti e incentivati anche dal governo italiano. Alla fine dello scorso settembre è stato inaugurato, presente anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il Milan Fintech district, la prima area urbana italiana adibita all’operatività delle aziende più avanzate del settore finanziario che riunisce startup, imprenditori, istituzioni, investitori e università, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’industria creditizia del futuro. Il Fintech district è un hub fisico nel quale i principali operatori presenti in Italia avranno la possibilità di lavorare insieme per favorire la nascita di collaborazioni industriali e commerciali, attrarre nuovi investimenti e dare impulso allo sviluppo del business. Un’esperienza che replica quelle presenti a livello internazionale come Level39 a Londra o Station F a Parigi. Gli spazi a disposizione sono dotati di uffici e coworking per consentire ad aziende e startup di localizzare stabilmente le loro attività nel distretto promosso da Sellalab, il polo d’innovazione del Gruppo Banca Sella, e da Copernico, la piattaforma di spazi di lavoro che promuove lo smart working. Attualmente sono ospitate già oltre trenta tra startup e corporate che operano in diverse aree tra le quali crowdfunding, p2p lending, blockchain, monete digitali e roboadvisory.

I clienti e le app Fintech. I consumatori finali non sono rimasti indifferenti alle possibilità offerte dal fintech. Per quanto riguarda le app scaricate sugli smartphone, una ricerca di Bem Research ha rilevato che le più richieste sono quelle per il controllo sulle spese e le uscite della carta di credito. Secondo Bem, «il ruolo delle applicazioni per il mobile in questo settore è potenzialmente molto più importante di quanto si possa pensare». Potrebbero, infatti, colmare le lacune della conoscenza in campo finanziario, assumendo esse stesse un compito formativo e informativo.
In Italia, nella classifica delle app più popolari su Google Play nella categoria finanza ci sono Postepay, Intesa Sanpaolo Mobile, BancoPosta, PayPal e PosteID. Anche nell’App Store, per la categoria finanza, Poste Italiane ha una buona presenza con Postepay e BancoPosta, mentre oltre a Unicredit e Intesa Sanpaolo compare anche PayPal.

Il caso di N26
. Mentre per le tradizionali filiali bancarie si prefigura una drastica riduzione e un necessario cambiamento di layout e di funzioni per garantirsi la sopravvivenza, le nuove banche ad alta tecnologia digitale (anche queste assimilabili alle fintech) conquistano clienti e fette di business. Non si tratta più dei grandi marchi bancari che affiancano alla loro offerta canali web ma di nuove entità progettate e sviluppate attorno a un utente che desidera svolgere le interazioni con la banca senza bisogno di entrare in uno spazio fisico. Un esempio è N26, prima banca paneuropea concentrata in uno smartphone, fondata e guidata da Valentin Stalf, che cresce con tassi esplosivi. A gennaio scorso aveva festeggiato quota 100mila clienti. Nella primavera di quest’anno erano saliti a 300mila, ora la società corre verso mezzo milione di utenti. Non stupisce che l’obiettivo dichiarato di N26 sia quello di diventare nei prossimi anni la banca mobile leader per i clienti digitali di tutta Europa con 2 milioni di abbonati.
La storia di N26 è esemplare nel descrivere le potenzialità di successo delle fintech: acquisita la licenza home-banking in Germania ha avviato l’espansione nel resto dell’Unione europea, prima in Austria, poi Francia, Spagna e Italia e nel resto della Ue. Oggi i clienti di N26 provengono da 170 diverse nazioni e utilizzano le loro carte in 207 Paesi differenti per transazioni in 143 valute. In Italia la banca nello smartphone contava, lo scorso maggio, 10mila clienti. In  crescita con un tasso più alto rispetto alla media, così l’azienda considera possibile centrare l’obiettivo di 50mila clienti a fine 2017. Quanto agli utenti sono per lo più giovani con un’età compresa tra 18 e 35 anni. Una generazione digitale, con stipendi di ingresso più bassi di quelli dei genitori e che cerca costi contenuti e facilità di accesso.

Le aziende. Non solo finanza. Anche gli operatori che offrono servizi alle aziende iniziano a guardare con interesse alle possibilità offerte dalla tecnologia bancaria evoluta. Un esempio è l’accordo strategico siglato tra la Zucchetti, gruppo italiano che offre soluzioni Ict per imprese e professionisti, e Soldo, il primo conto multi-utente per il controllo delle spese aziendali. Un’intesa con la quale per la prima volta una soluzione fintech viene integrata all’interno di un software gestionale, garantendo così a migliaia di imprese il controllo automatico delle transazioni per i costi di trasfert

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