tecnologia

Checkpoint Systems. Il partner tecnologico dell’innovazione del settore Retail

Divisione di CCL Industries – gruppo leader mondiale nelle soluzioni per etichette e packaging per società, piccole imprese e consumatori – Checkpoint Systems è l’unico fornitore di soluzioni antitaccheggio RF e gestione inventario con RFID verticalmente integrate che offre etichette, hardware e software e soluzioni connesse in cloud per tutta la filiera del settore retail.

Le soluzioni di Checkpoint aiutano a brandizzare, proteggere e tracciare la merce dalla fase di produzione fino al consumatore, ottimizzare le operazioni di vendita con dati utilizzabili in tempo reale, precisione delle scorte, vendite omnichannel efficienti, migliori performance finanziarie e una migliore esperienza per il consumatore.

Fin dall’inizio della pandemia da COVID-19 e del conseguente lockdown, l’azienda ha supportato i retailer italiani con soluzioni tecnologiche mirate al rispetto delle normative e a garantire la sicurezza delle persone con un pacchetto di soluzioni SaferShopping. Tra le proposte per una riapertura in sicurezza SmartOccupancy, soluzione contapersone, per il contingentamento degli ingressi con cui i retailer hanno avuto da subito la possibilità di gestire eventuali criticità dei flussi in modo semplice ed affidabile, avendo sempre e in tempo reale visibilità totale sul numero degli utenti che si trovavano all’interno del punto vendita.

Questa soluzione è nata proprio per rispondere alla necessità di garantire il rispetto dei piani di sicurezza imposti dalle normative vigenti nel regolare il flusso di persone all’interno di aree di pubblico interesse, quali teatri, cinema o locali d’intrattenimento, e aree private, quali Centri Commerciali, banche, farmacie e uffici. Il sistema è basato su una piattaforma tecnologica che tramite una serie di sensori posti all’interno dei varchi di ingresso e di uscita di una specifica area delimitata, conteggia, appunto, in tempo reale accessi e uscite e genera degli alert visivi ed acustici che consentono al gestore di bloccare le persone al raggiungimento di soglie preimpostate.

Abbiamo risposto all’esigenza cruciale del settore anche con un sistema all’avanguardia per la termomisurazione. La nostra soluzione SmartTemperature, sempre parte del pacchetto SaferShopping, che permette ai retailer di rilevare a distanza la temperatura del singolo utente/cliente in fase di accesso in qualunque luogo delimitato. Esso viene bloccato automaticamente nel caso presenti stati febbrili e quindi rappresenti un potenziale portatore di agenti patogeni. Un sensore termografico integrato nella soluzione è in grado di riprendere contemporaneamente più persone e di individuare solo quella che ha la febbre, da una distanza di 3 metri, grazie all’Intelligenza Artificiale integrata. La certezza di sicurezza per le persone deriva dal fatto che un avviso arrivi in tempo reale tramite tablet o desktop agli addetti al controllo, che possono quindi prendere decisioni immediate per la sicurezza di tutti.

Un altro, altrettanto importante, fattore su cui i retailer stanno riflettendo in preparazione del new normal del post-Covid sono le differenze inventariali. I numeri del fenomeno sono impietosi e noi di Checkpoint sappiamo bene che chi non investe per contrastare il fenomeno del taccheggio attivamente ne registra in modo diretto una forte crescita. Sensibilizziamo da sempre il settore sul fatto che un programma di protezione alla fonte, abbinato a sistemi antitaccheggio innovativi ed efficienti, può ridurre notevolmente le differenze inventariali e distribuire valore aggiunto attraverso la supply chain, incrementando le vendite e riducendo l’out-of-stock. Da una maggiore velocità di rifornimento degli scaffali, nessuna manipolazione delle merci, protezione costante e garantita tramite etichette applicate in fase di produzione, riduzione e contrasto alle differenze inventariali, integrità estetica dei prodotti grazie ad un packaging che li protegge dai furti, sono molti i benefici già evidenti alle aziende che utilizzano i nostri sistemi.

Da oltre 50 anni analizziamo i cambiamenti del settore per rispondere con soluzioni tecnologiche all’avanguardia e progettate sulle specifiche esigenze di ogni cliente, e oggi, nella transizione al new normal, siamo coscienti che la digital transformation passi anche dalla connettività dei sistemi presenti nel punto vendita. Sistemi antitaccheggio connessi, gestione da remoto e raccolta dati contapersone in un’unica piattaforma permettono di portare l’innovazione nel punto vendita ad un livello superiore, offrendo numerosi strumenti a più aree operative, loss prevention, marketing e vendite, risorse umane, per una ripartenza in sicurezza.

Infine, vogliamo portare all’attenzione di come l’implementazione di soluzioni antitaccheggio RF e contapersone, abbinate alla business intelligence, rientrino a pieno titolo nei programmi del governo dell’Impresa 4.0, grazie all’apporto tecnologico che queste soluzioni offrono, a tutto vantaggio degli imprenditori e dei consumatori.

La nuova era dell’experience economy

Dai centri commerciali ai rivenditori omnicanale, l’economia dell’esperienza tocca tutte le forme del retail, per promuovere intrattenimento e socializzazione e fornire un’esperienza che vada oltre l’offerta di prodotti e servizi. E in questo la tecnologia gioca un ruolo essenziale.

Nel 2017 ogni minuto ha visto nascere 1,8 milioni di Snapchat, visualizzare 4,1 milioni di video e caricare più di 400 ore di contenuti su YouTube. WhatsApp conta 1,3 miliardi di utenti attivi e Messenger poco più, Facebook ne ha raggiunti 2,13 miliardi. E poi ci sono Instagram, Pinterest, Twitter… Il ricavo annuale che YouTube genera per Google è di 4 miliardi di dollari e cresce a due cifre, le entrate di Facebook hanno raggiunto i 9,32 miliardi (fonte: TalkWalker). Il canadese Justin Bieber, grazie ai suoi video caricati su YouTube, oggi è l’under 25 più ricco al mondo con un patrimonio di 200 milioni di dollari, su Facebook e Twitter conta decine di milioni di seguaci ed è stato inserito per tre volte da Forbes nella lista delle dieci celebrità più potenti. Numeri che mostrano come l’economia stia facendo i conti con un’umanità ormai tecnologica e connessa, in grado di dare grazie al web echi mondiali alla sua individualità, risposte alla sete di conoscenza, comunicazione. È la nuova dimensione di vita che caratterizza l’era dell’experience economy, accende aneliti di libertà, apre gli orizzonti e unisce il mondo, offrendo a ognuno l’opportunità di essere protagonista nel bene e nel male. La globalizzazione dilata le esperienze individuali e internet, al contrario di quanto pensano gli scettici, semplifica il percorso che porta all’azione e invoglia a fare esperienze reali. Per l’industria e il commercio, un’opportunità che è stato doveroso cogliere e sviluppare in una sequenza crescente di fasi.

Quando due decenni fa James Gilmore e Joseph Pine introdussero il concetto di economia dell’esperienza, già pensavano che le aziende sarebbero gradualmente passate dall’offrire prodotti e servizi a creare «esperienze memorabili». Il cambiamento che il mondo vive ormai da un po’, è accelerato dagli sviluppi tecnologici. È mutato l’approccio alla scelta, al dovere, alla decisione, quindi anche nel vendere e acquistare prodotti. Essi stessi diventati servizi, esperienze, design, espressione di consumatori che insieme concorrono a svilupparlo, chiedono teatralità, atmosfere multisensoriali e, al retail, addetti più preparati, armonia col sito e i canali del web. Grandi aziende, organizzazioni e gruppi stanno creando esperienze uniche per i loro clienti, ma in generale riuscirvi rappresenta ancora un traguardo lontano per molti e anche per chi riesce è frutto di un progressivo avvicinamento avvenuto negli anni. Il tempo necessario per essere in grado di seguire adeguatamente il cliente, saper utilizzare i mezzi offerti da una tecnologia in vertiginosa crescita, reclutare esperti in grado di gestirla, istituire nuove divisioni e uffici di marketing. Come dicono Gilmore e Pine, è necessario includere l’esperienza di marketing nel modello di business, mettere in campo grandi offerte combinate con esperienze coinvolgenti. Cosa che stanno facendo molto bene big dell’industria come Nespresso con le sue boutique monomarca, Apple con i suoi Store, Samsung con i Galaxy Studios. Apple oltre che produttore è diventato il rivenditore più produttivo al mondo, con oltre 5.500 dollari di vendite per piede quadrato (quasi 60mila dollari per mq) negli Stati Uniti. Il maggior impatto sul business lo sta avendo la customer experience o customer experience management, per lo più intesa come un modo per rendere le interazioni più piacevoli e convenienti, quindi mettendo i rivenditori in concorrenza diretta tra loro. Dai grandi centri commerciali ai rivenditori omnicanale, l’experience economy tocca tutte le forme del retail, per promuovere intrattenimento, socializzazione e ambienti di shopping rilassati; con la consegna in giornata di prodotti ordinati da dispositivi mobili, dopo averli visti e toccati in negozio. Anche nella vendita al dettaglio, fornire un’esperienza che vada oltre l’offerta di prodotti e servizi, magari mettendo in scena eventi coinvolgenti, sta diventando un must. Attività strettamente legate alla tecnologia, che richiedono personale e manager competenti, non facili da trovare. Secondo l’Osservatorio competenze digitali 2018, l’importanza degli skill digitali cresce nelle aziende di tutti i settori con un’incidenza media del 13,8%, ma arrivando al 63% per quelle specialistiche d’importanti aree industriali, al 54% nel commercio e al 41% nei servizi. Incrementi accompagnati dalla domanda di web designer, analisti di big data e social media, esperti di cyber sicurezza, sviluppatori di app e altre professioni per gestire i cambiamenti derivanti dagli sviluppi della tecnologia, che non sta avendo risposte sufficienti. Nel 2020 pare che mancheranno 750mila professionisti qualificati nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Nel mondo degli affari, secondo Gilmore e Pine, l’experience economy si gioca su cinque arene: «name-only experience», l’esperienza solo di nome; «user experience», attraverso l’uso di interfacce uomo-computer e incrementando l’offerta fisica; «experiential marketing», messaggi di marketing, posizionamenti, materiali ed eventi progettati per coinvolgere i potenziali clienti in modo esperienziale; «customer experience», l’insieme delle interazioni del cliente con un marchio o un’offerta, progettato per essere bello, facile e conveniente; «experience as a distinct economic offerings», eventi memorabili che coinvolgono ciascun individuo in modo personale. Per Bernd Schmitt, professore della Columbia University e teorico del marketing esperienziale, esistono cinque tipi di stimoli che lo guidano: «sense», che fa ricorso ai sensi; «feel» ai sentimenti interiori; «think» che impegna dal punto di vista creativo; «act» che chiede partecipazione e influisce sugli stili di vita, e «relate» o «moduli strategici esperienziali» che li mette tutti in relazione con altri individui e culture.

Il multiforme scenario della experience economy. Persino entrando nella galleria Eden Fine Art di New Bond Street, a Londra, si ha la conferma di come anche l’arte rimandi al tema dell’esperienza, mitizzando l’azione e il vissuto. Sulla parete, il Butterfly Effect di David Kracov, artista che lavora per i più famosi studi d’animazione, emana fremore con la sua miriade di farfalle colte nell’atto di volare, stigmatizzandone l’azione, in sintonia con l’autore che dice: «Io sono ciò che creo». Poi le Borse cristallizzate di Fred Allard, contenenti oggetti di vita vissuta e i Voyageurs di Bruno Catalano, sculture spezzate di gente in cammino per viaggi che si perdono nello spazio e nel tempo. Passando a un tema di viaggio meno metaforico, recentemente Expedia ha pubblicato i risultati di uno studio sul comportamento e le preferenze degli americani dalla generazione Z (18-22 anni) ai baby boomer (55-65), da cui emerge chiaro il passaggio dalla società dei prodotti a quella delle esperienze. Nel travel marketing, Expedia realizza esperienze multimediali interattive per aiutare gli inserzionisti a differenziare i loro marchi. British Airways sta investendo molto sulla customer experience attraverso varie forme di marketing, dal sensoriale, come la diffusione di odore di erba nei terminal per dare la sensazione della campagna, alla gamification con il gioco «Top 18 2018» che ha coinvolto i passanti al Covent Garden di Londra premiando con biglietti aerei per una delle 18 destinazioni top di quest’anno. «Il nostro marketing sfrutta i vantaggi sensoriali del caffè», ci ha detto Michael Jennings, portavoce di Nestlé. «Progettiamo il nostro packaging in modo da garantire la protezione dei prodotti da qualsiasi perdita d’aroma durante la distribuzione. Attraverso la comunicazione, facciamo leva sull’esperienza utilizzando il gusto, il calore e l’aroma, ma stiamo anche esplorando il mondo dei giochi, dato che i consumatori spendono sempre più tempo in queste piattaforme». Per Starbucks, la gamification è uno strumento per incrementare le vendite, Coca-Cola ha lanciato con successo Shake it nel mercato asiatico, giusto per fare degli esempi, tendenze cui partecipa a tutto campo anche il mondo del retail. La scorsa primavera, la storica catena inglese di grandi magazzini Selfridges ha messo in scena presso l’Old Selfridges Hotel di Londra una mostra multi-sensoriale. Un viaggio nel lusso immaginato dal Google Pixel 2, Loewe, Mr Lyan, Thom Browne, Gareth Pugh, Louis Vuitton e Byredo, molto vicino a quella che Gimore e Pine chiamerebbero esperienza memorabile. Un mix multisensoriale durato 24 giorni che, come conferma Bruno Barba, senior brand pr manager di Selfridges, «ha avuto quasi 20mila visitatori, molto al di sopra delle aspettative». Byredo, giovane marchio svedese che ha rivoluzionato il mondo dei profumi di nicchia, ha esplorato il lusso attraverso un futuro spaventoso in cui l’acqua dolce sarà tra le cose più preziose. Loewe ha immaginato un mondo in cui natura, artigianato e tradizione procedono assieme in un paesaggio metaforico, tra forme verticali molti-plicate da superfici riflettenti, metafora di un futuro senza limiti pe le risorse terrestri. Nei vari contesti è in forte crescita la realtà virtuale, che incentiva quella reale, è strumento di partecipazione e conoscenza, non solo una leva di marketing. Pine e Gilmore considerano anche Eataly un buon esempio di economia esperienziale, perché nei suoi negozi sparsi per il mondo regala al clienti momenti indimenticabili, combinando tra loro gli elementi della gastronomia italiana e quelli che le roteano attorno: stoviglie, lezioni di cucina, esibizioni di chef, eventi e persino musei occasionali. Senza contare Fico Eataly World a Bologna, ultima creazione di Oscar Farinetti, che oltre al cibo mette in scena la biodiversità italiana. Aperto a novembre 2017 ha già superato il milione di visitatori. Tra questi, lo chef inglese Jamie Oliver, la food blogger cinese Junhui Cao, seguita in streaming da 600mila follower, le delegazioni di Alibaba e dei grandi magazzini El Cortes Inglès, cui pare piaccia molto. Successi in sintonia col rapporto The retail experience economy di Squire Patton Boggs, da cui risulta come l’emergere dell’experience economy abbia cambiato la spesa dei consumatori, rendendo necessarie strategie a lungo termine e singoli dialoghi coi clienti, sia nei negozi fisici che sui device, e come le esperienze modellino sempre più l’identità e il valore sociale del retail.

A cura di Donatella Zucca

Innovazione e tecnologia per creare valore

Per avere successo nell’era digitale occorre puntare su processi agili, snelli, automatizzati, valorizzare il brand, mirare a un target preciso. Ecco quanto è emerso
in un incontro di World Excellence con imprenditori e manager

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]La capacità di creare valore rappresenta una delle sfide principali per le aziende. Infatti, se da un lato lo sviluppo tecnologico ha reso più agevole il reperimento di risorse sul mercato, dall’altro si assiste a una progressiva dematerializzazione del processo di creazione del valore. Che, quindi, non si misura più solamente sulla base di fattori oggettivi, ma sulla capacità del prodotto di inserirsi nell’ambito di un segmento di mercato. Questo scenario ha reso sempre più complesso il processo di creazione del modello di business capace di trasformare un’idea in un progetto di successo.
Ma quali sono gli strumenti strategici che le aziende mettono in campo per sviluppare modelli innovativi, finalizzati a ottenere vantaggi competitivi? Se ne è parlato nel corso di un incontro organizzato dalla giornalista Chiara Osnago Gadda per World Excellence presso la sede di Scm Sim. Al dibattito hanno partecipato: Antonello Sanna, amministratore delegato di Scm; Francesco Barbato, partner e responsabile dell’area commerciale di Scm; Paolo Re, vicepresidente della maison di gioielli Recarlo; Roberto Cassina, imprenditore edile; Andrea Realini, imprenditore e ceo di MyHabitat; Gabriele Chizzola, coo di MyHabitat;  Laura Garzoni Maglia, imprenditrice della ditta Francesco Maglia dal 1854; Marco Ramundo, ad di Dynamiq Yachts; Marco Masella, presidente della Scuola di Palo Alto e socio Predict; Angelo Villa, imprenditore e ceo di Bebeto; Massimo Della Torre, imprenditore e ceo di Fundus Della Torre; Sofia Gioia Vedani, imprenditrice e amministratore delegato di Planetaria Hotels.

Quali sono le leve sulle quali puntare per un business innovativo?
sanna Per quanto ci riguarda, indirizziamo i nostri clienti in un percorso consulenziale che, analizzati aspettative e bisogni, sia familiari sia aziendali, arriva alla costruzione di soluzioni personalizzate. Siamo la prima Sim di consulenza finanziaria quotata a Piazza Affari, sul segmento Aim, e adottiamo un modello di business fondato sull’indipendenza dai gruppi bancari, assicurativi e industriali e sulla trasparenza. Non percepiamo infatti compensi dagli emittenti, ma solo dai clienti. Applichiamo una flat flee che è indipendente dalle scelte di portafoglio e dai prodotti selezionati. Tutti i clienti sanno esattamente quanto pagano per il servizio che ricevono. Sin dalla nostra nascita, infatti, abbiamo adottato un modello di business già conforme, in termini di trasparenza per i clienti, alla normativa Mifid 2. Generalmente il nostro interlocutore ha un patrimonio medio di circa 2 milioni. Abbiamo scelto di gestire pochi clienti con situazioni anche complesse che richiedano tempi consoni e l’intervento di più professionisti. L’esigenza primaria, in questi casi è, come si può immaginare, la conservazione del patrimonio. Una volta poste le basi al rapporto di consulenza, i clienti ci richiedono ulteriori servizi relativi agli asset patrimoniali, che spaziano dalla gestione degli immobili, al tema assicurativo, fino alla costruzione di un’adeguata gestione del passaggio generazionale.
barbato Il nostro è un mercato di offerta, e di conseguenza per noi è fondamentale ribaltare questo schema, stando vicino alle persone e alle loro esigenze e aspettative; i figli, la casa, la vita che si allunga, la successione, i rischi veri a cui è esposto il patrimonio. Al di là degli slogan, mettiamo il cliente al centro, non avendo prodotti da dover collocare, e lo aiutiamo a pianificare per tempo. Riteniamo, cioè che il prodotto finanziario in sé non abbia un  suo significato e che debba  prevalere l’interesse patrimoniale della persona, dell’imprenditore, dell’azienda famiglia. Offrire soluzioni articolate richiede competenze non solo in ambito finanziario, dove fin troppo si concentra l’offerta del sistema ma, oltre agli investimenti entrano in gioco competenze legate alla successione del patrimonio personale, di quello aziendale, gli aspetti fiscali. La sfida da cogliere è proprio quella di mettere insieme tutte queste competenze in un’unica figura, che sappia offrire soluzioni e non prodotti, coerenti con i veri bisogni dei clienti, che sia a loro fianco nelle decisioni importanti. Rapidità, flessibilità operativa e capacità di capire le diverse situazioni sono essenziali. E ovviamente, in tal senso, l’innovazione e la tecnologia rivestono un ruolo fondamentale. Non a caso, dallo scorso settembre abbiamo avviato il progetto «The young talent hub» che consiste nell’inserimento di giovani talenti provenienti dalle migliori università italiane, che interpretino questo nuovo modello di professionista con spiccate capacità di utilizzo delle nuove tecnologie. Dopo l’ingresso dei primi 10 young talent, contiamo di selezionarne almeno 30 all’anno.
re La nostra sfida è quella di coniugare innovazione nei sistemi informatici aziendali, nel marketing e nei processi (siamo infatti passati da azienda familiare ad azienda evoluta) e tradizione. Oggi pertanto, per arrivare direttamente al cuore di una persona con un gioiello prezioso bisogna sfruttare con decisione le leve dei canali della comunicazione web e i social network, in modo da amplificare la visibilità internazionale del proprio messaggio. Siamo del resto un’azienda che si affida al trade e il valore cerchiamo di crearlo costruendo il percorso dell’affermazione del brand. Abbiamo quindi deciso di conciliare artigianalità e tecnologia. Il nostro solitario Florence per esempio, può essere personalizzato in un’area predisposta del nostro sito mediante la scelta del modello e della caratura, fino ad arrivare all’incisione: frasi d’amore o romantici intarsi scelti fra quelli da noi suggeriti o ideati dai nostri potenziali clienti. L’anteprima del gioiello configurato sul nostro sito nello spazio dedicato a Florence si può condividere online sui vari social più diffusi per scambiarsi pareri sul gioiello prescelto. La fase finale del progetto avviene nelle gioiellerie dedicate già organizzate per realizzare i desideri degli utenti. E con questo servizio su misura, siamo diventati globali perché è accessibile in ogni angolo del pianeta.
cassina I clienti apprezzano soprattutto la storia e la tradizione che c’è dietro a un’azienda. Mi occupo di immobiliare in Liguria, provincia che nell’ultimo anno ha registrato un +4% sulle vendite e nella mia realtà, l’innovazione a livello costruttivo, evolve giornalmente, sia per quanto riguarda l’aspetto ambientale, sia per quello tecnico. La burocrazia, purtroppo, però non ci aiuta ed è il costo che non si riesce proprio ad abbattere. Mio malgrado quindi, il web attualmente per noi non è ancora strategico. Rispetto al mercato straniero infatti, soprattutto quello russo, siamo perdenti, perché non competitivi nei prezzi a causa del fardello burocratico che ci portiamo dietro. Dunque, sebbene ci sarebbero molti capitali disponibili a investire nel nostro paese, scappano e i nostri clienti, di conseguenza, rimangono solo nazionali.

Nella pratica, un’innovazione e una tecnologia evolute ed efficienti che impatto hanno sui clienti?
realini Personalmente con la nostra piattaforma, portiamo innovazione in un settore che, pur valendo trilioni di dollari e impattando direttamente le vite di ognuno di noi, opera ancora con logiche antiquate e, spesso, in modo inefficiente. Le società di costruzioni infatti, investono mediamente meno dell’1% in tecnologia. In MyHabitat invece, siamo convinti che i tempi siano maturi per iniziare una rivoluzione nel settore. Grazie all’uso intelligente della tecnologia, oggi è possibile unire efficienza, sostenibilità, design e ottimizzazione del rapporto qualità/prezzo. MyHabitat si avvale di un team multifunzionale proveniente da esperienze nell’industria delle costruzioni, del design, della tecnologia digitale. Il nostro impegno è quello di permettere a tutti di trasformare la propria casa in quella dei sogni, eliminando le inefficienze del settore edilizio attraverso un approccio innovativo ed evolutivo. Di conseguenza, i Personal Architect della nostra realtà, grazie all’uso di tecnologia e processi, guidano il cliente dall’ispirazione iniziale fino alla consegna del progetto, eliminando inefficienze e ritardi. Stiamo cercando di razionalizzare al massimo la nostra attività, lavorando su tre punti fondamentali: sul cliente (che può vedere tutto quello che facciamo in corso d’opera); sulla tecnologia (aiutiamo il progettista e il costruttore a rivedere dopo anni come è posizionato il suo investimento); e infine, avvalendoci di partner esterni all’interno della nostra piattaforma. Il nostro mercato, peraltro, non è solo nazionale. Infatti, nasciamo a Lugano ma, da quest’anno, siamo anche a Milano. Il mercato in Italia si sta riprendendo e dunque vogliamo puntarci.
maglia Siamo un’azienda giunta ormai alla sesta generazione e l’ingresso di mio figlio ha fatto sì che puntassimo in maniera intensiva sulla tecnologia e sui social, per conquistare anche un mercato più giovane. È ovvio però che quello che dà la forza maggiore alla nostra ditta è la forza del prodotto e il vero valore aggiunto ci è dato dai materiali e dall’accurata manifattura.

Dunque, i clienti sono sempre più alla ricerca di soluzioni che snelliscano i processi?
ramundo «Live Smart. Be Dynamiq» è il motto distintivo di Dynamiq Yachts. Seguendo i principi dell’innovazione e della funzionalità (abbiamo creato una nuova categoria di modelli: gli smart yacht) Dynamiq per primo ha traghettato la filosofia delle vetture Gran Turismo nella nautica, offrendo prestazioni, lusso e autonomia in un’unica formula di superyacht versatili e adatti a ogni occasione, equipaggiati per rilassanti crociere con la famiglia fma anche per animati party outdoor. Dynamiq ha battezzato questi yacht Gtt – Gran Turismo Transatlantic. L’obiettivo è trasferire la massima qualità e tecnologia dei megayacht di 60/70 metri nel segmento dei 30/40 metri. Inostri yacht sono i soli sul mercato a essere multifunzionali e a un prezzo e dimensioni molto accessibili. Del resto, dal 2008, il mondo dello yacht è cambiato per vari motivi: il crollo di alcuni strumenti, l’introduzione di norme repressive per il comparto e, nondimeno, la crisi. Per alcuni anni il nostro mercato si è un po’ bloccato e di conseguenza è cambiato anche il modo di acquistare una barca, di finanziarla e di sceglierla. Abbiamo realizzato una piattaforma di altissima tecnologia con la possibilità di personalizzare uno yacht online attraverso un configuratore, il primo nell’industria nautica che permette ai clienti di selezionare ogni dettaglio, dallo schema di verniciatura esterno, con aggiornamenti in tempo reale visualizzati sul modello virtuale, fino alle finiture degli interni, l’infrastruttura tecnica, i particolari di stile, le uniformi dell’equipaggio, toy e tender fino a un’autovettura per l’equipaggio. Il configuratore prevede un contatore per qualsiasi elemento, mentre un totale si aggiorna con il prezzo corrispondente e la data di consegna prevista per lo yacht così personalizzato. Questa trasparenza nel prezzo e nel piano di consegna, rivoluzionerà il modo in cui le serie di superyacht vengono definiti e ordinati.

Che importanza viene data dalla vostra azienda alla sicurezza e alla sostenibilità ambientale?
ramundo L’aspetto green è molto importante e pertanto, stiamo adoperandoci per costruire un’azienda che in termini di prodotto e di processo sia adatta ai nuovi consumatori.
chizzola Lavoro dallo scorso giugno in MyHabitat e posso affermare che si tratta di un’azienda giovane e tecnologica che approccia l’edilizia in maniera totalmente diversa. Opera infatti per incrementare l’efficienza energetica degli edifici attraverso un approccio responsabile alle ristrutturazioni, sia attraverso tecnologie innovative sia tramite processi e metodi di lavorazione a basso impatto ambientale. Grazie alla stretta collaborazione con Green Construction, che fa parte del gruppo, MyHabitat può avvalersi di competenze di prim’ordine nel campo dell’edilizia sostenibile. Pertanto, nella scelta dei fornitori e dei partner, privilegiamo sempre la regionalità in modo da ridurre al minimo l’emissione di gas serra e di inquinamento ambientale dovuto ai trasporti. Durante il processo di selezione dei partner teniamo conto dell’esperienza nell’edilizia sostenibile e della sensibilità ambientale degli stessi. Infine, dedichiamo risorse economiche e competenze per favorire il sustainable housing in tutti quei contesti in cui il fabbisogno abitativo è ancora elevato, aiutando attraverso attività formative e progetti sul campo a replicare il modello MyHabitat in paesi in via di sviluppo, a favore delle comunità meno agiate.
villa La sicurezza e la sostenibilità ambientale sono imprescindibili per la nostra realtà. Da tre generazioni ci occupiamo di alimentare facendo importazioni, soprattutto di pesce, da tutto il mondo, anche se in particolare lavoriamo molto con il Sud America in quanto detentore del prodotto più ricercato, che non può che essere sano. Anche perché, il cliente (nel nostro caso principalmente la grande distribuzione e i ristoranti), è oggi molto più informato e attento alla qualità. Sicuramente la tecnologia in questo comparto ha un ruolo importante e non può prescindere da un costante aggiornamento, ma le risorse umane, ancor oggi, sono sempre fondamentali.
masella In Evholo (startup nata dalla partnership con Predict, azienda pugliese operante nei servizi medicali e la Scuola di Palo Alto) la tecnologia e l’innovazione sono nel Dna. Con la tecnologia Optip, infatti, basata sui visori Hololens di Microsoft, abbiamo sviluppato una piattaforma che, per il tramite di visori di mixed reality, è in grado di fornire assistenza tecnica a distanza su apparecchiature sofisticate, mettendo in comunicazione macchinari e tecnico. Questa tecnologia è già operativa in ambito sanitario: l’applicazione HoloHealth consente, per esempio, a un chirurgo ortopedico in sala operatoria di avvalersi del supporto del tecnico specialista della protesi in «holopresenza» senza la necessità di averlo a fianco. Gli utilizzi però si moltiplicano dal settore immobiliare, a quello automobilistico, a quello nautico etc. Ad aprile in particolare, nel corso di una fiera a Maastricht, presenteremo il progetto «Inside the breath», un’apparecchiatura diagnostica non invasiva che permette di rilevare attraverso l’esame del respiro patologie quali, ad esempio, il tumore del colon».

Come occorre evolvere per stare al passo del nuovo che avanza?
della torre Di solito le aziende che operano in settori maturi tendono a focalizzarsi sulle «sustaining innovation», ovvero le cosiddette innovazioni incrementali. Dal punto di vista del rischio, infatti, un’azienda preferisce investire sul miglioramento del prodotto che già funziona piuttosto che imbarcarsi in uno nuovo che potrebbe non essere apprezzato dal mercato. Le «disruptive innovation», invece, introducono tutta una serie di funzionalità completamente nuove e differenti rispetto a ciò che il mercato attuale sta valutando. Questo genere di innovazione porta spesso a una ridefinizione del prodotto/servizio o del modello di business che viene erogato in maniera più semplice, portando quindi le persone ad adottare la nuova tecnologia in brevissimo tempo. Per la loro portata disruptive innovazioni di questo tipo ridefiniscono radicalmente alcune industrie, il concetto di valore per il cliente e i modelli di business delle aziende stesse. I cambiamenti, si sa, comportano rischi e timori ma rappresentano anche grandi opportunità che, se colte possono decretare il successo della propria impresa. Occorre tuttavia che le opportunità siano perseguite con determinazione, concentrando le risorse in settori con elevate aspettative di crescita. Personalmente nella mia azienda agricola, giunta ormai alla sesta generazione, ho adottato l’innovazione disruptive, soprattutto nell’ambito della produzione del miele, tornando al prodotto e raccontandolo. In che modo? Anzitutto partendo da un presupposto: la coscienza ambientale è il miglior consulente aziendale. Il prodotto, quindi, deve essere ad alto valore aggiunto, con manifattura di proprietà, a ciclo chiuso. Ovviamente, punto molto su ricerca e sviluppo, su macchinari e innovazione, prerogative che consentono di ottimizzare il processo e di diminuire i costi. Ho ridotto inoltre la quantità e ho agevolato la creazione di senso, tornando a produrre piccole quantità di miele particolarissimi che non si trovano facilmente sul mercato, come ad esempio quello di rovo, di timo serpillo, di rosmarino  etc. Non ho magazzino ma sono quello che produce madre natura, il che in pratica significa non avere denaro seduto in azienda.

Dunque oggi bisogna elaborare sempre nuove strategie, orientandosi al nuovo e offrendo una visione prospettica per essere competitivi sul mercato del lavoro ed essere in grado di attrarre, sviluppare e soprattutto trattenere persone di potenziale, ossia talenti. Ma quanto sono importanti le risorse umane per la riuscita di un business innovativo?
vedani Le risorse umane sono ovviamente fondamentali. Planetaria Hotels, nato con me a metà degli anni ‘90, è un gruppo alberghiero tutto italiano, la cui crescita è stata possibile in quanto mi hanno da sempre affiancata persone di altissima qualità ed esperienza. Personalmente amo molto le applicazioni e tutto quello che portano. La tecnologia, del resto, ci ha dato sicuramente un impulso importante nella divulgazione del brand e della nostra offerta: quando ad esempio nel 2012 abbiamo aperto lo Chateau Monfort, il primo cliente è arrivato dal Kazakistan. Non a caso, la connessione, è una delle prerogative oggi maggiormente richieste dalla clientela. La collezione Planetaria Hotels è costituita da strutture che riflettono un’idea di accoglienza su misura, innovativa nel servizio e al contempo altamente rifinita nel dettaglio. A connotare tutte le nostre strutture è l’esperienza che l’ospite vive durante la sua permanenza: oltre alla qualità e alla bellezza di strutture, si gioca infatti su un’attenta miscela di sensazioni gustative, olfattive, tattili e sonore che coinvolgono la sensorialità tout court.

In definitiva, come è evoluto il mercato negli ultimi anni?
della torre È cambiata la modalità di approccio nella vendita. Bisogna «agire locale», valorizzando i prodotti del territorio, e «pensare globale». Inoltre, le competenze sono importanti, ma le caratteristiche profonde (in termini di motivazione e tratti compatibili con la struttura dove la stessa verrà inserita) delle persone da inserire nelle aziende, lo sono altrettanto. Diventa pertanto fondamentale la profonda conoscenza di ciascuna linea di business, del prodotto, mercato e contesto.
masella C’è un check costante dovuto a un aumento delle informazioni. Il metodo comparativo è fondamentale e la tecnologia nei prossimi anni sarà molto invasiva.
realini Concordo pienamente. Siamo passati da un mercato dove i cicli di innovazione tecnologica si sono accorciati tantissimo.
maglia Quello che si compra, oggi più che mai, deve avere valore produttivo e una storia. Non c’è più l’idea del prodotto usa e getta e, senza ombra di dubbio, in Italia c’è un ritorno forte all’artigianalità. Ed è a mio avviso la formula vincente del nostro mercato: il cliente ritorna perché ha fiducia nel prodotto.
villa C’è una maggiore informazione e consapevolezza del cliente.
re Nel mondo della gioielleria, quando si avvicina qualche cliente finale e parla ad esempio di diamante, siamo noi a dovergli spiegare esattamente cosa sia. Dunque a mio avviso oggigiorno ha un ruolo importantissimo il rapporto intimo che si crea tra cliente finale e web. Il cliente, infatti, vuole il rapporto diretto con l’azienda.
vedani Oggi tutti noi cerchiamo l’esperienza. Il cliente chiede emozione. Non più velocità ma tempo.
ramundo Il cliente è sempre più attento all’intelligenza: bisogna essere portatori di contenuto, il fattore chiave.
cassina Il cliente chiede assistenza, ecco perché è fondamentale arrivare a dare un servizio completo anche nel dopo vendita.
barbato Occorre porre attenzione sul fatto che il mondo del lavoro è in fase di veloce trasformazione grazie all’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie.
sanna In definitiva, o ti distingui o ti estingui e, differenziarsi rispetto agli altri è fondamentale. E in un mercato ormai fortemente digitalizzato non possiamo limitarci a cercare solo professionisti con grande esperienza, ma è fondamentale integrare nuove forze di giovani.

[/auth]

I dati diventano intelligenti

Grazie all’intelligenza artificiale i big data diventeranno consapevoli, autonomi e in grado di autogovernarsi. Una rivoluzione che avrà molteplici conseguenze

Machine learning, internet delle cose ed evoluzione del digitale sembrano essere le tematiche più interessanti del 2018 tech. Ma quali sono le tendenze dominanti che già stanno emergendo all’interno delle varie branche dell’informatica? Ne parlano alcuni protagonisti del settore.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Dati, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Partiamo dai dati, che stanno subendo una trasformazione radicale. Anzi, una rivoluzione copernicana. Nella previsione di Mark Bregman, senior vice president e chief technology officer di NetApp, si parla apertamente di dati che «diventano autoconsapevoli». Oggi, suggerisce il manager, possiamo assistere a «processi che agiscono sul dato e determinano come viene trasferito, gestito e protetto. Ma cosa succederebbe «se, invece, fosse il dato a definire se stesso?», si chiede il vicepresidente della società specializzata in sistemi e servizi per agevolare l’archivio dei dati on premises e in cloud. La risposta parte da lontano. E suggerisce che, più si differenziano rispetto a oggi, più acquisiscono «una certa consapevolezza e autonomia». Questo trasforma anche il modo di gestirli. «I metadati», prosegue Bregman, «permetteranno ai dati di trasportarsi, classificarsi, analizzarsi e proteggersi. Autonomamente. I flussi fra dati, applicazioni ed elementi di archiviazione storage saranno mappati in tempo reale, così da garantire la disponibilità delle esatte informazioni di cui un utente ha bisogno nel momento esatto in cui ne ha esigenza. Questo introduce anche la capacità per i dati di autogovernarsi. Essi stessi determineranno chi ha diritto di accedervi, condividerli e servirsene. Ciò potrebbe avere implicazioni più ampie in tema di protezione dei dati esterni, privacy, governance e sovranità dei dati».
Paradossalmente, informazioni che si autogestiscono sono più controllabili alla fonte. Dice infatti Bregman: «Quando i dati sono autoconsapevoli, possono essere taggati in modo tale da controllare chi vi accede, quali informazioni rendere disponibili, a chi e quando farlo. Tutto questo, senza spreco di tempo e, potenzialmente, senza l’intervento dell’uomo, che potrebbe commettere errori nel processo di suddivisione e approvazione dei dati diffondendo informazioni riservate a soggetti non autorizzati».
Il manager di Netapp ha evidenziato altre quattro dinamiche che cambieranno la vita dei dati. A partire dalla nuova vocazione delle macchine virtuali, destinate a diventare rideshare, cioè utilizzate con la stessa logica del leasing, del car sharing o del car pooling. «Gestire i dati sarà più veloce e conveniente su macchine virtuali, distribuite su un’infrastruttura webscale, che su quelle reali». La scelta, dice Bregman, è simile a quella del consumatore che deve decidere «se acquistare un’automobile o utilizzare un servizio di rideshare come Uber o Lyft. Chi trasporta carichi pesanti ogni giorno, forse trova più logico acquistare un camion. Se invece si ha bisogno di un veicolo soltanto per un determinato periodo di tempo, potrebbe essere più pratico affittarlo. Ecco: lo stesso meccanismo interviene quando si deve optare per macchine reali o virtuali.

Il primo caso può essere costoso, ma è più indicato per chi ha carichi di lavoro consistenti e intensivi». Proprio come il camion. Mentre «dotarsi di una macchina virtuale in cloud per carichi di lavoro variabili è come una forma di leasing: gli utenti possono accedervi senza che sia di loro proprietà, e senza dover conoscerne i dettagli».
Importante anche l’evoluzione dai big agli huge data che, dice Bregman, «richiederà nuove architetture a stato solido». Spiega il manager: «Man mano che aumenta l’esigenza di analizzare enormi serie di dati, si presenta la necessità di trasferirli più vicino alla risorsa computazionale. Sarà la memoria persistente a rendere possibile un calcolo con una latenza ultra-bassa senza che si perdano dati. Proprio queste necessità di latenza finiranno per forzare le architetture software a cambiare e creare, per le imprese, nuove opportunità guidate dai dati. La tecnologia Flash ha rappresentato un cambiamento importantissimo nel settore; però, il software in esecuzione non è cambiato, semplicemente è diventato più veloce. In passato, la funzione principale dell’It era automatizzare e ottimizzare processi come ordini, fatture, contabilità dei clienti e altre attività. Oggi, è fondamentale per arricchire i rapporti con i clienti offrendo servizi sempre attivi, app mobili ed esperienze rich web. Il prossimo passo sarà monetizzare i dati raccolti attraverso vari sensori e dispositivi per creare nuove opportunità di business: è questo passaggio che richiederà nuove architetture applicative supportate da tecnologie come la memoria persistente».
Altro capitolo del 2018 dei dati, i meccanismi decentrati, che secondo Bregman «emergeranno e avranno un profondo impatto sui data centre, e saranno una sfida al tradizionale senso di protezione e di gestione dei dati. La blockchain è un primo esempio di questa tendenza. Dato che non esiste un punto centrale di controllo, è impossibile cambiare o cancellare le informazioni contenute in una blockchain e tutte le transazioni sono irreversibili. Bisogna pensarlo come un sistema biologico. C’è una miriade di piccoli organismi e ognuno di loro sa cosa deve fare, senza dover comunicare con nessun altro o ricevere disposizioni. È poi sufficiente inserire un po’ di «nutrienti», che nel nostro caso sono i dati, e che sanno cosa fare: e tutto inizia a funzionare in modo cooperativo, senza alcun controllo centrale. Proprio come accade in una barriera corallina.

Ultima previsione: i dati cresceranno più velocemente della capacità di trasportarli. «E questo va bene», sottolinea Bregman. «Non è certo un segreto che i dati siano diventati incredibilmente dinamici e che siano generati a una velocità senza precedenti, che supererà di molto la capacità di trasportarli. Tuttavia, invece di trasferire i dati, saranno le applicazioni e le risorse necessarie per processarli a essere spostate su di loro. In futuro, la quantità di dati elaborati nel core sarà sempre inferiore a quelli generati nell’edge, ma questo non sarà casuale. Per esempio, le case automobilistiche stanno aggiungendo alle loro auto sensori che andranno a generare un tale numero di dati che non esistono reti abbastanza veloci per trasportarli dall’auto al data centre. Storicamente, i dispositivi edge non hanno mai creato una grossa quantità di dati ma ora, con sensori dappertutto, dalle automobili ai termostati ai dispositivi indossabili, i dati periferici stanno crescendo così velocemente che supereranno l’abilità delle reti di collegarsi con il core. Le vetture a guida autonoma e gli altri tipi di dispositivi periferici richiedono analisi in tempo reale per prendere decisioni critiche in tempo reale. Il risultato? Trasferiremo le applicazioni sui dati».

Data centre, la vita è adesso. Anche Vertiv (ex Emerson Network Power), nella sua top five sul 2018 dei centri elaborazione dati, punta sulla nuova missione dell’edge. L’azienda, specializzata nella progettazione, realizzazione e fornitura di servizi alle infrastrutture critiche indispensabili nei data centre, vede grandi progressi in questa dinamica. «Volumi crescenti di dati, alimentati in gran parte da dispositivi connessi, hanno indotto le aziende a riconsiderare le proprie infrastrutture per soddisfare le maggiori richieste dei consumatori», premette Giordano Albertazzi, presidente di Vertiv in Europa, Medio Oriente e Africa. «Anche se le società hanno diverse possibilità per sostenere questa crescita, molti leader It stanno scegliendo di avvicinare le proprie strutture all’utente o all’edge. A prescindere dall’approccio che adotteranno, la velocità e la continuità di servizio garantiti in questa fase diverranno l’offerta più allettante per i consumatori. Ecco. La «parolina magica» per giungere a tutto questo è Gen 4, cioè «data centre di quarta generazione» che, secondo una nota di Vertiv, «supererà ogni barriera, integrando facilmente le strutture core con un edge di rete mission-critical più intelligente», diventando «il modello per le reti It del 2020».
In atri termini, il futuro dà più importanza all’edge e non può prescindere dalla sua integrazione con il core, «questo», afferma Vertiv, «grazie ad architetture innovative che offrono capacità quasi in tempo reale in moduli scalabili ed economici»; questi, a loro volta, «sfruttano soluzioni termiche ottimizzate, alimentazione elettrica ad alta densità, batterie agli ioni di litio e unità avanzate di distribuzione dell’energia. Il tutto è coadiuvato da tecnologie evolute di monitoraggio e gestione, che permettono a centinaia o persino a migliaia di nodi It distribuiti di operare insieme per ridurre latenza e costi iniziali, aumentare i tassi di utilizzo, rimuovere la complessità e permettere alle organizzazioni di aggiungere capacità It legata alla rete, quando e dove necessario».
Ad avere un forte impatto sull’ecosistema del data centre nel 2018 sarà anche un particolare approccio da parte dei cloud provider che, grazie alla rapida affermazione delle «nuvole virtuali», non riescono a fronteggiare la richiesta di capacità. «In realtà», affermano a Vertiv, «molti non vorrebbero nemmeno provarci. Preferiscono concentrarsi sulla fornitura di servizi e altre priorità dei nuovi data centre e si rivolgeranno ai provider di colocation per soddisfare le esigenze di maggiore capacità». Una scelta che ha la sua logica: «Essendo focalizzate su efficienza e scalabilità, le strutture di colocation possono soddisfare la domanda rapidamente e allo stesso tempo ridurre i costi». E non è tutto. Il proliferare di strutture di colocation consente ai cloud provider una scelta davvero assortita, «in luoghi che rispondano alle necessità degli utenti, dove possano operare come strutture edge».
Collegata a questo trend è la terza previsione di Vertiv, che vede una riconfigurazione dei data centre di classe media. «Non è un mistero che le maggiori aree di crescita sul mercato dei data centre si trovino nelle infrastrutture hyperscale, in genere provider di cloud o colocation, e sull’edge di rete», afferma l’azienda. Con la crescita di queste risorse, dunque, «gli operatori di data centre tradizionali ora hanno l’opportunità di rivalutare e riconfigurare le proprie strutture e risorse che rimangono cruciali per le operazioni locali. Le organizzazioni con più data centre continueranno a consolidare le proprie risorse It interne, per esempio trasferendo nel cloud o in colocation ciò che è possibile spostare, ridimensionando e sfruttando allo stesso tempo configurazioni dalla rapida implementazione che possono essere scalate velocemente».

Nel mentre, si materializza una nuova occasione per il comparto: l’arrivo dell’alta densità. «La community dei data centre parla da un decennio di densità in forte crescita per la potenza dei rack, ma gli aumenti, nel migliore dei casi, sono stati incrementali. Le cose stanno cambiando. Densità inferiori a 10 kW per rack rimangono la norma, ma implementazioni a 15 kW, in strutture hyperscale non sono più così rare e alcune stanno avanzando verso i 25 kW». Perché proprio ora? «La responsabilità principale va all’introduzione e all’adozione diffusa di sistemi informatici iperconvergenti. I provider di colocation, ovviamente, danno priorità allo spazio nelle proprie strutture e l’alta densità dei rack può consentire maggiori guadagni. I progressi nel risparmio energetico nelle tecnologie di server e chip possono solo ritardare l’inevitabilità dell’alta densità posticipata a lungo. Ci sono tuttavia motivi per credere che uno spostamento in massa verso maggiori densità potrebbe assomigliare più a una lenta marcia che a un’accelerata. Densità notevolmente più alte possono cambiare in modo significativo la struttura di un data centre, dall’alimentazione al raffreddamento di ambienti a densità più elevate». L’alta densità sta dunque arrivando, «ma probabilmente non prima della fine del 2018 o oltre».
In conclusione, si torna all’edge, e in particolare alla reazione generale a questo nuovo approccio. «Un numero crescente di aziende», spiega Vertiv, «sta spostando i sistemi di computing sul proprio edge di rete; è quindi necessario procedere a una valutazione critica delle strutture che ospitano queste risorse edge, della loro sicurezza e della proprietà dei dati ospitati. Questa analisi include il progetto fisico e meccanico, la costruzione e la sicurezza delle strutture edge e complessi dettagli legati alla proprietà dei dati. I governi e gli enti regolatori di tutto il mondo non potranno evitare di considerare questi elementi e prendere eventuali provvedimenti. Spostare i dati distribuiti nel mondo sul cloud o in una struttura core e recuperarli per l’analisi è un processo troppo lento e macchinoso, per cui sempre più cluster di dati e capacità analitiche risiederanno sull’edge, un edge che può trovarsi in città, stati o paesi diversi da quelli in cui ha sede un’azienda. Chi sono i proprietari dei dati e cosa possono fare con questo patrimonio di informazioni? Il dibattito è in corso e nel 2018 si avanzerà verso azioni e risposte più concrete».

Pagamenti semplici e digitali. Per pagare e morire c’è sempre tempo, recita un vecchio proverbio. Ma, solo per quanto riguarda le transazioni, sia chiaro, ora non è più così. Colmare il ritardo accumulato dall’Italia nei pagamenti digitali è, secondo molti esperti, un imperativo categorico. «Alcuni paesi europei, in particolare quelli nordici, hanno già raggiunto una penetrazione elevatissima dei pagamenti digitali, mentre l’Italia registra ancora un forte ritardo che si traduce in minore competitività e quindi in un impatto economico negativo», ricorda Alessandro Piccioni, strategy & innovation director di Nexi, leader in Italia nei sistemi di pagamento digitali. «La grande diffusione del contante ha infatti un costo che si riversa sui cittadini e sulle imprese, che spesso non ne sono consapevoli». Il 2018 può rivelarsi determinante? Difficile dirlo. Ma l’anno scorso ha regalato al settore alcuni segnali positivi, che si sono tradotti in «un’accelerazione importante negli ultimi mesi. Nel corso di quest’anno, questa tendenza si può consolidare grazie a una maggiore consapevolezza dei benefici da parte di tutti gli attori coinvolti: banche, esercenti e consumatori finali».
In che modo si può agevolare questa nuova realtà? «Occorre fare leva su alcuni elementi strategici: semplicità di utilizzo, velocità e continua innovazione», dice Piccioni. «Il futuro dei pagamenti, e più in generale l’evoluzione del fintech in Italia, si giocherà proprio su questi tre assi. Ci sono ancora molte resistenze: prima di tutto, la spesso errata percezione del costo delle operazioni, ma il percorso è stato intrapreso e l’evoluzione infrastrutturale avviata. Una trasformazione che porterà a un ammodernamento dei sistemi di pagamento». Come? «In primo luogo attraverso l’introduzione e la diffusione capillare di smart pos che, tra le altre cose, garantiranno una migliore user experience di pagamento, e soprattutto l’introduzione di prodotti e servizi a supporto del business e dei consumatori, che i pos attuali non riescono a supportare».

Una banca irriconoscibile. Uno dei settori che, a fine anno, avrà risentito maggiormente della trasformazione tecnologica sarà quello bancario. Un mondo che è già stato completamente trasformato dall’onda Ict e digitale, ma che nell’anno in corso si deve aspettare una nuova tornata di novità tech, capaci di avere un impatto pesante su tutto il business. «Il 2018 sarà l’anno in cui cominceranno a emergere dei trend molto interessanti che non riguardano soltanto l’innovazione tecnologica, ma anche i modelli di business e vedremo che il concetto stesso di proprietà unica di un asset inizierà a essere messo in discussione», spiega Vincenzo Fiore, ceo di Auriga, azienda specializzata in software per la banca omnicanale. «Parliamo di cambiamenti ancora una volta molto lontani da ciò che era l’istituto di credito tradizionale, ma che aprono prospettive interessanti, ed è importante prepararsi fin da ora a questi cambiamenti, magari guardando all’estero dove qualcosa comincia già a muoversi».
La nuova ondata di cambiamento investirà praticamente tutto l’universo bancario. A iniziare dalle succursali. In questo caso, sarà una trasformazione strategica a indurre nuove strategie tech. «Molte banche inizieranno a considerare nuovi modelli di filiale per cominciare a condividere i costi infrastrutturali. Un trend che prenderà piede è la coabitazione di diversi brand all’interno di un unico hub dedicato ai servizi finanziari, anziché la creazione di tante filiali diverse di cui ciascun istituto è l’esclusivo proprietario. Questo porterà a ridurre i costi delle sedi e aumenterà invece il focus sulla customer experience. Considerato quindi che la filiale di per sé non sarà più l’unico fattore decisivo per la fidelizzazione del cliente, le banche dovranno investire in software innovativi e in sistemi self-service che le aiutino a differenziarsi».

Questa nuova prospettiva «a sua volta alimenta un altro grande trend che è quello del cambio di proprietà degli asset. Ci si aspetta che più banche si affidino a operatori terzi, specializzati nella fornitura e nella gestione degli Atm/Asd (assisted self service device), con una conseguente riduzione dei costi di gestione e di manutenzione di queste tecnologie. Per prepararsi a questo le banche dovrebbero cominciare a considerare l’adozione di software multivendor basati sul cloud».
Naturalmente, nel corso di quest’anno proseguirà il calo delle filiali; quelle rimaste «diventeranno sempre più smart e accattivanti per i consumatori. L’aumento degli investimenti in automazione e nel miglioramento della customer experience porterà a una convergenza tra canali bancari differenti». Il caro e ormai vecchio omnichannel. «Un elemento chiave», prosegue Fiore, «sarà il raggiungimento del giusto bilanciamento tra la parte digitale e quella fisica all’interno delle filiali, abbracciando le nuove tecnologie ma senza andare a discapito della presenza umana e della personalizzazione dei servizi al cliente. Già oggi, guardando alle banche europee, i clienti possono accedere a un gran numero di funzionalità in modalità self service e, allo stesso tempo, avvalersi del consulente di filiale specializzato in un determinato ambito».
Il 2018 è anche l’anno del regolamento europeo sulla protezione dei dati (General data protection regulation), che cambierà completamente l’approccio ai dati. «Le banche sono preparate per questi cambiamenti, ma da questo momento in avanti diventerà ancora più importante investire sui sistemi per raccogliere e elaborare i dati in tutta sicurezza, nel rispetto delle nuove norme». Oltre alla Gdpr, le aziende di credito dovranno fronteggiare la sfida della Psd2 e di tutti i player che verranno favoriti da questa apertura, prime tra tutte le «neobanche» e le fintech. «Sebbene queste non siano ancora in grado di minacciare realmente le banche tradizionali, per gli istituti di credito ora è il momento di occuparsene. Ci aspettiamo di vedere emergere una più stretta collaborazione favorita dall’entrata in vigore anche nel nostro paese della Psd2 e della conseguente necessità delle banche di mettere a disposizione le open Api per fornire al cliente finale nuovi modelli di servizio e di business».

Iot regista del cambiamento. C’è chi le previsioni non le fa a un anno, ma addirittura a tre. Schneider Electric, azienda specializzata nella gestione dell’energia e dell’automazione, ha infatti presentato lo Iot 2020 business report, dedicato a uno dei conclamati protagonisti dell’Ict di questa epoca: l’internet delle cose. Perché è stato scelto questo arco di tempo? La risposta è semplice: il 2020 è stato identificato come l’anno x, in cui il percorso che porterà le grandi aziende a servirsi delle tecnologie Iot sarà inesorabilmente completato.
Lo studio si basa su un’inchiesta effettuata da Schneider, che ha intervistato 3mila business leader in 12 paesi (Italia compresa), integrata dall’esperienza dell’azienda e dai feedback raccolti da clienti e partner. Cinque le previsioni per quest’anno. A partire dal ruolo di playmaker che l’internet delle cose si sta conquistando: lo Iot, infatti, «scatenerà la prossima ondata di trasformazione digitale, unificando i mondi delle tecnologie operative e informatiche e contribuendo a creare una nuova forza lavoro mobile e digitale. Man mano che le aziende espanderanno e approfondiranno i loro programmi di digitalizzazione fino a includere tutta l’impresa, l’internet of things prenderà sempre più il centro della scena. Questa nuova ondata di trasformazione sarà abilitata da nuovi sensori connessi disponibili a costi più abbordabili, intelligenza e controllo integrati negli oggetti, reti di comunicazione più veloci e presenti dappertutto, infrastrutture cloud, funzionalità di data analytics evolute».
Il secondo trend potrebbe essere visto come un de cuius: «Lo Iot sarà una fonte di innovazione, di stravolgimento dei modelli di business e di crescita economica per le imprese, il settore pubblico, i paesi delle economie emergenti. Le aziende, le città potranno creare nuovi servizi abilitati dalle tecnologie Iot; emergeranno nuovi modelli di business; in particolare saranno le economie emergenti ad avere l’opportunità importante di sfruttare rapidamente i vantaggi dell’internet delle cose senza avere il peso sulle spalle di infrastrutture preesistenti: essenzialmente saltando una fase. McKinsey prevede che il 40% del mercato mondiale delle soluzioni Iot sarà generato da paesi in via di sviluppo».
La rinnovata importanza dell’internet delle cose porterà le sue soluzioni a essere utilizzate «per affrontare le più gravi sfide ambientali e sociali, fra cui il riscaldamento globale, la scarsità di acqua, l’inquinamento. Infatti gli interpellati per la ricerca hanno identificato come vantaggio numero uno dello Iot per la società nel suo complesso la possibilità di usare meglio le risorse. Novità anche per la gestione del patrimonio informativo: «Lo Iot trasformerà dati prima non sfruttati in informazioni che permetteranno alle imprese di offrire ai clienti un’esperienza senza precedenti».
Infine, lo Iot «promuoverà un approccio al computing aperto, interoperabile e ibrido, e stimolerà la collaborazione fra gli attori del settore It e i governi per creare standard di architettura globali in grado di affrontare la questione cyber security. Mentre le soluzioni Iot cloud-based conquisteranno popolarità, nessuna singola architettura di computing avrà il monopolio. L’internet delle cose fiorirà fra diversi sistemi, a livello edge e on premise, come parte di offerte cloud privato o pubblico»

[/auth]

Le prossime sfide dell’Ict

Tra i temi caldi ci sono sicurezza, intelligent things, gestione dei flussi dati, edge computing, mesh

«La rivoluzione digitale genera continuamente nuove idee tecnologiche su imprese e consumatori. Questo cambiamento radicale si è trasformato da imprevisto a flusso continuo di variazioni che sta ridefinendo mercati e intere industrie». Ad affermarlo, Regina Casonato, managing vice president di Gartner Research. Facile giungere al passo successivo: dal 2018 possiamo attenderci che l’Ict percorra alcune strade già tracciate nell’anno appena concluso, ma dovremo aspettarci anche sorprese.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Per il resto, l’intelligenza artificiale sarà una delle protagoniste assolute, anche grazie all’abbinamento con l’internet delle cose e al suo utilizzo trasversale in vari ambiti dell’informatica. Gartner, che già qualche mese prima del brindisi di San Silvestro aveva comunicato la sua usuale hit parade relativa al 2018, ha attribuito un ruolo di primo piano alle macchine intelligenti. Anche perché, afferma uno studio della multinazionale specializzata in consulenza, ricerca e analisi Ict, nel 2020, il 30% degli investimenti da parte dei responsabili informatici potrebbe proprio riguardare l’Ai. Il gruppo del «quadrante magico», in ogni caso, ha identificato dieci trend tecnologici per il 2018, a loro volta inseriti in tre macroaree: oltre all’intelligenza artificiale, ci sono il digitale e il mesh (letteralmente, la capacità di «fare maglia», allineando le relazioni fisiche con quelle virtuali).

Intelligenza artificiale.
 L’Ai, spiega in una nota Gartner «migliorerà le dinamiche in molti campi come in quello decisionale, darà al cliente una migliore user experience e porterà a ripensare i modelli di business». Ma l’avanzata del machine learning investe anche le applicazioni, cioè uno dei mondi più amati dagli utenti in mobilità e dagli sviluppatori. Il secondo trend intravisto da Gartner è infatti l’Intelligent apps & analytics:  secondo la multinazionale, «l’intelligenza artificiale la farà da padrona anche nelle applicazioni». Terzo e ultimo trend relativo all’Ai, quello più collegato all’internet delle cose, e cioè le intelligent things. Gli oggetti saranno sempre più autonomi e potranno collaborare fra loro riconoscendosi. Gartner fa l’esempio dei robot-aspirapolveri in grado di pulire gli appartamenti con cognizione di causa, che le aziende hanno già messo in cantiere per le nostre case.

Digitale. Quattro, invece, i trend in ambito digitale. A partire dal digital twin, rappresentazione virtuale di un prodotto o di un sistema che riceve e utilizza, grazie ad alcuni sensori, informazioni raccolte dal suo «gemello» fisico. «Per esempio», ha commentato David Cearley, vicepresidente di Gartner, «un gemello digitale di un umano potrebbe comunicare al medico dati biometrici, o relativi alla salute», mentre il digital twin di un’intera città sarebbe in grado di individuare i lavori, anche urgenti, che devono essere eseguiti.
Altro trend del digitale identificato da Gartner è l’edge computing, risorsa Ict piazzata e attivata vicino all’utente finale (o della fonte dei dati, se si tratta dell’internet delle cose). «Grazie al processo tecnologico, probabilmente presto potrà sostituire il cloud computing, in quanto riduce la larghezza di banda necessaria ed elimina la latenza tra i sensori e il cloud». Una forte novità, invece, sarà portata dalle piattaforme di conversazione: le macchine si adattano sempre più al linguaggio delle persone (mentre fino a poco fa avveniva l’esatto opposto): le aziende dovranno quindi adeguarsi alle nuove modalità con cui i clienti si rapporteranno con l’online.
Quarta tecnologia che abiliterà il digitale, quella che Gartner ha chiamato «esperienza immersiva». A generarla, due elementi: da un lato l’affermazione di realtà virtuale e realtà aumentata, che stanno eliminando le barriere fra il mondo virtuale e quello fisico, dall’altra l’internet of things e le piattaforme di conversazione.

Mesh. L’analisi della multinazionale di Stamford si conclude con le tre innovazioni del mesh. La prima è costituita dalla blockchain: «L’importante è capire le opportunità di business, le possibilità e limiti di questa tecnologia e come implementarla con la propria architettura», avverte Gartner. Seguono i modelli basati su eventi, che sfruttano l’internet delle cose per identificare gli avvenimenti complessi nel momento in cui accadono, analizzarli velocemente e organizzare contromisure in tempo reale. Infine, il modello Carta (acronimo di continuous adaptive risk & trust). Anche qui, il leitmotiv è la reazione immediata, ma questa volta, l’evento a cui rispondere è l’attacco hacker. «Per far sì che il modello Carta sia realtà», consigliano gli analisti di Gartner, «le aziende devono migliorare l’aspetto security della propria metodologia DevOps lavorando sul processo DevSecOps (secondo cui ognuno ha responsabilità nel mantenimento della sicurezza, ndr) e contemporaneamente devono riuscire a individuare le minacce hacker che stanno penetrando il sistema aziendale». E liberarsene in fretta.

Sulla scia del 2017.
 A confermare il ruolo di prim’ordine dell’intelligenza artificiale è Mht (gruppo Engineering). Che prende le mosse proprio dalle conclusioni di Gartner. A puntualizzarlo è Claudio Valtorta, business solution architect della società specializzata nell’implementazione delle soluzioni Microsoft Dynamics 365, Microsoft Bi & Data Science. «L’intelligenza artificiale», dice Valtorta, «è stato il trend più significativo del 2017 e continuerà a esserlo nel 2018, secondo Gartner. Di conseguenza, le aziende inizieranno a investire in modo più significativo su progetti di Ai, che sono destinati a ottimizzare sempre più le attività di customer care, customer service e customer relationship».
Ma l’intelligenza artificiale non è, per Valtorta, l’unico ambito dell’Ict che proseguirà una corsa già iniziata l’anno scorso. «La digital transformation continua ad assumere un ruolo centrale sia a livello di spesa aziendale, sia come implementazione di nuovi progetti, rivoluzionando l’approccio dell’Ict», sostiene il business solution architect di Mht. «Tra le altre tendenze forti, il cloud si confermerà strumento estremamente utile a supporto delle aziende, permettendo loro di sviluppare business con una gestione più agile, puntuale e smart», prosegue Valtorta. «Al cloud  ibrido si rivolgono soprattutto le imprese che hanno necessità di mantenere operativi certi ambiti, anche in assenza della connessione verso il cloud, adottando installazioni on premise per alcune aree. Quello pubblico continuerà, invece, a offrire la maggiore flessibilità e semplicità di attivazione e gestione, liberando l’azienda da molte incombenze».
E non è tutto. «L’integrazione con le tecnologie Iot», continua l’esperto, «proseguirà, e permetterà un maggior governo di tutte le appliance connesse in rete. La cybersecurity rimarrà una problematica estremamente importante per la gestione dei dati sensibili in azienda». Infine, «nel 2018 si assisterà a un costante aumento del volume dei dati prodotti, rendendo necessaria una loro qualificazione. I dati sono al centro del business di ogni azienda, sia quelli interni sia quelli relativi a fonti esterne (social network, customer relationship). Di qui l’esigenza di formare figure, come i data scientist, che siano in grado di interpretare e gestire al meglio queste informazioni, perché possano diventare un reale vantaggio per tutta l’azienda».

La conferma delle supertecnologie. Intelligenza artificiale in pole position anche per Verizon Enterprise Solutions, che ha identificato sette ambiti di sviluppo dell’Ict per quest’anno. Il gruppo newyorkese la inserisce, infatti, tra le tecnologie (anzi: «supertecnologie») che sono «date per scontate» nel 2018, insieme a internet of things e software defined networking. Tutto questo in un anno che si preannuncia molto fluido e denso di nuove idee: «La trasformazione continua a rimanere un focus a livello mondiale», ha puntualizzato George Fischer, presidente di Verizon Enterprise Solutions, «ma può essere un percorso difficile da intraprendere, soprattutto considerando la mancanza di competenze a livello globale in aree tecnologiche chiave per le aziende». Le tecnologie sono scontate, le risorse un po’ meno.
Fra gli ambiti che, secondo  Verizon, guideranno la trasformazione nell’information technology, Ai e Iot sono appaiati, inscindibili. Nel 2018 l’internet delle cose diventerà parte integrante della struttura delle imprese: «La sfida» afferma una nota della società, «sarà integrare la gestione dei dispositivi all’interno dell’infrastruttura It, senza però sovraccaricare l’organizzazione. È proprio qui che l’intelligenza artificiale e la robotica daranno il loro contributo, offrendo un’automazione intelligente per la gestione dell’Iot in maniera economica e efficiente».
Verizon, come detto, mette in primo piano anche il software defined networking, insieme di tecnologie di rete costruite per rendere il network più flessibile e agile. Le soluzioni sono già disponibili, afferma la società, e le imprese stanno già esplorando sicurezza, dinamicità e flessibilità dei servizi di rete virtualizzata. Ma il 2018 potrebbe portare a un passo ulteriore: l’application aware networking, cioè la gestione di prestazioni, opportunità e sicurezza delle applicazioni per sfruttare al meglio l’ampiezza di banda.
E, a proposito di sicurezza, si prevede un suo cambio di passo: secondo Verizon, sarà inserita all’interno delle piattaforme, a supporto di ogni attività aziendale. «Parliamo di infrastrutture di sicurezza gestita end-to-end per reti, sviluppatori e applicazioni», afferma la casa di New York. «Nel panorama delle minacce, tutto si svolge su scala globale, d’altro canto, l’apertura e la condivisione di informazioni per combatterle diventeranno la prassi. Partendo da questo cambiamento, misurare l’efficacia della sicurezza è imprescindibile, quindi i rischi informatici saranno integrati in ogni singola valutazione di rischio aziendale».
Grande spazio, naturalmente, anche al digitale, che secondo Verizon darà due contributi alla trasformazione Ict. In primo luogo nella collaborazione sul lavoro. «Le aziende hanno preso le distanze da Pbxs obsoleti, optando per sistemi telefonici Ip-based nel corso degli ultimi anni, ma il 2018 sarà l’anno in cui le tecnologie digitali inizieranno ad apportare vere trasformazioni alle collaborazioni sul posto di lavoro», affermano a Verizon. «I dipendenti si aspettano di essere in grado di accedere alle informazioni del calendario, condividere documenti e organizzare call attraverso le piattaforme in maniera rapida e sicura. L’attenzione si concentra quindi sull’accesso multicanale per migliorare sia l’esperienza utente, che la produttività».
Si trasformerà anche l’esperienza digitale: gli utenti, sempre più consapevoli di quanto potere hanno i loro dati, li utilizzeranno in modo più selettivo. E le aziende dovranno stare molto più attente alla gestione delle informazioni, perché la clientela cercherà di interagire con smartphone e tablet in modo semplice e sicuro.
Già, la parola «sicurezza» ricorre ancora. E si estende, in modo trasversale, dai singoli ambiti a quelli, come si dice, macro. Tra questi, i grandi attacchi terroristici e i disastri naturali che hanno provocato morte e distruzione in tutto il mondo. Tra i «danni collaterali» che sono derivati da questi eventi catastrofali, anche gravi problemi alla connettività. Per questo motivo, uno dei focus critici dell’anno appena iniziato è proprio «la creazione di connessioni sicure e senza interruzioni di continuità attraverso network veloci, soprattutto se dedicati al supporto iniziale», che andrà a dare un peso prioritario all’interoperabilità.
Infine, un’esigenza sempre più sentita: la semplicità. Che è diventato elemento imprescindibile, dato che siamo sommersi di dati e informazioni talvolta ridondanti. Per questo, si legge, il successo delle imprese «è sempre più legato alla capacità di saper distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Le aziende di successo si focalizzeranno sempre più sul fornire i servizi di business chiave, ed esternalizzeranno tramite partner di fiducia tutto il resto». Semplicità è anche sinonimo di organizzazione chiara: «Distinguere bene chi fa cosa, riducendo rapidamente la complessità fino al punto in cui le cose diventano semplici, sarà la chiave per avere successo».

Attenti alla sicurezza. 
Pone l’accento sulla sicurezza anche Juanjo Martinez Pagan, direttore e general manager Southern Europe di Infoblox, società che si occupa delle reti, della loro realizzazione, continuità di servizio e sicurezza. «Gli ultimi dati rilevati sul mercato italiano indicano il 2017 come l’annus horribilis dal punto di vista dei cyber attack», dice Martinez Pagan, «e le tendenze non si placheranno certo. Le reti sempre più complesse e un cyber crime sempre più sofisticato imporranno soluzioni innovative in grado da un lato di incrementare l’automazione dei servizi, dall’altro di offrire adeguate garanzie di sicurezza. Riteniamo infatti che di tutti i servizi internet, il domain name system sarà ancora uno dei primi a essere attaccato, perché ha il compito di convertire i nomi delle macchine collegate in rete in indirizzi Ip e viceversa».
Si mischiano le carte. Per Cisco il 2018 sarà un anno in grado di «scombinare le carte» nella tecnologia. È proprio su questa base che la multinazionale californiana ha individuato i suoi top trend per quest’anno. Si parte sempre dallo stesso punto: l’intelligenza artificiale. Questa volta, si pone l’accento sull’apprendimento automatico, necessario per gestire una mole di dati mai vista nella storia del mondo. Spiega Alberto Degradi, infrastructure achitecture leader di Cisco: «Le aziende oggi raccolgono più dati di quanto un cervello umano potrebbe eventualmente elaborare in una vita. Stiamo quindi utilizzando l’apprendimento automatico per raccogliere e analizzare i dati, da qualsiasi luogo. Gli ospedali possono controllare se infermieri e medici si lavano le mani quando devono. Le banche possono trovare e risolvere i problemi con le loro app mobile prima di chiamare gli utenti. E potrei aggiungere mille altre cose». Il secondo disruptive trend (che è anche un’esortazione per le aziende) evidenziato da Cisco è «reinventare come funzionano le reti». Cioè: basta con le «regolazioni manuali di centinaia di impostazioni». Un passaggio, quello da manuale ad automatico, che «è già a buon punto. Pensiamo alla rete come un’auto a guida autonoma. Una vola definita la destinazione, l’auto sa come arrivare».
Si torna alle macchine intelligenti, con il terzo trend di Cisco: l’assistente virtuale automatizzato. «Immaginiamo di entrare in una sala riunioni. La smart room controlla il calendario e avvia, con puntualità, i lavori. Oh, e poiché sono l’unico nella stanza, aumenta la temperatura. Così è possibile concentrarsi sulla riunione, senza perdere tempo a cercare un maglione. Sembra fantascienza. Ma è realtà». Spazio anche per il cloud. Anzi, per i cloud. «Non si tratta più del cloud al singolare. Si tratta di mettere le cose in qualsiasi cloud, di volta in volta quello che funziona meglio. Ora è possibile gestire e proteggere i dati ovunque, indipendentemente dal fatto che di cloud se ne utilizzi uno o centinaia».
Infine, la sicurezza, che deve essere integrata in tutto ciò che si fa: «Ora questo è possibile», sottolinea Degradi. «Le soluzioni di cyber security osservano il comportamento delle persone o delle cose, imparano i modelli, e ricevono o inviano avvisi se qualcosa cambia. Quindi, se un dipendente accede a un file da un server che non ha utilizzato di recente, il sistema se ne accorgerà immediatamente.
Questo aiuta le aziende a rilevare violazioni della sicurezza prima che si verifichino. O almeno a rispondere più rapidamente».
In fondo, chiude Degradi, «queste tendenze sono strettamente correlate. Le aziende che vogliono prosperare nell’era digitale sono quelle che le padroneggiano tutti e cinque. Quindi non vanno pensate come trend separati. Sono una piattaforma digitale, una base per migliorare tutto».

[/auth]

Barilla sempre più ‘smart’ working, entro il 2020 tutti i dipendenti del Gruppo avranno l’opportunità di lavorare da casa

Maggiore flessibilità sul luogo di lavoro, approccio orientato ai risultati, delega nella gestione del proprio piano di attività: sembrano davvero lontani i tempi dell’Italia del “cartellino”… Nel mondo del lavoro il presente e il futuro si chiama “smart working”.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Una piccola rivoluzione che sta trasformando e migliorando il mercato del lavoro, all’ordine del giorno dell’agenda politica visto che il Consiglio dei Ministri del 28 gennaio scorso ha approvato su questo tema un disegno di legge, ora al vaglio delle due Camere. Ma c’è chi è stato un vero e proprio precursore su questo tema: Il Gruppo Barilla. Nel 2013 infatti l’azienda emiliana – che impiega nel mondo circa 8.000 persone, con un fatturato superiore a 3 miliardi di euro e 29 siti produttivi – ha avviato un progetto di smart working in tutte le proprie sedi, nazionali e internazionali. Su 1600 dipendenti coinvolti dal progetto, circa 1.200 (oltre il 74%) hanno usufruito dell’opportunità. E la sfida di Barilla è quella di offrire lo smart working per il 100% del tempo ai dipendenti. Ma di cosa si tratta?

“Smart working per Barilla significa tre cose”, afferma Alessandra Stasi, Responsabile Organization & People Development , “In primo luogo, lavorare dovunque, comunque e in qualunque momento. E in secondo luogo vuol dire utilizzare gli spazi in un modo diverso: abbiamo lavorato molto nelle varie sedi per riorganizzare gli uffici intorno alle attività di collaborazione, di comunicazione, di concentrazione individuale, che oggi possono essere fatte anche da remoto. Il terzo aspetto sono le tecnologie digitali».

SONO LE DONNE DI ETA’ MEDIA AD UTILIZZARLO DI PIU’, MENO DIFFUSO TRA I GIOVANI

Il progetto di Smart Working in Barilla è aperto a tutta la popolazione impiegatizia. Tuttavia esiste una maggiore propensione al suo utilizzo da parte delle donne tra 30 e 55 anni e da chi effettua un tragitto casa-ufficio mediamente lungo (maggiore ai 25 chilometri), con un conseguente risparmio di tempo, costi e connesso beneficio per l’ambiente. La propensione all’utilizzo invece decresce con l’aumentare dell’età: proprio la fascia più giovane – che si aspetta dall’azienda una maggiore flessibilità – in realtà è quella che la utilizza di meno.

CON SMART WORKING MAGGIORE EQUILIBRIO TRA LAVORO E VITA PRIVATA 
Lo Smart Working fa si che le persone abbiano una maggiore autonomia e una maggiore responsabilità su quando, dove e come lavorare, e su come conciliare esigenze personali e necessità di business. Da un punto di vista contrattuale, i dipendenti possono lavorare in sedi diverse dall’ufficio per 4 giorni al mese, accordandosi con il proprio manager. E I risultati, finora, sono stati molto positivi. In particolare il beneficio più grande riguarda l’equilibrio vita privata-lavoro che ha portato a un aumento della soddisfazione dei dipendenti. L’ingresso di Barilla nello smart working non è stato guidato dall’aumento della produttività. Tuttavia un’inchiesta globale effettuata con l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano su un campione di 600 persone coinvolte nello smart working in Barilla ha mostrato che per i manager non c’è stato un peggioramento nei livelli di produttività ed efficacia/efficienza delle prestazioni.

IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA NELLO SMART WORKING 
I principali ingredienti del progetto sono stati rivisitazione degli spazi aziendali e adozione di tecnologie digitali a sostegno di nuove modalità per la comunicazione e la collaborazione come l’instant messaging, lync, whatsapp, videoconferenze. Grazie a nuove tecnologie, il lavoro da remoto diventa dunque realtà: è possibile infatti scollegare l’ambiente e il fattore temporale dal lavoro in sè, che viene quindi fatto in maniera più indipendente, rendendo di più e portando l’azienda ad un risparmio notevole in termini di infrastrutture e strumenti di lavoro.
Per favorire l’utilizzo delle tecnologie digitali, Barilla ha organizzato degli open day di formazione aperti a tutti in cui è possibile incontrare i colleghi dell’IT e sciogliere dubbi e perplessità. L’azienda inoltre ha potuto inoltre verificare l’entusiasmo verso le nuove modalità di lavoro, constatando che il cambiamento ha portato anche un positivo ritorno in termini di qualità del lavoro e anche di creatività.

«Abbiamo ottenuto, prosegue Alessandra Stasi, un migliore bilanciamento delle sfere privata, sociale e professionale delle persone. Il secondo vantaggio è stato l’aumento della produttività grazie a una maggiore concentrazione, specie per certe tipologie di lavoro. L’altro aspetto positivo è una forte spinta alla diversity: c’è molta personalizzazione, siamo andati incontro a bisogni diversi. Ultimo ma non ultimo è il supporto all’innovazione, nel senso che alcune attività come leggere dei paper e informarsi hanno trovato un ambiente più favorevole».

COME CAMBIA IL RUOLO DEI MANAGER

Oltre a questo, si è lavorato per definire nuove pratiche e per permettere ai manager di gestire al meglio la flessibilità e la virtualità introdotte dai nuovi strumenti. «I manager stanno cambiando, diventando più smart, capaci di coordinare le persone nel nuovo ambiente virtuale,” conclude Alessandra Stasi”. “Sono diventati degli attivatori, in grado di fare empowerment. Mi ha colpito che questa modalità così flessibile, aperta, virtuale, ha portato un grande rigore e molta disciplina, un forte senso di responsabilità nell’utilizzare gli strumenti che l’azienda mette a disposizione, mai compromettendo i risultati di business”

[/auth]

Registrati alla newsletter