classifica

Business school: le TOP TEN italiane

Brand reputation, contenuti, innovazione, etica, collegamento con l’attività lavorativa e capacità di affrontare il cambiamento. Ecco le scuole di management che si distinguono nel panorama nazionale e sono conosciute a livello internazionale

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Internazionalità dell’approccio, flessibilità, digitalizzazione, integrazione e maggiore attenzione agli aspetti «soft» rispetto a quelli «hard». E, soprattutto, capacità di fare da ponte sulla possibilità concreta di proporre sbocchi soddisfacenti nel mercato del lavoro. Sono questi i plus principali di attrattività che connotano le migliori business school italiane. Scuole eccellenti, che sono particolarmente apprezzate anche all’estero, in quanto capaci di accompagnare studenti e aziende al miglioramento continuo, guidando la trasformazione e contribuendo alla crescita del capitale umano. Del resto, è il mercato che lo chiede: affinché le imprese italiane riescano ad attrarre investimenti dagli altri Paesi, ci deve essere un sistema di formazione permanente, capace di garantire alle risorse lungo la loro vita lavorativa, una pari opportunità di crescita.
È quanto emerge dall’opinione di un campione di 50 intervistati, selezionati da World Excellence tra i più autorevoli esperti del settore della formazione, dell’imprenditoria, della finanza, delle risorse umane e dell’head hunting. Professionisti interpellati per stilare l’elenco delle 10 realtà italiane più innovative e competitive nel panorama internazionale, tenendo fermi come parametri di giudizio l’accesso all’impiego, l’approccio multiculturale, la qualità della docenza, l’orientamento al problem solving, la flessibilità, l’innovazione, la vicinanza alle imprese, l’internazionalizzazione, le tecnologie applicate all’apprendimento, alla condivisione e al raggiungimento di obiettivi sfidanti.

Secondo Mauro Medasegretario generale di Asfor, le business school non posso prescindere da un aspetto fondamentale: rispondere alle nuove spinte che sono il risultato della globalizzazione dei mercati e dei servizi, e quindi, saper operare in un contesto di sviluppo internazionale. «In quest’ottica», spiega Meda, «risulta strategico saper cogliere i bisogni formativi dei diversi clienti, che sono sempre più dei partner, e offrire delle risposte aderenti. Le business school devono saper offrire, ai giovani laureati ai talent e ai manager percorsi formativi e di apprendimento capaci di sviluppare e rafforzare le proprie competenze, nell’ottica di un processo di rafforzamento continuo del capitale umano. La nuova progettazione, partendo da una base legata alla famiglia professionale di appartenenza, si sviluppa attraverso soft skill, che superano la mera natura comportamentale, generando una nuova cultura anche sui temi considerati strategici: leadership, change management, digital mindset. Dunque la sfida per le scuole di management, ma anche per le corporate learning academy, sarebbe quella di saper cogliere i bisogni di cambiamento nelle organizzazioni (purtroppo spesso ancora latenti e non ben definiti) e delle persone e trasformarli in processi formativi per lo sviluppo di competenze tecnico-manageriali, che devono rispondere a una dinamica evolutiva, ed essere efficaci in tempi più brevi rispetto al passato, e con un sapiente utilizzo delle diverse metodologie didattiche con una reale padronanza dei processi di apprendimento». Appare insomma evidente che i bisogni della formazione manageriale 4.0 si possono così sintetizzare: una giusta attenzione fra i bisogni delle organizzazioni e delle persone; una sapiente gestione delle diverse metodologie formative e dei tempi d’ingaggio; una reale capacità di saper incidere nel mindset che genera il cambiamento delle persone e delle organizzazioni 4.0.
Quali sono dunque le scuole eccellenti in tal senso? Sul digital, non ci sono dubbi tra nessuno degli intervistati:  Mip Politecnico di Milano graduate school of business è quasi un marchio di garanzia. Del resto, la scuola sta investendo parecchio nello smart learning, con un portafoglio di prodotti e attività di formazione per individui e imprese che sfruttano al meglio le potenzialità offerte dalle tecnologie digitali.

Come infatti afferma Francesco Festa, ceo di Hunting Heads, «quella che fornisce Mip è una preparazione a tutto tondo, con progetti strutturati di percorso dei master, l’apertura mentale, la freschezza e brillantezza di relatori e testimonial e l’attenzione assoluta all’innovazione, in tutti gli aspetti di mercato, prodotto e processo, e la focalizzazione sugli ambiti internazionali relativi a tematiche tecniche, contrattuali e negoziali. A ruota, altrettanto attenta a esporre e dare strumenti di comprensione e metabolizzazione dell’internazionalizzazione e molto concentrata sull’affinamento delle managerial skill, Sda Bocconi school of management, con particolare e deciso approfondimento sulle aree economiche e finanziarie, sui processi amministrativi e gestionali, ma aprendo anche a temi poco “bocconiani classici”, quali stabilimenti produttivi, supply chain, tecnologie e innovazione. Comunque sia Mip sia Sda sono business school di assoluta eccellenza, entrambe attente formatrici di manager con competenze sempre più trasversali per gestire l’interculturalità, il digital, il cambiamento e l’innovazione “permanente”. Altrettanto brillanti e, a mio personale parere, staccate dal gran numero di altri concorrenti presenti in questo settore, Iulm e Luiss business school. Diverse le specializzazioni, diverse le modalità progettuali e i temi chiave dei relativi master, ma analoga l’eccellenza nel punto chiave che contraddistingue la vera ed efficace business school: il corpo accademico di relatori e i testimonial, in entrambe molto ben integrato al percorso dei master. Iulm è certamente più orientata all’approfondimento e alle esercitazioni teoriche e pratiche sugli argomenti chiave della comunicazione, sia nell’area specialistica sua executive, mentre Luiss è più orientata ai chiaroscuri e ai dibattiti sia sugli argomenti classici quali Hr, marketing, finance, sia soprattutto sui temi più innovativi che caratterizzano questa school, quali tourism management, art, fashion, musica, cinema, television e anche i settori affascinanti dei big data management e le sostenibili. Infine, voglio citare la scuola di Palo Alto, una business school certamente non accademica, ma che mi sta molto a cuore e che ho imparato ad apprezzare in questi anni, sia per l’efficacia e la concretezza, sia per la brillantezza dei progetti formativi, concentrati in particolar modo sul tema della positive education, e  che negli ultimi tempi si stanno focalizzando su un tema specifico e molto sentito: la sicurezza. La scuola di Palo Alto ha certamente dalla sua, nonostante il taglio più piccolo rispetto alle altre school che ho citato, un entusiasmo e una passione davvero contagiosa».
Cuoa business school di Altavilla Vicentina, che lo scorso novembre ha spento le sue prime 60 candeline, eccelle invece per un modello formativo flessibile, adattabile alle specifiche esigenze di aziende e persone. Del resto, come spiega Federico Visentin, presidente di Cuoa, la business school con la più lunga per tradizione in Italia, negli anni ha interpretato e adeguato i suoi modelli didattici alla luce dei contesti mutevoli, sviluppando e proponendo soluzioni attente a dare risposte concrete. «La forza di una scuola di management come il Cuoa è la capacità di osservare il contesto, ma anche di ascoltare le persone. Il nostro approccio volto all’ascolto, ha trovato vasta applicazione sia nei confronti delle imprese, che vedono in noi un punto di riferimento per studiare percorsi di sviluppo delle competenze, sia nei confronti  delle persone, che sempre più apprezzano la nostra offerta di consulenza personalizzata sul proprio percorso di carriera, sui punti di forza e sulle aree di miglioramento. Nel 2018 continueremo a dare questo servizio e a lavorare sulle nostre aree di competenza distintive. Oltre ai classici percorsi formativi, che vanno dagli Mba e master, part time e full time, e alla vasta offerta di corsi executive, lavoreremo su tematiche attuali anche a livello di sensibilizzazione e informazione, tra tutte il rapporto banca-impresa e l’evoluzione delle professioni e delle funzioni aziendali in ottica digital e continueremo nel nostro impegno al fianco degli imprenditori».
Anche lo Ied (Istituto europeo di design) nel comparto svolge un ruolo da leone. Come infatti afferma Gloria Gaiotto, direttrice di Ecs Consulting, una realtà nel mondo della formazione professionale, che si occupa specificamente della preparazione del personale addetto al contatto con il cliente e alla vendita al pubblico del settore luxury, il taglio di Ied è congeniale per quanto riguarda soprattutto il graphic design e il fashion design. «Vengono proposti anche corsi di marketing e comunicazione, la formazione offerta è certamente di buon livello», spiega.
È chiaro comunque che la digitalizzazione è e continuerà a essere una leva dalla quale non si potrà più prescindere per una formazione efficace. Del resto il futuro è nelle mani dei  millennial che interagiscono con straordinaria familiarità con i vari dispositivi It e i canali social, crescendo in un mondo globalizzato, ricco di stimoli e soprattutto debancarizzato. Ecco perché le business school devono andare avanti su questa direzione.

Ne è pienamente convinto anche Antonello Sanna, amministratore delegato di Scm, la prima Sim di consulenza finanziaria quotata a piazza Affari, che lo scorso settembre ha avviato un nuovo progetto di inserimento dei giovani futuri consulenti finanziari in azienda. Una scelta nuova, questa, in un contesto di mercato che vede la maggior parte degli operatori italiani di private banking concentrati su professionisti che hanno già dalla loro una rete consolidata di clienti e contatti. «O ti distingui o ti estingui», spiega Sanna. «Differenziarci rispetto agli altri è un tratto che ci caratterizza da sempre e ci spinge costantemente  a esplorare territori non ancora battuti. Da settembre abbiamo avviato il progetto The young talent hub, che consiste nell’inserimento di giovani talenti provenienti dalle migliori università e business school italiane, al fine di farli diventare dei professionisti riconosciuti sul mercato. Contiamo di selezionarne 30 all’anno per il prossimo triennio. In un mercato ormai fortemente digitalizzato non possiamo limitarci a cercare solo professionisti con grande esperienza, ma è fondamentale integrare nuove forze. Nei primi colloqui ho percepito un’energia, una voglia di lavorare e una preparazione superiore alle mie attese. Il percorso durerà all’incirca 5 anni, al termine del quale i giovani consulenti finanziari saranno dei professionisti di esperienza e riconosciuti dal mercato, in grado di non fermarsi solo sull’analisi delle esigenze finanziarie, ma capaci di ascoltare i bisogni dei clienti offrendo un reale valore aggiunto che è quello che fa la differenza. Quello che pertanto dal mio punto di vista posso affermare è che, senza ombra di dubbio, le business school italiane hanno un alto valore formativo. Sda Bocconi è a mio avviso una delle migliori nella formazione post universitaria per l’apertura mentale e, soprattutto, gli aspetti internazionali relativi a tematiche tecniche, prime fra tutte quelle della finanza, del controlling, dell’amministrazione e della gestione. Anche 24 Ore business school è molto forte sull’aggiornamento dei programmi, soprattutto per quanto riguarda il target dei professionisti, essendosi peraltro concentrata sulla personalizzazione della formazione, anche con master corporate commissionati da aziende per i dipendenti, o per la formazione di nuove risorse e sviluppo. Ottimi  i riscontri anche per Luiss, per la vicinanza alle imprese e in particolare al mondo confindustriale, e Altis – Università Cattolica di Milano, in modo particolare per l’attenzione che pone alla responsabilità sociale e ambientale delle imprese, ma anche per la diffusione a livello internazionale dell’esperienza dei distretti industriali. Nondimeno, il Mib Trieste school of management, da quasi trent’anni un centro internazionale di alta formazione manageriale, nato su iniziativa di grandi realtà aziendali e del mondo accademico, è una realtà particolarmente attrattiva, soprattutto sul tema del risk management, anche perché sviluppa Mba, master specialistici in lingua inglese, corporate master e programmi executive certificati in Italia e all’estero, con una faculty composta da accademici, consulenti e uomini d’impresa».
Dunque, in definitiva, dove deve dirigersi la formazione manageriale per essere vincente? «In un contesto economico e sociale in continuo movimento e trasformazione come quello attuale», conclude Meda, «la formazione manageriale, dalla grande impresa fino all’azienda di matrice familiare e alle startup, deve ambire a essere centrale nella fase di sviluppo di una nuova cultura manageriale, sempre più diffusa e capace di agire anticipando i processi di cambiamento e innovazione».

[/auth]

Ecco chi ha raccolto di più e chi è in piena corsa

Al primo posto c’è Intesa Sanpaolo Private Banking, seguono Banca Generali e Fineco. Ma tra chi cresce percentualmente di più ci sono Banca Widiba (+104%) e IWBank Private Investments (+62%)

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Intesa Sanpaolo Private Banking è in testa alla classifica della raccolta netta in Italia. La società del gruppo Fideuram ha infatti totalizzato, tra risparmio gestito e amministrato, una raccolta pari a oltre 5,5 miliardi di euro da gennaio a luglio di quest’anno. Facendo registrare una crescita del 131% rispetto allo stesso periodo del 2016 e piazzandosi al primo posto anche tra gli operatori che hanno incrementato maggiormente la raccolta. Al secondo posto Banca Widiba, che ha fatto registrare un +104,25% rispetto ai primi sette mesi del 2016, seguita da IW Bank (+62,7%) e Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking (58,6%). In coda, Consultinvest Investimenti Sim, che ha perso oltre il 51% di raccolta rispetto all’anno scorso, Banca Mediolanum (-23,89%), Azimut Capital Management (-22,98%), Finanza & Futuro Banca (-19,36%).
È quanto emerge da una ricognizione effettuata dal Centro Studi Le Fonti, che ha rielaborato i dati Assoreti per fotografare sia l’andamento della raccolta nei primi sette mesi del 2017 rispetto allo stesso periodo del 2016, sia chi è cresciuto di più. In generale, si nota una netta inversione di tendenza sul piano degli andamenti della raccolta netta riferita al risparmio gestito e amministrato. Con un vero e proprio boom di prodotti come i fondi comuni e Sicav di diritto italiano ed estero, i Gpf e in generale il risparmio gestito, che ha registrato una raccolta pari a 21,8 miliardi di euro, 12,7 in più rispetto al 2016. Opposto il discorso per il risparmio amministrato, che nei primi sette mesi dell’anno passato ha fatto registrare una raccolta pari a 11,1 miliardi di euro, mentre quest’anno è fermo a quota 3,7, con un saldo negativo pari a 7,47 miliardi.

Secondo gli ultimi dati resi noti da Intesa Sanpaolo Private Banking, i primi sei mesi del 2017 del gruppo Fideuram hanno mostrato un mix della raccolta decisamente più favorevole rispetto al primo semestre del 2016, con la componente di risparmio gestito che ha segnato una performance pari a 6,8 miliardi di euro, a fronte di una raccolta netta di risparmio amministrato pari a 0,7 miliardi. In particolare, la raccolta netta in fondi comuni, pari a 4,2 miliardi, ha registrato un forte incremento (+6 miliardi di euro rispetto al dato negativo del primo semestre 2016 (-1,8 miliardi). A tale risultato ha contribuito anche la raccolta di oltre 0,4 miliardi di euro di piani individuali di risparmio (Pir). Solida performance anche nel comparto assicurativo e in quello delle gestioni patrimoniali che hanno registrato, rispettivamente, 1,7 e 0,8 miliardi di euro di raccolta netta.
Secondo Paolo Molesini, amministratore delegato e direttore generale della società, «trimestre dopo trimestre continuiamo a dimostrare, con i risultati, la validità del nostro modello e la bontà dell’assetto strategico. I nostri private banker, forti di un marchio che è sinonimo di qualità e solidità, del supporto fornito dalle strutture centrali e dalle nostre fabbriche, crescono, sia in termini di attività finanziarie sia di numero di clienti, consentendoci di raggiungere i migliori risultati di sempre in termini di raccolta netta (7,5 miliardi), di raccolta gestita (quasi 7 miliardi), e di utile netto. Siamo, inoltre, sempre più attrattivi per i migliori professionisti presenti sul mercato, e la forza combinata di questi fattori produce un risultato eccellente, per i nostri clienti e la nostra banca».
IW Bank, da gennaio a luglio 2017 ha registrato una raccolta netta pari a oltre 651 milioni di euro, 251 in più rispetto al 2016, con una crescita del 62,7%. Il numero di consulenti finanziari reclutati negli ultimi 12 mesi della società è pari a 59, per un totale di professionisti salito a quota 767. «Nel corso dei primi mesi del 2017 la banca ha proseguito positivamente il suo percorso di sviluppo verso un modello che bilancia con equilibrio il valore centrale della relazione umana, basata sul rapporto professionale e di fiducia tra cliente e consulente finanziario, e l’innovazione tecnologica offerta dalle piattaforme di trading online e dai servizi multicanali della banca», afferma Andrea Pennacchia, direttore generale IWBank Private Investments. «I risultati commerciali confermano il valore di tale modello di servizio che ha consentito la generazione di sinergie cross-canale, determinanti per la rete dei consulenti finanziari. I prossimi mesi», continua Pennacchia, «saranno dedicati alla valorizzazione e all’innovazione della proposizione commerciale che la banca ha sviluppato per i clienti dei consulenti finanziari. Lo scenario macro rimane complesso pur in presenza di un miglioramento di alcuni indicatori fondamentali», sottolinea Pennacchia, «la crescita continua solida e diffusa in diverse aree geografiche e settori, tuttavia il rafforzamento dell’euro e le tensioni geopolitiche sono alcuni degli elementi di incertezza da tenere in debito conto nella costruzione delle posizioni finanziarie dei clienti. In questo contesto si inseriscono, come fattori strutturali di cambiamento, l’evoluzione demografica e il progressivo innalzamento dell’aspettativa di vita che pongono gli investitori di fronte a nuove sfide, in parte inedite. Tra queste, la più sentita è il mantenimento nel lungo termine dell’attuale tenore di vita: obiettivo non facile da perseguire con un mercato volatile e complesso. Proprio alla luce di tale situazione, diventa sempre più importante affidarsi a un consulente finanziario che faccia della professionalità e della capacità di offrire soluzioni personalizzate, diversificate e coerenti con il profilo di rischio di ciascun investitore, i cardini della propria attività».

Banca Generali è al secondo posto per raccolta netta tra gennaio e luglio di quest’anno, con una crescita, rispetto al 2016, pari al 22,2%, rientrando così tra le prime dieci società che hanno aumentato maggiormente il business. La raccolta di Banca Generali, nel 2017, è stata catalizzata principalmente dalle soluzioni di risparmio gestito e assicurativo con particolare interesse per le innovative soluzioni “contenitore”. Grande successo, infatti, sottolinea la banca, hanno riscontrato le gestioni patrimoniali e la polizza multilinea che consentono diversificazione e protezione degli investimenti con dinamiche di personalizzazione dell’advisory. A parere di Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali, «le possibilità di personalizzazione della nostra offerta e i servizi di advisory evoluta, che comprendono anche il patrimonio non finanziario, stanno catalizzando l’attenzione della clientela, soprattutto nella fascia private. Abbiamo rivisto le nostre stime al rialzo a 5-5,5 miliardi come previsione di raccolta per il 2017, in linea all’andamento record dello scorso anno».

Finecobank è al terzo posto con 3,13 miliardi di euro di raccolta netta effettuata tra gennaio e luglio e con un incremento del 16,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, in cui aveva totalizzato una raccolta di 2,68 miliardi. I nuovi flussi si sono concentrati prevalentemente verso la raccolta gestita, pari a 2,394 miliardi di euro e in crescita del 15% rispetto all’anno scorso, e in particolare verso i servizi di consulenza evoluta, i cosiddetti guided products & services, che hanno registrato flussi per 2,561 miliardi.
«Fineco ha registrato negli ultimi mesi e anni dati estremamente solidi sul fronte della raccolta», spiega Carlo Giausa, direttore investimenti e private banking di Fineco, «con una forte accelerazione dei nuovi flussi verso i servizi di consulenza evoluta. Questo è stato possibile grazie anche al modello di cyborg-advisory adottato dalla banca, che mette a disposizione della propria rete di personal financial advisor strumenti ad alto contenuto tecnologico per razionalizzarne e semplificarne il lavoro. Quanto ai prossimi mesi, ci sono tutte le condizioni perché questo trend continui. Fineco», dice Giausa, «proseguirà a concentrarsi sulle soluzioni di consulenza evoluta, che stanno ottenendo un ottimo riscontro da parte della clientela. Si tratta infatti di soluzioni in grado di fornire portafogli estremamente diversificati per vari profili di rischio/rendimento, e che possono essere personalizzati dal consulente finanziario sulla base delle necessità e degli obiettivi di vita dei singoli clienti». Per quanto riguarda, invece, i cambiamenti delle esigenze dei risparmiatori, secondo Giausa, «le varie vicende che hanno scandito gli ultimi anni, dalla crisi finanziaria fino ai problemi che hanno interessato alcune banche locali, hanno reso le famiglie italiane molto più attente verso la gestione del proprio risparmio. La prima conseguenza è la crescente domanda di una consulenza finanziaria professionale da parte dei risparmiatori, che stanno sempre più familiarizzando con i concetti di diversificazione del portafoglio e di pianificazione di lungo periodo. Si tratta di un cambio di approccio che sarà progressivo ma estremamente rilevante, soprattutto per un Paese che può contare su una ricchezza finanziaria privata tra le più elevate al mondo, con uno stock di risparmio pari a oltre 4mila miliardi di euro, e dove le famiglie per molti anni sono state abituate a investimenti di breve termine con strumenti tradizionali come conti deposito o titoli di stato».

[/auth]

Quali sono le società che gestiscono più fondi etici

Bnp Paribas, Candriam e Banca Etica sono in testa al business degli investimenti socialmente responsabili, un mercato che in Italia vale oltre 16,7 miliardi. E che attira sempre più l’attenzione dei risparmiatori

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Con ben sei fondi etici tra i primi dieci per patrimonio gestito e quasi il 46% della quota di mercato del settore Sri (Investimenti socialmente responsabili), Bnp Paribas Asset Management è in testa alla classifica degli investimenti socialmente responsabili. A seguire Candriam, che occupa il 20% del mercato, e Banca Etica, che vanta invece due fondi etici tra i primi cinque per asset under management. Ma a portare avanti gli investimenti sostenibili sono anche Groupama, Eurizon e Nn Investment Partners, che si dividono il resto del patrimonio gestito dai primi 50 fondi etici in Italia: una torta da oltre 16,7 miliardi di euro. Sono i principali dati che emergono da una ricognizione effettuata da World Excellence, che ha stilato la classifica dei primi 50 fondi etici secondo gli ultimi dati relativi agli asset under management e analizzato le strategie di investimento dei gruppi più attivi nel settore Sri, passando sotto la lente d’ingrandimento anche le composizioni dei portafogli. Dal food, all’industria, all’informatica, ai beni primari, all’immobiliare, ogni fondo ha infatti una diversa esposizione. Con l’obiettivo comune di investire puntando in primo luogo sui parametri ambientali, sociali e di governance delle società. Ecco quali sono le strategie dei gruppi più attivi in ambito Sri.

Bnp Paribas Asset Management, come detto, detiene una quota importante di mercato a livello di asset under management. Per quanto riguarda invece la raccolta in fondi Sri del gruppo Bnp Paribas Investment Partners, nel 2016 ha rappresentato l’8,46% del totale, con 1,54 miliardi di euro su 18,24. Considerando invece solo i fondi a medio-lungo termine l’incidenza sale al 38,94%, con 1,91 miliardi su 4,9. Particolare è la strategia del fondo Parvest Smart Food, che investe in società operanti su tutta la catena del valore del food, selezionando quelle che adottano soluzioni per fronteggiare i problemi ambientali e di sostenibilità creati da una domanda di cibo in continuo aumento.
«Il portafoglio del fondo», spiega Andrea Succo, responsabile distribuzione esterna di Bnp Paribas Asset Management, «possiede un’esposizione relativamente limitata agli investimenti agricoli negli Usa e all’acquacoltura e si concentra maggiormente su opportunità rilevate altrove nella filiera alimentare. Tuttavia, i gestori sono attenti a un’eventuale ripresa della domanda nel settore dell’agribusiness e continuano a cercare opportunità di partecipazione rispettando i criteri d’investimento sostenibile del fondo. Se la probabile conclusione del ciclo deflazionistico andrà verosimilmente a beneficio dei distributori di generi alimentari», sottolinea ancora Succo, «i produttori potrebbero subire un calo dei margini dovendo far fronte con inevitabili ritardi a un rialzo dei costi delle materie prime. In uno scenario di maggiore crescita globale e aumento dei rendimenti obbligazionari, questo outlook può tornare a pesare sui titoli “expensive defensive” nel prossimo futuro, dopo il rally ispirato dalle operazioni di m&a dello scorso trimestre».

Banca Etica ha in dote solo fondi etici, che insieme fanno quasi 3 miliardi di euro di patrimonio gestito, vale a dire oltre il 17% della quota totale di mercato. I fondi a maggiore componente azionaria sono Etica Azionario (investimento in azioni fino al 100% del patrimonio) ed Etica Bilanciato (investimento in azioni fino al 70%). Seguono Etica Rendita Bilanciata (con una percentuale massima di investimento azionario pari al 40% del patrimonio), Etica Obbligazionario Misto (investimento in azioni massimo pari al 20% del patrimonio) ed Etica Obbligazionario Breve Termine (100% obbligazionario). Quanto alla composizione del portafoglio rispetto ai vari settori di investimento, Etica Azionario è composta per il 18,79% del settore dei beni voluttuari, per il 18,41 dell’industria, per il 12,69 dell’informatica e per l’11,15 della salute. Anche gli altri fondi sono composti, come primi quattro settori, da beni voluttuari, industria, informatica e salute, seppur con percentuali diverse.
Secondo Claudia Collu, portfolio manager azionario di Anima sgr, per quanto riguarda il fondo Etica Azionario, «il portafoglio azionario di Etica Sgr nasce dalla sintesi di criteri di selezione socio-ambientali e di selezione finanziaria. Il team di ricerca di Etica Sgr effettua la selezione dell’universo investibile, che comprende solamente società con elevati parametri ambientali, sociali e di governance. Il team di gestione si occupa della composizione del portafoglio, effettuando analisi fondamentale bottom-up e utilizzando un approccio tematico. La gestione del portafoglio viene svolta con un’ottica di medio-lungo periodo», continua Collu, «a livello settoriale, il fondo mostra un significativo sottopeso del settore finanziario ed energetico, in quanto quasi totalmente esclusi per le loro caratteristiche. Ciò non rappresenta necessariamente uno svantaggio per il fondo, in quanto il sottopeso può essere compensato investendo in società indirettamente legate a tali settori. All’interno del comparto ciclico, la preferenza ricade sui seguenti settori: industriale, immobiliari e dei materiali di base. Nello specifico», spiega Collu, «il settore industriale mostra valutazioni attraenti e beneficia di un miglioramento delle condizioni economiche globali, di piani infrastrutturali negli Stati Uniti e di un incremento della spesa per investimenti. Nel settore dei materiali di base, il fondo privilegia società chimiche, molte delle quali sono legate alla tematica delle auto elettriche, mentre nel settore immobiliare il fondo è particolarmente esposto ai developer giapponesi, che sono particolarmente sottovalutati. Nel settore healthcare, il segmento delle biotecnologie è preferito agli altri, date le valutazioni a sconto rispetto al mercato e le buone prospettive di crescita. Inoltre il fondo favorisce le utilities europee, che sono tornate a mostrare crescita degli utili, e le società di telecomunicazione europee, che stanno vendendo asset nei mercati emergenti. A livello geografico, l’Europa e il Giappone sono preferite agli Stati Uniti per le valutazioni di mercato e per le prospettive di un ritorno di flussi di investimento dopo mesi di dovuti a timori geopolitici».

Fortemente impegnato negli Sri è anche il gruppo Candriam, con 15 fondi etici nei primi 50 per patrimonio gestito e oltre la metà degli asset under management del gruppo che derivano dal settore. In totale, i fondi etici riconducibili a Candriam occupano oltre il 20% della quota di mercato.
Eurizon ha invece un patrimonio gestito nei fondi Sri pari, in totale, a 929 milioni di euro. In termini di raccolta, il peso dei fondi Sri è intorno allo 0,65% sul totale della raccolta Oicr per il 2017, se invece consideriamo il 2016 è intorno allo 0,46%. In termini di patrimonio in gestione, invece, sia per il 2017 che per il 2016 il peso è intorno allo 0,66%.
Per quanto riguarda il fondo azionario internazionale etico, «il quadro dei prossimi mesi», affermano dal fondo, «sarà presumibilmente caratterizzato ancora da un’inflazione contenuta che dovrebbe consentire alle Banche centrali di modulare le politiche monetarie in funzione della solidità della ripresa economica. Il contesto dei mercati al momento sembra non mostrare fonti di preoccupazione, ma questo potrebbe rapidamente cambiare per cui si tenderà a gestire l’allocazione dei rischi in chiave tattica. Un tema particolarmente importante sarà quello di valutare la realizzazione della riforma fiscale da parte dell’amministrazione Usa in relazione anche alla credibilità del presidente Trump. Attualmente il fondo è leggermente sottopesato in azioni e sono presenti delle coperture di rischio tramite posizioni sul future Vix. La visione mediamente costruttiva sul ciclo economico motiva un posizionamento settoriale moderatamente pro-ciclico, declinato in un sovrappeso su tecnologia, consumi discrezionali e finanziari mentre si mantiene un sottopeso sui settori difensivi, a eccezione del farmaceutico che è invece il principale settore in sovrappeso».
Per quanto riguarda, invece, i fondi Obbligazionario Etico e Diversificato Etico di Eurizon, attualmente «hanno una posizione corta di duration sui Paesi core, seppure abbiano ridotto marginalmente il sottopeso rispetto al benchmark. Il corto è comunque concentrato sulle scadenze lunghe delle curve europee. A livello di paesi periferici la posizione è moderatamente lunga ma è da ritenersi tattica in quanto nei prossimi mesi ci si aspetta un ritorno del rischio politico in Europa. Sugli spread dei titoli corporate investment grade, i fondi etici hanno un posizionamento corto, in quanto gli spread non compensano dal rischio di rialzo dei tassi di interesse sottostanti. A livello di settori preferiamo una posizione lunga di finanziari contro industriali e utilities. In questa fase non sono presenti posizioni valutarie se non una marginale esposizione corta al dollaro australiano, in ottica di copertura del rischio di un rallentamento in Cina. In generale, nel 2017 le scelte di gestione continueranno a essere guidate dal tema della reflazione che ha caratterizzato i mercati già durante gli ultimi mesi del 2016. In questa fase preferiamo adottare un profilo di rischio contenuto contro benchmark. Sarà determinante verificare se le aspettative dei mercati nei confronti della nuova amministrazione americana saranno seguite dai fatti o saranno deluse, per questa ragione le scelte di gestione adotteranno un atteggiamento molto flessibile nel corso dell’anno».

Per quanto riguarda Groupama Am Sgr, i fondi azionari Sri hanno registrato una performance assoluta in alcuni casi superiore al 20%, mentre dal punto di vista dell’allocazione settoriale dei portafogli dei fondi etici, nel 2016 il picking ha preferito i beni di prima necessità ed è stato più prudente sui settori industriale, energetico e finanziario. «Nei prossimi mesi», commenta la società, «gli investimenti andranno a privilegiare i settori che tradizionalmente beneficiano della ripresa dell’inflazione e del miglioramento congiunturale. Le dinamiche di acquisizione e fusione saranno considerate come interessanti opportunità d’investimento. Inoltre, il cambiamento di politica economica negli Stati Uniti crea le condizioni favorevoli per puntare sui settori quali sanità e infrastrutture».
Aberdeen ha un fondo etico in Italia con Aum pari a 8,4 milioni di euro. «In Aberdeen», commenta la società, «come parte fondamentale delle pratiche di stewardship integriamo i criteri Esg, all’interno del nostro processo d’investimento sia sul mercato azionario, sia nel reddito fisso, nell’immobiliare e nelle strategie alternative. L’esame dei criteri Esg ci aiuta a capire meglio i rischi più concreti di un investimento, sia prima sia dopo aver scelto un certo titolo. Oltre ai cosiddetti ethical fund va quindi sottolineato che l’approccio di Aberdeen si sostanzia nell’adozione di un più ampio processo di investimento esteso dall’equity alproperty e non limitato agli ethical fund. Risulta quindi difficile circoscrivere in modo puntuale il peso della raccolta e la relativa performance. Ogni team di investimento nelle varie regioni del mondo viene affiancato da analisti per gli investimenti responsabili che si occupano dell’analisi dei rischi Esg come parte integrante del processo di investimento», continua la società, «I fondi Sri sono i nostri fondi che abbiamo specificamente costruito sulla base di schemi etici.Questi, come detto, si differenziano dai criteri Esg, che sono integrati in tutti i nostri processi di investimento. Attualmente disponiamo di circa 20 fondi azionari Sri che utilizzano lo screening Sri. Nel complesso, il nostro Aum per Sri è di circa 5,5 miliardi di dollari. Con riferimento ai fondi azionari, la maggioranza sono “segregate mandate”, ovvero costruiti secondo le esigenze dei nostri clienti, mentre i restanti sono i cosiddetti retail».
I fattori Esg, conclude Aberdeen, «sono fondamentali per comprendere il quadro completo delle aziende in cui investiamo. La corporate governance delle aziende viene a lungo esaminata nella prima fase del processo di investimento e viene inclusa nella valutazione della qualità aziendale. L’approccio utilizzato nei fondi Sri è screening “negativo”, prima che il fondo investa in una società, quest’ultima non deve violare i criteri di screening impostati».

[/auth]

ECCO CHI CORRE DI PIÙ NEL RISPARMIO GESTITO

Generali è al primo posto per masse gestite, ma la crescita maggiore l’anno scorso l’ha registrata Amundi seguita da Pictet AM, Credito Emiliano, JP Morgan AM e Gruppo Ubi Banca. E le aspettative per il 2017 sono…

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Un 2016 da record per Amundi. Il gruppo francese è in testa alla classifica dei gestori cresciuti maggiormente nel corso dell’anno passato: quasi il 18%, con il patrimonio gestito passato da circa 39 miliardi di euro a fine 2015, a 45,8 miliardi 12 mesi dopo. A seguire, Pictet Asset Management, con un incremento degli asset under management del 17,7%, e Credito Emiliano, che ha registrato un +16,2% tra fine 2015 e fine 2016.

È il quadro che emerge dal ranking elaborato dal Centro studi Le Fonti, che ha calcolato, sulla base dei dati Assogestioni, quanto sono cresciuti i principali gestori del risparmio, per patrimonio gestito, nel corso dell’anno passato. Sono state prese in considerazione le prime 20 società per Aum e fatto il raffronto tra gli asset gestiti al 31 dicembre 2015 e quelli a fine 2016. Ed è emerso che le Sgr hanno fatto registrare tutte il segno più, a eccezione di Invesco, il cui patrimonio è passato da 20,9 miliardi a fine 2015 a 20,6 al 31 dicembre 2016. Il gruppo ha però invertito il trend già a inizio 2017: secondo i dati Assogestioni relativi a marzo, infatti, il patrimonio gestito è salito a 21,7 miliardi di euro.
Inoltre, secondo il ranking Le Fonti, tra i primi cinque operatori del mercato del patrimonio gestito, ad aver incrementato più di tutti gli asset under management è stato il gruppo Poste Italiane, che ha registrato un +11,8%. A seguire, Anima Holding (+10,15), il Gruppo Intesa Sanpaolo (+6,54), il Gruppo Generali (+5,7) e Pioneer Investments (+0,50)Amundi. Il gruppo francese ha trascorso un 2016 alla ribalta, concluso con l’acquisizione di Pioneer. L’operazione, a fine marzo scorso, ha ricevuto il via libera dell’antitrust europeo: il passaggio del gruppo di risparmio gestito da Unicredit alla controllata del Credit Agricole non viola infatti le regole europee in materia di concorrenza. Amundi ha anche lanciato un aumento di capitale da 1,4 miliardi di euro, destinato a finanziare in parte l’acquisizione di Pioneer, quotata a 3,54 miliardi di euro. L’Italia diventerà il secondo mercato domestico di Amundi per importanza, con masse in gestione pari a 160 miliardi di euro.
Ma ecco le previsioni di mercato dei manager delle principali società di gestione che, nel corso del Salone del risparmio, dall’11 al 13 aprile scorso a Milano, hanno evidenziato la necessità di operare in maggiore trasparenza e con regole uniformi rispetto all’Europa. Occhi puntati, in particolare, sui fondi Pir, con le società del settore che hanno creato gli strumenti Pir compliant.Banca Generali. A parere di Marco Bernardi, direttore commerciale di Banca Generali, «il 2017 è iniziato sotto una luce positiva per il risparmio gestito, dopo un 2016 che aveva evidenziato alcune difficoltà per il settore. Gli ultimi dati Assoreti evidenziano una crescita nella raccolta a gennaio e febbraio, sintomo che le famiglie e i risparmiatori sono alla ricerca di nuovi punti di riferimento nella tutela dei loro patrimoni. È evidente ormai che l’attuale fase dei mercati, caratterizzati da tassi in rialzo ma comunque prossimi ai minimi e dall’incertezza per le incognite a livello geo-politico, richiede un nuovo tipo di approccio negli investimenti improntato alla diversificazione e alla ricerca di soluzioni innovative».
Riguardo invece i prossimi obiettivi di crescita, Bernardi sottolinea come, «dopo un 2016 da record con quasi 6 miliardi di raccolta, il 2017 è ripartito molto bene per Banca Generali con una raccolta netta in crescita del 20%. Il nostro obiettivo è quello di portare servizi tipici del private banking a un numero sempre maggiore di famiglie. In quest’ottica, abbiamo rivisto la nostra mission focalizzandoci fortemente sul nostro maggiore valore aggiunto, ovvero il consulente finanziario e il suo rapporto di fiducia con la clientela. Da qui siamo partiti per valorizzare al meglio le loro competenze sviluppando BG Personal Advisory: un servizio in grado di portare l’approccio analitico dei portafogli anche agli asset non finanziari come mattone, impresa, partecipazioni e proprietà di valore, o nei servizi dalle successioni al passaggio generazionale, con la possibilità di offrire una panoramica completa del patrimonio di ogni cliente valutando anche gli asset presso istituti terzi. Le novità, però, non si fermano qui», conclude Bernardi, «ci stiamo muovendo anche verso una innovazione dell’offerta di prodotti, allargando i confini tradizionali per abbracciare soluzioni “wrapper” e gestioni evolute che offrano rendimenti interessanti, pur garantendo la massima protezione del capitale investito, seguendo una filosofia in linea con la nostra ambizione di essere la prima banca private per valore del servizio e innovazione».Eurizon. Rispetto a questi primi mesi del 2017, dice Massimo Mazzini, responsabile marketing e sviluppo commerciale di Eurizon, «i risultati a livello europeo sono molto positivi. Dai dati Efama di gennaio si evidenzia una raccolta pari a 40 miliardi di euro sui long-term fund con prevalenza sui fondi obbligazionari (20 miliardi), multi asset (10 miliardi) e azionari (6 miliardi). Il mercato italiano contribuisce alla crescita del settore con una raccolta che solo nei primi due mesi del 2017 è stata di oltre 12 miliardi. Anche nel mercato italiano i prodotti che hanno riscosso maggior interesse sono stati i fondi flessibili e obbligazionari. L’industria italiana ha raggiunto a fine febbraio un patrimonio in gestione pari a 1.960 miliardi di euro. Ma la vera novità», spiega Mazzini, «è stata la partenza dei fondi Pir, i Piani individuali di risparmio. La normativa è entrata in vigore all’inizio dell’anno e prontamente le società del mondo finanziario si sono attrezzate per creare gli strumenti Pir compliant. La raccolta è molto positiva e i benefici si stanno già manifestando sul mercato azionario italiano dove si registrano importanti flussi di liquidità, in particolare sul comparto delle mid/small cap. Non è un caso che nell’ultimo mese il controvalore degli scambi giornalieri sulle azioni italiane a medio/bassa capitalizzazione sia salito a 300 milioni di euro dai 150 del 2016. Ci aspettiamo in cinque anni una raccolta totale di 16 miliardi: circa 10 dal mondo retail e 6 dagli istituzionali».
Sui prossimi obiettivi di Eurizon, Mazzini sottolinea come la società continui a crescere «più della media del mercato, nei primi due mesi dell’anno la raccolta è stati pari a 3,1 miliardi di euro, circa il 26% del mercato italiano. La raccolta è stata positiva sia sul segmento retail sia sull’istituzionale con un buon contributo anche dai mercati esteri. L’attesa è di un crescente contributo dai mercati esteri in particolare dall’attività cross border in Germania, Francia e Spagna oltre che dall’attività in Asia grazie alla partecipata Penghua che continua a incrementare il proprio peso in un mercato dai tassi di crescita più importanti al mondo. La raccolta continua a essere caratterizzata dal successo dei fondi a scadenza, dall’andamento positivo dei flussi con la clientela istituzionale e dalla raccolta sui Pir che complessivamente tra il mercato retail ed istituzionale è pari a quasi 800 milioni di euro a inizio aprile. Eurizon è al sesto posto a livello mondiale per la gestione di prodotti multi asset con quasi 60 miliardi di euro 2016», prosegue Mazzini, «la crescita del patrimonio in gestione è legata all’innovazione di prodotto per la clientela retail e istituzionale su cui Eurizon ha sviluppato le proprie competenze oltre che la gamma d’offerta. Se analizziamo le dinamiche di raccolta, notiamo che la clientela retail continua a premiare soluzioni di prodotto in cui il gestore ha la possibilità di investire in diverse asset class. Questo dimostra una crescente maturità da parte delle reti di vendita, in grado di valutare l’importanza della flessibilità attribuita a un gestore professionale per migliorare il profilo rischio rendimento senza essere condizionato dai risultati di breve. Come Eurizon riteniamo che uno stile di gestione flessibile multiasset rimanga una soluzione ideale per scenari che vedono indici azionari vicini ai massimi, politiche monetarie in contrazione e un ciclo economico lento, ma positivo».

Pictet AM
. Secondo Manuel Noia, country manager di Italy Pictet Asset Management, «il primo trimestre del 2017 è stato certamente positivo per il settore del risparmio gestito, sulla scorta del buon andamento dei mercati azionari internazionali, ancora sotto l’effetto Trump. Sicuramente la situazione è molto diversa rispetto al 2016, quando la partenza in salita sui mercati ha spaventato molti investitori, poi peraltro tornati più costruttivi nella seconda metà dell’anno, in un clima più disteso sui mercati. Come sempre, predichiamo equilibrio e ora giochiamo a fare i pompieri: vediamo fin troppa euforia tra privati e consulenti, non bisogna sottovalutare i rischi presenti in questa fase che il mercato sta sottovalutando fortemente».
Noia sottolinea che l’obiettivo della società «rimane quello di una crescita costante, regolare e sostenibile sul mercato italiano, basata su un organizzato ed efficiente servizio post vendita di consulenza, sia sui prodotti sia sui mercati, ai clienti professionali che ormai ci seguono da tanti anni. Continueremo a puntare con forza sul nostro servizio di advisory e su una costante copertura del territorio italiano per aggiornare la nostra clientela delle nostre attività e del nostro punto di vista su prodotti e mercati. Lanceremo altresì un paio di prodotti nuovi nel giro dei prossimi mesi».Aberdeen. A parere di Laura Nateri, country head per l’Italia di Aberdeen, «il 2017 si è aperto con diverse incognite, soprattutto sul fronte politico: gli investitori sono stati prudenti e in attesa, prova ne è l’eccessiva liquidità sui loro conti. Sono comunque consapevoli della necessità di continuare a investire. Diciamo che il mercato sta cercando di interpretare alcune incognite ma è consapevole della necessità di avere portafogli investiti piuttosto che cash vista la scarsa remuneratività e la situazione dei tassi a zero». Quanto ad Aberdeen, la società sta puntando in particolare sulle soluzioni multi asset «con forte esposizione verso gli alternatives», spiega Nateri, «abbiamo da poco lanciato la campagna income, che rappresenta un tema cruciale per gli investitori finali che hanno bisogno di reddito, sia che investano per la famiglia sia per i figli, ma anche per coloro che necessitano di un pilastro previdenziale aggiuntivo o per i clienti istituzionali. Il tema income è sotto un cappello più ampio e riguarda tutti i prodotti che abbiano contenuto income dalla parte del reddito fisso. Abbiamo costituito da poco il fondo Indian Bond, dato che l’India rappresenta uno di quei paesi dove i tassi si stanno abbassando e dove c’è un governatore della Banca centrale autorevole che sta compiendo i passi giusti in termini di politica monetaria. Ancora, il property è un settore non accessibile a tutti ma interessante in termini di income, perché distribuisce rendimenti dal 5 all’8% l’anno».
[/auth]
Scroll to top