Quando la terra batte il mattone

Partito dall’edilizia 50 anni fa, ha poi diversificato scommettendo su turismo d’élite e produzione vinicola d’eccellenza, che oggi fa la parte del leone, con 68 dei 148 milioni complessivi di fatturato. E conta di superare i 90 milioni entro il 2021 puntando tutto sulla qualità.

«Le costruzioni sono ciò che ha generato tutto. Sono state la mamma di tanti: in passato però. Da dieci anni il settore è in crisi. Noi non possiamo lamentarci, ma se mi guardo attorno, anche solo qui a Brescia, vedo aziende secolari che hanno chiuso. C’è chi non ce l’ha fatta e chi si è ritirato prima che la barca affondasse». A dirlo è Vittorio Moretti, presidente del Gruppo Terra Moretti, conosciuto anche come il signore delle bollicine: Bellavista in testa.

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Cinquant’anni fa, esordiva come costruttore fondando un’azienda che, nonostante i tempi di crisi del settore, può contare su un fatturato di 64 milioni. È la Moretti spa, una delle pochissime aziende in Italia a integrare al suo interno prefabbricazione in cemento armato e legno lamellare, da sempre all’avanguardia nell’innovazione di prodotto e di processo, capace di progettare e costruire edifici e opere di rilievo. «Ogni due giorni portiamo a termine una nuova commessa. Però con una differenza rispetto al passato. Un tempo con l’edilizia si guadagnava il 5%, con il boom, poi, assistemmo a un’esplosione. La crisi ha ridotto drasticamente i margini, anche se in questi ultimi anni abbiamo lavorato molto per migliorare la nostra redditività», sottolinea Moretti, colui che ha posto la firma su progetti ciclopici. Per citare i più recenti, si va dal centro commerciale di Arese a Scalo Milano, dal nuovo polo produttivo di Bulgari a Valenza agli uffici Gucci a Scandicci. E poi quasi 300 cantine. Ma la chiave del successo del gruppo è l’aver diversificato le attività, e soprattutto in anticipo sui tempi.
L’impero Moretti conta infatti 11 aziende raggruppate in tre divisioni: edilizia, vino e hôtellerie di lusso, filoni seguiti dalle tre figlie, rispettivamente Valentina, Francesca e Carmen. È il filone numero due, quello connesso con la terra, il protagonista del grande sorpasso. Parlano i numeri. Nel 2016 il gruppo (752 dipendenti) ha generato un consolidato di quasi 148 milioni di euro, di cui 68 derivati dal vino, 64 dall’edilizia e 16 dal settore alberghiero. A fine 2016 si è chiuso l’acquisto, dal Gruppo Campari, delle cantine sarde Sella&Mosca e Teruzzi a San Gimignano, così ulteriori 554 ettari vitati sono andati ad aggiungersi a quelli in Franciacorta (Bellavista e Contadi Castaldi) e in Toscana (Petra e Tenuta La Badiola). E non è solo una questione di ettari, anche di marchi di prestigio. Terra Moretti è diventata la quarta realtà vitivinicola italiana per ettari vitati (1.084) 9,6 milioni di bottiglie vendute. Moretti è il creatore di vini di pregio e di un marchio riconosciuto come Bellavista, sulla scia del quale sono nate le etichette Contadi Castaldi, Petra e Tenuta La Badiola.

Fedele al Dna di famiglia e luogo d’origine (siamo nell’operosa Erbusco, alle porte di Brescia) Moretti esordì come costruttore nel 1967. Tempo dieci anni e iniziò a diversificare, puntando prima sul vino, quindi su attività turistico-alberghiere che potessero attrarre in Franciacorta un turismo d’élite. Nascevano così il Golf Club di Franciacorta (1985), quindi il ristorante Mongolfiera dei Sodi e il relais L’Albereta (1993): un’oasi di benessere che ospita l’Espace Vitalità di Henri Chenot e ristoranti d’eccellenza, dove per vent’anni ha operato Gualtiero Marchesi in persona.
Dopo la Lombardia, è stata la volta della Toscana. A sete chilometri dalla costa tirrenica, un soffio da Castiglione della Pescaia, vennero acquistate e completamente ristrutturate la Tenuta La Badiola e L’Andana. Mentre tra le colline della Val di Cornia prendeva forma l’area vitivinicola Petra. Anche qui nozze con le grandi firme. Cantina di Mario Botta per Petra e ristoranti, prima di Alain Ducasse e ora di Enrico Bartolini all’Andana. «Lo dico sempre: bisogna investire nella terra. Ho sempre creduto nella terra e oggi iniziamo ad averne tanta», osserva Moretti. Che, insaziabile, o meglio, imprenditore fino all’ultima cellula, pensa al prossimo passo nel mondo del vino.
«L’idea è quella di superare i 90 milioni di fatturato entro il 2021», un aumento importante, da ottenersi introducendo «prodotti nuovi, più competitivi, adatti anche a un mercato più ampio. Lavoreremo sulla qualità, la quantità invece deve rimanere quella. Poi viene il marketing e infine il commerciale. Stiamo riqualificando i vigneti in Sardegna, vorremmo fare vini più importanti. E si parte dalla materia prima: il vino si fa con l’uva. Bisogna poi guardare sempre di più all’estero, aumentare le esportazioni».
Moretti ha guardato all’estero già all’atto dell’acquisto creando un’alleanza con investitori cinesi, come la società d’investimenti Nuo Capital. «Cercavamo un partner per sviluppare il mercato asiatico. Poi tramite Intesa Sanpaolo siamo venuti a conoscenza di una società con capitali cinesi che appartiene alla famiglia di sir Yue Kong Pao (il magnate dei mari, passato alla storia come L’Onassis dell’Est, ndr). La decisione è stata presa in giornata, anche se poi le trattative con i rappresentanti della Nuo sono andate avanti per dieci mesi. Mi ha colpito subito l’affinità tra le nostre due famiglie, sebbene loro abbiano capitali diversi. O meglio, più che diversi, i loro sono immensi». Si tratta del primo investimento di Nuo Capital in Italia. «Volevano iniziare con quote minoritarie in società medio-piccole. E noi volevamo capitali, detenendo però la maggioranza, in Terra Moretti Distribuzioni (creata per le strategie distributive, ndr) abbiamo infatti ancora  il 70%». Per dire che, a tacere dei capitali d’Oriente, bandiera, maggioranza e gestione  permangono italiani.

Vittorio Moretti è inoltre il presidente del Consorzio Franciacorta. Che esporta il 12%, ma l’obiettivo «è di portarlo al 40%. Il problema dei nostri vini franciacortini è che si scontrano con lo Champagne e i suoi secoli di storia. I francesi, poi, sono venditori per indole. Sono bravi in questo. Ma a livello di qualità, non abbiamo nulla da invidiare. Dobbiamo conquistare i nuovi mercati e quelli dove lo Champagne non esercita grande attrattiva. L’Oriente per dire. Lì ci sono ancora possibilità. Del resto il Giappone è il primo mercato d’esportazione per il Franciacorta».
Il 2017 è stato l’anno dei grandi anniversari della holding Terra Moretti. Quarant’anni di Bellavista, 30 di Contadi Castaldi, 50 per Moretti Costruzioni e altrettanti di matrimonio con l’inseparabile Mariella («quando ci siamo conosciuti, io avevo 18 anni e lei 16. Quindi in totale sono 60. E siamo sempre andati d’accordo»). Compleanni festeggiati a pochi giorni dallo scadere dell’anno in una struttura industriale totalmente riallestita, con tutti i dipendenti, per i quali è stato lanciato un nuovo grande progetto di welfare aziendale. E l’uscita di un libro, Made in family, firmato da Oliviero Toscani: un ritratto di famiglia che parte con l’identikit di Vittorio, colui che «inventa e realizza, inventa e realizza, altrimenti non è tranquillo», assicura la moglie.
Un uomo del fare, figlio di una terra di concretezza. Perché è vero, è nato a Firenze ma solo perché papà aveva un cantiere lì. Quindi ha trascorso l’adolescenza a Milano, ma è poi tornato ad Erbusco, alle radici. «Da parte di mamma, siamo a Erbusco dal 1200, per parte di papà dal 1400, e già a quell’epoca i Moretti erano costruttori». Trascorsi scolastici non proprio da primo della classe, anzi «il primo anno di studi di scuola superiore fu piuttosto disastroso», ed ecco l’intervento immediato del padre che tagliò corto: «Adesso vai a fare il magutt. Se vuoi studiare, lo farai la sera». Fatto. «Accettai, a patto che  potessi tenere per me qualche soldo. Poi mi diplomai come perito edile». Il denaro?  “Mi piace e mi è sempre piaciuto averlo e usarlo come mezzo per raggiungere obiettivi. L’obiettivo numero uno è vivere bene. Ammetto di non essermi mai fatto mancare niente».

È lui il grande capo, non c’è scampo. L’ultima parola è la sua, anche se il cammino di questi ultimi anni è condiviso, come si diceva, con le tre figlie: ognuna impegnata su un fronte. Quanto è difficile conciliare le ragioni del cuore con quelle degli affari, essere padre e il boss d’azienda? «I rapporti con i genitori non sempre sono lineari. Ambrosetti mi diceva di non fare l’errore di mescolare business e famiglia. La famiglia è fatta di affetti, e il business di numeri. È importante che il concetto sia chiaro e si mantenga questa netta divisione. Ho poi avuto la fortuna dalla mia parte, dal momento che le figlie hanno attitudini diverse e spendibili nei tre diversi settori». Una curiosità. A cosa deve il suo successo? Quanto hanno inciso la determinazione, quanto la fortuna, quanto l’intuito? «Gli anni mi hanno convinto di una cosa: il successo è questione di Dna. Nelle famiglie ci sono alti e bassi, io sono arrivato in una fase di crescita. Non altrettanto fu per mio nonno e la sua famiglia. I Moretti erano importanti qui a Erbusco, ma all’inizio del secolo scorso morirono in tanti per via della Spagnola. Avevano segherie in Valcamonica, e persero tutto. Papà dovette ripartire da zero. E comunque se guardo l’albero genealogico vedo che siamo tutti imprenditori».
Chiudiamo con una domanda al Moretti costruttore. Qual è l’edificio del cuore? «Quando arrivo al cancello di Petra, la cantina toscana, sento ancora una certa emozione. Ma anche la nuova sede Campari a Sesto San Giovanni, pure in questo caso realizzata su progetto di Mario Botta».

A cura di Piera Anna Franini
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