Non è facile in Italia liberarsi dall’abbraccio bancocentrico

Creare un’unione dei mercati di capitali e promuovere forme di investimento alternative allo scopo di far circolare i capitali e favorire le imprese. Tutto entro il 2019». E’ questo l’audace obiettivo che si è prefissata la Commissione Europea quando, a febbraio 2015, ha presentato il Libro verde sul mercato dei capitali.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il progetto nasce dall’esigenza, ormai incombente, di ottemperare all’insufficienza del credito bancario attraverso un mercato unico che possa diversificare le fonti di finanziamento promuovendone di nuove, come il venture capital e il crowd-funding, aumentare così la liquidità e farla circolare nel sistema. I principali destinatari del piano comunitario sono le imprese, grandi o piccole che siano.
La riflessione sul progetto della Commissione ha interessato tutti i 28 paesi membri dell’Unione Europea ed è stato ampiamente affrontato anche dall’Italia, dove il sistema resta sostanzialmente banco-centrico rendendo l’adesione a un sistema unificato alquanto complessa. In particolare in Italia non sono solo gli ostacoli legati al contesto politico-legislativo, alle regolamentazioni e così via ma anche un atteggiamento scettico da parte degli  imprenditori nei confronti di nuove forme di finanziamento.
Delle principali difficoltà e dell’andamento del capital markets in Italia se ne è discusso durante l’incontro dal titolo “Verso il Mercato unico dei capitali: nuovi scenari di investimento” organizzato da Le Fonti per World Excellence e moderato da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche del gruppo. Al dibattito hanno preso parte due avvocati esperti di capital markets e private equity, Lukas Plattner di Nctm e Marco Franzini di Eversheds e Alessandro Esposti, Cfo ed Investor Relator di Openjobmetis, la prima agenzia per il lavoro italiana ad aver fatto il suo ingresso in Borsa, sul segmento Star.
Qual è la situazione del mercato dei capitali in Italia e cosa comporta essere quotati in Borsa?
ESPOSTI La mia opinione è che negli ultimi anni il divario tra l’Italia e gli altri paesi industrializzati si sia ampliato da un punto di vista economico. Il nostro sistema paese non è stato capace di evolversi velocemente per adattarsi ai cambiamenti in atto, lasciandoci molti passi indietro rispetto a realtà come Germania, Regno Unito, Stati Uniti, solo per citarne alcune.
Sarebbero servite e servirebbero norme più coraggiose in termini di incentivi fiscali ed economici, ma anche un modo di operare slegato dal passato. Qui le mancanze sono più da parte degli imprenditori, timorosi di aprirsi al mercato e di rendere la propria azienda più efficiente e moderna anche da un punto di vista gestionale.
Ancora oggi l’imprenditoria italiana è poco propensa ad accedere al mercato dei capitali, preferendo il finanziamento bancario, entrato però in crisi negli ultimi anni e che ancora fatica a trovare un equilibrio nei prestiti. La nostra esperienza è emblematica in questo senso considerando che, dopo l’ingresso in Borsa, gli istituti di credito, forse perché rassicurati dalla trasparenza dei numeri, sono più disponibili e concederci liquidità e a prezzi più vantaggiosi. Essere quotati, evidentemente, ci fa apparire più affidabili rispetto alle aziende che non lo sono.
Il rovescio della medaglia è che questo percorso comporta costi e un impegno maggiore in termini di procedure e operatività. È necessario, per esempio, mantenere un dialogo frequente con le autorità competenti come Consob e Borsa Italiana e anche con il mercato. Da qui la necessità di incrementare il personale, lavorare con consulenti e avvocati.
PLATTNER Andare in Borsa non è solo andare a raccogliere denaro, vuol dire andare a riorganizzare l’impresa; hai un sistema di controllo di gestione, hai un revisore legale, hai gli amministratori indipendenti, riorganizzi l’impresa creando anche dei flussi informativi che devono funzionare. Innanzitutto io distinguerei il mercato dell’equity da quello del debt: sull’equity capital markets gli investitori istituzionali sono pochi e bisogna intervenire velocemente perché è un mercato che può crescere, ha potenzialità ma stiamo rimanendo indietro. Una delle cause di questo rallentamento è la mancanza di incentivi e di un quadro normativo semplice; sul bond, invece, si è creato un mercato consistente e questo ha dato una spinta all’economia. Concordo sul fatto che il gap tra Italia e estero stia crescendo, gli altri paesi si muovono molto più velocemente di noi; per esempio nel Regno Unito, Francia e Spagna ci sono numerosi agevolazioni e vantaggi per favorire la raccolta di operazioni sui capitali, ad esempio finanziamenti a fondi perduto per sostenere i  due diligence o incentivi fiscali per gli investimenti in pmi. Inoltre in Italia le procedure, così come lo stesso prospetto informativo, sono molto più complessi in termini di dettagli, lunghezza, comprensione. Tutto ciò ovviamente non invoglia e non facilita l’accesso al mercato dei capitali.
 
Oltre alla Borsa c’è anche il mercato del private equity. Qual è il suo attuale andamento?
FRANZINI Quale advisor nel mercato del private equity, ho esperienza nell’assistenza di operatori istituzionali che vogliono investire in Italia e ritengo che in questo mercato l’aspetto più importante sia la liquidità. Oggi il principale punto su cui interrogarsi è se una target di investimento possa essere idonea, dopo un periodo di accrescimento di valore, per una cessione o per una quotazione nei mercati regolamentati, perché i flottanti di queste società sono piccoli e i grandi investitori istituzionali che fanno il mercato, se non vedono flussi significativi e quindi una possibilità di disinvestimento, difficilmente non intervengono. Ecco perché oggi è il mercato del private equity è interessato soprattutto a target che potenzialmente abbiano queste caratteristiche. Negli ultimi 12 mesi nel mercato non quotato sono stati portati a termine diversi investimenti, questo mi porta a pensare che l’andamento del private equity sarà positivo nei prossimi mesi.
ESPOSTI A mio avviso gli investitori, sia che si parli di private equity che di aziende quotate, sono interessati a progetti di crescita. Molte aziende italiane, pur scontando una iniziale diffidenza, sono ben viste a livello internazionale e sono molti gli investitori pronti a credere nella nostra realtà di business.
I fondi di private equity prendono una quota rilevante nell’investimento?
FRANZINI Dipende. Ci sono fondi di private equity che hanno investito in passato solo attraverso operazioni di maggioranza, perché nella fase di pre-quotazione volevano avere il controllo della società. Non dimentichiamoci infatti che un socio di minoranza in una società non quotata in Italia deve essere molto abile a costruirsi una protezione dell’investimento attraverso strumenti contrattuali e statutari. Il socio di minoranza in una società non quotata ha diversi vincoli sulle modalità di dismissione della propria partecipazione. Negli anni delle grandi operazioni, pensiamo a Seat Pagine Gialle, Telecom ecc, l’Italia sembrava diventata la mecca del mercato dei capitali di rischio, dove continuavano ad arrivare grandi fondi, ad esempio Permira, Advent o altri che operavano su segmenti alti acquisendo la maggioranza.  Oggi siamo tornati a una fase più coerente con la nostra realtà economica; siamo tornati quindi a operazioni di minoranza e alla stipula di accordi con gli imprenditori in merito alla liquidazione dell’investimento. I grandi fondi stanno prevalentemente “alla finestra” perché non ci sono più le grandi operazioni di una volta.
Quindi cosa è necessario fare per poter migliorare il mercato dei capitali e essere più competitivi?
FRANZINI La vera sfida è quella di avere strumenti idonei per servire un mercato globale. Per esempio, un elemento che rende appetibile una società è la sua contendibilità: se la società è piccola, cresce poco e ha un nocciolo di controllo che non ha margini di cambiamento, ci saranno poche opportunità di interesse per investitori istituzionali. Ecco perché la Borsa non è un mercato per tutti.
E per quanto riguarda le pmi?
PLATTNER Per le pmi c’è il programma Elite che sta dando buoni risultati. E’ un progetto della Borsa di Milano, lanciato in Italia nel 2012 che vuole sostenere in modo concreto la crescita delle piccole e medie imprese italiane, renderle più competitive e attraenti per gli investitori. Ad oggi sono ben 350 le imprese aderenti e i numeri cresceranno. Servono mercati dedicati alle piccole e medie imprese perché è un mercato in forte espansione e va sollecitato. Anche il progetto europeo di Unione del mercato dei capitali, che è una rivisitazione del quadro normativo esistente dà attenzione alle pmi, ovvero cerca di evitare le problematiche regolamentari se sei una pmi e facilita l’accesso e il processo informativo. Ritengo che il progetto abbia colto il problema: creare mercati regolamentati destinati alle piccole imprese in crescita e sovvenzionarle. Dobbiamo solo capire come far fluire il denaro.
FRANZINI In questo momento sul mercato io vedo operazioni di minoranza oppure operazioni che mirano ad acquisire società per creare un segmento, ad esempio il modello Lvmh portato avanti sulle medie imprese. A mio giudizio, la pmi non è ancora in grado di affrontare l’internazionalizzazione dei mercati; sulle pmi bisogna cercare di attrarre investimenti non solo dall’Italia ma anche dall’Europa o da altri continenti, in questo senso si comprende quanto sia necessaria e inevitabile un modello il più possibile unitario dei mercati dei capitali nel nostro continente.
Di cosa abbiamo bisogno per rendere più accessibile il mercato dei capitali?
PLATTNER Io credo che Borsa Italiana da questo punto di vista stia facendo molto. Quello di cui abbiamo bisogno è un quadro normativo a tutto tondo che aiuti la crescita delle imprese e che riduca i costi. In Italia bisogna pensare a rompere alcune barriere e far crescere il mercato. Inoltre, il problema dell’impresa italiana è anche quello che non sa vendere se stessa. Basta leggere i business plan, non sono per niente comprensibili e ben strutturati.
ESPOSTI Le difficoltà maggiori per le aziende che vogliono quotarsi si riscontrano nella fase iniziale, considerando che ci sono numerosi aspetti burocratici da assolvere, investimenti importanti da sostenere. Problematiche simili ci sono anche per le start up che si scontrano con lunghi adempimenti proprio quando le risorse economiche sono minori. Superata la fase iniziale, la strada è sicuramente in discesa, ma potrebbe essere troppo tardi. Negli Stati Uniti il processo iniziale è agevolato, così da consentire all’imprenditore di dedicarsi solo al business. Solo in una fase successiva, quando il progetto è stato implementato, avvengono i controlli e le eventuali penali. Quindi ritengo che il freno iniziale blocchi molto, se fosse più libero nello start up per poi accelerare i controlli dopo, avremmo una crescita del mercato non indifferente.
FRANZINI In Italia mancano delle linee guida costanti nel tempo. Serve stabilità, volontà di riforme strutturali per creare condizioni di mercato effettive e funzionali allo sviluppo delle imprese. Il nostro problema è che abbiamo una creatività enorme non sfruttata, anzi spesso frenata dalla burocrazia e da vincoli vari. Il mercato unico dei capitali è una strada che è necessario intraprendere. Il nostro mercato non è immaturo, è solo limitato e perciò dobbiamo lavorare sugli strumenti giuridici, economici e strutturali per migliorare la situazione.
Infine, il mercato dei capitali ha i suoi privilegi ma in quali casi non è più vantaggioso per un’azienda? 
FRANZINI Quotarsi in borsa è vantaggioso se hai un determinato progetto e una struttura in grado di sostenere i costi e i vincoli da quotata. Negli anni ho seguito anche numerosi casi di delisting, operazioni la cui ratio non era dovuta a un cattivo andamento del business dell’azienda ma era data dal fatto che gli azionisti di controllo a un certo punto non riscontravano più benefici nel rimanere in Borsa. In alcuni casi i costi non erano più corrispondenti ai benefici oppure erano cambiati i piani di internazionalizzazione che potevano giustificare una quotazione. Il listino delle società quotate si è ridotto non perché le imprese falliscono ma perché cambia il progetto sottostante che giustifica gli oneri derivanti dal fatto di rimanere in un mercato quotato. Tutto dipende dal progetto economico sottostante, sia in sede di quotazione che dopo.
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