Mercati finanziari: a che punto è il processo d’integrazione

Regole e vigilanza restano ancora molto difformi tra i Paesi della Ue e possono penalizzare gli investitori retail. In un sistema integrato, invece, i risparmi delle famiglie potrebbero fluire liberamente verso le imprese e l’economia reale. Cosa è stato fatto finora e quanta strada resta da percorrere per raggiungere l’obiettivo? Se n’è parlato in una tavola rotonda all’Università Cattolica di Milano

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Molto è stato fatto ma ancora molto c’è da fare. Sia sul fronte di regole comuni e condivise tra tutti gli Stati membri per il buon funzionamento dei mercati sia su quello della distribuzione delle risorse, trasferendo il risparmio privato delle famiglie alle piccole e medie imprese per favorirne la competitività, l’innovazione, l’internazionalizzazione. In particolare in Italia, dove i finanziamenti alle imprese per oltre l’80% dipendono ancora dal sistema bancario che non sta vivendo certo una delle sue stagioni più felici. Ma in che modo nel percorso dell’Unione europea si può e si deve accelerare il processo d’integrazione finanziaria (dai mercati alla consulenza al fattore decisivo dei finanziamenti) per far sì che i suoi benefici si trasferiscano all’economia reale?

È la domanda con la quale Alberto Banfi, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica di Milano, ha aperto come moderatore la tavola rotonda su I mercati e gli intermediari finanziari nel processo di integrazione europea, organizzata da Nifa, New international finance association, alla Cattolica, nell’ambito dei convegni promossi presso le università con la collaborazione della rappresentanza regionale della Commissione europea a Milano.

La prima a rispondere è stata Nadia Linciano, responsabile dell’Ufficio studi della Consob. L’Unione del mercato dei capitali (il Capital market union), ha spiegato, «è un progetto che Consob sente come fondamentale e auspicava da tempo». Già nel 2013, nella tradizionale relazione annuale al mercato, il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, aveva auspicato una maggiore integrazione dei mercati dei capitali e un’omogeneità sia delle regole sia delle prassi di vigilanza che restano molto difformi tra i Paesi membri della Ue e possono penalizzare gli investitori retail.

In un mercato integrato dei capitali, ha sottolineato Linciano, «le risorse finanziarie dovrebbero fluire liberamente dai settori in surplus, tipicamente quello delle famiglie-risparmiatrici, a quelli in deficit come le imprese. L’obiettivo è agevolare questo flusso a livello europeo. E il piano d’azione indica due leve da utilizzare per creare le condizioni per raggiungerlo: trasparenza informativa e consulenza. Il pubblico retail deve avere a disposizione informazioni corrette per scegliere e poter contare su un supporto professionale che lo aiuti a fare scelte più adeguate».

 

Informazione e consulenza. Per capire quanto siano importanti, il responsabile uffici studi della Consob, ha illustrato l’ultimo Rapporto sulle scelte d’investimento degli italiani realizzato proprio dalla Commissione. «Osservando i dati del 2007, l’anno precedente all’inizio della grande crisi finanziaria scatenata dai muti subprime americani, e quelli del 2015, si evince che la partecipazione delle famiglie ai mercati finanziari sta gradualmente tornando ai livelli pre crisi. Nel 2007 il 55% delle famiglie possedeva almeno uno strumento finanziario, poi questa percentuale si è notevolmente ridotta negli anni successivi. A fine 2015 si è invece ritornati quasi al 50%. Oltre la metà della ricchezza delle famiglie però rimane allocata in conti correnti e depositi postali. Questo significa», ha spiegato Linciano, «che gli italiani sono ancora molto concentrati su prodotti liquidi, molto di più di quanto non lo fossero nel 2007, quando la percentuale di liquidità era inferiore al 40%».

Ma quali sono le richieste dei risparmiatori, ovvero le condizioni offerte dal mercato per incentivare i loro investimenti? Al primo posto c’è la possibilità di potere investire in prodotti che proteggano il capitale o garantiscono un rendimento minimo, al secondo la fiducia negli intermediari. Non è un caso che solo il 12% ritiene importante la documentazione che viene fornita al momento dell’investimento. «Questo», ha avvertito Linciano, «sollecita più di una riflessione su quanto a livello europeo e nazionale si debba ancora lavorare sulla financial disclosure perché oggi l’informazione finanziaria non è ancora ritenuta utile per investire in quanto considerata troppo complessa, ponderosa, voluminosa. Quindi difficile da capire senza una cultura finanziaria adeguata. Per questo è necessario impegnarsi molto sulla semplificazione dell’informazione anche se molti passaggi in questa direzione sono già stati fatti. In questo processo è utile lasciarsi ispirare dalla finanza comportamentale, tema che Consob già da anni sta approfondendo, e capire come questa disciplina possa essere utilizzata nell’ambito della regolamentazione dei mercati».

Del resto semplificare l’informazione, farla comprendere, aiuta l’investitore a migliorare la capacità di percepire il rischio e aumenta la sua disponibilità a investire. Oltre alla semplificazione dell’informazione, l’altro aspetto del piano d’azione riguarda lo sviluppo della consulenza. Disporre di un supporto professionale consente di migliorare la qualità delle scelte dell’investitore. In questo ambito bisogna ancora lavorare molto non tanto a livello regolamentare (la Mifid II prevede già il potenziamento della consulenza) ma sull’educazione finanziaria per avvicinare l’investitore a questo supporto professionale. Oggi il 38% degli italiani preferisce nelle scelte d’investimento avvalersi del parere di amici, familiari e parenti mentre la consulenza è utilizzata solo dal 28%. E dai sondaggi si riscontra anche una bassa disponibilità a pagare per il servizio di consulenza perché non se ne percepisce il valore aggiunto.

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