Le strategie del risparmio al tempo dei tassi a zero

La forte volatilità dei mercati e la caduta degli interessi spingono gli operatori a rivedere le proprie strategie di business, di offerta e di costruzione di prodotti e servizi finanziari
[auth href=”https://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]L’industria del risparmio gestito, con la raccolta record del 2015 (oltre 140 miliardi) gode un’ottima salute. Ma il terribile inizio del 2016 sui mercati azionari e uno scenario che vede, in virtù delle politiche monetarie espansive delle banche centrali (in particolare in questa fase la Bce) tassi a zero o addirittura negativi per i bond del debito sovrano europeo, impone nuove sfide alle fabbriche prodotto e alle reti distributive. La capacità di recuperare valori fondamentali come la diversificazione e l’orizzonte temporale di medio e lungo periodo per costruire portafogli basati sui bisogni del cliente e che, pur inserendo asset a maggior rischio per permettere di avere una quota di rendimento) siano allo stesso tempo difensivi e capace da una parte di proteggere il capitale e dall’altra di ridurre la volatilità. Ma l’industria del risparmio gestito deve anche migliorare il servizio offerto ai clienti (in vista anche dell’introduzione della Mifid2, rinviata al 2018) e trovare soluzioni che permettano di offrire consulenza anche a chi non può permettersi di pagarla. Ma è inevitabile che si vada anche verso una riduzione dei margini che può essere contrastata con una più forte efficienza delle reti, formazione, investimenti tecnologici. In questo senso potrebbe essere auspicabile l’utilizzo degli Etf non solo come “mattoncini” dei fondi o delle polizze ma anche per realizzare portafogli più semplici indirizzata in particolare al risparmiatore retail con meno disponibilità finanziarie.

Se il 2016 si è aperto con la forte incognita rappresentata dalla caduta delle Borse e se il “tasso zero” rischia di diventare un fenomeno strutturale con il quale convivere, l’industria del risparmio gestito guarda con fiducia al futuro, forte anche dalla spinta ricevuta dalle banche commerciali che puntano sempre più sui margini di commissione a causa del depauperamento di quelli da interesse.
Sono questi gli aspetti più importanti emersi dalla tavola rotonda “Risparmio gestito: le nuove sfide, le opportunità e le strategie per il 2016”. Alla tavola, coordinata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche dell’Editrice Le Fonti e moderata da Achille Perego, caposervizio economia e finanza di Quotidiano nazionale, hanno partecipato: Manuel Noia, Country head Pictet, Giuliano D’Acunti, direttore commerciale Invesco, Simone Bini Smaghi, vice direttore generale Arca Sgr, Paolo Proli Head of sales and marketing di Amundi Sgr, Guglielmo Manetti vicedirettore generale Intermonte Sim, Andrea Succo, direttore distribuzione esterna Bnp Paribas Ip, Sabrina Racca, Responsabile Commerciale di Eurizon Capital SGR, Paolo Pignatelli Head of distribution retail Pioneer Investments, Carlo Milesi, consigliere d’amministrazione di Copernico Sim, Andrea Orsi, direzione Wealth Management e responsabile servizio di advisory Banca Generali, Emanuele Bellingeri responsabile per l’Italia di iShares (BlackRock).
Dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi a zero o addirittura negativi nel reddito fisso e negli strumenti di liquidità: non è facile per l’industria del risparmio gestito coniugare con l’offerta dei prodotti la ricerca di sicurezza da parte dei risparmiatori ma anche una legittima aspirazione a una corretta remunerazione dell’investimento. Come si stanno muovendo gli operatori in un contesto come questo?
MILESI “L’offerta dei prodotti, in qualche modo, si muove per conto proprio rispetto al mercato. Voglio dire che l’offerta va dove guadagna e quindi i prodotti sono sempre rivolti alla produzione di reddito per chi li emette. Detto questo ritengo che sia stata un’occasione persa per i mercati del Sud Europa come ad esempio l’Italia e la Spagna il rinvio della Mifid2 che avrebbe potuto determinare un passo avanti per quanto riguarda la tutela dei risparmiatori e maggiore trasparenza nel mondo del risparmio gestito”.
ORSI “Siamo rimasti colpiti dalla flessione dei mercati a inizio 2016 ma il cambiamento se ci pensiamo bene è cominciato prima. Voglio dire che stiamo vivendo le conseguenze di quanto visto a partire da marzo del 2015. La difficoltà della clientela e delle reti in fasi come quella registrata a inizio anno sta come sempre nel costruire portafogli rivolti al contenimento del rischio. In questo senso ritengo che stiamo assistendo a un cambiamento epocale pensando a come era percepito una volta il rapporto rischio-rendimento, alla certezza della cedola e al concetto largamente diffuso che le obbligazioni fossero titoli privi di rischio. Detto questo credo che dobbiamo reagire facendo informazione, allo scopo di ampliare gli orizzonti dei nostri investimenti e cercare nuove strade “ALTERNATIVE”.  Può apparire una riflessione banale ma credo che sia meno banale riuscire a trovare l’informazione adatta”.
Avere introdotto in questi anni il meccanismo della cedola nei fondi non ha creato false aspettative nei risparmiatori perché la cedola, in assenza di rendimento, viene pagata in alcuni prodotti erodendo il capitale?
D’ACUNTI “Credo che sia corretto affrontare il tema delle cedole. E devo dire che oggi non esiste più anche sui mezzi di informazione un’esasperazione del messaggio della cedola. Del resto nell’obbligazionario si crea ben poca cedola e tutti devono inserire dosi più alti di rischio nei portafogli per migliorare le performance. In base al nostro osservatorio notiamo un comportamento diverso tra investitori istituzionali e retail. Gli istituzionali fanno “derisk” grazie al fatto di potere operare tatticamente sui mercati avendo i mezzi per comprare oggi e vendere domani. Ma devo dire che come Invesco abbiamo notato una grandissima capacità di tenuta anche del retail dovuta, credo, da una parte a un livello di sofisticazione più alto da parte dei clienti e dall’altra al fatto che gli intermediari sono riusciti a costruire portafogli più aderenti ai bisogni dei clienti”.
NOIA “Dal nostro punto di vista, sappiamo che esistono sul mercato approcci molto diversi nella distribuzione delle cedole in prodotti di risparmio gestito, a nostro parere non tutti sostenibili nel tempo e utili all’investitore finale. A tal proposito, tengo a precisare che in Pictet le percentuali di distribuzione cedolari sono fissate a un livello tale da non intaccare, in condizioni normali di mercato, la componente in conto capitale del NAV del fondo. Infatti il livello distribuito effettivamente è di fatto leggermente inferiore alla cedola o dividendo medio realmente staccato dal paniere dei titoli in portafoglio. Le cedole sono sostenibili nel tempo in quanto la percentuale di distribuzione dei proventi è calcolata al netto dei costi complessivi del fondo, cioè del suo Total Expense Ratio (TER) espresso in termini percentuali. Per questo motivo ritengo che i fondi a cedola così strutturati possano fare la loro parte anche nel 2016. Del resto possiamo considerarli anche un efficace rimedio anti-ansia per l’investitore finale, perché incassare con regolarità una cedola, mentre si sentono tutti i giorni le notizie sui crolli dei mercati, crea un effetto psicologico positivo”.
Vero, ma se si utilizza il capitale per pagare la cedola l’ansia arriva alla fine dell’investimento…
D’ACUNTI “La cedola, che ha il forte valore aggiunto di essere uno strumento utile a gestire l’emotività del cliente, nella sostanza è una sorta di giro conto, il cui ammontare dipende dal sottostante dell’obbligazione. Ad oggi, Ci sono società che promuovono cedole particolarmente interessanti, ma che per sessere rispettate richiedono che si attinga dal capitale. Noi come Invesco da sempre preferiamo una riduzione della cedola, che sia in linea con l’effettivo flusso cedolare sottostante al portafoglio”.
NOIA “In Europa notiamo l’adozione di politiche generalmente sostenibili nella distribuzione delle cedole in funzione della cedola o dividendo medio realmente staccato dal paniere dei titoli sottostanti, a differenza, per esempio, del Giappone, dove si distribuiscono cedole molto generose che possono portare anche al completo esaurimento del capitale”.
SUCCO “Ritengo che uno dei vantaggi dei fondi a cedola sia rappresentato dal passaggio da un’ottica d’investimento con una centralità a breve ad una a medio – lungo termine in un contesto inedito come quello attuale. Non c’è mai stato cosi’ tanto rischio associato a cosi’ poco rendimento e l’attenzione è puntata sul brevissimo termine a discapito della programmazione, della pianificazione e di una visione di medio-lungo termine vantaggiose per il cliente e per l’intermediario. Aggiungerei anche un altro vantaggio legato ai fondi e alla gestioni flessibili: lasciare mano libera al gestore per cogliere le occasioni di investimento. Nei contesti in cui il beta di mercato è atteso negativo attraverso le classi di investimento alternative e sfruttando la volatilità si possono cogliere interessanti occasioni di diversificazione”.
PROLI “Al di là del dibattito sulla cedola, credo che si debba rifasare l’obiettivo del rendimento implicito nell’industria del risparmio gestito. Quindi non solo distribuire una cedola ma generare il rendimento per sostenerla, decumulare questo rendimento nel tempo e allentare la tensione degli investitori. A questo riguardo l’industria ha proposto delle soluzioni, allungando per esempio la scadenza dei prodotti ma rimane il problema di come evitare di avere al termine dell’investimento scompensazioni nel portafogli. La discesa dello spread ha determinato un decumulo delle cedole ma l’appetito degli investitori è rimasto quello di quando lo spread era oltre i 500 punti base. Per rigenerare quel tipo di appetito quindi bisogna aumentare la presenza nei portafogli di asset più rischiosi. In questo contesto rientra l’importanza della consulenza finanziaria che permetta di servire i clienti in modo diverso, riprofilando anche l’efficienza dei prodotti e allargando la diversificazione”.
Come reagisce al mercato alla propensione di un aumento degli asset a rischio nei portafogli per cercare rendimenti più alti?
BELLINGERI “E’ interessante notare come in Italia si siano sempre trovate soluzioni diverse rispetto agli altri Paesi europei e più in generale nel confronto internazionale. Si è sempre registrato un tasso di maggiore creatività per venire incontro alle esigenze degli investitori tanto che prodotti molto di moda in Italia non lo sono stati altrettanto all’estero. Detto questo, osservando i flussi sugli Etf posso dire che non si è notata, nonostante la forte correzione del mercato a inizio anno, una corsa a disinvestire dall’azionario europeo. Non escludo che ci siano stati anche grandi investitori, penso per esempio ai fondi sovrani, in particolare quelli arabi, che abbiano disinvestito ma in generale si è notata un’anomalia tra la caduta dei mercati e la movimentazione dei portafogli”.
PIGNATELLI “A mio avviso il tema centrale riguarda una volatilità diventata ormai strutturale sui mercati e che resterà tale anche se il ciclo economico migliora. Quello che va sottolineato è che l’industria, negli ultimi cinque anni, ha consegnato sia ai clienti retail che a quelli private risultati sempre positivi, in linea con il trend dei mercati. Oggi bisogna rieducarli di fronte all’andamento dei tassi che non permettono più di dare rendimenti, come negli anni scorsi, anche a doppia cifra su asset class prudenti. Come Pioneer comunque abbiamo una visione positiva sul risparmio gestito che rappresenta un fiore all’occhiello del nostro Paese e se in questi anni di crisi la capacità produttiva dell’Italia si è ridotta di un quarto, il risparmio gestito invece ha tenuto. Negli altri Paesi non è stato così. Questo risultato può anche essere dovuto alla nostra capacità di inventarci nuove soluzioni. Adesso credo che, per mantenere il primato del risparmio gestito, sia fondamentale fare informazione ed educazione sia verso i clienti sia come fabbriche prodotto dando il giusto supporto alle reti”.
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