Le grandi sfide del settore assicurativo

Governance, cultura del rischio, innovazione organizzativa e commerciale. Come si stanno muovendo le compagnie per affrontare un mercato che cambia?

Per le compagnie assicurative le sfide future non sono poche. Non c’è solo Solvency 2, il nuovo regime europeo di vigilanza prudenziale entrato in vigore dal primo gennaio 2016. C’è anche tutto ciò che ruota attorno a un cambiamento (tecnologico e non) che sta coinvolgendo prepotentemente anche l’intero comparto assicurativo. Lo ha spiegato bene Angela Maria Scullica, direttore di World Excellence e Legal, introducendo i lavori del convegno organizzato da Le Fonti dal titolo “Governance e cultura del rischio: le grandi sfide di Solvency 2 per le imprese di assicurazione, con focus su Innovazione organizzativa e commerciale, i modelli per un mercato che cambia, che si è tenuto lo scorso 23 giugno a Milano.

Il percorso di cambiamento che stanno seguendo le imprese assicurative non è lo stesso di quello compiuto dalle banche, però presenta molti tratti simili anche se non paralleli», ha detto Scullica. «Le assicurazioni, infatti, sono oggettivamente indietro e sotto certi aspetti partono da zero. Rispetto alle banche, però, hanno un vantaggio e cioè quello di non essere costrette ad affrontare il cambiamento in una situazione “difficile”, come quella in cui si sono trovati gli istituti di credito a seguito di fallimenti devastanti causati dalla crisi. Le assicurazioni», ha continuato Scullica, «partono da una situazione di solidità finanziaria. Non solo. Sono protagoniste di una inversione di tendenza e la loro immagine, rispetto alle banche, si presenta in ascesa. Hanno l’opportunità di fare un salto competitivo».
C’è poi tutto il tema relativo al ruolo delle assicurazioni, in qualità di investitori istituzionali, e quello della tecnologia e della digitalizzazione. Su quest’ultimo punto c’è ancora molto da fare, visto che il comparto assicurativo è partito un po’ in ritardo.
Ma in che stato si trova, in questo momento, il settore assicurativo? A fare il punto è stato Dario Focarelli, direttore generale dell’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici. «C’è una incertezza molto forte dovuta alla Brexit ma al tempo stesso c’è una grandissima voglia di ripresa», ha esordito. «L’Italia resta un paese in cui si risparmia molto (la quota pro capite di ricchezza è di 70.000 euro) anche se la propensione degli italiani è scesa e ora è più bassa della media europea. Risparmiamo di meno degli altri paesi perché siamo costretti a spendere una parte della nostra ricchezza finanziaria», ha affermato.
Focarelli ha fatto anche una veloce carrellata sui numeri del 2015 del settore assicurativo, evidenziando la caduta della raccolta premi nei danni (-2,4%), «che è dipesa solo dalla Rc auto» (-6,5%, ndr), mentre gli altri rami diversi dalla Rc auto «hanno avuto un andamento modesto, ma positivo» (+1,1%). Focarelli ha sottolineato il momento che stanno attraversando le compagnie in termini di raccolta, soprattutto nell’auto: «In pratica da 4 anni perdiamo un miliardo di premi all’anno. Significa che gli italiani risparmiano un miliardo all’anno», ha detto. Dal 2011 al 2015 i premi sono diminuiti di circa il 20% e il volume degli stessi, nel 2015 (pari a 14,2 miliardi di euro), è tornato ai livelli di 15 anni fa. E adesso l’altra faccia della medaglia: «Nonostante questo, nell’auto abbiamo fatto profitti», ha puntualizzato Focarelli: «La frequenza sinistri è diminuita di molto, per effetto della crisi, e anche l’utilizzo delle scatole nere ha inciso. Le assicurazioni sono un po’ indietro sulla tecnologia? «Su alcune cose è vero», ha riconosciuto il direttore generale dell’Ania, «però vorrei ricordare come l’Italia sia leader nel mondo nelle scatole nere. Abbiamo una serie di informazioni che quando le sapremo usare sicuramente porteranno benefici».
Capitolo vita. «Nel 2015 le compagnie italiane e le rappresentanze extra Unione Europea hanno raggiunto un rapporto premi/Pil pari al 7%, che è il valore più alto a livello europeo. Quindici anni fa era totalmente impensabile raggiungere questa percentuale. Pero è un risparmio diverso: si tratta di polizze concentrate a durata molto breve, attorno ai 6 anni, mentre altri paesi raggiungono i 20-25 anni. E questo si riflette sul livello delle riserve che da noi è significativamente più basso. C’è insomma molto da fare anche nel ramo vita dove pure siamo passati dal rappresentare il 2% del portafoglio degli italiani nel 1990 al 14% dello scorso anno», ha detto Focarelli.
Un settore, quello vita, che l’anno scorso ha registrato uno spostamento dalle polizze tradizionali alle polizze multiramo. «Continuiamo ad avere afflussi di circa 10 miliardi a trimestre, segno di vitalità e anche di fiducia nei confronti del nostro settore che ovviamente non va tradita. Certo i bassi tassi di interesse influenzano anche i rendimenti degli assicurati e non solo. Quest’anno c’è una ripresa forte della parte tradizionale, mentre la parte linked arranca.  Gli afflussi continuano ad aumentare: è una notizia positiva, ma vuol dire anche grande responsabilità da parte nostra».
Infine qualche dato generale, con focus su Solvency 2. Nel 2015 le imprese assicurative hanno registrato complessivamente un risultato positivo per 5,7 miliardi di euro, «un valore stabile negli ultimi 4 anni, che segue il periodo 2008- 2011 e che quindi va considerato positivamente». Il Roe, sempre nel 2015, è rimasto stabile attorno al 10% che, ha evidenziato Focarelli, «rispetto ai cugini delle banche può fare anche invidia. Certo non ci si può cullare sugli allori». Infine Solvency. «Registriamo un Solvency ratio in crescita nella parte danni e in calo nel vita. Secondo i dati Ivass, mentre nei danni fra Solvency 2 e Solvency 1 non ci sono grandi differenze, lo stesso non si può dire nel vita, dove in realtà ci sono differenze molto significative, molto accentuate tra imprese con valori e oscillazioni fortissime».
Il convegno di Le Fonti ha raccolto anche il punto di vista della Febaf, la Federazione che raggruppa banche, assicurazioni e gli altri attori della finanza. Il segretario generale Paolo Garonna si è soffermato, tra l’altro, sulla natura propria del rischio e su come questa stia cambiando: «Controllabile e gestibile prima su un piano locale e settoriale, il rischio è invece oggi sistemico e quindi legato a una serie di interdipendenze che non hanno confini geografici, storici e culturali». E influisce sulle prospettive di stabilità e di sviluppo del settore economico nel suo complesso. Solvecy e il quadro di regole? «Non sono un fine, ma uno strumento per arrivare alla stabilità e allo sviluppo», ha risposto Garonna, che ha provato a contestualizzare queste novità regolamentari in una situazione «turbolenta e difficile», ma anche «ricca di positività e di opportunità».
Innanzitutto, ha spiegato, «si introduce un sistema di regole perché i mercati, specie quello assicurativo, sono imperfetti dal punto di vista delle informazioni, dello stato, della concorrenza e della concentrazione dell’industria, delle esternalità che non riusciamo a integrare nel conto profitti e perdite della singola impresa, della razionalità (e talvolta della irrazionalità) degli operatori e dei risparmiatori e investitori. Solvency introduce anche dei principi e quindi un’azione sulla cultura del rischio attraverso i famosi tre pilastri: adeguatezza patrimoniale, governance e trasparenza».
Tutto bene? Non è proprio così, perché secondo Garonna «c’è il rischio che un sistema di regole, per quanto ben intenzionato, possa determinare effetti indesiderati e danni collaterali. Proprio la situazione in cui oggi ci troviamo e che ha richiesto una profonda riconsiderazione, rivisitazione e ricalibratura dei meccanismi a seguito dell’insorgere di alcuni problemi». Quali? Per esempio questo quadro di regole «può essere ottimale per una singola compagnia, ma può non esserlo per il sistema nel suo complesso».
In altre parole, secondo Garonna, quando si scrivono le regole occorre stare «molto attenti» agli impatti sugli operatori. «È necessario un approccio micro e macro prudenziale specialmente in una prima fase dove i rischi diventano sempre più sistemici. Altro rischio è mettere in piedi un sistema di regole che diventi sempre più stringente nel momento in cui non dovrebbe essere così. Un sistema che diventa portatore di rischi endogeni».
Per questa ragione è fondamentale «introdurre degli elementi di gradualità e proporzionalità allo scopo di rendere possibile un sistema in cui sopravvivano non soltanto i grandi, ma anche i piccoli e medi che reclamano legittimamente un posto nella struttura industriale. È quindi importantissimo avere un equilibrio, un bilanciamento tra gli aspetti micro e quelli macro della regolazione, cosa che per esempio è stato fatto nel sistema bancario», ha ricordato Garonna.
«Il sistema di regole è un elemento, ma non fa tutto quello che è necessario per garantire la stabilità e la prudenzialità», ha aggiunto. «C’è bisogno anche della cultura, di norme etiche che richiedono un investimento in education verso gli operatori e non solo. Noi ci sforziamo poco di spiegare ai cittadini il valore delle regole, perché esistono e le funzioni che hanno.
E sul settore assicurativo nello specifico, Garonna ha detto: «Va visto come un investitore istituzionale. All’estero i paesi tendono a investire di più nella loro economia, ma noi non riusciamo a farlo, spesso anche perché non si trovano opportunità di investimento in una sistema economico italiano molto frammentato e con piccole imprese poco trasparenti. Il problema esiste. Nelle strategie di investimento del settore assicurativo, in altri paesi le obbligazioni corporate giocano un ruolo molto più importante: il 55% degli attivi in Germania, il 47% in Francia, solo il 20% in Italia. Credo che da questo punto di vista, come quello della diversificazione degli investimenti in titoli di Stato che da noi è molto più ampia rispetto agli altri paesi, ci sia molto da fare nelle strategie di investimento delle imprese assicurative. Che devono avere la capacità di portare una nuova visione che sappia guardare al futuro».
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