La libertà di stampa è un buon affare. La disamina di Lucy P. Marcus, Fondatric e CEO di Marcus Venture Consulting

LONDRA – Secondo il World Press Freedom Index 2015 la libertà di stampa, un bene prezioso per la democrazia di tutto il mondo, sta registrando un allarmante declino. Ma la trasparenza e la vigilanza garantite da una stampa libera e indipendente sono cruciali non solo per la democrazia, fungono anche da potenti armi contro le forze negative, dalla corruzione alle prassi imprenditoriali scorrette, che compromettono la prospettiva economica. In parole semplici, senza un giornalismo di alta qualità non è possibile ottenere economie migliori, più forti e più robuste.

[auth href=”https://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Ogni giorno si sentono esempi di minacce, e in alcuni casi di attacchi, nei confronti degli organi di stampa, sia da parte di leader autoritari o a seguito di modelli di business impraticabili. In ogni caso, in un’epoca in cui abbiamo più che mai bisogno di un serio giornalismo d’inchiesta e di un’analisi intelligente dei trend economici e delle attività di business, la capacità di fornire tali elementi si sta rapidamente erodendo.

Un problema è che, con la pubblicità cartacea in declino terminale, le società appartenenti al settore dei media trovano sempre più difficile sovvenzionare l’attività di ricerca a lungo termine normalmente richiesta per garantire un’informazione approfondita. Eppure, identificando e mettendo in evidenza le tematiche che potrebbero influenzare l’agenda politica e la vita pubblica negli anni a venire, l’impatto di questo tipo di informazione potrebbe essere enorme.

Prendiamo l’inchiesta condotta da Reuters nel 2012 – che ha richiesto diversi mesi di meticolosa ricerca – sul piano anti-evasione di Starbucks. Il giornalista Tom Bergin ha preso in esame anni di complessa documentazione per scoprire, esporre e spiegare tutti i dettagli su come la società eludeva il fisco locale nei Paesi in cui era attiva. La sua inchiesta ha scatenato una valanga che oggi continua a riverberarsi in tutto il mondo, dal momento che molte altre multinazionali sono oggetto di indagini. E ricerche come questa non sono a costo zero.

Ma un modello di finanziamento in grado di garantire la fornitura di questo vitale bene pubblico non è di alcuna utilità di fronte alla repressione politica che sta crescendo in tutto il mondo. All’inizio di marzo, ad esempio, il governo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha chiuso il quotidiano di maggior circolazione nel Paese, Zaman, e le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni e proiettili di gomma ai dimostranti all’esterno della sede del giornale.

I leader europei, inclusa la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro italiano Matteo Renzi e il presidente francese François Hollande, hanno parlato del caso Zaman con il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu durante i recenti incontri per discutere sulla crisi dei profughi. I leader mondiali devono continuare a parlare chiaro e mostrarsi fermi nel voler sostenere la libertà di stampa nei rispettivi Paesi. Dopo tutto, il segnale inviato dal comportamento ufficiale turco è quello di un Paese che fa un passo indietro – frenando innovazione e crescita.

La Cina, ora la seconda economia più grande del mondo e fonte cruciale di manufatti e investimenti globali, sembrerebbe smentire qualsiasi nesso tra libertà di stampa e successo economico. Eppure una lezione fondamentale dell’aumento di volatilità finanziaria iniziata la scorsa estate è che l’informazione controllata dallo Stato è spesso cattiva informazione. Gli investitori, così sembra, hanno iniziato ad apprezzare il rischio di fare business in condizioni economiche e commerciali che sono pienamente in grado di comprendere.

Le organizzazioni mediatiche cinesi sono sotto costante controllo da parte delle autorità, e gli editori sono esasperati per la censura (e hanno anche tentato di opporsi). Più recentemente, l’edizione in lingua cinese del South China Morning Post si è ritrovata i propri account sui social media bloccati. Molti siti web stranieri di informazione, dalla BBC a Reuters, vengono quotidianamente bloccati dagli utenti cinesi. Nel 2012 il sito del New York Times è stato bloccato in Cina dopo aver riferito che l’estesa famiglia dell’allora primo ministro cinese, Wen Jiabao, controllava beni per un valore di almeno 2,7 miliardi di dollari.

In modo analogo, le organizzazioni mediatiche straniere spesso non possono indagare in tutta libertà e con accuratezza sulle società cinesi e sulla loro attività economica. Ursula Gauthier, corrispondente cinese per L’Obs (ex Le Nouvel Observateur), è stata costretta ad abbandonare la Cina nel 2015 dopo che le autorità si sono rifiutate di rinnovarle il visto. E non è l’unica giornalista occidentale ad essere stata “neutralizzata” in questo modo.

Poi ci sono Paesi che non ricevono tanta attenzione quanto dovrebbero. La posizione di Andorra, paradiso fiscale, nel World Press Freedom Index ha registrato un netto calo nel 2015, perché i giornalisti non possono facilmente accedere alle informazioni sulle banche attive nel Paese. Andorra soffre della “mancanza di qualsiasi tutela giuridica della libertà di informazione, come la riservatezza delle fonti dei giornalisti”. E la scarsa copertura mediatica ricevuta dalle banche di Andorra – ad esempio in merito all’inchiesta in materia di riciclaggio condotta dal Dipartimento del Tesoro americano nei confronti della Banca Privada d’Andorra – è alquanto sconfortante.

La lista dei Paesi in cui la libertà di stampa è limitata o sotto minaccia continua; si va dall’Africa e dal Medio Oriente alla Russia e a gran parte delle altre ex repubbliche sovietiche. Anche gli Stati Uniti mostrano segnali allarmanti, con il capofila del Partito repubblicano per la nomina alla presidenza, Donald Trump, che manda risposte al vetriolo – incitando alla violenza – contro i giornalisti durante la sua campagna elettorale. La cosa allarmante è che Trump ha affermato che nel caso venisse eletto presidente, cambierebbe le leggi sulla diffamazione del Paese in modo tale da mettere a repentaglio i principi della libertà di parola contenute nel primo emendamento della Costituzione americana.

Una stampa attiva, impegnata e indipendente garantisce un bene pubblico fondamentale: la trasparenza che rende possibile la responsabilità politica ed economica. In un mondo sempre più complesso e specializzato, bisogna sostenere, tutelare e incoraggiare un tale bene. Certo, le organizzazioni mediatiche devono trovare il modo di finanziare reportage, inchieste e analisi che siano di utilità. Sfortunatamente, troppi Paesi sarebbero felici di avere questi problemi.

@Project Syndicate

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