La difficile gestione dei crediti deteriorati

Di Non Performing Loans se ne parla ormai da anni, ma oggi più che mai il problema preoccupa governi, istituzioni, banche e operatori del mercato finanziario decisi a trovare una rapida ed efficace soluzione a un’incombenza di portata globale.
[auth href=”https://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]A preoccupare l’intera comunità finanziaria europea sono gli ultimi numeri relativi alla percentuale dell’incidenza dei crediti inesigibili sul totale di quelli erogati. In Italia il dato si attesta intorno al 17%, cifra molto superiore rispetto ad altri paesi europei come Germania, Francia e Spagna che, insieme, non raggiungono il 15%. Questo ha rappresentato per il nostro Paese un campanello di allarme nei confronti di una situazione che necessita di immediati ed efficaci interventi normativi. In sintesi, i crediti deteriorati, detti anche Npls, sono crediti che la banca vanta verso soggetti terzi, i quali, trovandosi in uno stato di insolvenza e non potendo restituire le somme prese in prestito, non ne garantiscono il rimborso. Di conseguenza le banche devono raccogliere il capitale necessario per coprire questa eventuale assenza di pagamento, rischiando la bancarotta in caso di mancata copertura. Numerose sono state le proposte pensate dal Governo italiano ed esposte all’Unione Europea per risolvere il problema e ridurre la portata dei crediti in sofferenza. In primis, il progetto di una bad bank. Progetto che, basandosi all’origine su risorse pubbliche e rischiando quindi un aumento del prezzo di mercato dei crediti, non ha incontrato i favori di Bruxelles, da sempre ostile agli aiuti di Stato. Successivamente c’è stata la proposta, questa volta accolta dall’Ue, di una Garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze bancarie (Gacs): un sistema che permetta alle banche italiane di cedere i propri crediti deteriorati a nuovi veicoli finanziari creati per ciascun istituto, che potranno rivendere i crediti attraverso l’emissione di un titolo cartolarizzato coperto da una garanzia pubblica. A questi si è aggiunta la terza strada, che alla fine ha avuto la meglio, ritenuta da molti una via di mezzo fra una bad bank e un fondo di solidarietà per garantire gli aumenti di capitale delle banche creditrici. Si tratta di Atlante, il fondo d’investimento alternativo gestito da Quaestio Sgr e varato l’11 aprile scorso, il quale, con una dote di 5 miliardi di euro aumentabili fino a 6, si prefigge l’obiettivo di sostenere la ricapitalizzazione delle banche italiane e favorire la cessione delle sofferenze.  Dei rischi, delle incertezze e delle difficoltà relative alla complessa questione dei Non Performing Loans e ai vari strumenti proposti se ne è parlato alla tavola rotonda di Le Fonti dal titolo «Banche e imprese: la gestione dei crediti deteriorati», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche del gruppo. Alla tavola hanno partecipato: Alberto Del Din di Paul Hastings; Giulia Battaglia di Chiomenti; Umberto Mauro di Norton Rose Fulbright; Matteo Bascelli di Cba Studio Legale e Tributario; Fabrizio Colonna di Stelè Perelli Studio Legale; Oliviero Cimaz dello studio Biscozzi Nobili e Vieri Bencini Ceo di Sigla.

Al problema dei crediti deteriorati il Governo ha risposto con varie soluzioni. Oltre alla bad bank, quali altri strumenti sono stati proposti al fine di arginare la crisi?
BASCELLI Siamo di fronte a una situazione che pretende soluzioni sistemiche e innovative. Una recente variante introdotta per evitare che lo Stato subisca costi di processo ed scongiurare in tal modo la censura degli aiuti di Stato, è rappresentata dalla costituzione di bad banks per ciascuna banca o per pluralità individuata di banche in crisi, come avvenuto per le quattro banche commissariate Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara. In questi casi, nella/e bad bank/s, priva/e di licenza bancaria e posta/e in liquidazione coatta amministrativa, sono concentrati in forma di contenitore/i i prestiti in sofferenza che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate e, per la parte eccedente, da un apporto del cosiddetto Fondo di Risoluzione (previsto dalle norme europee con la Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie – BRRD, recepite nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 180/2015, amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia ed alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema), mentre alla parte buona (banca-ponte o bridge bank) sono conferite tutte le attività diverse dai prestiti in sofferenza, nonché i depositi, i conti correnti e le obbligazioni ordinarie. Sempre con il fine di smaltire i crediti in sofferenza presenti nei bilanci bancari, il Governo ha recentemente introdotto con il D.L. 18/2016 le regole che definiscono la concessione di garanzie dello Stato nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione che abbiano come sottostante crediti in sofferenza (cosiddette Gacs). Lo Stato garantirà in questa tipologia di operazioni soltanto le tranche senior delle cartolarizzazioni, cioè quelle più sicure, in quanto destinate a sopportare per ultime, rispetto alle tranche più rischiose (junior e mezzanine) le eventuali perdite derivanti da recuperi sui crediti inferiori alle attese.
DEL DIN Il tema della bad bank è un tema su cui si lavora da oltre quattro anni, ci sono delle banche che hanno dichiarato da tempo che non avrebbero aderito alla bad bank pubblica e hanno scelto delle strade autonome e diverse, ad esempio scegliendo per le grandi esposizioni creditizie di costituire delle piattaforme di investimento con l’adesione degli operatori professionali che si propongono l’obiettivo di valorizzare il sottostante attraverso processi di turn-around e ristrutturazione industriale e finanziaria, accompagnati dall’erogazione di nuova finanza.  Ovviamente in questo caso stiamo parlando di portafogli che non sono granulari, ma di loans di importi rilevanti e che richiedono l’elaborazione di strategie di valorizzazione che non può essere fatta su posizioni granulari. I progetti di bad bank tre, quattro anni fa erano progetti che tendevano ad aggregare banche di piccole e medie dimensioni per poter creare delle masse critiche attraverso il conferimento a valori IAS compliant dei propri crediti in sofferenza. Questi progetti privati contemplavano infatti che una molteplicità di banche conferissero i propri Npl (a valori IAS compliant) potendo deconsolidare ai fini contabili e creando una massa critica che, gestita da servicers adeguati alle dimensioni complessive dei portafogli ceduti alla bad bank,  avrebbe potuto consentire un efficientamento del servicing e la creazione di un track record sulle performance dei predetti portafogli che avrebbero potuto facilitare una corretta valutazione da parte dei potenziali investitori interessati ad acquistare i portafogli Npl di tali banche. Questi progetti non hanno avuto al tempo il necessario seguito e non sono quindi stati all’epoca realizzati.
BATTAGLIA È sicuramente importante la distinzione tra banche grandi e banche piccole, ma il mercato a mio avviso va suddiviso più tra le operazioni su crediti di grandi dimensioni e di dimensioni medio-piccole. Sulle esposizioni di grandi dimensioni possono esistere soluzioni tecniche basate su una gestione del singolo credito su base individuale e che sono state avviate ma sono soluzioni che funzionano o funzioneranno solo per i crediti deteriorati per i quali vale la pena di fare uno sforzo di strutturazione, valutazione, di analisi sia da parte di un eventuale investitore in equity che delle banche, quindi solo per quelli di importo molto elevato. C’è poi tutto un altro mondo che è quello dei portafogli frammentati e delle esposizioni verso le medie imprese che  può essere trattato solamente come “massa” e lo strumento ideale per affrontare il problema di queste esposizioni è tramite una cartolarizzazione o una cessione, appunto, in massa. La garanzia dello Stato per agevolare la cartolarizzazione, (vale a dire il trasferimento del rischio al di fuori del sistema bancario), è uno strumento che funziona solo se i portafogli vengono venduti a prezzi di mercato e quindi tendenzialmente solo su portafogli che siano già stati ampiamente svalutati (il che accade per i portafogli di crediti molto piccoli ma non sempre per i crediti verso le medie imprese). Mentre per i crediti grandi esistono quindi delle possibili soluzioni privatistiche, che non implicano l’intervento dello Stato, per i portafogli già svalutati di crediti molto piccoli da gestire “in massa” sono ipotizzabili cartolarizzazioni e Gacs, per i crediti “medi” c’è un gap tra domanda e offerta, ovvero tra prezzo al quale il mercato sarebbe disposto a rilevare i crediti in sofferenza e i prezzi ai quali le banche sarebbero disposte a vendere, che al momento non sembra colmabile se non con un intervento pubblico.
BENCINI Concordo che il Gacs, che ha lo scopo di rendere maggiormente vendibile la tranche senior della cartolarizzazione, funziona solo e soltanto con una struttura di capitale in cui si riesca a convincere gli investitori junior che i cash flow in sette-otto anni sono sufficienti a dare un ritorno del 13-15%. C’è un forte gap tra valore a bilancio e valori che sono effettivamente percepiti dal mercato, però secondo me il gap è minore sui crediti piccoli, perché sono quelli più facilmente trattabili e recuperabili. Su di essi la banca ha dei processi di accantonamento che sono più routinari e con carattere di maggiore oggettività perché fatti su base statistica. Il mercato, che sta crescendo fortemente, è quasi tutto sui crediti di piccolo taglio ed è lì che le banche hanno fatto il lavoro più strutturato di coprire e ridurre quel gap tra domanda e offerta.
Qual è la situazione dal punto di vista fiscale? 
CIMAZ Il problema che noi fiscalisti riscontriamo, nel momento in cui ci poniamo dal lato delle banche, è quello delle svalutazioni o perdite sui crediti. Le implicazioni fiscali le valutiamo in base a quelle che sono le situazioni e le politiche di bilancio delle banche. Tradizionalmente era riscontrabile una grande distinzione tra le svalutazioni e le perdite su crediti, laddove vi era il timore che la svalutazione venisse gonfiata per ridurre le imposte. Oggi l’esigenza è invece completamente opposta. L’anno scorso è stato emanato un altro provvedimento che ha attutito queste differenze. Le regole che si applicheranno comportano una sfumatura della differenza tra le svalutazioni e le perdite su crediti: oggi le svalutazioni sono deducibili in quanto appostate in bilancio in conformità con i regimi contabili applicabili. Andando a ritroso nel tempo è possibile riscontrare come, inizialmente, fosse presente la regola che prevedeva che le svalutazioni fossero al massimo pari allo 0,50% dei crediti, ma successivamente ci si è accorti che la regola non aveva senso per le banche e quindi c’è stata un’apertura alla regola della deducibilità in diciotto anni. Il concetto era: rimane questo zoccolo dello 0,50% (poi ridotto allo 0,30%), tutto quello che viene in più si ripartisce su diciotto esercizi. In seguito, nel 2013, la regola è nuovamente cambiata, passando a cinque esercizi, il che significa che in banca abbiamo residui che si riportano su 18, oppure 9, ed infine 5 esercizi. Attualmente, invece, è tutto parificato, di conseguenza, in futuro, la regola sarà che svalutazioni e perdite su crediti andranno dedotte nello stesso esercizio. A governare sono i principi contabili e le impostazioni di bilancio.
Qual è la posizione dell’Italia rispetto al resto dell’Europa nell’affrontare il problema dei crediti deteriorati?
MAURO Come è stato accennato in precedenza, siamo arrivati un po’ in ritardo rispetto ad altri paesi europei. C’è un tema di fondo, che riguarda il timore che la garanzia sui crediti in sofferenza sia un’arma spuntata. Forse si potrebbe recuperare qualcosa con le servicing fee, soprattutto per i crediti di taglio minore, in cui l’incidenza della servicing fee può essere più alta, in modo da attenuare la differenza tra prezzo richiesto e prezzo offerto (peraltro la nuova normativa sulla garanzia impone che l’attività di servicing venga svolta da un soggetto diverso dalla banca cedente). Il problema si estende anche a problemi strutturali di fondo come la lentezza giudiziaria nel recupero dei crediti e nelle procedure concorsuali. Inviterei il legislatore a non fermarsi alla garanzia, limitata nel tempo a diciotto mesi, eventualmente prorogabile, ma ad intervenire su aspetti più importanti, ovvero sullo snellimento delle procedure di recupero dei crediti.
COLONNA Riprendendo il tema della posizione dell’Italia e della lentezza operativa, mi viene in mente quello che è accaduto dal Governo Monti in poi, con il dialogo con la World Bank per il Doing Business che finalmente ha messo attorno a un tavolo tutti coloro che collaboravano per capire sia la questione della lunghezza del recupero crediti sia il tema dell’enforceability dei contratti, ovvero varie facce di una stessa medaglia. Proprio in questo contesto, per la prima volta, è stato compreso che quello dei recuperi crediti è un problema, originato in primis dalla lentezza e dall’incertezza della procedura. Il male del nostro Paese, a mio avviso, è che non conosciamo bene il “come” e il “quando” delle varie procedure, e ciò pone l’Italia in uno scalino inferiore rispetto ad altri paesi simili.
BASCELLI Vengono sempre più ad affacciarsi sul mercato degli Npl quelli che la dottrina ha già battezzato come fondi d’investimento “di ristrutturazione”, cioè fondi assimilabili, per certi versi, a quelli già noti di private equity che raccolgono il patrimonio che andranno a gestire mediante le cessioni/conferimenti dei crediti deteriorati attribuendo alle banche cedenti/conferitarie quote del fondo stesso. La caratteristica fondamentale di queste ultime soluzioni sta nel diverso approccio di gestione, fortemente dinamico, dei crediti così ceduti/conferiti, rispetto a quanto si assiste nei casi delle bad banks e delle mere cartolarizzazioni. In particolare, guardando l’operazione anche nell’ottica della società debitrice, è innegabile che la concentrazione in un nuovo ed unico soggetto interlocutore (i.e. la società di gestione del fondo cessionario) rispetto alla pletora indistinta dei creditori cedenti (ossia le varie banche con distinte posizioni di credito), la discontinuità manageriale che la nuova gestione potrà garantire attraverso l’inserimento di figure professionali adeguate, la possibilità di apportare tramite appositi comparti, nuova finanza nonché le capacità di networking tipiche di un fondo di investimento, rappresentino caratteristiche che fanno immediatamente intuire il diverso grado di successo che tali soluzioni, definibili di vero e proprio turnaround, possono avere. Le banche cedenti/conferenti, da parte loro, avranno il vantaggio, a determinate condizioni, di una derecognition dei crediti ceduti a fronte delle quote del fondo ricevute quale “corrispettivo” della cessione, con diverso grado di “assorbimento” del patrimonio di vigilanza, potendo al contempo contare sull’auspicato futuro ritorno da investimento e recuperando in tal modo, almeno in parte, lo “sconto” applicato in fase di cessione. Tale ultimo aspetto potrebbe peraltro aiutare a superare una delle ragioni che attualmente paiono maggiormente ostative per una vera e propria partenza del mercato degli Npl in Italia, ossia il forte divario attualmente esistente tra i valori bid (ossia i valori che i menzionati operatori attribuiscono ai crediti deteriorati e ai quali sono disposti a comprarli) e quelli ask (ossia i valori ai quali le banche sono disposte a cedere i medesimi crediti).
Quali sono state le conseguenze dell’esplosione dei crediti deteriorati per il tessuto imprenditoriale?
MAURO La conseguenza più grave dell’esplosione dei crediti in sofferenza e quindi del peggioramento dei bilanci delle banche, è stata la contrazione dei crediti alle imprese. Questo problema c’è stato anche in altri paesi e ha determinato lo sviluppo del cd. shadow banking, cioè la disintermediazione bancaria. In questo contesto sono stati riconosciuti da molti ordinamenti nuovi player, tipicamente fondi, imprese di assicurazione, e società per la cartolarizzazione.  L’Italia è arrivata in ritardo anche in questo caso.
BATTAGLIA Nel primo momento in cui c’è stata la liberalizzazione e l’apertura ai lender alternativi, e quindi l’eliminazione della ritenuta dall’estero, l’apertura ai fondi di credito era un momento in cui le imprese italiane avevano un problema enorme di accesso al credito. Adesso siamo nella situazione contraria dove coloro da proteggere sono le banche che non riescono a impiegare i propri fondi; quindi in una situazione di tassi a zero in cui l’accesso al credito è più facile, è più importante dare una mano alle banche che alle imprese, che sono aiutate dai tassi molto bassi. Tornando al mio intervento precedente, l’analisi su quali sono le aree deboli dei portafogli bancari si riferiva non tanto al microcredito, ma a quei crediti che non vengono trattati nelle joint venture, ma sono comunque di importo elevato. Per tornare al servicing dei crediti, posso affermare che il servicing del credito elevato viene affrontato da solo in autonomia, il servicing del credito piccolo comporta delle procedure di recupero lunghe e banali, mentre la fascia di mezzo non è gestita. Proprio per quest’ultima sarebbe necessario implementare delle strategie che esistono già in altri paesi ma che in Italia sono poco note.
BASCELLI Paiono maturi i tempi per risolvere alcune storture di sistema e rompere alcuni tabù, la cui permanenza parrebbe da attribuirsi a resistenze culturali e preoccupazioni politiche, piuttosto che ad irrinunciabili ragioni di tutela e salvaguardia di sistema. Si pensi, ad esempio, alle difficoltà operative che conseguono dalla (a dir poco) confusa normativa in tema di anatocismo (che attende ancora oggi le determinazioni tecniche del Cicr) e alle intrinseche limitazioni poste dalla Legge 108/1996 in materia di contrasto all’usura, la cui necessità di superamento, a determinate condizioni, è emersa solo con i cosiddetti Decreti “Sviluppo” e “Sviluppo bis”, in occasione della previsione dei minibond. A tale ultimo proposito – pur sempre avendo cura di preservare il sistema da fenomeni “patologici” e criminosi – nuove deroghe potrebbero essere pensate, ad esempio, per le Gacs alle relative tranche junior e mezzanine e per i menzionati fondi di ristrutturazione ai relativi comparti di nuova finanza, i quali, in quanto maggiormente rischiosi, pretendono remunerazioni più elevate di quelle di mercato. Ancora, l’ordinamento italiano attende da anni l’adeguamento del sistema garantuale, rigidamente ancorato ai principi di tipicità, di spossessamento e di non rotatività, salvo rare eccezioni come quelle introdotte con la disciplina sulle “garanzie finanziarie”.
DEL DIN Non per spezzare una lancia a favore della Banca d’Italia, ma culturalmente l’Italia è diversa dal mondo anglosassone: nel nostro contesto storico, politico e sociale, la Banca d’Italia si pone a mio avviso il problema dell’apertura indiscriminata della possibilità di fare finanziamenti perché in Italia le piccole e medie imprese sarebbero le prime a subire le conseguenze negative di un ampliamento indiscriminato della facoltà di erogazione del credito a soggetti non istituzionali o comunque in assenza dei presidi ad oggi esistenti a tutela degli stessi debitori. Anche i minibond, per cui c’è stato un grande entusiasmo iniziale, hanno avuto un esito diverso da quello atteso.
COLONNA Partiamo con il dire che la garanzia dello Stato non poteva garantire tutto, altrimenti sarebbe stato un aiuto di Stato.  È un dato di fatto che in questo momento c’è la possibilità di accedere facilmente al credito bancario, ma le banche non guadagnano più come una volta sullo spread sul differenziale tra raccolta e impieghi, che costituiva un tempo il piatto ricco delle banche retail. In Italia le banche che ci hanno provato ma non sono state in grado di fare investment banking, si scontreranno poi con lo scoglio del fintech, con l’uso di determinati strumenti di pagamento che allargheranno la platea dei players. In questo modo si riducono i margini di guadagno e c’è una massa di crediti deteriorati e una platea di soggetti che rischia di sfuggire anche al controllo della vigilanza, pensiamo anche al tema dello shadow banking. Da qui ci sarà una dicotomia tra tutta una serie di soggetti già autorizzati e quindi vigilati che probabilmente manterrà l’hub in Italia (si pensi alle principali banche), mentre numerosi altri soggetti entreranno in questo mercato anche e soprattutto dall’estero, e saranno difficilmente monitorabili e rintracciabili dai soggetti preposti. Per quanto riguarda le tranche junior, senior e mezzanino, mi chiedo le tranche non garantite che appetibilità hanno per l’investitore estero? Ritengo che ci voglia la certezza del diritto per invogliare gli stranieri a investire in questo mercato.
Che possibilità ci sono, nella gestione dei crediti deteriorati, di rivolgersi anche a investitori esteri? 
BENCINI Dal mio osservatorio, oggi sono gli investitori stranieri che prevalentemente stanno comprando e che poi allocano ai diversi servicer gli asset in modalità diversa. A mio parere, dunque, il 90% dei flussi di investimento viene dall’estero e solo il 10% proviene dall’Italia.
MAURO In Italia c’è un tema molto stringente: l’attività di acquisto crediti è un’attività finanziaria a tutti gli effetti, regolamentata, pertanto limitata a certi soggetti.  Vorrei ricordare che, per i crediti deteriorati è stata fatta un’apertura l’anno scorso consentendo a certe condizioni alle società che svolgono l’attività di recupero crediti, e che tecnicamente non sono degli intermediari finanziari, di acquistare tali crediti deteriorati da banche o intermediari finanziari.
BATTAGLIA Sono d’accordo che nel medio-lungo periodo è necessaria una modifica nell’atteggiamento del legislatore italiano, in modo che diventi più creditor friendly; al momento quello che noi vediamo da operatori del diritto, è uno spostamento verso garanzie di diritto straniero, per cui per esempio su alcuni asset, come le navi, le banche straniere richiedono che tali asset siano conferiti in società che non siano italiane, con un’ipoteca non di diritto italiano, ovvero che le partecipazioni in società italiane siano trasferite a SPV lussemburghesi o irlandesi  per avere la certezza di poter escutere il pegno in caso di necessità.
DEL DIN Esiste l’esigenza primaria di supportare i valori dei crediti in sofferenza attraverso una riforma che modifichi in modo più radicale il processo di esecuzione forzata allo scopo di velocizzare i tempi di recupero dei crediti in sofferenza, per poter ridurre il gap tuttora esistente tra domanda e offerta e sbloccare quindi il mercato delle sofferenze bancarie. Per i crediti unsecured il mercato si è rivalutato e si è mosso in qualche modo, mentre per le sofferenze ipotecarie non c’è una soluzione immediata. Io credo appunto che la soluzione più incisiva sia quella di modificare ancora le procedure esecutive e in modo più drastico per consentire, ad esempio, alle banche la repossession sulle sofferenze già esistenti. Ciò consentirebbe un recupero più breve, permettendo alle banche di poter valutare in modo più adeguato i crediti garantiti da ipotecari. Il punto è che bisogna operare con una certa urgenza. Il mercato immobiliare è tra quelli più colpiti perché la congiuntura economica sfavorevole non dà segni di sensibili miglioramenti nel breve.
Qual è il vostro giudizio conclusivo sul provvedimento relativo ai crediti deteriorati?
DEL DIN La Gags è uno strumento assolutamente utile, ma non risolutivo perché siamo di fronte a una malattia grave e questo strumento da solo non può sbloccare il mercato delle sofferenze.
BATTAGLIA Dati i vincoli a disposizione e la necessità di conformarsi a quelli che erano i dettami della comunità europea in termini di aiuti di Stato, è stato fatto probabilmente il provvedimento migliore possibile. Chiaramente perfettibile in alcuni piccoli aspetti, ma tecnicamente il giudizio è positivo.
COLONNA Diciamo che il provvedimento è una condizione necessaria ma non sufficiente, e come tale va considerato. Mantengo un punto interrogativo sulla conversione e sulle novità che comporta. Certo è che si è consolidato un trend di apertura verso mondi giuridicamente e culturalmente diversi dal nostro, che abolisce tutti i confini territoriali creando un mercato unico e vasto, che va verso una uniformità di soluzioni.
MAURO Anche secondo la mia opinione non era possibile fare di più, nel rispetto della normativa sugli aiuti di Stato. Ora mi auspico che si intervenga sullo snellimento delle procedure giudiziarie ed esecutive. Infine credo che se si vuole risolvere il problema dei crediti in sofferenza non ci si debba rivolgere soltanto all’istituto di garanzia, ma siano necessari altri interventi in altri ambiti.
BASCELLI Personalmente mi sento di esprimere un giudizio complessivamente positivo circa gli interventi normativi sinora posti in essere nel tentativo di contrastare il protrarsi della congiuntura economica sfavorevole, convinto al contempo che le regole debbano avere anche il tempo per potersi consolidare tramite la loro applicazione pratica, prima di essere eventualmente integrate e/o riformate.
BENCINI Concordo sul fatto che di più non si poteva fare visti i vincoli europei, e credo che il governo e la Banca d’Italia spingano nella direzione di consolidare il sistema bancario attraverso un processo di aggregazione di banche piccole e grandi. Solo un sistema bancario forte potrà svalutare correttamente i crediti deteriorati e mettere di nuovo le banche nelle condizioni di erogare e finanziare l’economia.
CIMAZ Lo Stato non può sostituirsi alle banche, ci sono delle regole che permettono agli operatori di lavorare nel rispetto delle leggi e quello che ho colto dagli esperti di diritto bancario è che qualcosa di buono è stato realizzato, ma la complessità delle procedure esecutive e il ritardo dell’Italia su quanto avviene nel resto d’Europa lascia perplessi.
Federica Chiezzi
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