Innovazione e ricerca per una marcia in più

Il presidente di Brembo illustra le strategie di sviluppo per rimanere sempre competitivi su un mercato in forte evoluzione

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Nel luglio dello scorso anno a Detroit è entrato nella «hall of fame» dell’automobile. Un riconoscimento che soli altri sette italiani si sono visti assegnare. E sono nomi di prestigio assoluto come Enzo Ferrari, Giovanni Agnelli, Ettore Bugatti o Sergio Pininfarina. I suoi freni vengono utilizzati da tutti (tranne uno) i team di Formula 1 e MotoGp. Non solo, per gran parte delle case automobilistiche, a partire da quelle che producono vetture ad alte e altissime prestazioni, come Porsche o Alfa Romeo, senza dimenticare Maserati, Mercedes, Bmw, Audi, Ford e Gm, montare freni Brembo è caratteristica qualificante. Sulle Ferrari, le sue pinze colorate sono da decenni elemento distintivo in ogni modello.
Seduto dietro la scrivania dell’ufficio di presidenza al terzo piano della sede di Stezzano dove lavorano circa 700 dipendenti tra ingegneri, ricercatori e specialisti di prodotto, in quel Kilometro Rosso nato grazie a una sua intuizione e diventato il più significativo parco tecnologico italiano, Bombassei indossa ancora al polso l’orologio che gli regalò Enzo Ferrari. «Non potrò mai dimenticare il giorno in cui mi presentai da lui. Volevo vendere alla Ferrari i nostri freni a disco. Erano i primi anni Settanta, ero ancora un ragazzo e mi tremavano le gambe davanti a quell’uomo che era già un mito. Lui se ne accorse e mi guardò con simpatia. E così accettò di provare i nostri freni. La prova andò bene e l’anno successivo mi regalò l’orologio».

Prima della Ferrari, però, Brembo aveva già conquistato come cliente l’Alfa Romeo… 

Nel 1964. Eravamo una piccola impresa che produceva componenti per auto, fondata da mio padre Emilio tre anni prima. L’Alfa, allora ancora dell’Iri, era l’unica impresa italiana a utilizzare i freni a disco, che importava dall’estero perché in Italia non li faceva nessuno. Ebbene, il camion che portava i freni dall’Inghilterra ad Arese andò fuori strada e i dischi furono danneggiati. Toccò a noi ripararli e in alcuni casi costruirne di nuovi. Fu una fortuna. Ma anche la conferma della cultura con la quale siamo sempre cresciuti e che si basa su una frase di mio padre: le cose facili le sanno fare tutti, noi dobbiamo fare cose difficili.

La stessa fortuna, tornando alla vicenda Alfa, che non ebbe con la Fiat?

Non mi ricordo quante volte ho percorso l’autostrada Torino-Milano. E quante porte in faccia presi. Vede, ho il setto nasale deviato a forza di prendere delle porte in faccia… Era la vecchia Fiat, e se non eri torinese o piemontese, in quel giro era difficile essere accettati. Così decisi di cambiare autostrada e prendere quella del Brennero.Un’altra fortuna?
Sì, quella di costruire un importante rapporto con Porsche che poi ci ha aperto tutto il mercato delle case tedesche. E i tedeschi ci hanno aiutato a fare nostra, grazie anche al loro proverbiale rigore, l’importanza della precisione, dell’efficienza ma soprattutto dell’innovazione.

Qual è stata l’arma vincente?
Quella che caratterizza da sempre Brembo: innovazione e design italiano, che ci ha portati per esempio a produrre le famose pinze rosse dei freni, belle anche da vedere e diventate una moda, un fenomeno di mercato a livello mondiale. Qualche anno fa un nostro freno, si chiama Ccm (materiale ceramico composito) ha vinto il Compasso d’Oro, un premio in cui tradizionalmente si sono affermate industrie in cui il bello è determinante nella percezione del prodotto. È il premio dei grandi mobilieri, dei designer, degli architetti. Noi l’abbiamo vinto con l’innovazione di un prodotto meccanico. Ma per innovare bisogna investire tanto in ricerca e sviluppo, ai quali destiniamo da sempre circa il 5% del fatturato, ben oltre la media.

Tanti suoi “colleghi” però non investono così tanto. È questo uno dei problemi che ha frenato l’industria italiana?

Gli investimenti in ricerca e sviluppo e in nuovi macchinari fino a oggi sono stati appannaggio di una piccola minoranza. Cito molte volte quanto appare un vero paradosso: il 20% delle imprese italiane produce l’80% del valore aggiunto. E spesso le nuove generazioni di imprenditori, anche in settori classici del made in Italy, hanno preferito vendere. È giusto comunque ricordare che il combinato disposto di super e iperammortamenti, della nuova legge Sabatini, dei bonus sulla ricerca ulteriormente incentivati, ha portato l’Ucimu (l’associazione dei produttori di macchine utensili) ad aggiornare al rialzo (+9-10%) le stime sugli investimenti effettuati nel 2017. E gli investimenti sugli strumenti di produzione fanno sperare in una ripartenza dell’economia italiana.Questa ripresa è davvero così robusta o ancora un po’ fragile? Che cosa bisognerebbe fare per renderla più forte?
Sono sicuro che siano necessarie due componenti per il rafforzamento della ripresa, uno esterno, ossia una maggiore apertura all’Europa, e uno interno, cioè il rafforzamento della componente «istruzione» nel nostro Paese. Ho già espresso, in passato, la necessità di un coordinamento a livello europeo con la creazione di una sorta di «cabina di regia» in capo a un’istituzione Ue. Io ho parlato di un super-ministro che fosse l’omologo a livello comunitario dei ministri dello Sviluppo degli Stati membri; una figura, insomma, che fungesse da raccordo tra le varie iniziative attivate a livello nazionale per convogliare verso obiettivi comuni la nuova rivoluzione industriale. A livello di Paese, invece, adesso il governo sta muovendo passi importanti con il piano Istruzione 4.0 ma già le voci che vedono una riduzione del credito d’imposta per la formazione in attività legate all’industry 4.0, che dovrebbe essere meno generosa rispetto alle prime bozze, è un segnale di debolezza del sistema. Noi abbiamo investito in r&s nel momento massimo di crisi, oggi ne stiamo raccogliendo i frutti e conto che il governo metta in atto tutte le risorse possibili per investire sul futuro dei giovani. In questo modo la ripresa sarà ancora più robusta.

Come vede il futuro delle nostre imprese?

Sono imprese che stanno faticosamente uscendo da una crisi prolungata. Molte non ce l’hanno fatta. Spesso per la congiuntura e l’impossibilità o l’incapacità di rilanciarsi su nuovi prodotti o nuovi mercati che ne ha decretato la fine. Un’azienda deve essere nelle condizioni di creare valore aggiunto e non serve tenerla in vita, anche attraverso il supporto pubblico, se non ha prospettive. Ma qualcosa sta cambiando. Gli incentivi di Industria 4.0 sono stati pensati per offrire opportunità alle imprese che vogliono investire. Solo chi vuole investire e crea lavoro merita incentivi fiscali. Si è chiuso il capitolo degli incentivi a pioggia che sono un pessimo modo per utilizzare le poche risorse che ci sono.Che giudizio dà della strada finora percorsa dal progetto a lei tanto caro di Industria 4.0?
Sono soddisfatto di quanto è stato fatto finora sul fronte della quarta rivoluzione industriale. I risultati sono tangibili, sono ripartiti gli investimenti privati in innovazione, l’industria è tornata al centro del discorso politico ed è stato colmato il gap che vedeva la crescita economica troppo legata alla finanza e ai servizi e poco all’attività manifatturiera. Il merito del «piano Calenda» credo risieda nell’aver ridato spazio nell’agone politico al saper fare degli italiani. E il fatto che siano previsti particolari incentivi per il Sud e per le piccole e medie imprese è un altro segnale di sensibilità nei confronti della particolarità e della «dualità» del nostro sistema industriale. Detto ciò, è importante che ci si dia una mossa sul fronte competence center (gli istituti che dovranno creare un collegamento tra università, centri di ricerca e aziende, ndr), purtroppo, in questo caso, la farraginosità della macchina burocratica italiana si è fatta sentire un po’ di più.Che cosa pensa della nuova legge elettorale? Saprà assicurarci in futuro un governo stabile?
Per chi fa impresa la stabilità è prioritaria e la legislatura che si sta concludendo, pur con le consuete difficoltà che la nostra politica ha spesso denunciato, è riuscita in campo economico a perseguire un’apprezzabile coerenza nell’agire economico. Certo è che attraverso la nuova legge elettorale si riuscirà difficilmente a individuare un vincitore e per questa semplice ragione ne avrei preferito una di ispirazione maggioritaria.
Con l’attuale legge, il rischio di vederci costretti a un altro governo di coalizione è oggettivamente altissimo. Sono però un ottimista e conservo la speranza che, scegliendo le persone giuste, anche l’ennesimo governo «della nazione» ci possa accompagnare nel consolidamento di questa fase di, per ora debole, sviluppo.La vita media delle grandi imprese è di soli 40 anni: fra 100 anni il nome Brembo ci sarà ancora?
Non ho dubbi. Ci saremo. Certo, però, bisogna concentrarsi sul proprio core business. L’industria, la manifattura, deve rimanere il motore dello sviluppo. L’industria crea lavoro, il grande problema di oggi. Pensi a quanto è successo negli Stati Uniti.
Si erano convinti che il futuro fosse la finanza, i servizi. La manifattura era per i Paesi in via di sviluppo. Per fortuna hanno capito in tempo e hanno fatto tempestivamente una conversione a U. Noi siamo un Pase industriale, il secondo in Europa dopo la Germania. È un valore immenso che non va disperso.

E l’Italia ce la farà a non disperderlo e a rimanere una grande economia del mondo?

Il made in Italy è una garanzia di qualità e di bellezza e queste sono caratteristiche che possiamo utilizzare per consolidare e rafforzare la nostra economia. Certo, gli ultimi anni sono stati difficili, e questo si è riflesso sulla nostra capacità di agire sullo scacchiere internazionale. Dobbiamo puntare sulla nostra capacità di innovare e sulla ripresa dei consumi interni, dare fiato alle attività economiche che garantiscano occupazione qualificata e, soprattutto, puntare sulla formazione. Non mi stancherò mai di ripeterlo.
La formazione crea lavoratori qualificati, e i lavoratori qualificati hanno un valore intrinseco che è misurabile con la produttività. Negli ultimi anni l’emorragia dei posti di lavoro causata dalla crisi è stata, in parte, tamponata dal terziario, che richiedeva occupati scarsamente qualificati. Adesso non possiamo più ricorrere a misure tampone senza prospettive di lungo periodo. Il mondo politico ha cominciato a muoversi e io sono fiducioso.

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