Il made in Italy invaderà la Romania

Dal 2014 la Romania si affaccia sulla scena internazionale come un Paese in crescita esponenziale, grazie ai fondi europei, alla politica interna centrata sulla stabilità e semplificazione, agli investimenti in settori chiave dell’economia e ai rapporti strategici con i partner commerciali

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]È in Europa, ma non è nell’Eurozona. E forse anche per questo la sua economia viaggia a pieno regime con un Pil stimato per il 2016 del 4,1%. Numeri da far impallidire le economie del Vecchio Continente, la cui ripresa arranca tra vincoli di bilancio, disoccupazione in crescita e crisi bancaria da “no performing loans”. Stiamo parlando della Romania, a poco più di due ore di volo da Milano, definita negli anni Novanta “la Tigre dei Balcani” per il suo alto tasso di crescita e l’appeal nei confronti degli investitori esteri. Uscita un po’ dai radar negli ultimi anni, dal 2014 è tornata decisamente nel raggio luminoso: proprio in quell’anno infatti il Paese ha centrato tutti i criteri di adesione dell’Eurozona, ovvero tasso di inflazione, tassi di interesse sulle obbligazioni, tasso di cambio stabile, deficit di bilancio al di sotto del 3% del Pil e debito pubblico inferiore al 60% del Pil, che le permetteranno di diventare un membro del gruppo ristretto già dal 2019. E se deciderà di entrare nell’Eurozona, lo farà con un’economia in piena salute: stando alle proiezioni, nei prossimi cinque anni l’incremento del Pil annuo sarà in media del 3,5%. E i fondi europei 2014-2020, che ammontano a 33 miliardi di euro, forniranno ulteriore benzina ai bilanci di Bucarest.

Stabilità politica. La Romania, guidata da un esecutivo tecnocratico capeggiato dall’ex commissario europeo Dacian Ciolos, offre oggi anche stabilità politica e le elezioni del prossimo dicembre, stando ai sondaggi, dovrebbero vedere il trionfo di una coalizione di centro-destra. «Il Paese è giunto a un punto di svolta con le riforme messe in campo dal governo che, unite al grande potenziale di sviluppo del Paese che può contare su risorse naturali in abbondanza, una popolazione predisposta al consumo, una forza lavoro istruita e a basso costo, aprono scenari interessanti, sia per chi vuole esportare sia per chi vuole investire in uno dei principali mercati dell’Europa orientale», spiega Luca Gentile, direttore dell’Ufficio Ice (Istituto per il commercio estero) di Bucarest. La Romania,  che è saldamente agganciata alla comunità europea e al mondo occidentale con l’ingresso nel 2014 nell’Alleanza atlantica, e che si trova al crocevia di tre corridoi europei, oltre a essere uno dei principali mercati dell’Europa orientale con 21 milioni di abitanti è anche la chiave che apre le porte dei mercati dell’est, e in particolare del mercato russo attualmente sotto embargo. Le potenzialità sono evidenti, anche perché il Paese ha risorse agricole, minerarie e idriche, oltre a un potenziale energetico fatto di gas e petrolio, e anche di abbondanti giacimenti di shale gas.
Convenienza fiscale. Privo di fiscal compact e titolare di una moneta sovrana, il leu, il governo rumeno ha avuto mano libera nel centrare il doppio obiettivo di attrarre investimenti esteri e rilanciare i consumi di una popolazione dai bisogni crescenti e dai gusti sempre più sofisticati. La manovra più significativa è senza dubbio il taglio dell’Iva, che nel complesso passa dal 24% al 20% nel 2016, e scenderà al 19% nel 2017. Il taglio, differenziato in base alle categorie merceologiche e in vigore da giugno, prevede alcune differenziazioni: per il settore food, per esempio, l’imposta è già passata a giugno dal 24% al 9% (ad eccezione delle bevande alcoliche e del tabacco); per la birra è scesa al 9%; così come per l’acqua in bottiglia, passata dal 20% al 9%. Con questo poderoso taglio e semplificazione fiscale la Romania potrebbe migliorare la 37° posizione occupata nel ranking “Doing Business” della Banca Mondiale, ed è in questa direzione che vanno altre importanti misure quali il taglio dei contributi sociali per i lavoratori, che scendono dal 20,8% al 15,8%. «L’obiettivo delle istituzioni romene è accrescere l’appeal del Paese nei confronti degli investitori stranieri, e a questo scopo è utile ricordare anche la presenza di una flat tax al 24%, importante proprio perché l’andamento dell’economia romena è strettamente connesso all’afflusso di IDE (investimenti diretti all’estero) e all’evoluzione dei mercati internazionali», è il commento di Gentile.
Semplificazione burocratica. Nel complesso, secondo Gentile, non è mai stato così facile investire in Romania. «Il governo» dice il direttore dell’Ice «è diventato per gli imprenditori una specie di partner d’affari». Oltre alla riduzione fiscale, sono state introdotte una serie di semplificazioni burocratiche, che sono forse l’aspetto più apprezzato dagli imprenditori italiani. Per la compilazione dei documenti necessari per aprire una nuova attività, per esempio, oggi basta una settimana, quando nel 2014 serviva un mese. Anche i costi di apertura sono diminuiti anno dopo anno. «Non sottovalutarei» aggiunge Gentile «l’esenzione dalla tassazione del 16% per il profitto reinvestito nell’acquisto di nuove tecnologie IT e la deduzione del 50% delle spese per la ricerca e lo sviluppo». Anche le aziende che implementano attività nei parchi industriali tecnologici e di ricerca beneficiano dell’esenzione dalle tasse sui terreni, sulla progettazione e sulla costruzione di edifici. Si tratta di agevolazioni che il Governo unisce agli importanti aiuti statali, i cosiddetti ”schemi minimis” che stanziano finanziamenti alle imprese per uno spettro largo di attività con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro. «Si parla tra l’altro di un possibile aumento del budget di questi finanziamenti e di aiuti ulteriori dedicati in particolare alle microimprese» dice ancora Gentile «A questo contesto favorevole per gli investimenti si aggiungono le modifiche da poco introdotte in materia di appalti pubblici secondo le Direttive Europee, le modifiche apportate dal Governo al codice fiscale al fine di incoraggiare i consumi e lo sviluppo di attività».
Partner privilegiato. Quanto a interscambio commerciale e investimenti diretti l’Italia è da anni in ottima posizione. L’import-export con la Romania ha infatti raggiunto il valore record di 13,6 miliardi di euro nel 2015, in aumento dell’8,5% rispetto al 2014. E il trend sembra confermato dai dati relativi ai primi due mesi del 2016. L’Italia si conferma così ai primissimi posti sia nella graduatoria dei Paesi fornitori, come mercato di destinazione dell’export romeno, con una quota dell’11,6% sul totale dell’interscambio del Paese, sia a maggior ragione sul fronte degli investimenti, dove la presenza di aziende italiane è decisamente solida. L’Italia è infatti il primo Paese in Romania come numero di imprese registrate, oltre 24 mila attive, e solo nel 2015 ne state aperte altre 2.203 a partecipazione italiana. «Il compito dell’Ice è monitorare con attenzione tutte le potenzialità che questo mercato offre e proporre strategie di ingresso per le nostre imprese».
«Nonostante la dominante quota di mercato che l’Italia detiene, può essere fatto molto di più nell’interesse delle relazioni bilaterali» dice Gentile «Non sono da sottovalutare infatti i numerosi fattori che renderanno la Romania un luogo di grande afflusso di capitali anche in futuro. Oltre alle opportunità messe a disposizione dai fondi europei 2014-2020, ci sono i progetti di investimento statali nei settori delle infrastrutture, dei trasporti e dell’energia e le potenzialità di sviluppo dell’agricoltura».
Il sistema bancario efficiente Un recente studio della Banca Nazionale Romena conferma l’esistenza di un sistema bancario efficiente e ben capitalizzato, con una forte capacità di assorbimento di potenziali shock. Il patrimonio ammonta a circa il 18%, ben al di sopra quindi del requisito minimo dell’8% dettato da Basilea. Nel Paese operano gruppi francesi, austriaci, greci, olandesi e italiane rappresentate da UniCredit, che occupa la quinta posizione nella graduatoria degli attivi, con una quota di mercato dell’8% nel 2015, seguita dalla succursale romena di Veneto Banca (quindicesimo posto) e di Intesa Sanpaolo (diciassettesimo posto), che insieme coprono circa il 10% del mercato. «Tutte» dice Gentile «pongono grande attenzione alle piccole e medie imprese con linee di credito dedicate».
I punti critici Esistono tuttavia anche elementi di debolezza, come il triste record del più basso tasso di assorbimento dei fondi nell’Ue, l’elevata esposizione del settore privato al rischio di cambio, l’inefficienza del settore giudiziario e una corruzione dilagante. Gli imprenditori italiani che lavorano in Romania da qualche anni rilevano anche altri fattori critici Per Francesco Rigo, ceo & general manager di Lampia Rom (azienda di Modena di stampaggio di materie plastiche con tecnica a iniezione, con 30 milioni di euro di giro d’affari) il primo problema è proprio la manodopera, o meglio il costo del lavoro, che è in costante aumento, e il tasso di assenteismo. Lo stabilimento di Araz, non lontano da Timisoara, che occupa circa 120 dipendenti e serve i mercati di Germania, Belgio, Inghilterra e Stati Uniti, richiede un alto tasso di capitale umano in tutte le fasi di lavorazione. «Lo stipendio sta crescendo a un ritmo del 10% dal 2010 (a oggi lo stipendio lordo di un operaio è di circa 550 euro, ndr), perché c’è carenza di personale a fronte di un importante aumento degli investimenti esteri, e oggi la convenienza, che tuttora permane, non è quella degli anni Novanta anche se è ben compensata dall’abbassamento del tasso di cambio che rende vantaggiose le esportazioni», spiega Rigo. Che aggiunge: «In ogni caso il problema principale è rappresentato dal tasso di assenteismo che si aggira intorno all’8-10% dei dipendenti. Per chiarire meglio le cose, le confesso che quando arriviamo in ufficio la prima domanda che ci poniamo è: quante persone sono venute al lavoro oggi? Purtroppo devo ammettere che c’è scarso attaccamento al lavoro e un turnover altissimo, al punto che bisogna mettere in conto una squadra di riserva per coprire i buchi e garantire la produzione».
Settori caldi In ogni caso, secondo gli osservatori, i settori che nei prossimi anni offriranno le migliori opportunità di crescita e investimento sono l’energia, l’agroindustria, il metalmeccanico e il farmaceutico. Ma è il comparto manifatturiero quello che ha esibito maggiore dinamicità negli ultimi anni, con risultati particolarmente importanti nei comparti dell’automotive, della lavorazione dei metalli, della produzione di motori elettrici e turbine e degli impianti petroliferi ed energetici. «L’ambiente d’affari romeno resta uno dei più appetibili per gli investimenti esteri, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, la produzione di energia, l’agricoltura, la protezione dell’ambiente, compresa la gestione dei rifiuti, la trasformazione alimentare, l’industria metalmeccanica, e la sanità», conferma Gentile. Investimenti favoriti da cluster in alcune aree della Transilvania, come a Cluj Napoca, originata dall’espansione delle fabbriche di componenti auto e dagli investimenti nel settore informatico anche italiani; o come a Timisoara, dove da tempo esiste una produzione tessile e una fiorente industria delle pelli. «L’agricoltura, in particolare, è attualmente uno dei settori di maggiore interesse per gli investitori italiani sia per l’ottima qualità dei suoli romeni sia per le condizioni climatiche che consentono raccolti di qualità, con particolare riguardo al settore bio – in forte crescita – e a quello dei vini – dice Gentile – Tali caratteristiche, insieme alle tradizionali abilità degli agricoltori romeni e all’esperienza degli italiani in questo settore, pongono ottime basi per rafforzare la collaborazione». In altre parole, le relazioni Italia-Romania si faranno sempre più strette. Ne è convinta anche la Sace, il gruppo assicurativo per i crediti esteri della Cassa Depositi e Prestiti, che prevede nei prossimi anni un incremento significativo delle esportazioni “made in Italy” in direzione Bucarest, fino ad arrivare a 7,5 miliardi di euro nel 2018, che farebbe dell’Italia il secondo mercato di riferimento dell’import romeno dopo quello tedesco, con una quota di oltre il 10% del totale delle importazioni della Romania.
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