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Bitcoin: eldorado o bolla?

C’è chi li considera una frode. E chi, avendoli acquistati qualche anno fa, nel frattempo è diventato milionario. Intanto nascono future, indici e derivati ad hoc. Certo è che la blockchain, la tecnologia che ne permette il funzionamento, è considerata da tutti una delle innovazioni più rivoluzionarie degli ultimi tempi. E avrà grandi sviluppi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Tra speculazione e diffidenza, nuova corsa all’oro e timori di un bolla, il Bitcoin è uno dei grandi protagonisti della scena economica degli ultimi mesi. Un fenomeno che, tra detrattori ed entusiasti, alimenta un dibattito mondiale che ha portato il conio digitale a entrare nel linguaggio economico di tutti i giorni. La sfida è solo all’inizio. Mentre la sua quotazione cresce senza sosta.

Il timore di un grande flop
. Il partito dei critici annovera big della finanza e governi. La Cina, per esempio, grande pioniere nell’uso di valuta digitale, lo scorso ottobre ha iniziato a chiudere le piattaforme sulle quali era trattata. Anche la Corea del Sud è scesa in campo con un stretta sulle transazioni. Il governo di Seul ha in mente di vietare le operazioni in valuta virtuale per minorenni e stranieri, la tassazione dei profitti sulle criptovalute e l’obbligo di identificazione da parte dei trader.  Anche il numero uno di JpMorgan Chase, Jamie Dimon, li ha definiti una «frode», il fondo Usa Bridgewater li ha già etichettati come la prossima bolla, e il principe saudita Al Waleed ha descritto il fenomeno come una nuova Enron.
A lanciare l’ultimo allarme i vertici di Ubs: «Come banca abbiamo messo in guardia contro questo prodotto perché non lo consideriamo né di alcun valore, né sostenibile», ha avvertito il presidente della banca svizzera Axel Weber, già governatore della Bundesbank, sollecitando l’intervento dei regolatori a tutela dei piccoli investitori. «Nel momento in cui iniziano a investire i piccoli investitori, è richiesto l’intervento dei regolatori», ha sottolineato Weber.
Eppure la corsa dei Bitcoin prosegue incessante. I divieti e gli allarmi hanno generato solo qualche estemporanea frenata, ma l’appetito degli investitori non sembra conoscere tregua. All’inizio del 2017 i Bitcoin valevano circa mille dollari, lo scorso 11 dicembre, giorno nel quale al Chicago Board Options Exchange (Cboe) è partito lo scambio di future sulla criptovaluta, il loro valore ha superato i 18mila dollari. Stesso risultato anche per il contratto future lanciato, qualche settimana dopo, dalla rivale Cme (Chicago Mercantile Exchange). Così anche se il mercato si interroga sui reali motivi del boom, l’industria non può più ignorarlo.

Una corsa senza freni.
 Difficile prevedere un successo del genere dalla nascita, avvenuta a inizio 2009, per mano di Satoshi Nakamoto, pseudonimo che ancora cela l’identità dello sconosciuto inventore. Nei primi sei anni e mezzo la valuta elettronica ha subìto una lenta evoluzione, ma con l’accelerazione dell’ultimo periodo al momento non si vede un orizzonte ben definito. C’è una sola certezza: esploderà, in un senso o nell’altro. «Entro tre anni la criptovaluta più famosa toccherà la quota di 2 milioni di dollari, oppure crollerà fino a scomparire. Non si scappa: o il fallimento o la gloria». Ne è convinto Giacomo Zucco, uno dei principali esperti italiani del settore, amministratore delegato di Bhb Network – BlockchainLab, un’azienda di consulenza attiva da diversi anni nel campo della blockchain e delle criptovalute. Per ora chi li detiene scommette su una valorizzazione in ascesa  visto che ipotizza di cederli solo a caro prezzo. In media 200mila dollari. È questa, infatti, la cifra che un investitore accetterebbe oggi per privarsi della sua criptovaluta secondo una ricerca di LendEdu, una piattaforma americana che si occupa di prestiti studenteschi e che negli ultimi mesi ha promosso ricerche su blockchain e monete virtuali. Nell’ultima indagine ha chiesto informazioni a 564 cittadini statunitensi che hanno già comprato Bitcoin e dalla quale è venuto fuori il ritratto di una platea ottimista. In attesa di  possibili ulteriori rialzi LendEdu ha chiesto: «Per quale cifra saresti disposto a vendere tutti i tuoi Bitcoin?». Risposta (media): 196.165 dollari. Il responso cambia in base a quanti pezzi si possiedono, ma è comunque una cifra considerevole perché le stesse persone hanno affermato di aver investito, sempre in media, poco meno di 3mila dollari. L’attesa di un rialzo è quindi notevole, come conferma il fatto che due investitori su tre non hanno venduto neppure un Bitcoin nonostante la recente impennata delle quotazioni.

Il settore prova la normalizzazione:
 nascono Cci30 indice ad hoc, i derivati e i future. Chi opera nel comparto auspica comunque una normalizzazione con l’introduzione di regole in grado di evitare fenomeni speculativi che rischiano di lasciare spazio a bolle distruttive. Un primo passo in questa direzione è sicuramente la creazione di un indice che misura il valore di tutte criptovalute e che può fornire indicazioni di tendenza agli operatori. Il primo in assoluto è stato presentato a Zugo, in Svizzera, si chiama Crypto currency index (Cci30) ed è un paniere che raccoglie le 30 monete virtuali con la maggiore capitalizzazione di mercato. Dai più famosi Bitcoin, Ethereum e Ripple, fino a quelle più nuove, ma in forte crescita, come Neo e Iota. L’indicatore rappresenta oltre il 93% della capitalizzazione totale del mercato ed è stato elaborato da un team di matematici, analisti e operatori di borsa.
Il primo giorno di contrattazioni, il 16 ottobre scorso, ha segnato alla chiusura 3.896 punti. A fine novembre era andato oltre i 5.500, due settimane dopo aveva già superato i 10mila.
Allo stesso tempo, per mitigare i problemi collegati all’estrema volatilità, sono nati i primi strumenti derivati sui Bitcoin che hanno riscosso già un certo interesse. Nella prima settimana di contrattazioni regolamentate sulla piattaforma LedgerX, che ha ottenuto a luglio il via libera dalle autorità, sono stati trattati 176 contratti fra swap e opzioni, per un valore nominale che ha superato il milione di dollari.
Infine, sempre nella ricerca di stabilità, il Bitcoin ha iniziato a essere trattato come una asset al pari di petrolio e oro grazie ai contratti future arrivati prima della fine dell’anno scorso. L’introduzione di contratti future offre alle banche la possibilità di coprirsi da brusche variazioni di prezzo della valuta elettronica, mentre i piccoli investitori possono contare su modalità più semplici per scambiarla.

Jp Morgan: Bitcoin no, ma sì convinto alla blockchain. Se il Bitcoin non convince alcuni eminenti investitori e banchieri, diverso approccio si ha verso il sistema che lo supporta e cioè la blockchain. Una tecnologia che consente la creazione e la gestione di un database attraverso nodi di rete collegati tra loro (detti chain) in modo che, ogni operazione di scambio avviata sulla rete, sia validata dalla rete stessa. Ciascun nodo, in altre parole, è chiamato a vedere, controllare e approvare le transazioni precedenti, creando una catena di informazioni collegate che certifica gli elementi di ogni passaggio.
Il sistema assicura la veridicità delle operazioni in maniera automatica e veloce e per questo ha riscosso l’interesse del sistema bancario. In particolare della Jp Morgan Chase che ha avviato un programma pilota che sfrutta la blockchain per conservare e proteggere i dati e consentire trasferimenti più sicuri di pagamenti transfrontalieri con la Royal Bank of Scotland e con la Australia and New Zealand Banking Group. Il nuovo programma non utilizza e non scambia Bitcoin ma gestisce i pagamenti da un Paese all’altro. Oggi i livelli di comunicazione tra i vari soggetti interessati per verificare la transazione sono diversi e per alcune operazioni complesse possono servire anche 15 giorni. La nuova tecnologia, secondo le aspettative, taglierà drasticamente i tempi, che si ridurranno ad alcune ore.
Un giudizio positivo sul meccanismo della blockchain è arrivato anche dal colosso elvetico Ubs che, in un suo report, ha spiegato che può apportare grandi benefici al settore finanziario, a quello manifatturiero, all’healthcare e alle utility. Nel suo dossier la banca svizzera sottolinea invece dubbi sulle criptomonete e sul fatto che queste possano effettivamente diventare valute largamente utilizzate vista l’impossibilità di avere corso legale. Inoltre, «la fornitura potenzialmente limitata di criptomonete crea pesanti barriere all’adozione diffusa delle stesse», mentre il forte incremento delle loro valutazioni negli ultimi mesi fa sospettare «quasi certamente una bolla speculativa» Ma, aggiunge ancora Ubs, «se da un lato abbiamo dubbi sul fatto che le criptovalute possano diventare effettivamente un metodo di scambio diffuso, dall’altro la blockchain entro il 2027 potrebbe portare a un aumento del valore economico globale di circa 300-400 miliardi di dollari».

La blockchain nella vita di tutti i giorni. Finanza, contratti, notai, internet delle cose, testamento biologico, cibo e ora anche diplomi universitari del prestigioso Mit di Boston. Sono sempre più estesi gli usi della blockchain considerata una delle innovazioni digitali più rivoluzionarie degli ultimi tempi. L’ultimo è quello dell’università statunitense che ha iniziato  a tenere traccia della vita digitale degli studenti usando proprio il registro di blockchain. Ogni singolo voto, attestato, esame, diploma e laurea è scritto in bit, convalidato dalla rete ed è a disposizione di università, aziende e datori di lavoro. Con questo sistema il Mit ha già distribuito diplomi agli studenti. Oltre a quello cartaceo è disponibile una copia digitale rilasciata con Blockcerts Wallet, un’app creata appositamente in collaborazione con la società di software Learning Machine. «Il Mit ha ideato un registro in un formato che può sopravvivere anche nel caso l’ateneo dovesse chiudere, è un cambiamento fondamentale», ha spiegato Chris Jagers, ceo di Learning Machine. Si tratta di una sola delle applicazioni possibili della blockchain che, nel 2018, potrebbero crescere in maniera esponenziale. Con programmi che aiuteranno, per esempio, a costruire la tracciabilità del cibo che finisce nei piatti in maniera efficiente e meno costosa. O diventando uno strumento di tutela di documenti che toccano direttamente la sfera personale, come il testamento biologico e le dichiarazioni di volontà relative ai trattamenti salvavita.

Il Bitcoin entra nelle tasche. 
Lentamente comunque anche il Bitcoin inizia a essere usato per lo scopo classico di ogni moneta e cioè regolare gli scambi. E non solo quelli tra i privati. Ne è prova il fisco svedese che ha riscosso in criptomoneta l’ammontare di tasse dovuto da un’azienda. Nello specifico, lo scorso ottobre la Swedish Enforcement Authority ha ricevuto 0,6 Bitcoin, pari allora a circa 2.600 euro. La somma è stata, poi, venduta al migliore offerente con un’asta online.
Sempre nel mondo va citato il fornitore di servizi internet per aziende e consumatori, la giapponese Gmo Internet Group, che ha deciso di pagare gli stipendi dei suoi dipendenti in Bitcoin a partire da febbraio. I dipendenti avranno un limite inferiore di 10mila yen (circa 88 dollari) e un limite massimo di 100mila yen (880 dollari) per prelevare i loro salari in moneta digitale.
La diffusione dei nuovi strumenti di pagamento è in crescita anche in Italia. La Sant’Agostino, casa d’aste di Torino, accetterà anche i Bitcoin. «La nuova tipologia di trasferimenti finanziari», hanno spiegato Vanessa Carioggia, proprietaria con il fratello Claudio della casa d’aste, e Agostino Ghiglia, senior partner della società  Aornet, «permetterà di ottenere benefici per i clienti come costi bancari decisamente inferiori e certificazione in loco della ricezione del pagamento, senza intermediari, ritardi o complicazioni».
Infine è da segnalare Portale Sardegna (società web specializzata nel turismo, quotata da poco al listino Aim Italia) che accetterà pagamenti in moneta digitale. L’azienda ha raggiunto un accordo con la piattaforma Conio che consentirà al tour operator di incassare soldi digitali, convertendoli istantaneamente in euro, neutralizzando così l’effetto di cambio valute.

Riscatti e truffe, i danni collaterali della valuta digitale.
 I fenomeni negativi non mancano nemmeno nel mondo dorato del Bitcoin. Anche i malintenzionati e il crimine hanno, infatti, scoperto le monete virtuali. Sono all’ordine del giorno le infezioni dei sistemi informatici delle grandi aziende attraverso i ransomware, codici dannosi che limitano l’accesso ai dati o alle applicazioni dei pc. Il rientro in possesso delle proprie periferiche da parte delle imprese colpite dagli attacchi avviene solo dopo il pagamento di un riscatto spesso richiesto in Bitcoin, che garantiscono l’anonimato dell’estorsione. Non solo. A farsi avanti sono anche i truffatori che sfruttano l’entusiasmo dei risparmiatori attratti dai rendimenti a doppia cifra. A Londra, per esempio, è stato arrestato un uomo che aveva allestito nel centro della City finanziaria, un call center che usava pratiche particolarmente aggressive per convincere i clienti contattati a investire in una criptovaluta inesistente.
Il fenomeno ha preso abbondantemente piede anche in Italia con distorsioni giù individuate. È recente la multa dell’Antitrust alle società promotrici della criptomoneta OneCoin, sanzionate con 2,6 milioni di euro per «vendita piramidale e promozione ingannevole». In particolare, ha spiegato il Garante, l’attività promozionale era «incentrata sulla promessa che il consumatore potesse ottenere gli OneCoin e che successivamente le monete virtuali avrebbero incrementato il loro valore in ragione della loro diffusione, tutti elementi che non hanno trovato riscontro nel corso del procedimento». La proposta commerciale di One Life, era infatti basata sulla prospettazione, falsa, di ingenti guadagni.

La Russia scende in campo. A inserirsi nel dibattito mondiale sulle criptovalute ci sono anche gli enti regolatori monetari ufficiali. Uno dei Paesi che ha preso una posizione chiara è la Russia che non introdurrà un bando sugli strumenti finanziari, come fatto di recente dalla Cina, ma mira a porne sotto il controllo dello Stato sia l’emissione sia la circolazione. Le linee guida sono state dettate dallo stesso presidente Vladimir Putin. «L’uso delle criptovalute comporta seri rischi», ha avvertito, «tra cui il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e il finanziamento del terrorismo. Inoltre, non vi è sicurezza», ha sottolineato. «Se il sistema collassa o se si verifica una bolla, non c’è un’entità legale che ne è responsabile». Piuttosto che risolvere la questione con un generale divieto però, il capo del Cremlino ha chiesto di costruire, «sulla base dell’esperienza internazionale, un sistema normativo per rendere possibile la codifica delle relazioni in questa sfera, proteggere in modo affidabile gli interessi dei cittadini, del business e dello Stato e fornire le garanzie legali per l’uso di strumenti finanziari innovativi». Allo stesso tempo, Putin ha voluto sottolineare che «è importante non porre troppe barriere, ma piuttosto fornire le condizioni fondamentali per aggiornare e far progredire il sistema finanziario nazionale».
L’attenzione per le valute virtuali in Russia è iniziata a crescere, quando Putin, a giugno scorso, ha incontrato Vitalik Buterin, il creatore di Ethereum, la seconda più importante criptomoneta dopo Bitcoin, dando di fatto la sua benedizione allo sviluppo della tecnologia blockchain nel Paese. Non così euforica però è la Banca centrale: «Siamo totalmente contrari al denaro privato», ha detto il governatore Elvira Nabiullina, «non importa se sia in forma fisica o virtuale». Intanto, però, alcuni progetti russi di cryptocurrency stanno andando avanti. Come nel caso della Sberbank Pjsc, la più grande banca russa, che sta studiando la possibilità di aprire conti in criptovaluta nella sua filiale svizzera.

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