Scenari

Le nuove tendenze del risparmio

In uno scenario globale in evoluzione prendono forma nuove strategie d’investimento e prodotti finanziari. Quali? Se ne è parlato nel corso di una tavola rotonda promossa da Ascosim

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Gli obiettivi degli investitori, sicurezza e profitto, sono quelli di sempre. Per raggiungerli però oggi bisogna fare i conti con uno scenario globale profondamente mutato. Ecco allora che si preferisce un approccio cross asset, piacciono i fondi aperti, si registra il boom di Etf smart beta e multiasset, si predilige una gestione attiva ma utilizzando come sottostanti strumenti a basso costo.

È la soluzione più vantaggiosa? A questa domanda ha provato a dare risposta la tavola rotonda dal titolo Strategie di investimento e prodotti finanziari: gestione attiva e passiva che si è svolta a Palazzo Mezzanotte lo scorso 1° febbraio. Il dibattito si è inserito all’interno dell’evento dedicato al mondo della consulenza finanziaria indipendente e al risparmio gestito promosso da Ascosim con la partnership editoriale di World Excellence. Alla tavola hanno partecipato esperti del settore come Antonio Bottillo, executive managing director e country head della società di gestione Natixis Global Asset Management, Marcello Chelli, referente Lyxor Etf per l’Italia, Mauro Giangrande, head of passive distribution di Deutsche Asset & Wealth Management Italy, e Massimo Siano, executive director, head of Southern Europe di Etf Securities. Le strategie per il 2017, l’utilizzo di fondi multiasset come produttori di rendimento, il rafforzamento del dollaro in confronto all’euro e alla sterlina, sono alcuni degli spunti emersi.

 

Secondo un recente studio pubblicato da JP Morgan Equity Research, negli Stati Uniti vi è stato un notevole spostamento dai fondi attivi ai quelli passivi, nell’ordine di 150 miliardi di dollari. Sempre nel 2016 solo il 32% dei fondi azionari attivi negli Usa hanno sovraperformato il proprio benchmark. È una tendenza che si osserva anche in Europa e in Italia?

chelli Queste tipo di ricerche sono note ormai da decenni, basti pensare al research di Mediobanca o allo spice index di Standard & Poor’s che calcola quanti sono in termini percentuali i fondi attivi che riescono a battere il loro benchmark. Ma i dati di queste pubblicazioni non sempre sono negativi, per esempio, nello studio dell’anno passato gli azionari italiani erano l’asset class che riusciva battere meglio il loro benchmark. Il vero trend va verso la gestione passiva all’interno di un servizio di investimento attivo. Costruire una soluzione di investimento per il cliente di carattere attivo utilizzando come sottostanti strumenti a basso costo, tra cui gli Etf, diventa un tema principale rispetto alla scelta tra fondo attivo e quello passivo. Siamo molto lontani come numeri rispetto all’America dove gli Etf pesano sul risparmio gestito per il 16%, mentre in Europa sono al 7% e in Italia al 2,3%. Quello che notiamo è l’inserimento di Etf all’interno di soluzioni attive, dove vi è anche una parte di risk management. Comprare un Etf su Ftse Mib non è la soluzione ai problemi finanziari ma è necessario inserirlo in una logica più dinamica e multiasset. I gestori si specializzano sempre meno su aree geografiche e molto più in un approccio cross asset. Lo si capisce analizzando i dati di Borsa italiana che ci rilevano che per ogni 100 euro negoziati in azioni, ve ne sono 17 negoziati in Etf: questo numero era 10 due anni fa e 2 dieci anni fa. È la conferma il fatto che si investe sempre più in un’ottica di asset allocation e non di stock picking e avendo questo tipo di approccio diventa naturale spostarsi sugli Etf.

Per concludere, contesto la dicotomia attivo contro passivo, ma ritengo che una soluzione per il futuro sia una gestione attiva su prodotti passivi. Si va verso soluzioni come gli unit linked basati negli Etf, le gestioni patrimoniali, i fondi che utilizzano Etf e la grande apertura che si presenta ora è da parte degli investitori istituzionali che cominciano a utilizzare gli Etf, soprattutto in un’ottica di protezione, come sottostanti di una soluzione più ampia.

I fondi multiasset stanno avendo un grande successo (120 miliardi raccolti negli ultimi tre anni). Le prospettive di mercato consigliano di puntare ancora su questi prodotti?

bottillo Inizialmente si è pensato al multiasset non solo per tendere a una diversificazione “sostenibile”, ma anche tenendo conto del fatto che gli investitori hanno abbandonato l’investimento diretto in securities, azioni e obbligazioni singole a favore dei fondi aperti. Oggi vediamo un’evoluzione nell’utilizzo di questa strategia all’interno dei portafogli, che va nella direzione di usare i fondi multi-asset per generare rendimento. Ritengo che nel futuro le classificazioni fin qui fatte verranno abbandonate per spostarsi verso una catalogazione in base al ruolo specifico che hanno all’interno del portafoglio. In particolare, ci avvicineremo a due classificazioni specifiche: strategie in grado di contribuire alla diminuzione della volatilità del portafoglio e strategie volte a ottimizzare e tendere a un maggior rendimento.

Continua senza sosta anche la crescita degli Etf smart beta. Secondo Morningstar, l’incremento in Europa è stato del 25% negli ultimi 12 mesi raggiungendo quota 40 miliardi di dollari. Possono essere una valida soluzione anche per il 2017?

giangrande Gli smart beta appartengono a quella famiglia di Etf che si caratterizza per il fatto di replicare indici che utilizzano criteri alternativi rispetto alla classica capitalizzazione. Sebbene l’obiettivo sia spesso quello di creare un extra-rendimento rispetto al mercato, gli Etf smart beta sono comunque prodotti a gestione passiva, ossia non vi è un gestore che adotta scelte di natura discrezionale. Sul mercato sono stati lanciati diversi Etf smart beta azionari, in Borsa italiana ce ne sono per esempio già oltre 50. Nell’ambito obbligazionario sono invece molti meno, e la ragione risiede nel fatto che gli indici fixed income classici, basati per l’appunto sulla capitalizzazione, sono molto efficienti. Sia perché sono spesso caratterizzati da un turnover contenuto sia perché la capitalizzazione rimane un criterio fondamentale per determinare se un titolo è liquido o meno. Ciò non toglie che sia possibile proporre delle soluzioni volte a superare alcuni dei limiti degli indici fixed income, il più noto dei quali è per esempio quello relativo al debito accumulato. La capitalizzazione, infatti, nulla ci dice in merito alla capacità di un emittente di ripagare i suoi debiti in futuro, inoltre, più aumenta il debito a causa di un crescente fabbisogno finanziario, e più aumenta il peso di un emittente all’interno dell’indice.

Non sempre si tratta di Etf lanciati sul mercato di recente, basti pensare che i primi prodotti high dividend, ossia quelli che selezionano i titoli e stabiliscono i pesi sulla base del dividendo, esistevano già nel 2007. Il successo è stato immediato perché erano semplici da comprendere, anche per i retail. Con gli Etf di più recente generazione, quelli definiti fattoriali, c’è voluto un po’ più di tempo ma gli ultimi dati di raccolta sono molto interessanti. Ancora più interessante è il fatto che con questa tipologia di Etf si è verificato un vero e proprio riavvicinamento, se non addirittura una invasione di campo, tra la gestione passiva e quella attiva. Se la gestione attiva sta infatti cercando di beneficiare di alcuni vantaggi tipici degli Etf, quotando alcune delle strategie più note, la gestione passiva sta facendo altrettanto su un altro piano, quello delle performance: molti studi hanno dimostrato che alcune caratteristiche comuni a più titoli, per esempio quelli value, riescono a spiegare buona parte dell’extra rendimento che si può generare nel medio lungo termine. Tale rendimento prescinde dalle caratteristiche specifiche di un titolo, e quindi dal classico stock picking, per cui può essere riprodotto attraverso gli Etf con una gestione totalmente quantitativa e a costi decisamente ridotti.

Lo scorso anno c’è stata una notevole volatilità delle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio. Quali sono ora le aspettative?

siano Negli ultimi cinque anni, l’indice dei prezzi della produzione cinese è sempre calato: la Cina quindi ha esportato in deflazione. Il 2017 vede per la prima volta l’indice salire rispetto all’anno precedente. E dato che vi è una forte correlazione tra l’indice dei prezzi della produzione in Cina quello dei prezzi al consumo mondiale, vuol dire che probabilmente i prezzi delle materie prime saranno stabili o in rialzo. Un’altra novità è che gli Usa sono potenzialmente esportatori netti di gas naturali, ma se investono in tecnologia a prezzi attuali, nei prossimi cinque anni potrebbero diventare anche esportatori netti di greggio. Questo significa che il dollaro acquisirà forza, le spese militari saranno minori e migliorerà la bilancia dei pagamenti. Non è un caso che uno dei primi provvedimenti dell’amministrazione Trump sia stato l’autorizzazione a due oleodotti e gasdotti importanti che passano dal Canada fino ad arrivare in Texas. Da qui al 2030 vi sono 640 miliardi di dollari di investimenti privati nelle infrastrutture energetiche, con tassi di interesse molto elevati. In sintesi la Cina esporta inflazione, l’amministrazione Trump agevola infrastrutture energetiche e le società che costruiscono oleodotti e gasdotti hanno finanziato all’86% il partito repubblicano che ha vinto in quegli stati dove dovrebbero passare le infrastrutture. Se sommiamo questi eventi economici e politici pensiamo che il prezzo delle materie prime, in particolare di quelle energetiche, sarà lievemente in rialzo e il settore su cui puntare nel 2017 sia proprio quello delle infrastrutture energetiche americane.

A dicembre la Fed ha alzato i tassi per la prima volta dal 2015. E si prevede un’accelerazione nel corso dei prossimi mesi. Con quali conseguenze?

chelli Se si fa riferimento al rischio di rialzo dei tassi e dell’inflazione, vorrei che si guardasse agli Etf in maniera diversa: non solo come strumenti di market access ma anche di risk management. Finora si è pensato l’Etf come un modo per poter accedere al mercato in modo semplice immediato ed economico. In realtà gli Etf si prestano a essere strumento per gestire i rischi. Se si guarda il rialzo dell’inflazione esistono Etf che permettono di esporsi a basket di titoli inflation linked. L’elemento nuovo sul mercato sono gli Etf sull’inflazione attesa, che vanno a scommettere sulle aspettative del mercato. Scontano quella che è l’attesa di inflazione implicita nei prezzi dei bond inflation linked. Con questi strumenti si può prendere posizione sulle attese di inflazione. Mentre una soluzione più semplice per gestire il rialzo dei tassi è selezionare Etf su bond a tasso variabile.

Molti osservatori pronosticano un rafforzamento del dollaro. Come cogliere questa opportunità e quali rischi per i risparmiatori?

siano Innanzitutto il vero evento predominante è il caso Brexit e il valore della sterlina. Nel 2016 il dollaro, il peso messicano e la lira turca sono sprofondati allo stesso livello e la sterlina è diventata una moneta emergente. Il vero problema nell’area euro potrebbe essere l’inflazione. Nel momento in cui l’articolo 50 verrà firmato la Gran Bretagna avrà due anni di tempo per uscire dall’Ue e stipulare un nuovo trattato. Se firmerà, nel 2019, lo stato britannico dovrà pagare dazio nelle esportazioni. Ciò comporterà grandi cambiamenti, in particolare nell’industria pesante che sarà costretta a spostarsi dalla Gran Bretagna in quanto per vendere automobili in Europa, l’80% dei componenti devono essere prodotti e assemblati all’interno della zona europea. Inoltre i servizi finanziari dalla Gran Bretagna non saranno più passaportati quindi l’Unione Europea chiederà una sede europea per tutta l’industria finanziaria britannica. Questo rappresenta un grave problema sia dalla parte dei servizi sia per l’industria pesante. Si presume che nel lungo periodo si vedrà un dollaro forte se l’amministrazione Trump non cambierà la sua politica di ritorno ai dazi. Mentre vedremo un euro debole e il business vero si proietterà sulla sterlina.

L’attuale contesto di mercato e la maggiore concorrenza nella distribuzione dei prodotti possano comportare una pressione sui margini della società prodotto e sulle commissioni?

bottillo Il passaggio dalla promozione alla consulenza è un cambiamento epocale. Ci si svincola dalla tendenza di creare prodotti dedicati ad alcuni momenti specifici dei trend macroeconomici e si passa a una logica diversa: offrire soluzioni. Siamo di fronte a un trend che va nella direzione di una riduzione dei margini. Il quadro giuridico di riferimento va verso una maggiore tutela dell’investitore mentre l’industria deve sostenere un incremento dei costi. Questo non vuol dire che l’industria del risparmio gestito non sarà da cavalcare. Anzi, abbiamo sempre maggiore necessità di investire e contribuire alla trasformazione del risparmiatore in investitore, in particolare nell’ambito italiano. Abbiamo, dunque, necessità di procedere con servizi concreti e reali: la costruzione di portafogli, il ruolo dell’asset class, delle soluzioni e delle strategie verso quella che è la necessità dell’investitore. Si va verso una compressione dei guadagni, ma verso una maggiore attenzione ai costi che gli investitori dovranno sostenere.

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WORLD EXCELLENCE SI AGGIUDICA IL PREMIO MIGLIOR ARTICOLO DI APPROFONDIMENTO 2016 CON LA GIORNALISTA GLORIA VALDONIO

Nell’ambito della sesta edizione del premio giornalistico dedicato ai giornalisti della stampa economico-finanziaria, State Street Corporation (NYSE: STT) ha proclamato Gloria Valdonio, collaboratrice di World Excellence, vincitrice per la categoria Giornalista dell’Anno – Autore del miglior articolo di approfondimento, con un pezzo pubblicato sul mensile edito da Le Fonti. I finalisti sono stati Alberto Brambilla de Il Foglio e     Guido Plutino, Il Sole 24 Ore.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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I giornalisti sono stati premiati durante un pranzo svoltosi a Milano a cui hanno partecipato Riccardo Lamanna, Country Head di State Street Global Services per l’Italia e Danilo Verdecanna, Managing Director di State Street Global Advisors per l’Italia. “Ci congratuliamo con tutti i giornalisti finalisti e con i vincitori”, ha commentato Verdecanna.

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I dubbi di un mondo in affanno

L’autunno si apre con una serie di pesanti interrogativi che non trovano facili risposte. La situazione in Medioriente e la stretta interconnessione delle economie lasciano aperti molti fronti

L’autunno si apre su uno scenario in cui i dubbi in molti campi, dalla politica all’economia,  prevalgono sulle certezze.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Per esempio, quanto durerà ancora la crisi siriana e a che prezzo per la popolazione? E ancora, che cosa deve aspettarsi la Turchia di Erdogan dopo la soppressione della libertà di stampa, le epurazioni, gli arresti e migliaia di incarcerazioni? Che farà l’europa dopo Brexit e la Germania dopo l’affermazione dell’ultradestra in Meclemburgo? E c’è almeno una possibilità che quest’anno il nostro Pil riesca a guadagnare qualche punto percentuale e che si arrivi al referendum senza risse tra i partiti? Rispondere è difficile, bastano le domande per sottolineare la complessità dei problemi in essere e le poche probabilità che ci sono per risolverli.
Nel mondo economico uno degli ultimi rebus riguarda l’oro, cresciuto del 28% dal 1° gennaio e  improvvisamente calato dell’1,7% nella prima settimana di agosto mentre la sua ascesa sembrava inarrestabile. Da che cosa è stato originato il deprezzamento? A chi ne ha cercato le cause, si offrono almeno due spiegazioni. La prima è che in quei giorni gli Stati Uniti hanno annunciato, spiazzando gli analisti, che l’occupazione aveva ripreso a crescere, tanto che a luglio si erano creati 255 mila nuovi posti di lavoro. Così, mentre Wall Street stabiliva un record, l’oro cedeva in conseguenza del timore che la Fed, la Federal Riserve americana, visti i risultati economici e occupazionali, accelerasse il rialzo dei tassi, rafforzando il dollaro e rendendo altri investimenti più competitivi dell’oro. La seconda spiegazione è invece legata al fatto che Cina e India hanno ridotto (e ridurranno ancora) gli acquisti di oro, del quale sono i maggiori compratori. La sola Cina, in 12 mesi, ha speso il 24,1% in meno e nel secondo trimestre 2016 addirittura un -36% rispetto al trimestre precedente.
Ora il rischio di altri deprezzamenti sembra scongiurato. Soprattutto perché il World gold council (Wgc) si è impegnato molto a sostegno dell’oro, promuovendolo come forma di garanzia in caso di investimenti rischiosi. L’oro, sostiene il Wgc, agisce come una specie di assicurazione, serve a controbilanciare gli investimenti a rischio e costituisce una sicurezza grazie a un prezzo sostanzialmente stabile, se non in crescita. Un’altra mossa positiva del Wgc è stata poi quella di fare incetta di oro anche se in modo indiretto: in sette mesi infatti gli Exchange trade funds, fondi specializzati in investimenti sul metallo prezioso, e lo Sprd gold trust fund, legato al Wgc hanno immesso nelle proprie riserve circa 630 tonnellate di lingotti.
Preoccupa anche il mercato dei bond. Obbligazioni e titoli pubblici costituiscono una grande fonte di ricchezza, tuttavia 11 mila miliardi di dollari di titoli (una somma con 12 zeri, a seguire le prime due cifre) offrono oggi un rendimento negativo. Nonostante questo un buon numero di grandi investitori globali continua ad acquistare bond puntando su un ulteriore ribasso dei tassi: in pratica, se i tassi scenderanno ancora, come credono costoro, vendendo i bond realizzeranno un profitto. Perché in conto capitale il valore è inversamente proporzionale al rendimento dei bond,e se i tassi diventeranno più negativi i bond varranno di più. Una speculazione ad alto rischio e che può riservare brutte sorprese: se al contrario di quanto hanno previsto i tassi dovessero crescere invece di scendere, il conto capitale degli investitori potrebbe subire grosse perdite.
Sul tavolo della finanza c’è anche la questione dei derivati. Una ricerca di Mediobanca ha rilevato che a fine 2015 il valore a prezzo di mercato dei derivati presenti nelle maggiori banche europee era di 4.300 miliardi e superava di tre volte e mezzo il patrimonio degli istituti. Deutsche Bank, Bnp Paribas e Barclays sono in testa alla classifica delle banche più esposte per un valore di 450-500 miliardi ciascuna, mentre in Italia sia Unicredit sia Intesa hanno una esposizione di circa 75 miliardi. Ma le regole di Basilea 3 hanno introdotto un nuovo limite al leverage ratio, stabilendo che il rapporto tra capitale e attivi non potrà essere inferiore al 3% e, anche se questa norma non entrerà in vigore prima del 2018, è ormai chiaro che i nuovi requisiti regolatori intendono porre dei limiti alle attività finanziarie dei grandi gruppi bancari come a quelle degli istituti di medie o piccole dimensioni.
Così nei paesi europei i portafogli dei derivati si sono contratti nel corso del 2015, con un –30% rispetto al 2014. Credit Suisse, per esempio, ha ridotto del 57% il valore dei derivati che deteneva e Ubs ha fatto lo stesso per un valore del 34%. I regolatori svizzeri, degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno tra l’altro deciso di adottare misure ancora più pesanti rispetto a quelle previste da Basilea 3 per scongiurare i rischi di credito e di mercato che, solo quattro anni fa, hanno provocato perdite di 12 miliardi per la banca americana JP Morgan.
Nel 2016 è però la Deutsche Bank, una delle maggiori banche tedesche, a preoccupare gli osservatori internazionali per il suo portafogli di derivati, come ha ammesso il Fondo monetario internazionale (Fmi) sostenendo addirittura che «Deutsche Bank sembra essere la banca che contribuisce di più al rischio sistemico», anche in considerazione della sua attività e dei suoi interessi internazionali. Così, a fine luglio, Matteo Renzi ha potuto commentare: «La vera questione sulla finanza europea non sono i non performing loans italiani ma i derivati di altre banche».
Un’opinione che non sembra condivisa da Giuseppe Vita, presidente di Unicredit, che ha sostenuto: «Abbiamo davanti una serie di dossier da risolvere. La matrice comune è la quantità di crediti in sofferenza delle banche italiane, che credo sia meglio risolvere con l’intervento dello stato». Vita ha poi spiegato che, secondo lui, il crollo delle quotazioni bancarie in Borsa: «Non è legato al fatto che le banche generano meno utili: ma al fatto che molti investitori internazionali puntano su altri settori più remunerativi. Qui il ruolo dei regolatori è fondamentale: non si capisce a cosa serve l’enorme liquidità che la Bce cerca di far giungere ai cittadini, se poi regole sempre più stringenti rendono nei fatti più difficile il sostegno delle banche all’economia». Sarà quindi compito del nuovo amministratore delegato di Unicredit, il francese Jean Pierre Mustier, spiegare al proprio presidente come dovrebbe funzionare il meccanismo di finanziamento all’economia reale da parte degli istituti di credito.
Riguardo al lavoro le preroccupazioni in Italia continuano restare elevate. In agosto l’Istat, con il rilevamento riferito al secondo trimestre 2016 ha denunciato la crescita zero del Pil ed il calo di fiducia delle imprese e dei consumatori. Dal canto suo l’Eurostat avverte che nei primi tre mesi del 2016 l’Italia ha toccato il 37% di disoccupati scoraggiati (+53.000), cioè coloro che il lavoro non lo cercano neanche più e che nelle statistiche vengono definiti “inattivi”, un dato percentuale che è il doppio della media europea. Così per ridurre il tasso di disoccupazione, che secondo l’Istat è dell’11,6%, e sostituire il bonus assunzioni che decade, il ministro del Lavoro e dello sviluppo Giuliano Poletti, propone il taglio strutturale permanente del costo del lavoro.
Nelle rilevazioni dell’Ocse l’Italia occupa il quarto posto, in una classifica che prende in esame 34 paesi quanto a peso delle tasse e contributi sui lavoratori dipendenti che da noi è pari al 49%, con una crescita percentuale dello 0,76 nel 2015 rispetto alla media Ocse che è del 35,9%.
Al responsabile dell’Economia Pietro Carlo Padoan detto Pier Carlo tocca far luce sullo stato dell’arte così, dopo aver assicurato che rispetto al Pil il deficit continuerà a scendere, sostiene: «Non penso ci sia una stagnazione secolare, ma credo ci siano i sintomi di un malessere profondo: tutto questo però non deve essere causa di rinuncia e di pessimismo». Il ministro, che un tempo criticava da sinistra le teorie keynesiane, ora respinge anche quelle sulla stagnazione nate con la scuola austriaca degli Anni Trenta e riprese recentemente dall’americano Larry Summers, però a Bratislava, al vertice europeo di metà settembre ha proposto un fondo comune da 50 miliardi per aiutare a superare crisi economica e aumento della disoccupazione. Il progetto,chiamato “Fondo europeo per l’indennità di disoccupazione”, prevede che gli stati membri versino lo 0,5 del Pil creando così una risorsa per i paesi in cui l’occupazione cali di più di un punto percentuale rispetto alla media europea.
Sono anche troppi i paesi che devono affrontare la crisi del lavoro e in cui aumenta il divario tra ricchi e poveri come al G20 di Pechino, a settembre, ha rilevato Christine Lagarde, direttore del Fmi, parlando di un ristagno dell’economia mondiale che provoca disuguaglianze sociali sempre più evidenti e un impoverimento del ceto medio in tutti i paesi occidentali, dove «Il pendolo politico oscilla in direzione contraria ai mercati aperti».
Al vertice cinese si è parlato apertamente di stagnazione, al contrario di quanto sostiene il ministro Padoan, anzi, la mancata ripresa economica è stato il tema centrale, in cui il Fondo monetario internazionale ha abbassato le stime della crescita mondiale dal 3,6% al 2,9% e ha avanzato l’ipotesi di un “rischio di stallo” rilevando come siano in recessione anche Brasile, Nigeria, Russia, Sudafrica, quelle che un tempo venivano indicate come le locomotive economiche.
Anche dall’Ocse sono venuti segnali negativi e a Pechino il responsabile dell’organizzazione, Angel Gurria, ha spiegato che anche la politica monetaria, unico strumento fin qui utilizzato per fronteggiare la congiuntura, non può tirate avanti così: «Le banche centrali, per stimolare l’economia, sono vicine al limite delle loro possibilità», ha detto Gurria. Gli estemporanei tentativi di questi ultimi otto anni, dallo stimolo dei tassi zero alla creazione massiccia di liquidità, agli enormi acquisti di bond agli aiuti miliardari alle banche sono dunque serviti a poco o nulla. L’economia occidentale non riesce proprio a riprendersi, tanto che per l’anno in corso le stime del Pil sono state riviste al ribasso in tutta la zona euro.
Dal suo canto la Cina, dov’è probabilmente è finita la corsa del Pil nonostante una crescita stimata del 6,6% nel 2016, ha chiesto che nel documento finale, a conclusione del G20, sia inserito il tema della sovra-capacità nel settore dell’acciaio dove la metà della produzione mondiale è cinese ma trova sbocchi sempre più ridotti sui mercati stranieri, in cui sta crescendo il protezionismo. La repubblica popolare, inoltre, è intimorita dall’indebolimento della sterlina (il Regno Unito è il più importante cliente europeo per l’export cinese), e segue con apprensione la campagna presidenziale americana perché Donald Trump, candidato del partito repubblicano, propone di applicare un dazio del 45% sui prodotti che vengono dalla Cina che comunque continua ad espandere in Occidente i propri interessi, soprattutto commerciali, puntando su una varietà di settori tra cui lo sport,come dimostrano le recenti acquisizioni di proprietà dell’Inter e del Milan, le due squadre di calcio milanesi.
Il discorso però cambia quando si fa riferimento agli investimenti stranieri in Cina. La Camera di commercio dell’Ue a Pechino, che rappresenta tutte le aziende europee presenti sul mercato cinese, proprio in settembre ha denunciato il continuo protezionismo del governo cinese nel confronto delle aziende nazionali. Il premier Li Keqiang infatti ha dato il via a una serie di provvedimenti restrittivi nei confronti delle multinazionali straniere, accusate di frode, truffa, di avere assunto una posizione dominante sul mercato cinese o addirittura, con i loro terzisti, di violare i diritti dei lavoratori. Un cambiamento radicale rispetto ai tempi in cui gli investitori trovavano in Cina bassi costi, infrastrutture avanzate, mercato in crescita e ampi margini di guadagno.
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La Brexit e i conti con la sterlina

Il calo della sterlina renderà le esportazioni britanniche più competitive. E convoglierà la spesa dei consumatori verso i beni nazionali. Ma la spinta positiva sull’economia potrebbe avere corto respiro. Perchè le condizioni favorevoli del passato?

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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In questo mondo confusionario post-referendum, l’unica buona notizia è il calo della sterlina sul mercato Forex. Un tasso di cambio più basso renderà le esportazioni britanniche più competitive. Di fronte a prezzi di importazione più alti, i consumatori sposteranno la loro spesa verso i beni nazionali. Anche questo spingerà l’economia britannica.
 La questione è quanto è grande la spinta. Gli scettici avvertono che la Gran Bretagna fa grande affidamento sulle esportazioni di servizi finanziari, che non sono particolarmente sensibili ai prezzi, e che lo scopo della crescita di esportazioni di merci è limitata dal rallentamento della domanda globale.
La Gran Bretagna ci era già passata, quindi la questione è come la storia può fare chiarezza su tutto ciò. Nel 1931, quando il Regno Unito ha abbandonato il gold standard, la sterlina ha assistito a un calo del 30%. Come oggi, il paese faceva affidamento in maniera massiccia sulle esportazioni di servizi, non solo servizi bancari ma anche spedizioni e assicurazioni. E l’ambiente esterno era anche più sfavorevole di oggi.
Tuttavia, nonostante le difficoltà, il deficit del commercio di beni è sceso di un terzo tra il 1931 e il 1932. Dal 1933, la bilancia dei servizi si era rafforzata. A questo punto, l’economia era sulla strada della ripresa.
Tre circostanze l’hanno reso possibile. Primo, la capacità in eccesso ha permesso alle società di accelerare la produzione. Secondo, la Gran Bretagna era in grado velocemente di mettere in atto una serie di accordi commerciali favorevoli, negoziati con i paesi del Commonwealth durante la Conferenza di Ottawa nel 1932. Terzo, l’incertezza politica è scesa improvvisamente, dal momento che il governo laburista, ampiamente incolpato per la crisi del 1931, è stato sostituito da un gabinetto conservativo con un ampio supporto popolare.
Chiaramente, nessuna di queste condizioni è presente oggi. La capacità in eccesso nei settori di beni commerciati è bassa. In un contesto come quello attuale più complicato dal punto di vista legale, ci vorranno degli anni per negoziare accordi commerciali con l’Unione Europea e poi con gli altri paesi. L’incertezza politica è elevata e non ci sono prospettive di una elezione generale per risolverla nell’immediato. Gli investitori hanno tutte le ragioni per adottare un approccio attendista.
Nel 1949, la Gran Bretagna si è trovata nella stessa posizione, con un deficit commerciale nei confronti degli Stati Uniti e la fiducia degli investitori indebolita. Nel settembre dello stesso anno, la sterlina è stata nuovamente svalutata, come lo era stata 18 anni prima, del 30%.
Dal momento che la pressione sui salari più alti è stata contenuta, le esportazioni britanniche sono diventate più competitive. Il deficit commerciale con l’area del dollaro, che comprende Stati Uniti e altri paesi che hanno usato la sua moneta per regolare i pagamenti internazionali, ha subito una brusca contrazione. Il conto delle partite correnti è passato dal deficit nel 1949 al surplus nel 1950, e il Pil è cresciuto fortemente.
Anche in questo caso, tre cose lo hanno reso possibile. In primo luogo, vi era una forte domanda negli Stati Uniti, che si stava riprendendo dalla recessione del 1948-1949. In secondo luogo, lo scoppio della guerra in Corea nel 1950 ha creato la domanda per le esportazioni di tutti i tipi. Terzo, con la creazione dell’Unione europea dei pagamenti, il Regno Unito e i suoi partner europei hanno deciso di abolire i controlli sul commercio.
Anche qui, la situazione attuale non potrebbe essere più diversa. La crescita degli Stati Uniti è tutt’altro che robusta, e i paesi dell’Ue hanno messo in chiaro che non hanno alcuna fretta di negoziare un accordo commerciale con il Regno Unito.
Un terzo precedente è la svalutazione della sterlina nel 1967, ancora una volta dopo un intervallo di 18 anni. La crisi della bilancia dei pagamenti del 1966-67 riflette la tendenza dei salari britannici a crescere più rapidamente della produttività, i deficit commerciali conseguenti e la riluttanza degli investitori stranieri a finanziare una posizione che vedevano come insostenibile. Questa volta, però, ci sono voluti due anni affinché i conti con l’estero migliorassero. Con una disoccupazione già bassa, è stato necessario molto tempo per riallocare le risorse da settori di beni non scambiati a settori di beni scambiati.
Nel frattempo, gli investitori stranieri si sono mostrati riluttanti a finanziare il deficit della Gran Bretagna. Vedendo la difficoltà della regolazione, erano preoccupati che la sterlina sarebbe crollata. Il Regno Unito, impossibilitato ad attrarre flussi di capitale a breve termine, è stato costretto a chiedere un prestito al Fondo monetario internazionale.
La storia suggerisce che i tassi di cambio hanno importanza per la competitività e che la svalutazione della sterlina dovrebbe aiutare migliorando la competitività delle esportazioni britanniche. Ma i policymaker non devono aspettarsi troppo. L’ambiente esterno è sfavorevole. Ci vorrà del tempo per riallocare le risorse verso la produzione di beni scambiati. E una nuova serie di offerte commerciali non sarà conclusa durante la notte.
Nel frattempo, i leader britannici devono risolvere la persistente incertezza politica e la politica. Devono utilizzare non solo la politica monetaria, ma anche strumenti fiscali, per sostenere la spesa e rafforzare l’incentivo a investire. Fino ad ora, hanno mostrato poca consapevolezza di tale urgenza.
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Il made in Italy invaderà la Romania

Dal 2014 la Romania si affaccia sulla scena internazionale come un Paese in crescita esponenziale, grazie ai fondi europei, alla politica interna centrata sulla stabilità e semplificazione, agli investimenti in settori chiave dell’economia e ai rapporti strategici con i partner commerciali

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]È in Europa, ma non è nell’Eurozona. E forse anche per questo la sua economia viaggia a pieno regime con un Pil stimato per il 2016 del 4,1%. Numeri da far impallidire le economie del Vecchio Continente, la cui ripresa arranca tra vincoli di bilancio, disoccupazione in crescita e crisi bancaria da “no performing loans”. Stiamo parlando della Romania, a poco più di due ore di volo da Milano, definita negli anni Novanta “la Tigre dei Balcani” per il suo alto tasso di crescita e l’appeal nei confronti degli investitori esteri. Uscita un po’ dai radar negli ultimi anni, dal 2014 è tornata decisamente nel raggio luminoso: proprio in quell’anno infatti il Paese ha centrato tutti i criteri di adesione dell’Eurozona, ovvero tasso di inflazione, tassi di interesse sulle obbligazioni, tasso di cambio stabile, deficit di bilancio al di sotto del 3% del Pil e debito pubblico inferiore al 60% del Pil, che le permetteranno di diventare un membro del gruppo ristretto già dal 2019. E se deciderà di entrare nell’Eurozona, lo farà con un’economia in piena salute: stando alle proiezioni, nei prossimi cinque anni l’incremento del Pil annuo sarà in media del 3,5%. E i fondi europei 2014-2020, che ammontano a 33 miliardi di euro, forniranno ulteriore benzina ai bilanci di Bucarest.

Stabilità politica. La Romania, guidata da un esecutivo tecnocratico capeggiato dall’ex commissario europeo Dacian Ciolos, offre oggi anche stabilità politica e le elezioni del prossimo dicembre, stando ai sondaggi, dovrebbero vedere il trionfo di una coalizione di centro-destra. «Il Paese è giunto a un punto di svolta con le riforme messe in campo dal governo che, unite al grande potenziale di sviluppo del Paese che può contare su risorse naturali in abbondanza, una popolazione predisposta al consumo, una forza lavoro istruita e a basso costo, aprono scenari interessanti, sia per chi vuole esportare sia per chi vuole investire in uno dei principali mercati dell’Europa orientale», spiega Luca Gentile, direttore dell’Ufficio Ice (Istituto per il commercio estero) di Bucarest. La Romania,  che è saldamente agganciata alla comunità europea e al mondo occidentale con l’ingresso nel 2014 nell’Alleanza atlantica, e che si trova al crocevia di tre corridoi europei, oltre a essere uno dei principali mercati dell’Europa orientale con 21 milioni di abitanti è anche la chiave che apre le porte dei mercati dell’est, e in particolare del mercato russo attualmente sotto embargo. Le potenzialità sono evidenti, anche perché il Paese ha risorse agricole, minerarie e idriche, oltre a un potenziale energetico fatto di gas e petrolio, e anche di abbondanti giacimenti di shale gas.
Convenienza fiscale. Privo di fiscal compact e titolare di una moneta sovrana, il leu, il governo rumeno ha avuto mano libera nel centrare il doppio obiettivo di attrarre investimenti esteri e rilanciare i consumi di una popolazione dai bisogni crescenti e dai gusti sempre più sofisticati. La manovra più significativa è senza dubbio il taglio dell’Iva, che nel complesso passa dal 24% al 20% nel 2016, e scenderà al 19% nel 2017. Il taglio, differenziato in base alle categorie merceologiche e in vigore da giugno, prevede alcune differenziazioni: per il settore food, per esempio, l’imposta è già passata a giugno dal 24% al 9% (ad eccezione delle bevande alcoliche e del tabacco); per la birra è scesa al 9%; così come per l’acqua in bottiglia, passata dal 20% al 9%. Con questo poderoso taglio e semplificazione fiscale la Romania potrebbe migliorare la 37° posizione occupata nel ranking “Doing Business” della Banca Mondiale, ed è in questa direzione che vanno altre importanti misure quali il taglio dei contributi sociali per i lavoratori, che scendono dal 20,8% al 15,8%. «L’obiettivo delle istituzioni romene è accrescere l’appeal del Paese nei confronti degli investitori stranieri, e a questo scopo è utile ricordare anche la presenza di una flat tax al 24%, importante proprio perché l’andamento dell’economia romena è strettamente connesso all’afflusso di IDE (investimenti diretti all’estero) e all’evoluzione dei mercati internazionali», è il commento di Gentile.
Semplificazione burocratica. Nel complesso, secondo Gentile, non è mai stato così facile investire in Romania. «Il governo» dice il direttore dell’Ice «è diventato per gli imprenditori una specie di partner d’affari». Oltre alla riduzione fiscale, sono state introdotte una serie di semplificazioni burocratiche, che sono forse l’aspetto più apprezzato dagli imprenditori italiani. Per la compilazione dei documenti necessari per aprire una nuova attività, per esempio, oggi basta una settimana, quando nel 2014 serviva un mese. Anche i costi di apertura sono diminuiti anno dopo anno. «Non sottovalutarei» aggiunge Gentile «l’esenzione dalla tassazione del 16% per il profitto reinvestito nell’acquisto di nuove tecnologie IT e la deduzione del 50% delle spese per la ricerca e lo sviluppo». Anche le aziende che implementano attività nei parchi industriali tecnologici e di ricerca beneficiano dell’esenzione dalle tasse sui terreni, sulla progettazione e sulla costruzione di edifici. Si tratta di agevolazioni che il Governo unisce agli importanti aiuti statali, i cosiddetti ”schemi minimis” che stanziano finanziamenti alle imprese per uno spettro largo di attività con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro. «Si parla tra l’altro di un possibile aumento del budget di questi finanziamenti e di aiuti ulteriori dedicati in particolare alle microimprese» dice ancora Gentile «A questo contesto favorevole per gli investimenti si aggiungono le modifiche da poco introdotte in materia di appalti pubblici secondo le Direttive Europee, le modifiche apportate dal Governo al codice fiscale al fine di incoraggiare i consumi e lo sviluppo di attività».
Partner privilegiato. Quanto a interscambio commerciale e investimenti diretti l’Italia è da anni in ottima posizione. L’import-export con la Romania ha infatti raggiunto il valore record di 13,6 miliardi di euro nel 2015, in aumento dell’8,5% rispetto al 2014. E il trend sembra confermato dai dati relativi ai primi due mesi del 2016. L’Italia si conferma così ai primissimi posti sia nella graduatoria dei Paesi fornitori, come mercato di destinazione dell’export romeno, con una quota dell’11,6% sul totale dell’interscambio del Paese, sia a maggior ragione sul fronte degli investimenti, dove la presenza di aziende italiane è decisamente solida. L’Italia è infatti il primo Paese in Romania come numero di imprese registrate, oltre 24 mila attive, e solo nel 2015 ne state aperte altre 2.203 a partecipazione italiana. «Il compito dell’Ice è monitorare con attenzione tutte le potenzialità che questo mercato offre e proporre strategie di ingresso per le nostre imprese».
«Nonostante la dominante quota di mercato che l’Italia detiene, può essere fatto molto di più nell’interesse delle relazioni bilaterali» dice Gentile «Non sono da sottovalutare infatti i numerosi fattori che renderanno la Romania un luogo di grande afflusso di capitali anche in futuro. Oltre alle opportunità messe a disposizione dai fondi europei 2014-2020, ci sono i progetti di investimento statali nei settori delle infrastrutture, dei trasporti e dell’energia e le potenzialità di sviluppo dell’agricoltura».
Il sistema bancario efficiente Un recente studio della Banca Nazionale Romena conferma l’esistenza di un sistema bancario efficiente e ben capitalizzato, con una forte capacità di assorbimento di potenziali shock. Il patrimonio ammonta a circa il 18%, ben al di sopra quindi del requisito minimo dell’8% dettato da Basilea. Nel Paese operano gruppi francesi, austriaci, greci, olandesi e italiane rappresentate da UniCredit, che occupa la quinta posizione nella graduatoria degli attivi, con una quota di mercato dell’8% nel 2015, seguita dalla succursale romena di Veneto Banca (quindicesimo posto) e di Intesa Sanpaolo (diciassettesimo posto), che insieme coprono circa il 10% del mercato. «Tutte» dice Gentile «pongono grande attenzione alle piccole e medie imprese con linee di credito dedicate».
I punti critici Esistono tuttavia anche elementi di debolezza, come il triste record del più basso tasso di assorbimento dei fondi nell’Ue, l’elevata esposizione del settore privato al rischio di cambio, l’inefficienza del settore giudiziario e una corruzione dilagante. Gli imprenditori italiani che lavorano in Romania da qualche anni rilevano anche altri fattori critici Per Francesco Rigo, ceo & general manager di Lampia Rom (azienda di Modena di stampaggio di materie plastiche con tecnica a iniezione, con 30 milioni di euro di giro d’affari) il primo problema è proprio la manodopera, o meglio il costo del lavoro, che è in costante aumento, e il tasso di assenteismo. Lo stabilimento di Araz, non lontano da Timisoara, che occupa circa 120 dipendenti e serve i mercati di Germania, Belgio, Inghilterra e Stati Uniti, richiede un alto tasso di capitale umano in tutte le fasi di lavorazione. «Lo stipendio sta crescendo a un ritmo del 10% dal 2010 (a oggi lo stipendio lordo di un operaio è di circa 550 euro, ndr), perché c’è carenza di personale a fronte di un importante aumento degli investimenti esteri, e oggi la convenienza, che tuttora permane, non è quella degli anni Novanta anche se è ben compensata dall’abbassamento del tasso di cambio che rende vantaggiose le esportazioni», spiega Rigo. Che aggiunge: «In ogni caso il problema principale è rappresentato dal tasso di assenteismo che si aggira intorno all’8-10% dei dipendenti. Per chiarire meglio le cose, le confesso che quando arriviamo in ufficio la prima domanda che ci poniamo è: quante persone sono venute al lavoro oggi? Purtroppo devo ammettere che c’è scarso attaccamento al lavoro e un turnover altissimo, al punto che bisogna mettere in conto una squadra di riserva per coprire i buchi e garantire la produzione».
Settori caldi In ogni caso, secondo gli osservatori, i settori che nei prossimi anni offriranno le migliori opportunità di crescita e investimento sono l’energia, l’agroindustria, il metalmeccanico e il farmaceutico. Ma è il comparto manifatturiero quello che ha esibito maggiore dinamicità negli ultimi anni, con risultati particolarmente importanti nei comparti dell’automotive, della lavorazione dei metalli, della produzione di motori elettrici e turbine e degli impianti petroliferi ed energetici. «L’ambiente d’affari romeno resta uno dei più appetibili per gli investimenti esteri, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, la produzione di energia, l’agricoltura, la protezione dell’ambiente, compresa la gestione dei rifiuti, la trasformazione alimentare, l’industria metalmeccanica, e la sanità», conferma Gentile. Investimenti favoriti da cluster in alcune aree della Transilvania, come a Cluj Napoca, originata dall’espansione delle fabbriche di componenti auto e dagli investimenti nel settore informatico anche italiani; o come a Timisoara, dove da tempo esiste una produzione tessile e una fiorente industria delle pelli. «L’agricoltura, in particolare, è attualmente uno dei settori di maggiore interesse per gli investitori italiani sia per l’ottima qualità dei suoli romeni sia per le condizioni climatiche che consentono raccolti di qualità, con particolare riguardo al settore bio – in forte crescita – e a quello dei vini – dice Gentile – Tali caratteristiche, insieme alle tradizionali abilità degli agricoltori romeni e all’esperienza degli italiani in questo settore, pongono ottime basi per rafforzare la collaborazione». In altre parole, le relazioni Italia-Romania si faranno sempre più strette. Ne è convinta anche la Sace, il gruppo assicurativo per i crediti esteri della Cassa Depositi e Prestiti, che prevede nei prossimi anni un incremento significativo delle esportazioni “made in Italy” in direzione Bucarest, fino ad arrivare a 7,5 miliardi di euro nel 2018, che farebbe dell’Italia il secondo mercato di riferimento dell’import romeno dopo quello tedesco, con una quota di oltre il 10% del totale delle importazioni della Romania.
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Società fiduciarie davanti al bivio

Con l’entrata in vigore della riforma del titolo V del TUB e la creazione dell’albo 106 le società fiduciarie devono decidere quale strada prendere, a partire dalla decisione d’aderire o meno all’albo. Con queste conseguenze

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Con la riforma del Titolo V del TUB il legislatore ha voluto da un lato rafforzare la vigilanza sugli intermediari non bancari e, dall’altro, rendere più omogeneo il quadro regolamentare degli operatori bancari e finanziari.  In questa logica ha rivisto l’impianto disciplinare puntando sull’aumento dei requisiti professionali degli intermediari esistenti e sul miglioramento delle relazioni tra questi ultimi e il mercato con l’idea di facilitare le imprese a trovare soluzioni di finanziamento alternative al credito bancario. Ma accanto ad aspetti indubbiamente positivi, l’applicazione della nuova disciplina presenta alcune criticità da superare. Innanzitutto per gli intermediari finanziari non bancari destinatari del Titolo V sembrerebbe piuttosto onerosa  in termini di costi, rispetto ai benefici che potenzialmente potrebbe portare. Poi perché spinge il settore a una maggiore concentrazione. Le società infatti che non opterranno per l’adeguamento potranno  essere oggetto  di aggregazione.  L’iscrizione all’albo di alcuni operatori comporterà inoltre una divisione tra le società che saranno certificate e regolarmente sottoposte ai controlli della Banca d’Italia, e quelle che invece rimarranno sotto la vigilanza del Ministero dello Sviluppo. Come le società fiduciarie stanno affrontando queste nuove sfide? Se ne è parlato alla tavola rotonda “Fiduciarie: quali spazi e prospettive con la nuova disciplina degli intermediari finanziari” promossa da World Excellence. Al dibattito, moderato da Angela Maria Scullica, direttore di World Excellence e Legal, hanno partecipato: Fabrizio Vedana, vice direttore generale Unione Fiduciaria, Valentino Amendola, amministratore delegato della Fiduciaria Sant’Andrea, Luca Garetto, responsabile legal compliance & Aml di Cordusio Fiduciaria, Marco Betocchi, consigliere esecutivo di Gbl Fiduciaria, Oscar Moretto, senior advisor servizi di Planning Fidersel, Remo Lorgna, direttore operativo di Euromobiliare Fiduciaria e Sabrina Numa, presidente staf  di Fiduciaria & Trust Italia.

Il passaggio a Banca d’Italia comporterà più costi, riorganizzazioni interne e nuovi modelli di business?
VEDANA Il decreto legislativo del 2010 ha “acceso la scintilla”, modificando il 199 del testo unico della finanza introducendo accanto alla categoria tradizionale delle fiduciarie vigilate dal Ministero dello Sviluppo Economico questa nuova categoria delle fiduciarie vigilate dalla Banca d’Italia. Ci sono delle società che sono state “costrette” a presentare istanza di iscrizione alla nuova sezione speciale dell’albo 106, ovvero le fiduciarie controllate da una banca o da un intermediario, e quelle aventi un capitale sociale superiore al doppio rispetto al capitale minimo richiesto per le società per azioni ovvero superiore a 100.000 euro. Per quanto ci riguarda rientriamo nel novero di quelle tenute a presentare istanza di iscrizione in quanto aventi un capitale superiore a 100 mila euro. Se si volesse fare una sintesi di quelli che sono gli impatti che potrà avere la nuova normativa direi più controlli, in particolare aggiungeremo ai controlli episodici del Ministero dello Sviluppo i controlli più sistematici di Banca d’Italia. Inoltre le fiduciarie iscritte al nuovo albo dovrebbero essere viste con meno sospetto da parte di altri operatori bancari in primo luogo: ci saranno meno difficoltà nel gestire i rapporti con gli intermediari, anche esteri, saranno richieste meno informazioni sul titolare effettivo.
 
AMENDOLA La fiduciaria che rappresento fa parte di un gruppo bancario, quindi tutte le incombenze collegate alla vigilanza della Banca d’Italia per noi erano già un obbligo. Non c’è dubbio, tuttavia, che la possibilità di iscriversi all’albo degli intermediari di cui all’articolo 106 del TUB una differenza la faccia: anzitutto da un punto di vista organizzativo, con l’esigenza di definire in modo formalmente rilevabile tutta una serie di attività interne. Anche se l’iscrizione consente di salire su un gradino diverso nella “gerarchia dell’antiriciclaggio”, ora le fiduciarie devono trasmettere alla banca depositaria i nomi dei titolari effettivi, limitarne l’effetto solo a questo mi sembra un modo d’affrontare il tema un po’ schematico.  L’iscrizione all’albo inevitabilmente creerà un “doppio campo” delle fiduciarie – quelle che soddisfano i requisiti ai fini antiriciclaggio di Banca d’Italia e le altre –  lasciando in secondo piano il fatto che tutte le fiduciarie hanno una caratura professionale molto elevata, addirittura con un vincolo di iscrizione all’albo dei commercialisti per un numero minimo di membri dei consigli d’amministrazione. Sarebbe stato preferibile riconoscere a tutte le fiduciarie uno status di intermediario di primo livello, magari intervenendo in modo generalizzato sulla normativa di vigilanza.
LORGNA Vedo in questo provvedimento un rafforzamento della legittimazione delle fiduciarie. Nel 2007 queste società furono declassate ai fini della normativa antiriciclaggio. Ciò fu oggettivamente pregiudizievole, non riconoscendo le grandi capacità professionali che da sempre contraddistinguono questo settore. Peraltro, nel corso degli ultimi anni si è consolidata una crescente legittimazione delle stesse fiduciarie, soprattutto dal punto di vista fiscale, per il ruolo di sostituto d’imposta espletato per patrimoni regolarizzati con le operazioni di scudo e di voluntary disclosure e mantenuti all’estero. E’ in questo scenario che si inserisce il provvedimento di Bankitalia che razionalizzando le presenze degli operatori sul mercato ne accresce ulteriormente l’affidabilità.
GARETTO Prevale l’ottimismo, in quanto valutiamo positivamente l’attuazione della nuova normativa resa operativa dalla Circolare 288. Si tratta di un’evoluzione del ruolo delle società fiduciarie, non più chiamate ad intervenire per un cambio di soggettività o per l’occultamento del patrimonio, ma per svolgere un ruolo di aggregazione tra vari strumenti di pianificazione patrimoniale, mediante la valutazione di aspetti tecnico-giuridici e con una particolare attenzione al contrasto al riciclaggio. Soprattutto nei confronti dell’estero l’iscrizione alla sezione separata dell’albo 106 TUB ci porterà un valore aggiunto: individuare in Banca d’Italia uno dei nostri regulator aiuterà a far comprendere che le società fiduciarie rientrano nel perimetro applicativo del D.Lgs. 231/2007. Essendo parte di un gruppo bancario non abbiamo dei grandissimi sconvolgimenti organizzativi, né uno stravolgimento del nostro assetto perché le policy di gruppo sono da tempo calate anche sulla nostra realtà, con controlli periodici da tempo implementati.
MORETTO Credo che la prima distinzione sostanziale da fare sia tra fiduciarie di provenienza bancario- finanziaria e tutte le altre. Concordo quindi con i colleghi quando affermano che si è trattato sostanzialmente di mettere a punto procedure e prassi che già esistevano nel momento in cui si partiva da un gruppo che, essendo già vigilato da Banca Italia, doveva gioco forza attrezzarsi affinché tutte le società che consolidano rispondessero agli stessi requisiti. Mi viene da chiedere se stiamo ancora parlando di un mondo univoco, oppure se questo mondo si sta effettivamente separando tra due tipologie di operatori completamente diversi non soltanto per l’aspetto normativo. Una cosa è certa: stiamo parlando di un mondo che rappresenta un centro di competenze e un incubatore di innovazione. Tutto questo deve essere salvaguardato e portato avanti, tenendo conto che esistono competenze e capacità di innovazione che solo le fiduciarie, fino ad oggi, hanno espresso e possono esprimere.
BETOCCHI Gli interventi fatti evidenziano tutti una situazione e un’opinione comune, cioè che questa riforma porti sicuramente delle opportunità potenziali a fronte però di obblighi certi. Certamente il fatto di avere un’immagine più trasparente e di avere quindi la possibilità di interagire meglio con gli altri soggetti del mondo finanziario potenzialmente rappresenta un’opportunità in più. Tenendo presente che una buona parte di business è comunque legata a rapporti con banche estere che venivano da un’origine di rimpatrio giuridico, il fatto di non essere più solo “captive” per le società fiduciarie di espressione bancaria le rende potenzialmente più libere e fornisce loro anche la possibilità di essere più attraenti, di andare fuori e di proporsi a dei soggetti che non sono del gruppo. Quindi mi sembra, questa nuova situazione, che sia dettata sicuramente da esigenze regolatorie condivisibili, principalmente quelle legate a identificazione, antiriciclaggio.
NUMA Io dirigo una piccolissima società fiduciaria professionale. Per noi non mandare la domanda alla sezione speciale dell’albo 106 è una sfida. Abbiamo fatto la scelta di rimanere piccoli perché innanzitutto non abbiamo solo dei contratti fiduciari ma siamo per vocazione orientati molto allo strumento del trust. Occupandoci anche di trust la cosa che ci preoccupa di più è la IV direttiva antiriciclaggio perché si prospetta, tra le altre cose, la costituzione del “registro delle informazioni relative ai trust” con una comunicazione all’esterno di una serie di dati sensibili (per esempio su minori) che necessita di stringenti garanzie di riservatezza. Il nostro sbocco professionale? Nella nostra piccola dimensione manteniamo comunque una grande professionalità oltre ad una elasticità e rapidità nel dialogo con la clientela. Abbiamo fatto la scelta di non iscriverci perché abbiamo una compagine sociale privata e perché non siamo sufficientemente capitalizzati per essere da un lato obbligati e dall’altro pronti all’iscrizione nella sezione speciale degli intermediari finanziari ex art. 106; ciò non toglie che in futuro si possano prospettare le condizioni per l’iscrizione e nel frattempo, continuando a fare bene il nostro lavoro, abbiamo la possibilità di assistere all’effettiva evoluzione di questo mercato, ad oggi ancora per alcuni aspetti nebulosa.
 
MORETTO Assofiduciaria ha cambiato credo da paio d’anni la guida. La mia personale sensazione è che oggi ci sia una maggiore attività, orientata a cercare con le istituzioni nuovi sbocchi e nuovi spazi per l’operatività delle fiduciarie. Rimane il dubbio sul fatto che l’associazione possa, domani più di oggi, rappresentare in modo equo due realtà che probabilmente con il tempo saranno sempre più differenti l’una dall’altra. L’altro punto critico potenziale che vedo è relativo a tutte le strutture di controllo: chi controlla dalla banca deve avere competenze per controllare le fiduciarie, perché sono due realtà diverse. E va conosciuto e riconosciuto che sono due realtà diverse.  Per riprendere l’esempio del trust, essere trustee significa porsi in un certo modo rispetto alla disciplina antiriciclaggio, quindi un trustee che va verso l’istituzione finanziaria è obbligato a comunicare il titolare effettivo, ma la sua responsabilità in termini di disciplina antiriciclaggio verso disponente e beneficiari cessa dal momento in cui assume l’incarico di trustee, perché non può controllare se stesso.
Mi sembra di capire che si sia creata una doppia anima nell’associazione di categoria, alcuni dei partecipanti di questa tavola conoscono molto bene questa realtà, cosa ne pensate di questo rischio?
AMENDOLA Visto che faccio parte del consiglio direttivo di Assofiduciaria, mi sento in dovere di dire due cose. La prima è che è molto presente in ambito associativo l’esigenza di assicurare uno spazio di attività adeguato a tutte le società fiduciarie, poiché esse coprono ambiti di servizio diversi secondo le loro caratteristiche e dimensioni. La seconda è che l’iscrizione all’albo di cui all’articolo 106 – che per molte fiduciarie è un obbligo e non una scelta – non mi pare implichi particolari vantaggi. Cosa porta in più l’iscrizione all’albo? la possibilità di non rivelare il nome del titolare effettivo del proprio fiduciante a un intermediario terzo? è una prerogativa che può avere qualche interesse nel campo della riservatezza delle informazioni ma non è poi decisiva. In questi anni, il fatto che i dati del titolare effettivo siano stati comunicati agli intermediari terzi non ha fatto una gran differenza con la clientela, almeno non una differenza significativa.
LORGNA Essere ritornate intermediari di primo livello ai fini della normativa antiriciclaggio e far parte della cerchia dei soggetti controllati da Banca d’Italia, conferisce alle fiduciarie nuova autorevolezza e credibilità. Una considerazione su Assofiduciaria, l’associazione di categoria che mi auguro continui a rappresentare il settore in termini unitari: nella guida dell’attuale presidenza si ritrovano componenti valoriali particolarmente qualificate in termini di competenze, di esperienza e di capacità relazionali con le autorità di controllo. Condivido l’esigenza che le fiduciarie non iscritte nel nuovo elenco ex art. 106 TUB debbano beneficiare di tutela perché ricomprendono figure di professionisti portatori di competenze meritevoli di essere messe a disposizione della clientela.
Che sfide si pongono di fronte alle fiduciarie in questo contesto altamente concentrato ma con margini di rendimento bassi?
GARETTO Siamo tutti concordi nel riconoscere uno scenario che porterà a una concentrazione delle fiduciarie, in un contesto di bassa marginalità nel rendimento delle masse. La sfida che abbiamo è proprio quella di far ulteriormente emergere la professionalità e le competenze che risiedono nelle fiduciarie in quanto sono questi gli elementi che il cliente cerca. Prova ne è il cambio di approccio alla riservatezza: nessuno più cerca una riservatezza assoluta (che lo stesso contesto normativo non permetterebbe) ma ancora forte è il bisogno di una riservatezza “relativa”, che impedisca la diffusione e la comunicazione di dati personali alla generalità dei soggetti terzi. Il mandato fiduciario anche nel nuovo contesto normativo continuerà ad essere un canone comportamentale di certi segmenti di clientela proprio perché quella riservatezza relativa che siamo in grado offrire costituisce lo zoccolo duro di qualsiasi strumento di asset protection, una sorta di livello minimo ancora oggi apprezzato dal cliente. Per riassumere, uno sviluppo caratterizzato dal riconoscimento della competenza facendo far emergere la professionalità e dando il giusto valore alla riservatezza.
VEDANA Credo che uno dei leitmotiv del momento sia la protezione del patrimonio perché uno dei nuovi strumenti a cui si sta lavorando è la creazione di un simil trust che si chiama affidamento fiduciario, uno strumento attraverso il quale si vogliono ottenere quelle finalità di protezione del patrimonio che oggi molto spesso cerca il professionista. Gli Italiani hanno ricominciato a cercare alternative nell’assicurare protezione del loro patrimonio e in questo contesto la fiduciaria è il candidato naturale a svolgere quel ruolo, che sappiamo essere tecnicamente quello del sostituto d’imposta. Un dato oggettivo è che il sostituto d’imposta, richiede risorse sul piano non solo di persone ma anche informatiche. Quindi la risposta migliore la possono dare quelle iscritte all’albo, che già dovranno dotarsi di strutture di back office e strutture informatiche più forti e robuste.
NUMA Parlando di gestioni patrimoniali, che cosa manca nella nostra normativa interna? La programmazione. Perché con il 2645 ter del c.c. il vicolo di segregazione già lo abbiamo; non abbiamo la programmazione. A livello di contratto di affidamento fiduciario non sapevo della commissione interna ad Assofiduciaria per lo studio di questo strumento; ne sono già stati istituiti diversi soprattutto in Liguria e in Lombardia riferiti alla dottrina del Prof. Lupoi.  L’utilizzo è risolutivo delle problematiche di tutela dei soggetti fragili e anche in materia di conflitto di interessi potrebbe essere una soluzione da prendere in considerazione in alternativa al blind trust.
MORETTO Riprendo un attimo il tema del contratto dell’affidamento fiduciario per ricordare anche un altro ambito di applicazione che mi sembra abbastanza sentito: quello relativo alla tutela dei soggetti deboli. Poter contare su uno strumento diverso dal trust, legato e riconosciuto da una normativa italiana, potrebbe essere un’opportunità. Ma prima ancora della definizione dello “strumento”, ciò che ha valore è il livello e la profondità della consulenza prestata: se tutti sosteniamo che le fiduciarie sono centri di competenze, allora dobbiamo riuscire a far apprezzare queste competenze e a farle remunerare. Questo è l’ambito nel quale mi sembra ci sia un percorso praticamente da iniziare per migliorare la redditività di questo business.
BETOCCHI Torno a sottolineare che secondo me il legislatore, che sia Banca d’Italia oppure Mef, dovrebbe fare un passo ulteriore per definire meglio, non tramite un semplice rafforzamento degli obblighi che inevitabilmente alza le soglie quella che potrebbe essere una categoria di fiduciarie che possono toccare certi aspetti. Perché oggi manca ancora un pezzo, altrimenti al contrario delle fiduciarie di banca dove i costi possono essere condivisi mentre le fiduciarie piccole e private rimangono senza avere un ambito di competenze ben definito. Ci vorrebbe maggiore incisività da parte del legislatore. Io sono d’accordo con quello che diceva il collega: c’è una linea rossa di demarcazione che è quella che separa le attività di consulenza fiduciaria da quella finanziaria finalizzata alla raccomandazione di acquisto e vendita; posso infatti fare consulenza a un cliente sulle caratteristiche di un prodotto e su come questo prodotto può entrare più o meno bene all’interno del suo assetto patrimoniale ma mi devo fermare alla linea di demarcazione che è riservata alle raccomandazioni.
NUMA Dissento un po’ da lei per quanto riguarda il trust perché ce ne sono decine di richieste dai giudici tutelari. Esiste comunque una proposta di legge, la 2232, che è già passata alla camera e che è al vaglio del senato, che vede il trust all’articolo 6 come strumento ottimale di gestione patrimoniale per i soggetti deboli. In questo ambito specifico vedo proprio un possibile futuro per le fiduciarie professionali di piccole dimensioni, perché la gestione di un patrimonio familiare a favore di un soggetto fragile è ben distante dalla mera gestione finanziaria: non può essere fatta a distanza, perché la lontananza logistica comporta delle difficoltà e alle competenze tecniche di gestione deve assolutamente essere abbinata una spiccata capacità relazionale. Vedo nella fiduciaria piccola il giusto interlocutore che abbina alle competenze professionali una sensibilità personale difficilmente riscontrabile negli operatori strutturati dove il contatto con il “cliente” è nella maggioranza dei casi in capo a più soggetti. É in questa prospettiva che vedo un futuro per le fiduciarie di piccole dimensioni: professionalità, elasticità, velocità di risposta al Cliente e sensibilità nell’approccio.
Quali sono i possibili scenari che sia aprono per le fiduciarie tra 5 anni?
AMENDOLA Innanzitutto, credo sia importante sottolineare che le fiduciarie, limitatamente all’attività professionale di intestazione di patrimoni, ancora oggi operano in un regime di attività riservata dalla legge. É una riserva che proviene dalla tradizione giuridica italiana ma oggi meriterebbe di essere rivitalizzata e non mancano le proposte, come ad esempio il contratto di affidamento fiduciario elaborato dall’Assofiduciaria. L’attività di intestazioni fiduciaria è essenziale per poter incardinare un’offerta fatta di assistenza nella riorganizzazione dei patrimoni e di prodotti innovativi. Ferme restando queste basi, tuttavia, penso che lo sviluppo dei servizi fiduciari sia soprattutto legato alle costruzioni giuridiche per la soluzione o la prevenzione di conflitti, come la partecipazione a strutture di patti di famiglia o depositi a garanzia.
VEDANA Da qui a 5 anni il mondo sarà ancor più globalizzato, gli investimenti saranno sempre più internazionali, le banche avranno ridotto un po’ la loro forza-lavoro nelle filiali. Penso che le fiduciarie potranno essere un buon interlocutore soprattutto per la clientela che dispone di patrimoni più consistenti, magari dislocati su più banche, italiane ed estere. Quindi da qui a 5 anni vedo tutto sommato le fiduciarie avere ancora un ruolo importante, sicuramente bisognerà avere la capacità di ritagliarselo considerando comunque che i margini sono bassi. È un interlocutore la fiduciaria che però ha un pubblico limitato, quello italiano. Ecco questo ad oggi è, forse, il vero limite che ha la fiduciaria: non può essere un interlocutore per lo straniero se non in rari casi particolari. Ci sarà da capire qual è lo sforzo da fare per acquisire quella capacità per essere un interlocutore non solo per il pubblico delle famiglie italiane ma anche per altre tipologie di destinatari.
GARETTO Il modo per provare a inquadrare diversamente questo limite, cercando di qualificarlo come un vantaggio, può essere quello di pensare nello specifico all’attività di sostituto d’imposta e ai servizi di tax compliance che vedono la fiduciaria sostituirsi al fiduciante per l’adempimento di obblighi tributari, con una conseguente semplificazione degli adempimenti particolarmente percepita per patrimoni complessi e geograficamente articolati. Qui abbiamo meno competizione con realtà estere e la globalizzazione è minore. Completa lo scenario la possibilità di agire come sostituto d’imposta anche rispetto ai beni che possiamo amministrare attraverso lo strumento del mandato senza intestazione, si tratta di un mandato con rappresentanza interessante nell’attuale scenario post voluntary disclosure. Questo nostro ruolo potrà sicuramente caratterizzare il futuro.
BETOCCHI Se dobbiamo rispondere alla sua domanda su quale sarà il mondo delle fiduciarie fra qualche anno, io mi auguro che ci sia un mondo dove, partendo dall’impianto normativo di base, da un lato ci sia una maggiore specializzazione per l’adempimento dei compiti amministrativamente più gravosi, e dall’altro lo, spazio per le fiduciarie di consulenza ai soggetti privati, che possano in qualche modo essere all’ascolto delle esigenze legate ai gruppi famigliari e risolverne i problemi rifacendosi all’impianto normativo originale. Senza escludere che nelle società fiduciarie più grandi ci possa essere anche un dipartimento che si occupa di questa consulenza per soggetti privati, con un front-office di consulenza che possa in qualche modo fare vera e propria consulenza fiduciaria strettamente mirata ai bisogni del soggetto.
LORGNA Sono ragionevolmente positivo in una prospettiva quinquennale sull’operatività delle fiduciarie. Ribadisco che questa legittimazione presso Banca d’Italia potrà’ facilitare ulteriori sviluppi del settore, come ad esempio, sull’estero dove ci sono possibili e interessanti opportunità correlate, in particolare, al richiamato ruolo di sostituto d’imposta delle fiduciarie. Infatti, non dimentichiamo che per la sola operazione di voluntary disclosure del 2015 su complessivi 60 miliardi che sono stati regolarizzati solo 15 sono rientrati fisicamente in Italia, mentre 45, il triplo, sono rimasti oltre confine con le correlate esigenze di attivare le necessarie e continue interlocuzioni operative e relazionali, in particolare con gli intermediari bancari esteri, depositari di consistenti attività finanziarie riconducibili a clientela fiscalmente residente in Italia.
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L’Europa di fronte alla sfida della coesione

Per l’Unione europea la Brexit deve rappresentare la migliore occasione per invertire la rotta e mettere al centro della sua strategia la politica, finora appannata dalle necessità di bilancio

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Per gran parte degli analisti, soprattutto continentali, la Brexit è una specie di Caporetto per i  mercati occidentali, e non solo. Per una specie di contrappasso, poi, la Gran Bretagna sarebbe avviata verso una fase di recessione, più o meno lunga e intensa. Ma è proprio così? Se andiamo a fondo e analizziamo le performance dei singoli Paesi è inevitabile concludere che la Brexit è stata solo il detonatore di una crisi che comincia da lontano. Per quanto riguarda la Gran Bretagna il problema è il doppio deficit, e soprattutto il cronico disavanzo delle partite correnti. «L’ultima volta che il Regno Unito ha registrato un avanzo sul suo conto corrente è stato l’anno in cui l’Italia ha vinto la Coppa del Mondo in Spagna… correva l’anno 1982», è il commento di Steen Jakobsen, chief economist della danese Saxo Bank. E non è finita qui. Il Regno Unito (insieme al Giappone) detiene da un po’ di tempo anche il primato della più bassa produttività tra i Paesi del G7. «Anche senza il referendum il Regno Unito avrebbe accusato nei prossimi mesi un forte rallentamento dovuto alla contrazione degli investimenti nel settore privato, che a sua volta determinerà un aumento della disoccupazione e un calo della fiducia dei consumatori», è il commento di James Tomlins, gestore del team obbligazionario di M&G. Per il leader britannico dell’asset management, inoltre, non si annuncia un recupero rapido della crescita Uk, date le tempistiche siderali dei negoziati di uscita dell’Unione europea che continuano a pesare sul clima di mercato, e una sterlina che rimarrà debole a causa sia di una politica fiscale espansiva sia di una politica monetaria accomodante. Aggredire i mercati extra Ue. In questo contesto, secondo Tomlins, le attività cicliche incentrate sul mercato interno che ottengono le loro forniture dall’estero (è il caso, per esempio, delle catene di abbigliamento) sono in assoluto le più vulnerabili. Chi esporta beni e servizi (per esempio i servizi di istruzione) nei mercati extra Ue potrebbe al contrario ottenere un esiguo vantaggio. Ma i potenziali “vincitori” della Brexit non sono immuni da altri rischi. Per esempio, la Aston Martin è certamente un potenziale vincitore in quanto esportatore internazionale basato nel Regno Unito e non dipende dal mercato di massa europeo. «Tuttavia, deve far fronte a determinate sfide in quanto piccolo produttore di nicchia con costrizioni a livello di capitale in un mercato altamente competitivo», dice lo strategist di M&G. Inoltre, come sottolinea ancora Tomlins, la possibilità di azioni dirette della Bank of England nel mercato del credito incombe anche sui mercati obbligazionari, aiutando a sostenere le valutazioni di mercato. Ma, ovviamente, c’è un limite a quello che la politica monetaria può fare a supporto di un’economia in deterioramento. E anche l’approccio meno austero alla politica fiscale avviata dal precedente governo inglese potrebbe far sperare che, «un’eventuale, anche se possibile, recessione britannica si riveli di dimensioni ridotte».

Primato demografico. È quello che pensano alcuni analisti, sebbene appartengano a un partito di minoranza, anche se compatto. Quello che avverrà nel Regno Unito una volta perfezionate le pratiche di divorzio dall’Unione europea, dicono, è maggiore occupazione e un Gdp (gross domestic product, ovvero il Pil) più forte. «I veri motori della crescita sono la produttività, la demografia, la ricerca di base e l’istruzione, accompagnati da poca burocrazia e interventi dello Stato», spiega Jakobsen. Soddisfa il Regno Unito queste condizioni? Nonostante il Paese gestisca un deficit enorme con l’Europa, è a tutt’oggi uno dei pochi modelli di liberismo in circolazione, e inoltre, entro il 2030, sarà il più grande Paese d’Europa per popolazione. Oltre a quelli economici, ci sono i fondamentali politico-strategici, ben più importanti. «Londra ha l’esercito più forte d’Europa, nonché la più grande concentrazione di mercati dei capitali e di talenti al di fuori degli Stati Uniti», dice lo lo strategist di Saxo Bank. «Se i leader europei vogliono un futuro dell’Europa nella Nato senza la partecipazione attiva dei militari del Regno Unito, i mercati dei capitali di Londra e la domanda dei consumatori inglesi, allora fanno bene a continuare a piangere».
Unione nella tempesta. È ovvio che in una prospettiva di medio-lungo termine, il fattore critico è se la Brexit porterà a una maggiore integrazione o alla disintegrazione dell’Ue. In realtà è difficile negare che la tenuta dell’Unione appare oggi decisamente più fragile, e che ai Paesi più in difficoltà nel perseguire i rigidi parametri di Francoforte-Bruxelles (ovvero la cosiddetta “Periferia dell’Europa”), o a quelli più scettici, perché attratti da altre sfere di influenza economica (come i Paesi dell’est Europa), Londra ha fornito un precedente importante al quale appellarsi, anche a fini elettorali. «In realtà, la questione è sul tavolo da molto più tempo, con la Brexit che potrebbe svolgere un ruolo di catalizzatore in tale situazione», dice Hans Bevers, capo economista di Degroof Petercam Am, «Lo scetticismo nei confronti dell’Europa non è un fenomeno recente. I sondaggi rilevano che solo il 51% dei cittadini dell’Unione europea, in dieci Paesi europei esaminati, guarda con favore all’Ue. La gestione di Bruxelles dell’economia e la crisi dei rifugiati sono due importanti elementi di questa disaffezione». E nella tenuta dell’Europa giocherà un ruolo importante il lungo negoziato per il divorzio dalla Gran Bretagna.
Finale Francia-Germania. È opinione corrente però che l’Unione europea cercherà di vendere all’ex partner il messaggio draconiano «o con noi, o senza di noi», ma le differenze profonde tra la Germania e la Francia sul futuro dell’Unione renderanno impossibile tenere a lungo la linea. La Germania vuole infatti un’Europa riformata, che nella sostanza vuole dire con bilanci in ordine, prima di prendere la strada di un più ampio consolidamento, mentre i francesi vogliono saltare tutte le riforme e arrivare subito a un Superstato europeo, per poi procedere a ritroso con le riforme. «Si tratta di una differenza sostanziale, la cui esistenza lascia ampi margini di baratto, per esempio all’Italia, alla quale sarà concesso il sostegno statale alle banche (sostanzialmente perché l’Europa sarà “sotto attacco” se non lo fa), alla Grecia di ottenere un pass gratuito, e alla Francia di espandere il suo deficit, non solo oltre al 3%, ma quasi all’infinito», dice Jakobsen. Alla fine, una specie di remake delle azioni intraprese dopo la crisi del 2009. «Il problema è che siamo saturi di bassi tassi di interesse e allentamento quantitativo: il 75% di tutti i Qe va a mantenere debito esistente. E, dato che questa è la priorità, c’è poco spazio per tornare a crescere», afferma Jakobsen, «L’Europa ha semplicemente spiazzato investimenti e produttività, cercando di guadagnare tempo, invece di sostenere un modello di mercato dove il capitale è allocato al ritorno del margine più alto».
 
Il proprio ruolo nel mondo. Ma i fattori avversi sono ben altri. In primo luogo l’Europa ha ancora a che fare con un difficile dilemma: come posizionarsi nel mondo globalizzato conciliando allo stesso tempo il ruolo di stato-nazione con la democrazia, mentre l’unione monetaria è ancora lungi dall’essere completata, lasciando aperte le sfide alla propria esistenza? «È improbabile che la zona euro sopravviva nel tempo nella sua forma attuale», spiega Tomlins. Il contesto politico europeo a breve termine, non aiuta affatto la normalizzazione. Anzi rende il quadro ancora più instabile: l’Italia terrà un referendum sulla riforma costituzionale nel mese di ottobre, nei Paesi Bassi di terranno nei primi mesi del 2017 le elezioni generali, seguite a stretto giro dalle elezioni presidenziali.
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Cucinelli, Trocchia e Sidoli eletti CEO dell’Anno ai Le Fonti Awards

Tra le imprese premiate Vodafone, Eni, Unilever e Menarini AXA Italia, Genertel e Reale Mutua trionfano tra le assicurazioni, mentre in campo finanziario si impongono Banca Generali, Arca Sgr e BNP Paribas IP

Grande successo per la seconda serata dei Le Fonti Awards – CEO Summit & Awards, tenutisi giovedì 23 giugno nella cornice di Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, con il patrocinio di Commissione Europea, la media partnership di CorriereEconomia e la sponsorship di Cantine Marisa Cuomo.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]L’evento ha registrato il sold-out con mille persone, 100 società e oltre 50 premiati nella manifestazione del riconoscimento dell’eccellenza italiana.
Il CEO Summit, dal titolo Leadership e innovazione per una crescita sostenibile, ha visto coinvolti Angelo Trocchia, Presidente e AD di Unilever Italia, Eugenio Sidoli, Presidente e AD di Philip Morris Italia, Luca Failla, Founding Partner di LabLaw, Domenico Simone, Membro del Cda di Menarini, Massimo Bartolini, Presidente e AD di Multivendor Service, Riccardo Agostinelli, Name Partner dello studio legale Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners e Gaetano Grizzanti, Founder & CEO di Univisual Brand Consulting.
CEO DELL’ANNO
Il principale riconoscimento come CEO dell’anno è andato a Brunello Cucinelli «per aver dimostrato al mercato italiano e globale come artigianalità e attenzione alle risorse umane siano un modello vincente, in grado di produrre incredibili risultati di business accanto alla valorizzazione dei propri dipendenti e del territorio».
Nelle diverse categorie si sono affermati:
Angelo Trocchia di Unilever Italia come CEO dell’anno per la sostenibilità, mentre CEO dell’anno per l’innovazione è stato incoronato Eugenio Sidoli di Philip Morris Italia, Massimo Scaccabarozzi di Janssen-Cilag è CEO dell’anno per l’Innovazione Farmaceutica, Pasquale Natuzzi CEO dell’anno nel settore Arredo & Design, Ugo Loser di Arca SGR CEO dell’anno nel Risparmio Gestito, Massimo Mancini di Atradius come CEO dell’anno nell’Assicurazione Crediti, Paola Corna Pellegrini di Allianz Global Assistance  CEO dell’anno Assicurazioni Viaggio.
CEO dell’anno nei Servizi di Certificazione digitale è Danilo Cattaneo di Infocert.
ASSICURAZIONI
Direttore Marketing dell’anno Assicurazioni è Marco Mazzucco di Reale Group mentre Eccellenza dell’anno Innovazione Assicurazioni è stata eletta AXA Italia. Ad imporsi come Eccellenza dell’anno Bancassicurazione, Helvetia. A Eurovita il titolo di Eccellenza dell’anno Assicurazione Ramo Vita Indipendente, a Coface è stato assegnato il premio per Eccellenza dell’anno Assicurazione dei Crediti, ad Assiteca la vittoria come Eccellenza dell’anno Intermediazione dei Crediti, mentre MSA Multi Serass si è affermato come eccellenza dell’anno nella Gestione Sinistri in Outsourcing. Eccellenza dell’anno nell’assicurazione Gestione Sinistri è stato eletto ConTE.it, mentre Genertel ha vinto come eccellenza dell’anno Assicurazioni Online. Eccellenza nell’Assicurazione Responsabilità Intermediari Assicurativi è stato eletto CGPA Europe. Ad imporsi come Eccellenza nell’Assicurazione Tutela Legale, D.A.S.
A Afi Esca Italia il titolo di Eccellenza nell’Assicurazione Credit Protection Mutui, a RBM Salute è stato assegnato il premio per Eccellenza nell’Assicurazione Ramo Salute, ad AXA Italia la vittoria come Team Comunicazione dell’anno Assicurazioni, mentre HDI Assicurazioni si è affermato come Team IT dell’anno Assicurazioni.
TRADING E FOREX
 A ActivTrades il premio di Operatore Forex dell’anno, per Banca dell’anno Trading Online la vittoria è andata invece a Binck Bank.
ASSET MANAGEMENT
Ottimi risultati anche per l’asset management: BNP Paribas Investment Partners SGR si è imposto come Eccellenza dell’anno Asset Management Istituzionale per il quarto anno consecutivo, Anthilia Capital Partners SGR è Società di Gestione dell’anno per il Credito alle PMI, mentre Amundi SGR come Società di Gestione dell’anno ETF. Società di Gestione dell’anno Fondi Assicurativi è Consultinvest Asset Management SGR mentre Arca SGR si è imposta come Società di Gestione dell’anno Branding & Comunicazione Finanziaria.
FINANZA
La palma di Banca dell’anno è andata a Banca Generali mentre Mobile Bank dell’anno è stato eletto YouBanking di Banco Popolare. A Gruppo Cassa di Risparmio di Asti il premio per l’eccellenza dell’anno Branding & Comunicazione Finanziaria, mentre la vittoria per l’Eccellenza nel Leasing è andata a Sociétè Génerale Equipment Finance Italia. Come mpresa dell’anno per l’Innovazione nell’outsourcing Servizi Finanziari si è affermato Cabel.
INNOVAZIONE E RICERCA
A Philip Morris il premio Impresa dell’anno Innovazione & Ricerca «per aver posto l’innovazione, a livello di prodotto e di strategia di crescita come proprio pionieristico e vincente modello di business, in grado di cambiare il paradigma del mercato tradizionale.
In particolare per la creazione del polo produttivo in Emilia Romagna e per la realizzazione di prodotti a potenziale rischio ridotto».
COSTUMER RELATIONSHIP
La palma di Impresa dell’anno Costumer Relationship è andata a Vodafone Italia in particolare per il progetto WECARE.
MARKETING & COMUNICAZIONE
A Avis Budget Italia il premio Marketing Team dell’anno Autonoleggio, mentre quello come PR Team dell’anno è andato a Eni. Salmoiraghi & Viganò ha ottenuto il riconoscimento quale Impresa dell’anno Marketing & Comunicazione per la campagna di branding e celebrazione dei 150 anni.
IMPRESE BIOMEDICALI E FARMACEUTICHE
Eccellenza dell’anno Innovazione Strumenti Medicali è Korian-WinMedical, mentre Eccellenza dell’anno Trasporti Industriali Biomedicali è stato eletto Bomi Italia. Ad imporsi come Eccellenza dell’anno Produzione e Distribuzione di Vaccini, Sanofi Pasteur MSD. A Isagro il titolo di Eccellenza dell’anno Innovazione e Sostenibilità Agrofarmaceutica, a MSD Italia è stato assegnato il premio per Eccellenza dell’anno Innovazione Farmaceutica, ad Dompé Farmaceutici la vittoria come Eccellenza dell’anno Innovazione Ricerca e Biotecnologie, mentre Menarini si è affermato come Impresa dell’anno per la Responsabilità Sociale nel Settore Farmaceutico.
IMPRESE EDILI E LOGISTICHE
Innovation-Tec Inn come Impresa dell’anno Innovazione Materiali Edili e Caloni Trasporti-Logistica come Impresa dell’anno Innovazione Logistica.
IMPRESE METALMECCANICHE ED ELETTRONICHE
Saes Getters si è confermato Impresa dell’anno Innovazione Componenti Elettronici, mentre Bruno Presezzi ha vinto il premio Impresa dell’anno Innovazione Settore Metalmeccanico.
IMPRESE E SERVIZI
 Eccellenza dell’anno Innovazione Servizi Assicurativi Telematici è Octo Telematics, mentre Eccellenza dell’anno Innovazione Software per la Sanità è stato eletto Dedalus. Ad imporsi come Eccellenza dell’anno Servizi Telematici Pubblica Amministrazione, Lepida. A Vetrya il titolo di Eccellenza dell’anno Servizi Digitali, a Armundia Group è stato assegnato il premio per Eccellenza Servizi ICT Settore Bancario, ad Multivendor Service la vittoria come Impresa IT dell’anno Servizi Integrati, mentre Tempur + Sealy si è affermato come Impresa dell’anno E-Commerce.
IMPRESE ALIMENTARI E GDO
La palma di Marketing Manager dell’anno Innovazione Alimentare è andata a Luca Zocca di Pedon mentre Eccellenza dell’anno Agroalimentare è stato eletto La Fiammante(Icab). A Cantine Marisa Cuomo il premio per l’eccellenza dell’anno innovazione e tradizione settore vitivinicolo, la vittoria per Eccellenza dell’anno Innovazione nella Grande Distribuzione è andata ad Auchan Retail Italia.
DIREZIONE AFFARI LEGALI
Direzione Affari Legali dell’anno Operazioni Straordinarie è Cementir, mentre Direzione Affari Legali dell’anno Proprietà Intellettuale è stato eletto Versace. Ad imporsi come Direzione Affari Legali dell’anno Lavoro, RAI. Ad Anas il titolo di Direzione Affari Legali dell’anno Corporate Governance.
CONSULENZA
A Europa Benefits il premio Eccellenza dell’anno Servizi per il Welfare Aziendale, per Advisor dell’anno Internalizzazione d’Impresa la vittoria è andata a IC & Partners. Univisual ha ottenuto il premio Advisor dell’anno Brand Consulting, mentre The Boston Consulting Group ha vinto il premio Eccellenza dell’anno Leadership nella Consulenza.
STUDI PROFESSIONALI
Carnà & Partners si è confermato Studio Professionale dell’anno Compliance & Risk Management.
I prossimi appuntamenti saranno a Londra alla Church House Westminster il 14 ottobre, l’11 novembre a Singapore, il 15 novembre a Milano sempre in Borsa Italiana e il 24 novembre a Dubai.
L’Albo d’oro completo dei vincitori 2016 è disponibile a questo link: http://www.lefontiawards.it/vincitori.php

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Energie rinnovabili nella morsa dell’incertezza

La mancanza di un quadro normativo certo, il pesante iter burocratico da seguire, la frammentazione delle competenze e l’assenza di una visione strategica centralizzata spingono gli operatori a cercare sbocchi sui mercati esteri.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il settore delle energie rinnovabili sta vivendo da mesi una situazione di instabilità dovuta alla mancanza di un quadro giuridico chiaro con condizioni certe. Si assiste infatti in Italia a un continuo cambio normativo e delle regole del gioco che non agevola gli investimenti e la crescita del settore. L’articolo 26 del decreto Competitività, ormai legge dall’11 agosto scorso, è stato al centro di svariate dispute: sia perché  in gennaio, è stato cambiato il sistema d’incentivi, sia perché a seguito delle modifiche, il Gestore dei Servizi Energetici (Gse) ha dato il via  a una serie di controlli di tutti gli impianti a cui gli incentivi erano stati erogati precedentemente. Questa situazione di opacità legislativa si è ripercossa  sul mercato italiano, da molti già definito saturo, spingendo gli operatori  a rivolgersi all’estero e a esportare il know how acquisito. Si è quindi creata una spaccatura tra primary market e secondary market: il primo si sposterà verso i paesi emergenti, con la zona subsahariana che diventerà polo strategico per le imprese italiane, il secondo invece si focalizzerà sugli impianti già presenti sul suolo italiano con azioni di modernizzazione, volte ad allungare la vita produttiva di un impianto e migliorarne la produttività. Di questo e dei possibili sviluppi futuri si è discusso alla tavola rotonda «Energie rinnovabili: criticità e nuovi scenari competitivi», organizzata da Le Fonti per World Excellence. All’incontro, moderato da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche Le Fonti, hanno partecipato: Paolo Esposito di Cba Studio Legale, Daniela Sabelli di Curtis Mallet-Prevost Colt & Mosle, Massimo Colicchia di Todarello & Partners, Fabio Baglivo di Lipani Catricalà & Partners, Andrea Ceschina General counsel Asa Group e Diego Porzio fondatore e ceo Alea Quotidia Holding.

Molto è stato detto in questi giorni sulle risorse economiche che sono state messe in atto per il settore delle fonti rinnovabili, quali sono le criticità che sono emerse?
COLICCHIA Al momento la principale criticità del settore, soprattutto fotovoltaico, è rappresentata proprio da alcune questioni riguardanti gli incentivi. Ciò sostanzialmente per due ordini di motivi. Il primo  è legato all’adozione del cosiddetto, “spalma incentivi”, un provvedimento legislativo che ha sostanzialmente ridotto retroattivamente gli incentivi già concessi agli impianti fotovoltaici. Questo ha messo molto in crisi gli operatori, scoraggiando fortemente nuovi investimenti. C’è molta attesa per le decisioni che al proposito è chiamata ad assumere la Corte Costituzionale sulla legittimità della norma. Il settore sta vivendo con molta apprensione alcune azioni di contestazione del diritto alla percezione dell’incentivo recentemente assunte dal Gestore dei Servizi Energetici (Gse). Quest’ultimo, nell’esercizio dei propri poteri di controllo, spesso contesta il diritto all’incentivo, disponendone la decadenza e chiedendo il rimborso degli incentivi già percepiti. In molti casi il GSE pretende addirittura di mettere in discussione la legittimità dei provvedimenti di autorizzazione degli impianti, ormai del tutto “consolidati”, per effetto del tempo trascorso dalla loro adozione, in maniera che sembra del tutto arbitraria.
SABELLI Effettivamente il panorama tracciato dal collega è corretto, occorre però anche evidenziare l’interessante storia che ha caratterizzato l’attività di sviluppo del settore delle energie rinnovabili in Italia. È una storia di successo: siamo già a quota 660mila impianti, con oltre 50mila MW autorizzati e funzionanti, per cui sicuramente la via dell’incentivo è stata premiante. Il problema è sempre lo stesso: la schizofrenia della nostra politica. All’inizio, infatti, si è largheggiato molto per stimolare il settore e poi alla fine, constatato che si è andati oltre o troppo in fretta dal punto di vista delle risorse economiche, si è tirato il freno in maniera non organica. Se, per esempio, in fase d’autorizzazione dei milioni di primi impianti fotovoltaici fossero state date delle linee guida più chiare, fossero stati fatti dei controlli più puntuali in sede di accettazione della domanda, forse oggi non ci troveremmo a dover giocare al poliziotto e il ladro.
CESCHINA Le imprese interessate ad investire in questo settore in Italia devono avere un approccio che tenga in considerazione diversi parametri. Uno di questi è l’esito dei ricorsi contro il decreto “spalma incentivi”: nel momento in cui le varie controversie legali arriveranno a conclusione si avrà un quadro più delineato e chiaro della situazione, che permetterà di valutare in termini più precisi i margini di guadagno degli investimenti riducendone  il grado d’incertezza. Anche l’analisi amministrativistica degli impianti sarà sicuramente uno degli aspetti fondamentali da tenere in considerazione nella valutazione di un asset. A questo proposito, infatti oggi è necessaria un’analisi quanto mai approfondita del procedimento autorizzativo degli impianti, al fine di circoscrivere il più possibile il rischio di revoca o sospensione, aspetti che incidono in modo rilevante sia sul ripagamento del debito che sulla sopravvivenza, nel medio-lungo periodo, dell’investimento stesso.
BAGLIVO Sono in linea con quanto detto sino ad ora; il titolo “Criticità e scenari competitivi” sintetizza a pieno la questione essenziale, ovvero la necessità di garantire agli operatori economici che intendono investire nel settore un quadro giuridico chiaro e condizioni di investimento certe. Il provvedimento cosiddetto “spalma incentivi” rappresenta soltanto l’epilogo di una tendenza iniziata già da qualche anno. L’ulteriore criticità è rappresentata dal fatto che l’intervento odierno su tariffe già riconosciute comporta una modifica unilaterale peggiorativa di convenzioni che sono a tutti gli effetti “negozi di diritto privato” e che dovrebbero garantire una predeterminata incentivazione. In questo quadro si inserisce anche il tema della tutela giurisdizionale, che è altra condizione essenziale per valutare un investimento.
PORZIO Mi occupo dal 2006 di fotovoltaico, ho costruito oltre 270 impianti e nel corso del tempo la cosa drammatica è stata il continuo cambio normativo e delle regole in gioco. Non si riusciva a pianificare un progetto, per un’azienda o un investitore, che si doveva correre per cambiare qualcosa. A questo si è sommato la mole degli impianti che è arrivata al Gse a causa di incentivi troppo generosi, che ovviamente ha avuto enormi difficoltà a gestire un tale numero di richieste. Il settore del fotovoltaico sta ancora subendo la generale incertezza normativa, ma è ormai un settore consolidato e con grandi potenzialità di crescita, senza incentivi, non più necessari, il settore si è stabilizzato, la tecnologia è affidabile e si sta puntando sui Seu, i Sistemi Efficienti d’Utenza, cioè fare gli impianti in generazione distribuita sulle aziende che autoconsumano in loco.
ESPOSITO Quella sugli incentivi al fotovoltaico è stata una politica scellerata: all’inizio sono stati offerti incentivi immotivatamente generosi, che hanno attratto frotte d’investitori. Resosi conto dell’impatto devastante sulle bollette elettriche dei consumatori, il governo ha pensato bene di riparare il danno provocandone uno maggiore: ha ridotto gli incentivi con effetto retroattivo, dando un colpo micidiale alla certezza del diritto e, come accennavano prima gli operatori del settore, il grado di certezza del diritto è la prima cosa che guardano gli investitori. Stiamo parlando di contratti che erano stati firmati fra due parti, in cui una si impegnava per i successivi vent’anni a pagare un certo incentivo per l’elettricità acquistata e a un certo punto, unilateralmente, decide di ridurre la misura di tale incentivo. Questa è una cosa che non esiste in alcun mercato civilizzato. Inoltre, sono state date direttive chiarissime al Gse di revocare il diritto agli incentivi in tutti i casi in cui fosse stato possibile. Il Gse ha dato applicazione con eccessiva rigidità, dando luogo ad un crescente contenzioso che, purtroppo, vede l’apposita sezione del Tar Lazio quasi prona sulle posizioni del Gse.
Il sistema degli incentivi, non solo per il fotovoltaico è destinato a cambiare?
COLICCHIA Le misure di incentivazione delle altre forme di energia prodotta da fonti rinnovabili non sembrano paragonabili alle precedenti misure. Oggi, in sostanza, si ritiene che gli incentivi in questo settore non siano più necessari e che le fonti rinnovabili abbiano raggiunto un livello di sviluppo tale da essere divenute economicamente sostenibili in modo autonomo. Ciò risulta senz’altro corretto, anche se non fa venir meno la criticabilità della “schizofrenia” che, come si è più volte detto nel corso di questo dibattito, ha portato tutto a un tratto a cambiare le regole sulla cui base, solo poco tempo addietro, gli operatori avevano assunto le proprie scelte imprenditoriali, con grave sconcerto degli investitori italiani e stranieri.
Le diverse regioni creano regole diverse e non c’è uniformità. Che effetto ha avuto questa differenziazione sul mercato e sugli investitori stranieri?
SABELLI Questa è una caratteristica del nostro paese, siamo stati abituati a vedere delle amministrazioni regionali non uniformi, ciascuna regione ha un proprio approccio rispetto al rilascio della autorizzazioni. E’ pur vero che è un paese complesso con tante tematiche ambientali, ma questo non facilita soprattutto gli operatori stranieri che cercano maggiore certezza e stabilità. Oggi non c’è molto spazio per chi intende effettuare nuovi investimenti in nuovi impianti, forse perché il mercato è già in parte saturo. Motivo per cui nel panorama delle fonti energetiche non fossili stiamo assistendo al fermento del secondary market, quindi alla compravendita d’impianti già realizzati, e delle grandi aggregazioni tra operatori.
CESCHINA La frammentazione della normativa regionale, unitamente ad nazionale già di per sé articolata, è oggi un elemento di criticità nel secondary market. Per appurare la redditività di un investimento, legata anche alla capacità di un asset di accedere agli incentivi statali, è, infatti, fondamentale la verifica rigorosa del rispetto delle normative che regolano la realizzazione degli impianti. Questo è uno dei principali elementi da tenere in considerazione nell’analisi e nella valutazione di un investimento nel settore renewables.
BAGLIVO Il nostro sistema di giustizia amministrativa ha un forte radicamento regionale. Questo a volte determina l’introduzione nei giudizi di tematiche meramente locali, connesse ad una percezione dell’investimento, soprattutto se internazionale, come forma velata di speculazione. Se un investimento viene visto come speculazione, è pressoché matematico che produca contenziosi, spesso incentrati su presunte problematiche ambientali che nella realtà nascondono il vero obiettivo di tutelare le diverse “sovranità” energetiche locali. C’è dunque anche un tema di percezione sistematica non sempre favorevole degli investimenti in materia di energie rinnovabili. Da questo punto di vista, l’esperienza conferma che l’elevato tasso di litigiosità scoraggia gli investimenti, essendo visto come un fattore di rischio non ponderabile a priori.
Esistono altre soluzioni oltre al secondary market oppure il mercato italiano delle energie rinnovabili è saturo?
PORZIO Oltre al secondary market, c’è una grande attività per quanto riguarda l’operation and maintenance. La corretta manutenzione e gestione degli impianti é fondamentale, ci sono tantissimi impianti incentivati che vanno per la metà. Come azienda stiamo proponendo l’assistenza a 360 gradi ai proprietari degli impianti, proponendo preliminarmente dei check-up tecnici sul corretto funzionamento dell’impianto, per proporre successivamente la completa gestione compresi eventuali revamping e migliorie, stando molto attenti a rispettare le linee guida e i regolamenti del Gse che spesso non sono chiari.
ESPOSITO Uno dei benefici dello sviluppo delle rinnovabili in Italia è d’aver creato un know how piuttosto forte che ha consentito ad alcuni operatori di andare in altri Paesi con successo, cito per tutti Enel Green Power. Per quanto riguarda il mercato italiano, le operazioni straordinarie si sono spostate dal mercato primario al secondario. Sia nell’eolico che, soprattutto, nel fotovoltaico c’è una produzione molto frammentata che sta spingendo diversi operatori, sia industriali che finanziari, a porsi quali aggregatori del mercato, fortemente interessati a creare una massa critica. Ci sono anche investitori stranieri che stanno investendo qui e raccolgono fondi anche all’estero, perché tutto sommato c’è ancora una redditività interessante che giustifica il rischio “certezza del diritto”.
Come si è mosso il mercato italiano oltre il fotovoltaico? Ci sono altre fonti d’energia sostenibile redditizie?
COLICCHIA Rimane senz’altro molto vivace l’interesse per l’idroelettrico, ancora la principale fonte rinnovabile in assoluto che si fonda sullo sfruttamento della forza motrice dell’acqua. Negli ultimi cinque anni ho visto un certo fermento anche nel settore della geotermia, che nel 2010 è stata protagonista di un intervento legislativo di liberalizzazione, perché è stato approvato un provvedimento che ha eliminato un sostanziale monopolio a favore di Eni e Enel. C’era, infatti, una legge dell’86, oggi abrogata, per cui l’utilizzo della geotermia era sostanzialmente appannaggio di questi due operatori che a parità di condizioni erano preferiti ad altri. Si sono quindi affacciati sul mercato diversi altri operatori.
SABELLI Sicuramente lo sviluppo di altre tipologie di energie rinnovabili è un po’ più appannaggio dei grandi gruppi e questo anche in ragione dei maggiori investimenti richiesti rispetto, per esempio, al fotovoltaico. Basti pensare al know how richiesto per investire in geotermia, che sicuramente è un settore molto interessante. Dal punto di vista del supporto che un consulente legale può dare ad un’azienda, ritengo molto più stimolante ed interessante affiancarla anche nella fase di sviluppo e di individuazione di nuovi settori e nuovi investimenti, piuttosto che limitare l’attività alla mera consulenza legata ad un’operazione di compravendita di un impianto. Si stanno aprendo nuovi mercati. Si possono aprire nuovi mercati e nuove prospettive per le aziende italiane e questo è un bene perché in Italia il mercato degli investimenti è un po’ saturo.
Quali sono gli aspetti più difficili che si può trovare a fronteggiare un’azienda italiana che va all’estero?
CESCHINA Fondamentalmente le prospettive sono tre: il secondary market in Italia, l’attività legata all’O&M (ovvero gestione e manutenzione degli impianti) e l’ asset management e, infine, lo scenario legato all’internazionalizzazione delle imprese. In merito a quest’ultimo tema, i parametri da seguire sono la conoscenza del quadro economico e politico del Paese in cui si vuole investire e, inoltre, dell’impianto normativo vigente. Ritengo che l’Africa del Nord sarà sicuramente un’area di grande interesse per le aziende italiane. In secondo luogo, occorrerà prendere in considerazione l’aspetto normativo previsto dal paese individuato in tema di autorizzazione alla costruzione di impianti alimentati da fonte rinnovabile ed eventuali incentivi statali. In conclusione, sarà più appetibile il paese che darà più stabilità e sicurezza sia da un punto di vista geo-politico che normativo e che permetterà alle aziende che decidono di investire in quell’area di definire un business plan che presenti la minor percentuale di variabili. Ovviamente la scelta del paese in cui investire non va fatta guardando il ‘qui e ora’, ma serve una previsione, nel medio-lungo termine, circa le capacità di sviluppo del paese stesso.
BAGLIVO Condivido il dato di fondo, credo che si tratti di un mercato nazionale tutto sommato saturo nella prospettiva con cui lo abbiamo guardato sino ad oggi. C’è un tema, presente, di mantenimento degli impianti attualmente in opera ed alcuni, futuri, connessi all’auto produzione ed allo smaltimento degli impianti alla fine del ciclo produttivo. In tutti questi ambiti il know how acquisito dalle imprese italiane consentirà non solo di individuare nuovi spiragli nel mercato interno, ma soprattutto di esportare in alcuni Paesi che sino ad oggi non hanno sviluppato le proprie potenzialità energetiche tutto il bagaglio di esperienza e di tecnologia formatosi in questi anni.
PORZIO A mio avviso il mercato italiano del fotovoltaico ha la grande opportunità dell’autoconsumo dell’energia prodotta da parte degli utenti. Noi, per esempio, andiamo a proporre alle aziende di fare un impianto fotovoltaico dimostrandogli che è conveniente anche senza incentivi. Purtroppo, spesso, le aziende hanno altre priorità aziendali e non riescono ad accedere al credito, quindi proponiamo il noleggio. Anche questa iniziativa soffre l’instabilità normativa, però le aziende la stanno apprezzando. Per gli impianti già esistenti una grande futuro ci sarà con lo storage, l’accumulo di energia in eccesso non auto consumata istantaneamente.
ESPOSITO Ci sono potenziali di crescita molto alti: se ciò non avviene già in questa fase è per due prevalenti motivi: gli accumulatori, non sono pienamente efficienti e sono ancora molto costosi; l’eliminazione degli incentivi e la riduzione del costo dell’elettricità richiedono una ulteriore riduzione dei prezzi degli impianti perché questi possano produrre con profitto.  Un trend interessante del mercato, soprattutto fotovoltaico, è la progressiva riduzione della taglia degli impianti: assume sempre più importanza la figura del produttore-consumatore. Questo impone un cambio di modello di business. Quanto all’internalizzazione, gli avvocati hanno un grosso limite, dato dal diritto in cui operano e per il quale sono abilitati. Quello che può fare un avvocato italiano nell’assistere un’azienda italiana che va all’estero è il trait d’union tra il cliente e l’avvocato locale ma non è un gran business!
Melania Mauri
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Dal Friuli Venezia Giulia a Mosca in bicicletta per solidarietà ecco chi sono i protagonisti del progetto Ride to Moscow

Dal 29 luglio al 14 agosto Paolo Ferraris, Alessandro Ferraris e Arturo Giustina pedaleranno per oltre 2.500 km da Ronchi dei Legionari (Go) alla Piazza Rossa in una raccolta fondi per dare un futuro agli orfani russi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Paolo Ferraris, Alessandro Ferraris e Arturo Giustina. Sono loro i protagonisti del progetto Ride to Moscow, l’iniziativa solidale organizzata dall’associazione GEOforCHILDREN che dal 29 luglio al 14 agosto 2016 li porterà a pedalare per oltre 2.500 chilometri da Ronchi dei Legionari (Go) fino alla piazza Rossa di Mosca. L’obiettivo è sostenere il fondo “Una porta per la vita” in favore dei ragazzi orfani russi per dare loro un futuro.

Paolo Ferraris, imprenditore di 53 anni e presidente di GEOforCHILDREN, Alessandro Ferraris informatore medico scientifico sessantenne e Arturo Giustina imprenditore nell’ambito del fitness e del benessere di 55 anni, tutti amanti dello sport e dei viaggi, diventano testimoni e promotori di solidarietà. Cosa vi ha spinto a impegnarvi in questo progetto? «La curiosità di vedere quanto un’impegnativa impresa sportiva a fondo sociale possa smuovere gli animi della gente», spiega Paolo Ferraris ideatore del progetto. Per Alessandro Ferraris la sfida non è solamente «ripetere l’esperienza e la forte emozione che vissi nel lontano 1994 quando raggiunsi in solitaria Parigi in bicicletta, ma soprattutto contribuire con la mia fatica alla nobile impresa di aiutare la GEOforCHILDREN». Spingerà sui pedali con uno spirito nuovo Arturo Giustina: «La finalità non è sportiva, ma umanitaria. Ho fatto molto sport nella vita ambendo sempre ad un risultato sportivo; ora sono veramente felice di poterlo fare per aiutare chi non è stato così fortunato».
2.520 km sui pedali sono molti: cosa temete di più? «Imprevisti e problemi fisici», rispondono i fratelli Ferraris. «Temiamo tutto quello che non ci permetta di ripartire il giorno dopo». Per Giustina la vera incognita sono le strade: «Dovendo fare più di 150 km al giorno ogni imprevisto allungherebbe il tempo di percorrenza diminuendo quello di recupero». La preparazione a percorrere una simile distanza è sia fisica sia mentale. Giustina ha preparato una tabella di allenamento seguendo un regime alimentare equilibrato, Paolo Ferraris vuole arrivare alla partenza con almeno nelle gambe 9-10.000 km percorsi nel 2016.
Quale il messaggio porterete in Russia? «La sofferenza sociale ha bisogno di aiuti reali e non di barriere politiche, religiose, confini e sanzioni», dice Paolo Ferraris. Gli fa eco Alessandro: «Tutti noi possiamo fare qualcosa di positivo per gli altri, anche se vivono a oltre 2.500 km di distanza e non li si conosce». Il messaggio di cui si fanno portatori è universale: «La solidarietà non conosce confini», affermano i tre perché, in questa loro impresa, vogliono trasmettere il senso del dono. «Non bisogna dimenticare lo scopo del progetto: ogni donazione andrà ai giovani russi», ricorda Paolo Ferraris. Un piccolo contributo perché «tutti in qualche modo e nel nostro piccolo possiamo contribuire a rendere migliore la vita di chi soffre», aggiunge Giustina. Alessandro Ferraris lancia un’idea: «Quando ci troveremo a festeggiare un compleanno nelle nostre famiglie facciamo due regali: uno doveroso al festeggiato, l’altro a GEOforCHILDREN».
L’adesione a “Ride to Moscow” è aperta anche alle aziende con la possibilità di “firmare” una tappa o sostenere il viaggio dei tre imprenditori. Tutti i soldi raccolti saranno versati sul fondo “Una porta per la Vita” e impiegati per aiutare i giovani in difficoltà. Al fianco dell’associazione sono già scese in campo Starbene Group, Geoclima e l’agenzia di comunicazione EoIpso oltre alle associazioni Bisiachi in Bici e Ichona bike. Hanno inoltre dimostrato interesse all’iniziativa Zamil, GMC Refrigerazione, Cesped, Climetal, Al.ste srl, Rosenberg Italia, Clima Tech e Geoflange.
Tutti gli aggiornamenti sull’iniziativa verranno pubblicati sul sito www.geoforchildren.org .
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