Lavoro

Fondi Europei: eccezionale opportunità di sviluppo e di crescita

L’Unione Europea dispone di diversi programmi di finanziamento ed eroga fondi diretti o indiretti

Il lavoro in un tocco

L’obiettivo dell’App è quello di creare un contatto tra la richiesta e l’offerta di lavori occasionali di piccola entità.

Nasce Delò, il locker refrigerato per la consegna di cibi pronti in sicurezza per la fase 2 del lockdown

Ipotizzando una fase 2 dell’emergenza COVID-19  in cui molte aziende riapriranno, ma probabilmente mense e bar non potranno più essere presi d’assalto in pausa pranzo, Streateat lancia Delò, il primo locker refrigerato al mondo per numero di scomparti/boxin cui ricevere un pasto diverso ogni giorno, confezionato in atmosfera modificata (ATP)

Mense e bar presi d’assalto in pausa pranzo probabilmente saranno per ancora molti mesi un lontano ricordo. E’ infatti molto probabile che, in una fase due dell’ emergenza,  in cui alcune attività produttive riapriranno, il modo in cui vivremo la pausa pranzo sarà molto diverso. Mentre qualcuno già pensa di ricorrere alla tradizionale “schiscetta”, ovvero il pranzo portato da casa e consumato davanti al PC, Streeteat (http://www.streeteat.it), la startup fondata nel 2015 da Giuseppe Castronovo, nata come un aggregatore di food truck, lancia proprio in questi giorni Delò, il primo e unico locker refrigerato al mondo che permette, a chiunque lo abbia installato nei propri uffici, di scegliere il piatto che più preferisce, trovandolo in poco tempo nello scomparto assegnatogli.

Delò permette tramite un’app o da desktop di scegliere i pasti tra i 10 offerti settimanalmente e riceverli durante la pausa pranzo alla giusta temperatura e in estrema sicurezza, in linea con le norme anti contagio che sempre più si stanno consolidando come abitudini: i piatti, infatti, sono confezionati in ATP e consegnati all’utente all’interno di uno dei 48 scomparti del locker senza quindi alcun contatto diretto con il driver e senza scambio di contanti.

A differenza dei tradizionali servizi di delivery, Delò è organizzato in modo tale che possano essere consegnati, contemporaneamente fino a 48 pasti completi.

Il locker può facilmente essere inserito nei coworking e nelle grandi aziende per offrire al personale non solo un servizio innovativo, sicuro e comodo, ma anche un’esperienza culinaria in linea con il loro mood del momento.

Delò è un progetto su cui abbiamo lavorato per più di un anno– spiega Giuseppe Castronovo, CEO e founder di Streeteat – presentarlo oggi significa per noi non solo offrire una nuova esperienza culinaria ai lavoratori per la loro pausa pranzo, ma dare una una concreta soluzione ad un problema che, con il rientro alla normalità, dovrà essere preso in considerazione. Non possiamo più immaginare spazi ristretti come bar e mense sovraffollati: si dovranno proporre nuove soluzioni per il pranzo per evitare assembramenti e Delò, va incontro proprio a questa nuova esigenza delle aziende e non solo”.

Innovativo, sicuro e comodo: il progetto Delòdedicato alle aziende è un’esperienza emozionale
Nata come un’app che permetteva agli utenti di trovare il food truck più vicino, Streeteat ha cambiato strada in questi 5 anni di attività, aprendosi ai mercati degli eventi e dei catering ottenendo grandi risultati: la sua Food Court in Breranel 2018, creata in occasione del Fuori Salone, è stato un vero e proprio hub sociale, dedicato al cibo, all’eco-sostenibilità e alla sharing economy, ottenendo successo e consensi.

La prima grande metamorfosi di Streeteat è avvenuta durante questo evento: da app digitale e immateriale che aggrega food truck, punto di incontro virtuale tra domanda e offerta, a luogo fisico e reale di esperienza e condivisione.

Il passo successivo è stata la creazione di Delò, un servizio innovativo, comodo e sicuro attraverso cui fornire un’esperienza diversa e unica per la pausa pranzo dei lavoratori e che oggi si propone come alternativa alle code infinite in mense e bar sovraffollati.

La scelta dei piatti non è suddivisa a seconda dei propri gusti ma si basa sul lato emotivo. Streeteat, infatti, ha declinato quattro categorie che rispecchiano l’umore dell’utente: In cucina, In viaggio, Di corsa, Con rispetto.

Le opzioni tra cui scegliere non solo vogliono delineare quattro differenti tipologie di esperienze culinarie, ma anche regalare un momento emozionale ai fruitori del servizio.

Con Delò intendiamo rivoluzionare il concetto stesso di pausa pranzo con un servizio agile, innovativo e sicuro puntando anche sull’emozione. Delò permette di offrire ai dipendenti una pausa pranzo qualitativa con un alto valore in termini di innovazione e socialità. Insieme al locker abbiamo sviluppato un’area Delò realizzando un ambiente confortevole e accogliente, in cui quando ci saremo lasciati tutto alle spalle, sarà possibile tornare a gustare insieme il piatto ricevuto.” afferma Castronovo.

Innovazione, cultura, condivisione e sostenibilità: l’eatlosophy di Streeteat
Streeteat ha in mente di sviluppare una nuova filosofia del cibo, chiamandola propriamente eatlosophy, basandola su quattro pilastri: innovazione, cultura, condivisione e sostenibilità.

In questa nuova filosofia risiede il voler sviluppare il momento del pasto facendolo diventare un’esperienza di condivisione e socializzazione che porta a sentirsi a casa, in qualunque momento e in qualunque luogo perché al centro dell’eatlosophy ci sono le persone e i loro stati d’animo.

Dalla eatlosophy è nato Delò e tutti gli altri progetti che verranno lanciati nei prossimi mesi da Streeteat che sarà il nuovo punto di riferimento delle aziende in materia di cibo e di condivisione: su http://www.streeteat.it sarà possibile per gli utenti scoprire i piatti e il concept Delò mentre per scoprire su https://business.streeteat.it/it le aziende potranno prendere parte alla eatlosophy.

Streeteat
Streeteat è una startup fondata nel 2015 da Giuseppe Castronovo, CEO e founder.
Inizialmente nasce come un aggregatore di food truck attraverso l’utilizzo di un’app per poi divenire un vero e proprio marketplace richiesto agli eventi. Sviluppa poi un servizio di catering per creare successivamente Food Court per grandi eventi come quello del Fuori Salone di Milano.

Il suo team, si trova a Milano nell’ex Fabbrica Richard Ginori, dove Streeteat ha creato un vero e proprio showroom all’interno del quale è possibile trovare vari food truck e vedere in anteprima Delò.

Percorsi di crescita e l’importanza del recruitment

Nicola Lavarino, people & communication director, spiega come Uriach intende diventare tra le società più virtuose nel campo delle politiche di reclutamento

 

Crescita è la parola d’ordine di Uriach. La branch del Gruppo farmaceutico spagnolo, dopo aver consolidato la propria presenza sul mercato italiano diventando il sesto polo della nutraceutica grazie a Laborest, AR Fitofarma e Progine Farmaceutici, vuole giocare un ruolo da protagonista in ambito HR, puntando all’espansione del proprio organico interno. In Italia, oggi il gruppo Uriach conta 71 dipendenti e 255 agenti (di cui 23 venditori). La rete di venditori è cresciuta grazie all’ampliamento del business, mentre l’incremento degli informatori scientifici si è registrato soprattutto grazie all’acquisizione delle ultime due società italiane. Ora Uriach vuole rafforzare i vari dipartimenti, come quello delle Risorse Umane, dell’Amministrazione, di Ricerca e Sviluppo, e prevede nel corso del 2019 l’inserimento di una decina di nuovi dipendenti a livello complessivo. New Pharma Italy ha raggiunto Nicola Lavarino, People & Communication Director di Uriach, che spiega in che modo Uriach si propone di diventare tra le società più virtuose nell’ambito delle politiche di reclutamento.

Nell’ambito del processo di selezione, quali sono i valori che prendete in considerazione?
A guidarci nel nostro business e nel nostro percorso di crescita sono i valori che ci contraddistinguono: unity, resonance, intensity, ambition, confidence, history, che sono l’acronimo di Uriach. Nel momento in cui selezioniamo una nuova risorsa però, prima ancora della condivisione dei nostri valori, quello che cerchiamo è la giusta attitudine del candidato, in modo che possa contribuire concretamente alla crescita dell’azienda. Il processo di selezione infatti è piuttosto lungo e, in base alla posizione aperta, può variare mediamente tra un mese e mezzo e due mesi. Per noi questa fase costituisce un momento estremamente importante a cui prestiamo grande attenzione perché ogni persona che lavora con noi è fondamentale per il successo dell’intera squadra. Per far meglio emergere la personalità del candidato, il recruitment di Uriach Italia supera il tradizionale modello di colloquio: non un confronto statico tra selezionatore e candidato, bensì interviste personalizzate e test psico-attitudinali svolti attraverso attività ludiche.

Dopo la fase di selezione, come avviene l’inserimento delle risorse?
Anche in questo caso, ricorriamo all’utilizzo del gioco per meglio coinvolgere i dipendenti e farli sentire parte attiva di un progetto più grande. Fase che percorriamo insieme attraverso l’on boarding game: un modo ludico per spiegare i nostri valori, chi siamo, la nostra storia. Durante questo gioco viene consegnato il passaporto, un documento che accompagna la persona durante tutto il suo viaggio con noi. Lavorare in Uriach significa infatti fare un viaggio in cui si incontrano nuove persone e si fanno nuove esperienze. Il passaporto quindi è un documento che attesta il viaggio di ogni risorsa, un viaggio all’insegna dell’arricchimento e della crescita personale e professionale.

Quali sono le vostre strategie a livello di welfare aziendale?
Sono le risorse a essere al centro della politica di welfare aziendale di Uriach, le cui azioni non sono da intendersi solamente come riconducibili alle agevolazioni fiscali. Il nostro obiettivo principale è quello di creare un ambiente che mira a far star bene le persone che lavorano da noi, al fine di far emergere tutto il loro potenziale. La comunicazione passa attraverso le persone, diamo  quindi molta importanza agli incontri, che siano riunioni di update, riunioni di team, social hour, eventi o semplici momenti informali di ritrovo nell’agorà aziendale. Esempi tra i tanti sono l’orario molto flessibile, gli spazi relax e zone creative all’interno degli uffici e soprattutto l’attenzione che diamo ai compleanni delle nostre persone. Inoltre non mancano percorsi di formazione interna ed esterna con lo scopo di sviluppare le persone e quindi l’azienda.

Riguardo ai giovani da avvicinare a un settore come la nutraceutica, quali sono le vostre iniziative?
Uriach è partner del Master in Nutraceutica presso l’Università di Pavia. Alcuni giovani che hanno frequentato il master hanno avuto l’opportunità di fare degli stage in azienda e, in alcuni casi, sono stati anche assunti. Recentemente abbiamo avviato dei colloqui per offrire una posizione di stage nel settore marketing ad alcuni studenti di un ateneo milanese. Abbiamo inoltre in programma di fare un tour che coinvolgerà alcune università italiane per offrire una testimonianza del nostro case study. Siamo una realtà in crescita, ma già nota. Lo dimostra la gran quantità di CV che riceviamo regolarmente. Ora vogliamo essere presenti più capillarmente e aumentare la conoscenza della nostra azienda. Il nostro interesse è comunque rivolto anche ai professionisti senior. In Uriach riconosciamo e apprezziamo sia l’esperienza di chi ha un percorso professionale alle spalle sia l’entusiasmo di chi è ancora all’inizio. Crediamo in tutte le persone che possono offrire il loro prezioso contributo all’azienda.

Il Trump Bump alla prova del Congresso

L’attesa riforma fiscale darà slancio agli utili delle imprese americane. E favorirà il mercato dell’equity, con i titoli tecnologici in pole position

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]La riforma sanitaria è morta, lunga vita alla riforma fiscale». Le parole sono di Stephen Mitchell, head of strategy global equities di Jupiter Asset Management, a commento dei primi cento giorni di presidenza di Donald Trump. Se è vero che le prime settimane del mandato hanno stimolato i rendimenti dell’azionario globale, il meno convenzionale tra tutti i presidenti Usa deve ora rimboccarsi le maniche e mettere mano ad alcune riforme, soprattutto quelle delle tasse e della regolamentazione,  promesse in campagna elettorale per mantenere lo slancio positivo. Il rialzo dei mercati azionari globali a seguito dell’elezione di Donald Trump è stato, infatti, generato dalle aspettative, finora in gran parte non concretizzate, che la sua presidenza avrebbe dato inizio a un’epoca di bassa tassazione, deregolamentazione del mercato e investimenti nelle infrastrutture. Generando così una crescita degli Stati Uniti, con un effetto a catena positivo sull’economia mondiale.
È opinione di molti strategist che certamente la sua elezione abbia aiutato a cambiare orientamento degli investitori americani, contribuendo al cosiddetto Trump Bump, ma per quanto riguarda l’economia globale il 45° presidente degli Stati Uniti ha anche avuto la sua buona parte di fortuna. «Trump si è avvantaggiato di ben due situazioni favorevoli nei primi giorni della sua presidenza», spiega Mitchell «È stato eletto quando i mercati mondiali iniziavano a sentire gli effetti benefici del nuovo pacchetto di stimoli messo in campo dalle autorità cinesi all’inizio del 2016, per vivacizzare un’economia rallentata da un impulso anticorruzione. E poi, anche la ripresa del prezzo del petrolio è stata una manna per l’America: dopo essersi aggirato intorno ai 30 dollari al barile nella prima metà del 2016, il petrolio è ora saldo intorno ai 50 dollari, un livello a cui un buon numero di società di shale gas riesce a far girare i propri impianti di estrazione in modo produttivo, con l’effetto di una ripresa nella produzione industriale».
Gli astri finora si sono allineati a favore di Trump. Ma a far decollare i mercati Usa ha contribuito, almeno fino a oggi, anche un reale supporto verso le sue politiche da parte della comunità imprenditoriale, che si è tradotta in una maggiore fiducia per le prospettive dell’economia da parte delle piccole imprese e anche da parte dei consumatori.
La creazione di nuovi posti di lavoro e le nuove assunzioni sono in crescita, e la disoccupazione è scesa al 4,5% a marzo 2017 rispetto al 4,8% di ottobre 2016, il mese precedente la sua elezione. Trump, da uomo d’affari quale è, ha anche corteggiato le grandi corporation del Paese, istituendo un Business advisory council, ovvero una piattaforma che consentirà a 17 dirigenti di società del calibro di Pepsico, JP Morgan e Boeing, di influenzare ed elaborare politiche business-friendly. «Sapere che questi titani dell’industria godono dell’attenzione del presidente e che stanno offrendo una guida è rassicurante. Inoltre sembra davvero che il presidente vi presti ascolto», dice Mitchell.

Riforma fiscale. Al momento, l’effetto del Trump Bump sembra essersi affievolito, dato che i tre pilastri su cui si è fondato il rally del mercato azionario sembrano sempre più instabili, e alcuni si chiedono se ci sia un gap tra le aspettative e la reale capacità del nuovo presidente di tenere fede alle promesse fatte. Soprattutto dopo il fallimento della riforma sanitaria, in molti si chiedono quale sia la sua reale capacità di implementare altre misure e dopo il Trump Bump si comincia a parlare di Trump Slump, ovvero crollo di Trump. «Crediamo che questo pessimismo circa le capacità di concretizzazione di Trump potrebbe rivelarsi eccessivo», spiega Mitchell.  «Dal nostro punto di vista, Trump avrà buoni margini per portare a termine la riforma delle tasse, potrebbe fare significativi passi avanti nell’area della regolamentazione, anche se probabilmente deluderà le aspettative sulle infrastrutture».

Ma quali sono i pilastri della riforma fiscale di Trump?
 Considerando che gli stati Uniti hanno una corporate tax relativamente alta, pari al 35%, molte aziende americane scelgono di non riportare in patria i profitti ottenuti con attività oltre oceano. Si stima che le 500 più grandi aziende americane posseggano tra i 2,1 e i 2,5 trilioni di dollari in liquidità all’estero per evitare quella che considerano una tassazione punitiva. Il rimpatrio dei fondi con una «tax holiday», che assegna alle aziende una precisa finestra temporale entro la quale i profitti maturati all’estero vengono tassati solo al 10%, potrebbe vedere il rientro negli Stati Uniti di molti capitali che possono essere utilizzati per investimenti o operazioni di m&a.
«Dal nostro punto di vista, potrebbe essere uno scenario possibile, la cui implementazione non richiederebbe tagli alla spesa in altri settori per modificare la legge, e sarebbe quindi un approccio win-win per le politiche America First di Trump», spiega Mitchell. Altre riforme del sistema di tassazione, incluso il taglio della corporate tax al 20%, sembrano essere invece più problematiche, poiché dovrebbe essere finanziato da tagli di bilancio difficili da attuare considerando che gli Stati Uniti hanno già un debito di 19 trilioni di dollari e che i partiti in questa fase sono inclini a frenare l’alto livello di indebitamento, piuttosto che aumentarlo.
World Excellence ha chiesto a Frédéric Dodard, responsabile Emea dell’investment solution group di State Street Global Advisors, a Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac, e a Giordano Beani, cio di Amundi Sgr, quali sono le loro previsioni sul tema della riforma fiscale americana e quali sono in questa fase di attesa le più opportune scelte di investimento sul mercato americano. Il risultato? In gran parte è legato al fattore tempo: se la riforma passasse entro la fine dell’anno, la riduzione delle imposte sulle società farebbe aumentare in modo sostanziale gli utili del mercato azionario, con una concreta possibilità di assistere a una fase di risk-on sui mercati e conseguenti sovraperformance per le azioni e perdite sul mercato obbligazionario. Al contrario un accordo tardivo, e soprattutto deludente su alcuni tagli fiscali deprimerebbe i mercati azionari, ma potrebbe rassicurare quelli obbligazionari sui rischi legati all’inflazione e al rafforzamento monetario.

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Hays: nel 2016 il mercato del lavoro torna a crescere

Professionalità dalla forte anima commerciale e con competenze digital. Queste le figure più ricercate dalle aziende nel 2016, secondo le previsioni Hays, uno dei gruppi leader nella selezione specializzata a livello globale. Dopo lo stallo degli ultimi anni, il mercato del recruitment registra, infatti, segnali di ripresa con un incremento del 15% nel volume di assunzioni. Una percentuale variabile che può raggiungere livelli più incoraggianti specialmente in quei settori più dinamici come le nuove tecnologie e il digitale.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]“Finalmente, il mercato del lavoro torna a crescere – afferma Alessandro Bossi, Hays Italia Director – grazie anche all’entrata in vigore del Jobs Act che ha favorito nuove assunzioni e investimenti nel Paese. Nonostante il crollo delle Borse asiatiche e del prezzo del petrolio, le aziende italiane mostrano ottimismo e voglia di ripartire.  Nei prossimi mesi, la richiesta di personale si concentrerà soprattutto su professionisti con spiccate doti commerciali per ampliare il business aziendale e figure con competenze digitali per rispondere alle sfide della digital disruption”.
E saranno proprio i profili commerciali e digital, insieme agli ingegneri tecnici specialisti, ad assicurarsi per il 2016 le retribuzioni maggiori. Per reclutare i professionisti migliori, molte aziende sono disposte a offrire generosi pacchetti retributivi che comprendono anche una parte variabile, così da motivare da un lato la risorsa nel raggiungere importanti risultati aziendali e, dall’altro, per mantenere sotto controllo i costi aziendali. Più contenuti, invece, gli stipendi delle figure di supporto e staff che, a causa di una continua centralizzazione della loro funzione negli headquarter aziendali, sono tra le risorse che le imprese ricercano sempre meno.

E tra le competenze più richieste? Secondo gli esperti Hays, nel 2016 le aziende si concentreranno su professionisti che vantano un brillante percorso accademico (meglio se con indirizzo Economico o Ingegneristico), una conoscenza approfondita del settore, esperienze di lavoro in realtà internazionali e padronanza di una terza lingua, oltre all’inglese. Grande attenzione è riservata anche alle cosiddette “soft skills”: leadership e forte orientamento al risultato sono infatti tratti imprescindibili per un professionista.

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Barilla sempre più ‘smart’ working, entro il 2020 tutti i dipendenti del Gruppo avranno l’opportunità di lavorare da casa

Maggiore flessibilità sul luogo di lavoro, approccio orientato ai risultati, delega nella gestione del proprio piano di attività: sembrano davvero lontani i tempi dell’Italia del “cartellino”… Nel mondo del lavoro il presente e il futuro si chiama “smart working”.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Una piccola rivoluzione che sta trasformando e migliorando il mercato del lavoro, all’ordine del giorno dell’agenda politica visto che il Consiglio dei Ministri del 28 gennaio scorso ha approvato su questo tema un disegno di legge, ora al vaglio delle due Camere. Ma c’è chi è stato un vero e proprio precursore su questo tema: Il Gruppo Barilla. Nel 2013 infatti l’azienda emiliana – che impiega nel mondo circa 8.000 persone, con un fatturato superiore a 3 miliardi di euro e 29 siti produttivi – ha avviato un progetto di smart working in tutte le proprie sedi, nazionali e internazionali. Su 1600 dipendenti coinvolti dal progetto, circa 1.200 (oltre il 74%) hanno usufruito dell’opportunità. E la sfida di Barilla è quella di offrire lo smart working per il 100% del tempo ai dipendenti. Ma di cosa si tratta?

“Smart working per Barilla significa tre cose”, afferma Alessandra Stasi, Responsabile Organization & People Development , “In primo luogo, lavorare dovunque, comunque e in qualunque momento. E in secondo luogo vuol dire utilizzare gli spazi in un modo diverso: abbiamo lavorato molto nelle varie sedi per riorganizzare gli uffici intorno alle attività di collaborazione, di comunicazione, di concentrazione individuale, che oggi possono essere fatte anche da remoto. Il terzo aspetto sono le tecnologie digitali».

SONO LE DONNE DI ETA’ MEDIA AD UTILIZZARLO DI PIU’, MENO DIFFUSO TRA I GIOVANI

Il progetto di Smart Working in Barilla è aperto a tutta la popolazione impiegatizia. Tuttavia esiste una maggiore propensione al suo utilizzo da parte delle donne tra 30 e 55 anni e da chi effettua un tragitto casa-ufficio mediamente lungo (maggiore ai 25 chilometri), con un conseguente risparmio di tempo, costi e connesso beneficio per l’ambiente. La propensione all’utilizzo invece decresce con l’aumentare dell’età: proprio la fascia più giovane – che si aspetta dall’azienda una maggiore flessibilità – in realtà è quella che la utilizza di meno.

CON SMART WORKING MAGGIORE EQUILIBRIO TRA LAVORO E VITA PRIVATA 
Lo Smart Working fa si che le persone abbiano una maggiore autonomia e una maggiore responsabilità su quando, dove e come lavorare, e su come conciliare esigenze personali e necessità di business. Da un punto di vista contrattuale, i dipendenti possono lavorare in sedi diverse dall’ufficio per 4 giorni al mese, accordandosi con il proprio manager. E I risultati, finora, sono stati molto positivi. In particolare il beneficio più grande riguarda l’equilibrio vita privata-lavoro che ha portato a un aumento della soddisfazione dei dipendenti. L’ingresso di Barilla nello smart working non è stato guidato dall’aumento della produttività. Tuttavia un’inchiesta globale effettuata con l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano su un campione di 600 persone coinvolte nello smart working in Barilla ha mostrato che per i manager non c’è stato un peggioramento nei livelli di produttività ed efficacia/efficienza delle prestazioni.

IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA NELLO SMART WORKING 
I principali ingredienti del progetto sono stati rivisitazione degli spazi aziendali e adozione di tecnologie digitali a sostegno di nuove modalità per la comunicazione e la collaborazione come l’instant messaging, lync, whatsapp, videoconferenze. Grazie a nuove tecnologie, il lavoro da remoto diventa dunque realtà: è possibile infatti scollegare l’ambiente e il fattore temporale dal lavoro in sè, che viene quindi fatto in maniera più indipendente, rendendo di più e portando l’azienda ad un risparmio notevole in termini di infrastrutture e strumenti di lavoro.
Per favorire l’utilizzo delle tecnologie digitali, Barilla ha organizzato degli open day di formazione aperti a tutti in cui è possibile incontrare i colleghi dell’IT e sciogliere dubbi e perplessità. L’azienda inoltre ha potuto inoltre verificare l’entusiasmo verso le nuove modalità di lavoro, constatando che il cambiamento ha portato anche un positivo ritorno in termini di qualità del lavoro e anche di creatività.

«Abbiamo ottenuto, prosegue Alessandra Stasi, un migliore bilanciamento delle sfere privata, sociale e professionale delle persone. Il secondo vantaggio è stato l’aumento della produttività grazie a una maggiore concentrazione, specie per certe tipologie di lavoro. L’altro aspetto positivo è una forte spinta alla diversity: c’è molta personalizzazione, siamo andati incontro a bisogni diversi. Ultimo ma non ultimo è il supporto all’innovazione, nel senso che alcune attività come leggere dei paper e informarsi hanno trovato un ambiente più favorevole».

COME CAMBIA IL RUOLO DEI MANAGER

Oltre a questo, si è lavorato per definire nuove pratiche e per permettere ai manager di gestire al meglio la flessibilità e la virtualità introdotte dai nuovi strumenti. «I manager stanno cambiando, diventando più smart, capaci di coordinare le persone nel nuovo ambiente virtuale,” conclude Alessandra Stasi”. “Sono diventati degli attivatori, in grado di fare empowerment. Mi ha colpito che questa modalità così flessibile, aperta, virtuale, ha portato un grande rigore e molta disciplina, un forte senso di responsabilità nell’utilizzare gli strumenti che l’azienda mette a disposizione, mai compromettendo i risultati di business”

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