Innovazione

Al via la rivoluzione digitale del fintech

La Bce prepara le linee guida per il settore, l’Ue stanzia investimenti in favore delle startup e l’Italia cerca di imporsi come mercato di riferimento nel post Brexit. Intanto nuove banche virtuali nascono e conquistano la clientela più giovane. Ecco come si sta rapidamente evolvendo la tecnofinanza

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Quello del fintech, la tecnologia applicata ai servizi finanziari, è un settore in crescita esponenziale, al punto da essere già paragonato a una delle grandi rivoluzioni industriali. Un cambiamento importante che rischia, però, di mettere in crisi i modelli di business delle banche tradizionali e che va, per questo, governato con norme adeguate per evitare che le innovazioni creino valore distruggendolo violentemente in settori contigui.
Anche il Parlamento è sceso in campo per comprendere l’evoluzione in atto in termini di ricadute occupazionali e tecnologiche. La Camera dei deputati ha avviato, infatti, un’indagine conoscitiva sull’impatto delle nuove tecnologie su finanza, credito e assicurazioni, interpellando analisti e imprenditori del comparto. Dalle audizioni è emerso un quadro ottimistico soprattutto sulle chance per l’Italia di diventare uno dei principali mercati di riferimento. A condizione però che si adegui il quadro normativo, si migliorino le informazioni a disposizione dei clienti e si lavori sulla formazione dei talenti.
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, le opportunità ora sono maggiori. La Brexit sta, infatti, spostando su altri Paesi l’attenzione di quelle società che finora consideravano unicamente la City come centro dei servizi finanziari ad alto tasso di innovazione. Si apre dunque uno spazio per fare dell’Italia una piattaforma privilegiata per lo sviluppo e l’offerta di soluzioni hi-tech per la finanza. Serve però una ricetta precisa per valorizzare il fintech made in Italy. E il primo ingrediente è l’allineamento della legislazione interna alle norme europee, in particolare alla direttiva Mifid 2, non ancora pienamente recepita nell’operatività. Il secondo tema è la semplificazione e la selezione, non tanto rispetto alla quantità degli strumenti a disposizione, quanto alla piena conoscenza delle potenzialità di ciascuno di questi. Spesso, infatti, pur di non confrontarsi con la complessità si rinuncia a utilizzarli.
Il terzo punto è il gap di competenze da colmare: fino a che il Paese non diventa attrattivo per i talenti stranieri è molto difficile innovare. L’esempio arriva ancora dalla Gran Bretagna dove aprire una startup, almeno fino allo scorso anno, era un vantaggio sotto più aspetti: una ricerca di capitale di rischio più facile, una platea di competenze molto ampia e flessibile e un intero ecosistema predisposto all’accoglienza degli imprenditori.

Scende in campo la Banca Centrale Europea. La Bce sta già lavorando a linee guida per la concessione di licenze ai nuovi operatori. La presidente del consiglio di supervisione bancaria, Danièle Nouy, ha detto che il quadro di riferimento normativo sulla tecnofinanza sarà disponibile a breve e aperto a una consultazione pubblica. Insomma anche a Francoforte sembrano determinati a introdurre «limiti regolatori equilibrati» per i soggetti spesso non bancari che offrono servizi finanziati evoluti. Barriere che devono essere abbastanza alte da «garantire che solo le banche sane entrino nel mercato» ma anche sufficientemente basse da «assicurare la concorrenza». Un’attenzione determinata dal fatto che la digitalizzazione sta smontando la catena del valore del credito tradizionale e questo consente a nuove aziende che offrono utilità specifiche di emergere. Ciò determina un maggior grado di contendibilità sul mercato che sta motivando i regolatori e le autorità di vigilanza a introdurre regole per ricreare condizioni di gioco regolari.
Anche l’Ue è fortemente interessata al fenomeno della finanziarizzazione digitale. Nei mesi scorsi Bruxelles ha messo sul piatto degli investimenti hi-tech, previsti dal programma Horizon 2020, più di 5,5 milioni di euro sul successo della blockchain, la catena di validazione delle transazioni che non passa attraverso i circuiti bancari, e sullo sviluppo più in generale di servizi fintech. Le risorse sono state assegnate a otto startup fra cui Signaturit, Authenteq e The Billon Group per applicazioni legate all’identità digitale, ai pagamenti elettronici e altro. Gli investimenti europei si stanno allargando anche alla possibilità di sostenere progetti di cyber security per contrastare l’utilizzo delle criptovalute a scopi criminali e per consentire alle forze di polizia di affinare gli strumenti di prevenzione dei crimini che si verificano nel dark web.

L’Italia e il volano della tecnofinanza. Che non sia solo una moda o una parola priva di contenuto lo dimostra il fatto che gli investimenti attorno al fintech sono consistenti e incentivati anche dal governo italiano. Alla fine dello scorso settembre è stato inaugurato, presente anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il Milan Fintech district, la prima area urbana italiana adibita all’operatività delle aziende più avanzate del settore finanziario che riunisce startup, imprenditori, istituzioni, investitori e università, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’industria creditizia del futuro. Il Fintech district è un hub fisico nel quale i principali operatori presenti in Italia avranno la possibilità di lavorare insieme per favorire la nascita di collaborazioni industriali e commerciali, attrarre nuovi investimenti e dare impulso allo sviluppo del business. Un’esperienza che replica quelle presenti a livello internazionale come Level39 a Londra o Station F a Parigi. Gli spazi a disposizione sono dotati di uffici e coworking per consentire ad aziende e startup di localizzare stabilmente le loro attività nel distretto promosso da Sellalab, il polo d’innovazione del Gruppo Banca Sella, e da Copernico, la piattaforma di spazi di lavoro che promuove lo smart working. Attualmente sono ospitate già oltre trenta tra startup e corporate che operano in diverse aree tra le quali crowdfunding, p2p lending, blockchain, monete digitali e roboadvisory.

I clienti e le app Fintech. I consumatori finali non sono rimasti indifferenti alle possibilità offerte dal fintech. Per quanto riguarda le app scaricate sugli smartphone, una ricerca di Bem Research ha rilevato che le più richieste sono quelle per il controllo sulle spese e le uscite della carta di credito. Secondo Bem, «il ruolo delle applicazioni per il mobile in questo settore è potenzialmente molto più importante di quanto si possa pensare». Potrebbero, infatti, colmare le lacune della conoscenza in campo finanziario, assumendo esse stesse un compito formativo e informativo.
In Italia, nella classifica delle app più popolari su Google Play nella categoria finanza ci sono Postepay, Intesa Sanpaolo Mobile, BancoPosta, PayPal e PosteID. Anche nell’App Store, per la categoria finanza, Poste Italiane ha una buona presenza con Postepay e BancoPosta, mentre oltre a Unicredit e Intesa Sanpaolo compare anche PayPal.

Il caso di N26
. Mentre per le tradizionali filiali bancarie si prefigura una drastica riduzione e un necessario cambiamento di layout e di funzioni per garantirsi la sopravvivenza, le nuove banche ad alta tecnologia digitale (anche queste assimilabili alle fintech) conquistano clienti e fette di business. Non si tratta più dei grandi marchi bancari che affiancano alla loro offerta canali web ma di nuove entità progettate e sviluppate attorno a un utente che desidera svolgere le interazioni con la banca senza bisogno di entrare in uno spazio fisico. Un esempio è N26, prima banca paneuropea concentrata in uno smartphone, fondata e guidata da Valentin Stalf, che cresce con tassi esplosivi. A gennaio scorso aveva festeggiato quota 100mila clienti. Nella primavera di quest’anno erano saliti a 300mila, ora la società corre verso mezzo milione di utenti. Non stupisce che l’obiettivo dichiarato di N26 sia quello di diventare nei prossimi anni la banca mobile leader per i clienti digitali di tutta Europa con 2 milioni di abbonati.
La storia di N26 è esemplare nel descrivere le potenzialità di successo delle fintech: acquisita la licenza home-banking in Germania ha avviato l’espansione nel resto dell’Unione europea, prima in Austria, poi Francia, Spagna e Italia e nel resto della Ue. Oggi i clienti di N26 provengono da 170 diverse nazioni e utilizzano le loro carte in 207 Paesi differenti per transazioni in 143 valute. In Italia la banca nello smartphone contava, lo scorso maggio, 10mila clienti. In  crescita con un tasso più alto rispetto alla media, così l’azienda considera possibile centrare l’obiettivo di 50mila clienti a fine 2017. Quanto agli utenti sono per lo più giovani con un’età compresa tra 18 e 35 anni. Una generazione digitale, con stipendi di ingresso più bassi di quelli dei genitori e che cerca costi contenuti e facilità di accesso.

Le aziende. Non solo finanza. Anche gli operatori che offrono servizi alle aziende iniziano a guardare con interesse alle possibilità offerte dalla tecnologia bancaria evoluta. Un esempio è l’accordo strategico siglato tra la Zucchetti, gruppo italiano che offre soluzioni Ict per imprese e professionisti, e Soldo, il primo conto multi-utente per il controllo delle spese aziendali. Un’intesa con la quale per la prima volta una soluzione fintech viene integrata all’interno di un software gestionale, garantendo così a migliaia di imprese il controllo automatico delle transazioni per i costi di trasfert

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Si fa strada il robot consulente

Il mercato finanziario è tra i primi ad aver sperimentato il machine learning, per potenziare l’attività di consulenza. Ma con lo sviluppo della tecnologia ci si interroga: quante funzioni potranno essere gestite da una macchina che, sulla base di algoritmi, apprende dall’esperienza? E quale spazio avrà la persona fisica? Ne hanno parlato a Controcorrente, la trasmissione di Le Fonti Tv, due professori dell’Università Bocconi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]La grande sfida dell’intelligenza artificiale e della convivenza tra uomini e robot. Questo l’argomento al centro di due puntate di Controcorrente, la trasmissione di Le Fonti Tv condotta dal direttore delle testate economiche Legal WorldExcellenceAngela Maria Scullica, durante le quali sono intervenuti Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi di Milano, e Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia alla scuola di direzione aziendale dell’Università Bocconi di Milano.
Sebbene oggi si parli di quarta rivoluzione industriale, l’intelligenza artificiale sembra averla già superata, con l’avvento di macchine che apprendono dall’esperienza sulla base di algoritmi. E, nel giro di dieci anni, con tutta probabilità l’uomo dovrà abituarsi a convivere con robot in grado di fornire soluzioni inarrivabili per il genere umano.
Tutto questo avrà naturali implicazioni sul mercato del lavoro: in Italia si comincia ora a parlare di robo advisor in ambito finanziario, e delle conseguenze che il loro arrivo avrà sull’attività dei consulenti finanziari.
Se da un lato, infatti, il ramo della consulenza, in Italia, è ancora incentrato su un rapporto fiduciario tra professionista e cliente, che non può essere affidato a un robot, dall’altro lato il settore dovrà evolversi in termini di riorganizzazione dell’attività. Ovvero, il tempo che oggi il consulente dedica all’elaborazione dei dati, potrà essere dedicato al cliente, con la macchina che avrà esclusivamente una funzione di supporto.
Ma vediamo nel dettaglio quali altre implicazioni avrà il diffondersi dell’intelligenza artificiale e quali gli effetti sulle persone fisiche.

Nella consulenza premia ancora il rapporto fiduciario col cliente – Parla Mario Noera, docente di finanza all’Università Bocconi di Milano

Qual è la situazione in Italia rispetto al diffondersi dell’intelligenza artificiale?

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione, con la tecnologia che rappresenta uno dei fattori che più sta cambiando paradigmi acquisiti. Nei prossimi anni, si può immaginare che ci saranno degli effetti pervasivi su molte professioni, con lo sviluppo tecnologico che porta inevitabilmente alla sostituibilità di molte capacità cognitive. Verranno toccati i lavoratori della conoscenza, come gli avvocati, i medici o i consulenti finanziari, con questa potenziale minaccia che è percepita anche nell’ambiente della finanza. Si è notato infatti uno sviluppo recente di applicazioni di fintech, prima su elementi che potevano non toccare il settore della consulenza, come l’home banking o la facilità di accesso ad alcuni servizi. Ora, in campo ci sono i cosiddetti robo-advisor, che cominciano a entrare nell’universo della consulenza finanziaria. Sono diverse le dinamiche interessanti in atto, che hanno avuto delle conseguenze importanti soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove le startup hanno indirizzato la loro attività verso uno spazio di mercato innovativo, con servizi anche di profilatura di clienti a bassissimo costo. In Gran Bretagna la nuova normativa che riguarda la struttura finanziaria è già entrata in vigore, mentre nel resto dell’Europa arriverà, sotto forma della Mifid, a gennaio 2018, con forti implicazioni sulla trasparenza del settore. I costi saranno infatti esplicitamente attribuiti al servizio di consulenza, così la clientela si è trovata di fronte a una attività prima percepita come gratuita e ora non più. La reazione può essere duplice: abbassare i costi o differenziare il servizio a seconda di quanto è remunerativo il cliente. In Gran Bretagna la tendenza è stata concentrarsi sulla clientela a più alto rendimento e così sono entrati in gioco i robo-advisor. In Italia, invece, il processo è più lento e probabilmente sarà meno vistoso, perché il settore della consulenza si basa su un rapporto fiduciario che lega i clienti ai consulenti in modo molto forte. Trovo difficile che questo tipo di rapporto venga incrinato dai robot. La trasparenza dei costi, però, imporrà anche agli intermediari e ai consulenti di arricchire i loro modelli di servizio, perché a fronte di un costo rilevante per il cliente dovrà esserci un incremento della qualità del servizio. Quindi, in Italia a mio avviso la tecnologia finirà per occupare uno spazio di supporto per i clienti e ciò che potrà essere riprodotto, con l’intelligenza artificiale, saranno gli investimenti sul mercato, ossia l’analisi dei mercati, con il robot che riproduce e apprende dall’esperienza fattuale.

Quindi secondo lei l’arrivo dell’intelligenza artificiale avrà effetti più sui gestori che sui consulenti finanziari?
Esattamente. L’area dell’asset management sarà quella dove l’impatto sarà più forte. È già in atto un processo rilevante di spostamento delle preferenze degli investitori su prodotti che riproducono i mercati o che li gestiscono in forma algoritmica, perché hanno costi molto più bassi dato che operano algoritmi e piattaforme quantitative. Dalla sua parte il consulente ha un’arma molto importante: può parlare degli obiettivi del cliente e gestirne la complessità.

Gli effetti saranno soprattutto sui millennial?
Non solo. In ballo ci sono anche i baby boomer nati negli anni Cinquanta. Si tratta della popolazione più numerosa e anche più ricca perché detiene l’80% del patrimonio finanziario. In questo senso, c’è anche un problema di successione e trasferimento del patrimonio, che richiede necessariamente l’intervento del consulente e non può essere automatizzato. In questi casi, infatti, l’approccio deve essere personalizzato e il rapporto fiduciario molto forte. Ritengo in sostanza che in Italia prevarrà il rapporto empatico con il cliente ma sta di fatto che la natura della professione di consulente deve evolvere.

Quindi se il consulente non potrà più lavorare se non coadiuvato da un robo-advisor, le società dovranno di conseguenza investire in tecnologia?
Negli Stati Uniti i grandi gruppi hanno generato un modello ibrido con la tecnologia al servizio del consulente. Oggi, il 25-30% del tempo che il consulente dedica alla propria attività è investito nell’elaborazione dei dati. Con l’avvento dei robo-advisor, questo tempo potrà essere risparmiato e dedicato al cliente.

Dal punto di vista dell’asset management, i fondi si evolveranno senza l’intervento del gestore?
Già diversi ne sono stati lanciati e questo segmento industriale si sta espandendo sempre più. Ora, gli asset manager attivi sono in grado di generare performance superiori rispetto ad altri gestori o strumenti.
La progettazione del prodotto da parte dell’asset manager, però, è ricco di problematiche, con l’obiettivo che non è più quello di massimizzare le performance nei tre mesi successivi, ma di avere un rendimento medio costante ottimale per raggiungere l’obiettivo finale.

Ultimo stadio: i robot che scrivono e dettano le regole – Parla Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia alla Sda dell’Università Bocconi di Milano

Stiamo vivendo un momento di fortissima transizione e cambiamenti, con l’intelligenza artificiale che è arrivata a un livello molto evoluto. Cosa ne pensa?
Abbiamo perso il monopolio dell’intelligenza. Negli ultimi anni il software è passato dalle ripetizioni a costo marginale nullo al meccanismo descrittivo: riconosce fenomeni e ricostruisce comportamenti tipici. Nel caso della capacità delle macchine di apprendere, passiamo invece dalla descrizione alla previsione. L’ultimo stadio è invece quello della prescrizione, con i robot che scrivono e impongono le regole. È il caso dell’auto a guida automatica, per esempio, ma ci sono applicazioni infinite. La più affascinante è certamente quella dei mercati finanziari, che stanno sperimentando questa evoluzione. Le macchine, ora, ci suggeriscono un meccanismo partendo dall’osservazione, che fa emergere comportamenti sistematici da cui estraiamo la conferma, mentre la teoria non è più il punto di partenza ma arriva alla fine. Questo cambiamento muta il rapporto che abbiamo con le macchine.

Qual è la differenza tra intelligenza artificiale e learning machine?
Il primo stadio è quello dell’apprendimento, ovvero la macchina non è intelligente ma impara. Poi, sulla base di un’enorme quantità di dati di analisi statistici, fa emergere comportamenti tipici che si chiamano pattern, connettendo causa ed effetto. Vale a dire che ogni volta che si genera il fenomeno A, la macchina trova il pattern B. L’intelligenza artificiale passa invece dal deep learning e arriva a scrivere le regole. È una grande sfida, basti pensare al riconoscimento vocale di alcuni modelli di cellulari, che non solo comprendono le parole che vengono dette, ma anche il contesto e la semantica e ricordano ciò che è stato detto.

Ci sono studi avanzati, in Cina e Giappone, dove vengono create macchine simili agli esseri umani. Cosa ne pensa?
La Cina ha effettivamente scommesso molto sul fronte dell’innovazione. Il percorso intrapreso è quello dell’investimento associato alla capacità di elaborazione dei dati non più lineare ma quantica, che fornirà le tecnologie di base affinché l’investimento in intelligenza artificiale produca i suoi effetti in una serie di settori: dalla diagnostica medica, alla logistica, ai viaggi, all’insegnamento, alla selezione del personale. Si tratta, in sostanza, di tanti pezzi di lavoro sostituiti dalla robotica, con la gran parte dei robot che sono in realtà invisibili: puro pensiero che sa tradursi in azione. Quando queste azioni non saranno più sotto la responsabilità umana ma saranno prese in modo autonomo dall’algoritmo, allora ci troveremo in un territorio al momento sconosciuto.

Sono azioni che l’uomo non saprà più controllare?
Le macchine sono in grado di apprendere prima di noi e non possiamo prevederlo. È difficile anche controllarle ex post. Oggi stiamo cominciando a discutere di etica robotica, individuando una responsabilità civile e penale. Ormai abbiamo delegato alle macchine decisioni che hanno una rilevanza etica, e il tema nuovo è individuare chi controlla tutto questo. Stiamo scrivendo le regole, l’etica dei robot non è comunque una novità. Il tema è: come facciamo a controllare il comportamento dei robot?

Anche l’Europa si è posta questa domanda e ha chiesto ai Paesi di formulare un regolamento per il rapporto uomo-macchina.
L’intelligenza artificiale è un’istituzione, un comportamento infrastrutturale e dovremo imparare a conviverci e farlo diventare parte di un sistema di regole. La verità è che non dovremo mai smettere di studiare, dato che la sostituzione robotica comporta comunque sempre una riqualificazione del lavoro. Il tema della sostituzione però sta arrivando a una velocità che non ha precedenti: l’uomo deve essere più intelligente della macchina intelligente. Poi si polarizzeranno le attività umane tra quelle creative che restano appannaggio dell’uomo, quelle ripetitive che diventano mercati automatici e quelle così complesse che non avrebbe senso affidarle ai robot. Bisogna avere comunque la capacità di comprendere che l’automazione va in aiuto degli esseri umani.

Anche il mercato finanziario sta studiando per creare algoritmi?
Il mercato finanziario è tra i primi ad aver sperimentato il machine learning relativamente agli andamenti del mercato. Gli Etf, per esempio, sono micro robot semplificati. La grande sfida robotica è ora sul lato della domanda, quindi sul tema dell’investitore e del suo profilo di rischio. Il machine learning verrà quindi applicato ai nostri comportamenti. L’idea è che il consulente si farà affiancare da un robot che lo supporti e che studi l’analisi della domanda. Il punto di arrivo sarà che domanda e offerta diventeranno robotici e si metteranno d’accordo da sole. Già oggi ci sono casi di robot che convergono su un prezzo o su condizioni che non sono sempre quelle che pensavamo. I mercati algoritmici sfuggono quindi al controllo dell’essere umano.

Quindi il gruppo finanziario con l’algoritmo migliore avrà in mano il mercato?
Sì, ma solo fino a quando non ne arriverà uno migliore. Ci sarà sicuramente un ricambio generazionale dell’intelligenza artificiale. Già oggi Google, Facebook, Amazon utilizzano l’intelligenza artificiale ed è un segnale significativo che non si tratta più di un esercizio di laboratorio ma un driver di forte competizione. A ben vedere, noi deleghiamo a un algoritmo le nostre decisioni anche quando andiamo in vacanza: la scelta è infatti influenzata dai social media, dai motori di ricerca e così via. Così, i mercati algoritmici sono influenzati da software che oggi occupano una grande parte del Pil. Basti pensare a tutto l’e-commerce, alla finanza o alla medicina. È una corsa a chi è più bravo a dotarsi di intermediazione finanziaria e informativa e se non teniamo il passo della competenza resteremo passivi. L’intelligenza artificiale non è altro che un fenomeno di ulteriore specializzazione.

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ECCO CHI CORRE DI PIÙ NEL RISPARMIO GESTITO

Generali è al primo posto per masse gestite, ma la crescita maggiore l’anno scorso l’ha registrata Amundi seguita da Pictet AM, Credito Emiliano, JP Morgan AM e Gruppo Ubi Banca. E le aspettative per il 2017 sono…

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Un 2016 da record per Amundi. Il gruppo francese è in testa alla classifica dei gestori cresciuti maggiormente nel corso dell’anno passato: quasi il 18%, con il patrimonio gestito passato da circa 39 miliardi di euro a fine 2015, a 45,8 miliardi 12 mesi dopo. A seguire, Pictet Asset Management, con un incremento degli asset under management del 17,7%, e Credito Emiliano, che ha registrato un +16,2% tra fine 2015 e fine 2016.

È il quadro che emerge dal ranking elaborato dal Centro studi Le Fonti, che ha calcolato, sulla base dei dati Assogestioni, quanto sono cresciuti i principali gestori del risparmio, per patrimonio gestito, nel corso dell’anno passato. Sono state prese in considerazione le prime 20 società per Aum e fatto il raffronto tra gli asset gestiti al 31 dicembre 2015 e quelli a fine 2016. Ed è emerso che le Sgr hanno fatto registrare tutte il segno più, a eccezione di Invesco, il cui patrimonio è passato da 20,9 miliardi a fine 2015 a 20,6 al 31 dicembre 2016. Il gruppo ha però invertito il trend già a inizio 2017: secondo i dati Assogestioni relativi a marzo, infatti, il patrimonio gestito è salito a 21,7 miliardi di euro.
Inoltre, secondo il ranking Le Fonti, tra i primi cinque operatori del mercato del patrimonio gestito, ad aver incrementato più di tutti gli asset under management è stato il gruppo Poste Italiane, che ha registrato un +11,8%. A seguire, Anima Holding (+10,15), il Gruppo Intesa Sanpaolo (+6,54), il Gruppo Generali (+5,7) e Pioneer Investments (+0,50)Amundi. Il gruppo francese ha trascorso un 2016 alla ribalta, concluso con l’acquisizione di Pioneer. L’operazione, a fine marzo scorso, ha ricevuto il via libera dell’antitrust europeo: il passaggio del gruppo di risparmio gestito da Unicredit alla controllata del Credit Agricole non viola infatti le regole europee in materia di concorrenza. Amundi ha anche lanciato un aumento di capitale da 1,4 miliardi di euro, destinato a finanziare in parte l’acquisizione di Pioneer, quotata a 3,54 miliardi di euro. L’Italia diventerà il secondo mercato domestico di Amundi per importanza, con masse in gestione pari a 160 miliardi di euro.
Ma ecco le previsioni di mercato dei manager delle principali società di gestione che, nel corso del Salone del risparmio, dall’11 al 13 aprile scorso a Milano, hanno evidenziato la necessità di operare in maggiore trasparenza e con regole uniformi rispetto all’Europa. Occhi puntati, in particolare, sui fondi Pir, con le società del settore che hanno creato gli strumenti Pir compliant.Banca Generali. A parere di Marco Bernardi, direttore commerciale di Banca Generali, «il 2017 è iniziato sotto una luce positiva per il risparmio gestito, dopo un 2016 che aveva evidenziato alcune difficoltà per il settore. Gli ultimi dati Assoreti evidenziano una crescita nella raccolta a gennaio e febbraio, sintomo che le famiglie e i risparmiatori sono alla ricerca di nuovi punti di riferimento nella tutela dei loro patrimoni. È evidente ormai che l’attuale fase dei mercati, caratterizzati da tassi in rialzo ma comunque prossimi ai minimi e dall’incertezza per le incognite a livello geo-politico, richiede un nuovo tipo di approccio negli investimenti improntato alla diversificazione e alla ricerca di soluzioni innovative».
Riguardo invece i prossimi obiettivi di crescita, Bernardi sottolinea come, «dopo un 2016 da record con quasi 6 miliardi di raccolta, il 2017 è ripartito molto bene per Banca Generali con una raccolta netta in crescita del 20%. Il nostro obiettivo è quello di portare servizi tipici del private banking a un numero sempre maggiore di famiglie. In quest’ottica, abbiamo rivisto la nostra mission focalizzandoci fortemente sul nostro maggiore valore aggiunto, ovvero il consulente finanziario e il suo rapporto di fiducia con la clientela. Da qui siamo partiti per valorizzare al meglio le loro competenze sviluppando BG Personal Advisory: un servizio in grado di portare l’approccio analitico dei portafogli anche agli asset non finanziari come mattone, impresa, partecipazioni e proprietà di valore, o nei servizi dalle successioni al passaggio generazionale, con la possibilità di offrire una panoramica completa del patrimonio di ogni cliente valutando anche gli asset presso istituti terzi. Le novità, però, non si fermano qui», conclude Bernardi, «ci stiamo muovendo anche verso una innovazione dell’offerta di prodotti, allargando i confini tradizionali per abbracciare soluzioni “wrapper” e gestioni evolute che offrano rendimenti interessanti, pur garantendo la massima protezione del capitale investito, seguendo una filosofia in linea con la nostra ambizione di essere la prima banca private per valore del servizio e innovazione».Eurizon. Rispetto a questi primi mesi del 2017, dice Massimo Mazzini, responsabile marketing e sviluppo commerciale di Eurizon, «i risultati a livello europeo sono molto positivi. Dai dati Efama di gennaio si evidenzia una raccolta pari a 40 miliardi di euro sui long-term fund con prevalenza sui fondi obbligazionari (20 miliardi), multi asset (10 miliardi) e azionari (6 miliardi). Il mercato italiano contribuisce alla crescita del settore con una raccolta che solo nei primi due mesi del 2017 è stata di oltre 12 miliardi. Anche nel mercato italiano i prodotti che hanno riscosso maggior interesse sono stati i fondi flessibili e obbligazionari. L’industria italiana ha raggiunto a fine febbraio un patrimonio in gestione pari a 1.960 miliardi di euro. Ma la vera novità», spiega Mazzini, «è stata la partenza dei fondi Pir, i Piani individuali di risparmio. La normativa è entrata in vigore all’inizio dell’anno e prontamente le società del mondo finanziario si sono attrezzate per creare gli strumenti Pir compliant. La raccolta è molto positiva e i benefici si stanno già manifestando sul mercato azionario italiano dove si registrano importanti flussi di liquidità, in particolare sul comparto delle mid/small cap. Non è un caso che nell’ultimo mese il controvalore degli scambi giornalieri sulle azioni italiane a medio/bassa capitalizzazione sia salito a 300 milioni di euro dai 150 del 2016. Ci aspettiamo in cinque anni una raccolta totale di 16 miliardi: circa 10 dal mondo retail e 6 dagli istituzionali».
Sui prossimi obiettivi di Eurizon, Mazzini sottolinea come la società continui a crescere «più della media del mercato, nei primi due mesi dell’anno la raccolta è stati pari a 3,1 miliardi di euro, circa il 26% del mercato italiano. La raccolta è stata positiva sia sul segmento retail sia sull’istituzionale con un buon contributo anche dai mercati esteri. L’attesa è di un crescente contributo dai mercati esteri in particolare dall’attività cross border in Germania, Francia e Spagna oltre che dall’attività in Asia grazie alla partecipata Penghua che continua a incrementare il proprio peso in un mercato dai tassi di crescita più importanti al mondo. La raccolta continua a essere caratterizzata dal successo dei fondi a scadenza, dall’andamento positivo dei flussi con la clientela istituzionale e dalla raccolta sui Pir che complessivamente tra il mercato retail ed istituzionale è pari a quasi 800 milioni di euro a inizio aprile. Eurizon è al sesto posto a livello mondiale per la gestione di prodotti multi asset con quasi 60 miliardi di euro 2016», prosegue Mazzini, «la crescita del patrimonio in gestione è legata all’innovazione di prodotto per la clientela retail e istituzionale su cui Eurizon ha sviluppato le proprie competenze oltre che la gamma d’offerta. Se analizziamo le dinamiche di raccolta, notiamo che la clientela retail continua a premiare soluzioni di prodotto in cui il gestore ha la possibilità di investire in diverse asset class. Questo dimostra una crescente maturità da parte delle reti di vendita, in grado di valutare l’importanza della flessibilità attribuita a un gestore professionale per migliorare il profilo rischio rendimento senza essere condizionato dai risultati di breve. Come Eurizon riteniamo che uno stile di gestione flessibile multiasset rimanga una soluzione ideale per scenari che vedono indici azionari vicini ai massimi, politiche monetarie in contrazione e un ciclo economico lento, ma positivo».

Pictet AM
. Secondo Manuel Noia, country manager di Italy Pictet Asset Management, «il primo trimestre del 2017 è stato certamente positivo per il settore del risparmio gestito, sulla scorta del buon andamento dei mercati azionari internazionali, ancora sotto l’effetto Trump. Sicuramente la situazione è molto diversa rispetto al 2016, quando la partenza in salita sui mercati ha spaventato molti investitori, poi peraltro tornati più costruttivi nella seconda metà dell’anno, in un clima più disteso sui mercati. Come sempre, predichiamo equilibrio e ora giochiamo a fare i pompieri: vediamo fin troppa euforia tra privati e consulenti, non bisogna sottovalutare i rischi presenti in questa fase che il mercato sta sottovalutando fortemente».
Noia sottolinea che l’obiettivo della società «rimane quello di una crescita costante, regolare e sostenibile sul mercato italiano, basata su un organizzato ed efficiente servizio post vendita di consulenza, sia sui prodotti sia sui mercati, ai clienti professionali che ormai ci seguono da tanti anni. Continueremo a puntare con forza sul nostro servizio di advisory e su una costante copertura del territorio italiano per aggiornare la nostra clientela delle nostre attività e del nostro punto di vista su prodotti e mercati. Lanceremo altresì un paio di prodotti nuovi nel giro dei prossimi mesi».Aberdeen. A parere di Laura Nateri, country head per l’Italia di Aberdeen, «il 2017 si è aperto con diverse incognite, soprattutto sul fronte politico: gli investitori sono stati prudenti e in attesa, prova ne è l’eccessiva liquidità sui loro conti. Sono comunque consapevoli della necessità di continuare a investire. Diciamo che il mercato sta cercando di interpretare alcune incognite ma è consapevole della necessità di avere portafogli investiti piuttosto che cash vista la scarsa remuneratività e la situazione dei tassi a zero». Quanto ad Aberdeen, la società sta puntando in particolare sulle soluzioni multi asset «con forte esposizione verso gli alternatives», spiega Nateri, «abbiamo da poco lanciato la campagna income, che rappresenta un tema cruciale per gli investitori finali che hanno bisogno di reddito, sia che investano per la famiglia sia per i figli, ma anche per coloro che necessitano di un pilastro previdenziale aggiuntivo o per i clienti istituzionali. Il tema income è sotto un cappello più ampio e riguarda tutti i prodotti che abbiano contenuto income dalla parte del reddito fisso. Abbiamo costituito da poco il fondo Indian Bond, dato che l’India rappresenta uno di quei paesi dove i tassi si stanno abbassando e dove c’è un governatore della Banca centrale autorevole che sta compiendo i passi giusti in termini di politica monetaria. Ancora, il property è un settore non accessibile a tutti ma interessante in termini di income, perché distribuisce rendimenti dal 5 all’8% l’anno».
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L’intelligenza artificiale entra nei portafogli

Robotica, nell’industria ma anche nei servizi, domotica, internet delle cose e big data sono l’ultima frontiera dei fondi di investimento. E le nuove strategie dei gestori…

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Si stanno diffondendo tra le società di gestione le prime strategie di investimento europee focalizzate sulle tecnologie a supporto dell’intelligenza artificiale. Allianz Global Investors ne ha lanciata una, che sarà resa disponibile sia agli investitori istituzionali sia al mercato retail europeo, interamente incentrata su questo mega-trend e che rappresenta l’espansione di un comparto lanciato otto mesi fa in Giappone in partnership con Sumitomo Mitsui Asset Management e Nikko e che registra già Aum (asset under management) per 1,8 miliardi di dollari.
«La nuova strategia investirà nelle società che, a livello globale, sviluppano l’implementazione dell’Ia (intelligenza artificiale) in tutte le sue possibili applicazioni», spiega Sebastian Thomas, Us head of technology research del gruppo Allianz, team che oggi gestisce portafogli per oltre 7,2 miliardi di dollari.
Anche Candriam Investors Group, multi-specialista europeo della gestione patrimoniale con masse per 102 miliardi di euro, ha annunciato poche settimane fa il lancio di una nuova strategia Robotics and innovative technology, concepita per investire in società attive nel settore della tecnologia e della robotica e che sviluppano prodotti innovativi. «I robot avanzati saranno alla base della quarta rivoluzione industriale, una rivoluzione tecnologica che, come le precedenti, genererà notevole ricchezza per gli investitori più lungimiranti», spiega Johan Van Der Biest, senior fund manager di Candriam Investors Group.
Secondo Van Der Biest solo il 20-30% delle potenzialità offerte dalla robotica è stato fino a oggi sfruttato. «E presto assisteremo all’integrazione delle macchine intelligenti, collegate a Internet, che faciliteranno le nostre vite quotidiane», dice lo strategist.
Pronti all’esplosione. Il filone quindi è ricco anche dal punto di vista delle opportunità finanziarie. Le stime più recenti relative alla crescita dell’Ia indicano un volume di business complessivo pari a 36,8 miliardi di dollari entro il 2025. Con la definizione «intelligenza artificiale» si fa riferimento a tutte quelle tecnologie capaci di percepire stimoli esterni, processare tali informazioni e dare avvio a conseguenti attività od operazioni. Che il mondo sia pronto o no, la seconda era delle macchine è già arrivata e il futuro prossimo venturo (ma per alcune nicchie è già il presente) sarà fatto di chirurghi robot, automobili che si guidano da sole, robot domestici e fabbriche interamente automatizzate.
«Così come la Rivoluzione industriale è stata un punto di svolta decisivo nella storia dell’uomo, oggi il mondo sembra essersi votato alla tecnologia per la crescita», è scritto in una ricerca di Capital Group. Secondo l’americana International Data Corporation (numero uno nelle ricerche di mercato per il settore tecnologico) nel solo campo della robotica la spesa globale potrebbe crescere del 17% annuo dai 71 miliardi di dollari del 2015 a 135 miliardi nel 2019. Questo flusso di denaro sta dando vita a innovazioni incredibili, un numero crescente delle quali hanno il potenziale per sostituire il lavoro umano.
«L’umanità si troverà a interagire sempre di più con le macchine intelligenti, nel campo professionale come nella vita privata, e in settori molto diversificati, tra i quali l’healthcare, i trasporti e l’agricoltura», spiega Alberto D’Avenia, country head Italia di AllianzGI. Questo diffuso utilizzo dell’Ia si stima potrà raddoppiare i tassi di crescita di molte economie avanzate nei prossimi venti anni, con un impatto a 360 gradi, che vanno dal design, alla produzione, fino alla fornitura di servizi».

Strategia dei gestori. Per cavalcare il potenziale di rapido progresso dell’Ia è bene quindi cominciare a posizionare i portafogli sui campioni di ogni singolo campo di applicazione. Come spiegano i gestori, a differenza dei fondi tecnologici già disponibili, questa strategia si dovrà focalizzare proprio sul potenziale dirompente delle tecnologie di Ia e, analizzando le prospettive di queste società e integrandole nel portafoglio di investimento, coglierà una crescita dinamica e sostenibile, trasversale a tutti i mercati.
Come spiega Van Der Biest il processo di investimento della nuova strategia si basa su un approccio high conviction bottom-up, che si concentra sulle imprese che presentano una crescita degli utili superiore alla media, un forte posizionamento competitivo e un impiego di tecnologie innovative. «I titoli vengono selezionati a partire da un universo azionario su scala globale e vanno a comporre un portafoglio high conviction con un massimo di 50 società selezionate», dice lo strategist. «L’innovazione tecnologica sta avvenendo a un ritmo mai osservato prima», aggiunge Der Biest. «Il panorama delle nuove applicazioni che cambiano il mondo non è mai stato così chiaro, e ciò si tradurrà in una crescita degli utili superiore per il settore».
L’utilizzo dell’apprendimento automatico e dell’intelligenza artificiale, la tecnologia big data, la transizione al cloud pubblico, il maggiore uso di Oled, la realtà virtuale, la tecnologia 5G, l’internet delle cose, la robotica avanzata, la pubblicità programmatica sono solo alcuni esempi delle incredibili tendenze in cui la strategia di Candriam sta investendo.

Robot industriali e di servizi. Certamente il potenziale di queste tecnologie potrebbe rivoluzionare intere industrie. E industria associata all’Ia significa robot. Ma quali sono i temi di investimento più interessanti nel nuovo mondo robotico? «Nel settore della robotica individuiamo due principali sottosettori: i robot industriali (cioè i più tradizionali che siamo soliti vedere in una tipica industria automobilistica) e i robot dei servizi, che abbracciano un mercato completamente diverso e che si applicano ad attività legate, per esempio, alla chirurgia, all’infermieristica, ai tosaerba, al ricevimento», dice Van Der Biest. Secondo il gestore i robot industriali continueranno a crescere del 10% circa l’anno per i prossimi dieci, un dato supportato e documentato da un report dettagliato realizzato da Boston Consulting Group. È invece più complicato determinare quanto velocemente cresceranno i robot dei servizi, ma è opinione comune che cresceranno più velocemente di quelli industriali, se non altro perché partono da una base molto ridotta. «Questa parte di mercato della robotica potrebbe quindi crescere più velocemente di quanto molti investitori si aspettano», dice lo strategist.
Il ritardo di Cina e Usa. Me perché il trend positivo non dovrebbe incontrare battute di arresto? Ci sono diverse motivazione a sostegno delle sorti magnifiche e progressive dell’Ia. La prima è puramente tecnologica, nel senso che solo adesso assistiamo all’emergere nel mercato di numerose nuove tecnologie, in quanto c’è un’abbondanza di potere computazionale e di archivi di dati molto a buon mercato. «Questi due fattori sono molto importanti per tutte le nuove tecnologie quali l’intelligenza artificiale e l’internet delle cose», spiega Van Der Biest. «Tutte queste tecnologie sono decollate ora, in quanto viviamo in un clima tecnologico ideale». Dobbiamo dimenticarci quindi dei robot che 20 o 30 anni fa venivano impiegati nell’industria manifatturiera tradizionale: ora sono dotati di intelligenza artificiale, sensori avanzati, capacità di apprendimento e il loro campo di applicazione diventa sempre più ampio: «Ed è questo il motivo per cui pensiamo che i robot, in futuro, continueranno a crescere a un tasso significativamente più sostenuto della crescita del Pil tradizionale», dice ancora Van Der Biest.
Una seconda ragione a lungo termine, importantissima, è la demografia: la popolazione attiva sta calando giorno dopo giorno e la popolazione anziana o vecchia sta diventando sempre più importante. Una delle grandi sfide demografiche consisterà proprio nel come continuare a produrre con una popolazione meno attiva e come occuparsi di questa crescente fetta di  popolazione. La risposta è ovvia: maggiore automazione e maggiore robotizzazione.
Il terzo driver a breve termine, e quindi più speculativo, è il contesto macroeconomico generale, con la crescita economica che sta diventando più sostenuta e sta rimbalzando in tutto il mondo. «Il settore della robotica, proprio per il suo carattere ciclico, beneficia chiaramente di una crescita economica più forte», dice Van Der Biest. Che aggiunge poi un quarto elemento, ancora a più breve termine, rappresentato dalla bassissima densità di robot in Cina e negli Usa, rispetto a Paesi come la Corea e la Germania. «Il governo cinese si è ufficialmente impegnato a investire nella robotica e nell’automazione nel famoso piano quinquennale, fatto che dimostra che è ben consapevole di tutte le sfide demografiche che dovrà affrontare», dice lo strategist.

I Ninja robot. Non è in ritardo, invece, il Giappone. «Il ruolo di leadership settoriale a livello globale è del Giappone, elemento che rende i titoli giapponesi delle società di produzione e sviluppo di robot estremamente interessanti», spiega Ernst Glanzmann, responsabile delle strategie azionarie per il Giappone di Gam. Il ritmo di crescita delle società giapponesi nel campo della robotica si è attestato intorno al 5-6% annuo nel corso dell’ultimo decennio: la sfida adesso è riuscire a mantenere il livello dinanzi alla competizione globale. Secondo Glanzmann le innovazioni tecnologiche made in Japan stanno avendo un effetto palla di neve sul cammino dello sviluppo. I sensori, per esempio, sono sempre più potenti e i microprocessori stanno diventando sempre più veloci. «Considerando anche la costante crescita nella capacità di trasmissione dei dati, tutto sommato, questo ha reso i robot sempre più efficienti, anche in termini di costi, negli ultimi anni», spiega lo strategist.
Un esempio è il recente sviluppo, da parte del produttore giapponese Fanuc, di nuovi robot industriali in grado di imparare autonomamente mansioni meccaniche: si tratta di robot che usano algoritmi in set di dati per riconoscere degli schemi e agire di conseguenza, con un potenziale incremento del 10% dell’efficienza della produzione industriale. Un altro tema di crescente importanza è quello dei veicoli che si guidano da soli. Il governo giapponese sta offrendo incentivi agli sviluppatori e ai produttori con l’obiettivo dichiarato di avere sulle strade di un quartiere di Tokyo solo automobili che si guidano da sole entro le Olimpiadi del 2020.
«Nonostante l’iniezione di fondi statali, la vera innovazione potrebbe arrivare dal settore privato», è il commento di Glanzmann. «Partecipazioni in società che lavorano allo sviluppo di tecnologie robotiche all’avanguardia e in automobili che si guidano da sole offrono agli investitori la possibilità di cogliere la fase di crescita di questo settore di così grande importanza».

Rischi deflativi. Non può un cambiamento epocale non destabilizzare in qualche modo gli equilibri sociali. Grazie all’intelligenza artificiale, infatti, anche i lavoratori con maggiori competenze stanno sentendo la pressione dei robot, che è già alta tra i dipendenti a basso reddito. Secondo la società di consulenza McKinsey attività industriali ben definite, come per esempio quello del packaging, saranno le più suscettibili all’automazione. Così come la raccolta dei dati e la loro analisi, che sono attività comuni per i lavoratori a medio reddito inseriti in industrie come quella finanziaria. Un restringimento della classe media, tuttavia, potrebbe portare a un certo numero di preoccupazioni, che vanno dalla crescente diseguaglianza dei redditi a minori consumi.
«È possibile che la sostituzione di un numero ancora maggiore di lavoratori con salari medi possa portare a una riduzione del potere di acquisto di un ampio gruppo di agenti di spesa e incidere negativamente sulla domanda aggregata», conferma il team di analisti di Capital Group. «Questo potrebbe portare a un contesto deflattivo e, di conseguenza, a un prolungato periodo di tassi di interesse bassi».
Ma un’altra ancora è la preoccupazione dei gestori: non tutte queste innovazioni che stanno inondando il mondo supereranno la prova del tempo, specialmente in un periodo di rivoluzione tecnologica. Secondo Capital Group per gli investitori, «sarà quindi cruciale trovare quelle aziende con modelli di business sostenibili, team di gestione solidi e tutte le altre qualità necessarie per prosperare».

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LE FONTI AWARDS, I CAMPIONI DELL’INDUSTRIA 4.0 TRA INNOVAZIONE E RISORSE UMANE

Tra i protagonisti della serata società come Epson, Fujitsu, Dainese, Brugola, Edenred, Marazzi, MEP e ADP

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Sono questi solo alcuni dei profili delle oltre 30 società e CEO premiati in occasione del secondo appuntamento del 2017 dei Le Fonti Awards svoltosi a Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, lo scorso 24 marzo col patrocinio della Commissione Europea. La prima tappa del roadshow, giunto alla settima edizione annuale, si era tenuto a Hong Kong il 10 marzo.

Il filo conduttore della serata è stata l’eccellenza, dalle realtà di nicchia, legali e imprenditoriali, ai grandi brand internazionali nell’ottica dei nuovi dettami dell’Industria 4.0.

Contestualmente alla cerimonia di premiazione, si è svolto infatti il CEO Summit dal titolo Industria 4.0 tra innovazione e valorizzazione delle risorse umane. Alla tavola rotonda hanno preso parte: Jody Brugola, Presidente di Brugola OEB Industriale, Vito Rotondi, CEO e Managing Director di MEP Group, Massimo Pizzocri, Amministratore Delegato di Epson Italia – Vice President Consumer Sales Epson Europe, Roberta Benaglia, Amministratore Delegato di Golden Goose Deluxe Brand e Virginia Magliulo, General Manager di ADP Employer Services Italia.

Tra i numerosi spunti emersi dal dibattito, la necessità di cavalcare le opportunità che l’automazione dei processi e persino l’impiego dei robot possono garantire e al contempo trovare percorsi di maggiore specializzazione e creatività.

«Essere imprenditori oggi non è semplice, ma occorre avere un’idea, una visione e farla conoscere in tutto il mondo. Solo grazie a tenacia, valorizzazione delle risorse umane, innovazione e capacità manageriali, l’eccellenza italiana può competere su scala globale», ha dichiarato Guido Giommi, Presidente di Le Fonti.

CORPORATE AWARDS
Ad aprire la cerimonia di premiazione aggiudicandosi il titolo Excellence of the Year for Innovation High Security ePassports and eGates è Maldives Immigration, di cui è riconosciuta l’elevata innovazione tecnologica e il valore delle risorse umane.

CEO e TOP MANAGEMENT
Il riconoscimento come CEO dell’anno per l’Innovazione è andato a Cristiano Silei di Dainese mentre ha ritirato il premio come CEO dell’anno Digital Branding Sara Baroni di Plan.net. Vito Rotondi di MEP Group si aggiudica il premio come CEO dell’anno per l’Innovazione nel settore dei Macchinari Industriali. Ad imporsi come CEO dell’Anno nelle Soluzioni Digital Imaging è Massimo Pizzocri di Epson Italia mentre Bruno Sirletti di Fujitsu Italia è insignito del titolo CEO dell’anno Innovazione servizi ICT e Digital Transformation.

 

 

IT E SICUREZZA

Eccellenza dell’Anno per Innovazione e Leadership Sicurezza è la storica I.V.R.I, mentre Spindox è premiata per la leadership nelle soluzioni ICT. Fujitsu Italia è Impresa dell’anno per l’Innovazione Servizi ICT e Digital Transformation; per la consulenza IT il premio va a GFT Italia.

RISORSE UMANE

Per la categoria Risorse Umane 4 M.A.N Consulting è eccellenza dell’Anno per Innovazione e Leadership Coaching; ADP Employer Services Italia vince il premio per Innovazione e Leadership HR Solutions.

OUTSOURCING

A Novo Italia ritira il premio come Eccellenza dell’Anno Innovazione e Leadership Servizi Post Vendita Elettronica; per Innovazione e Leadership Language Service Provider è premiata Trans-Edit Group, mentre Cedacri si impone come eccellenza nel campo dell’Outsourcing Bancario. Edenred Italia è eccellenza dell’anno nell’Expense Management.

MANIFATTURIERO

Nel settore manifatturiero Carbotech è Eccellenza dell’Anno per Innovazione Ricerca & Sviluppo, Altanus Genève per Innovazione & Leadership Orologeria e Brugola OEB Industriale per Innovazione e Leadership Bulloneria.

ARREDAMENTO E DESIGN

Tescoma va il premio di Eccellenza dell’Anno Innovazione e Design Casalinghi, mentre Marazzi Group si aggiudica il titolo di Eccellenza dell’Anno Innovazione e Leadership nel Settore Ceramico.

ABBIGLIAMENTO E ACCESSORI

Eccellenza dell’Anno Innovazione Shoes e Luxury Footwear è Golden Goose Deluxe Brand, mentre Clarks si impone come eccellenza nel settore calzaturiero e Dainese Group nell’abbigliamento Hi-Tech protettivo.

ALIMENTARE

Di Leo Pietro ritira il premio per la Leadership nel Settore Dolciario, Zerbinati come Eccellenza nella Gastronomia Fresca.

SANITA’ E FARMACEUTICA

L’Istituto EU.N.I è Eccellenza dell’Anno Innovazione e Leadership Neurochirurgia, mentre Porzio riceve il premio come leader nel settore ortopedico.

INTRATTENIMENTO E SPETTACOLO

Zoomarine Italia by Dolphin Discovery si aggiudica il premio di Eccellenza dell’Anno Innovazione e Leadership nel settore Intrattenimento per la capacità di puntare con costanza sulla ricerca creativa.

ENERGY

A ritirare il premio di Eccellenza dell’Anno Innovazione e Leadership Energia Elettrica Indipendente è il Gruppo Green Network, che si impone come leader nel mercato energetico indipendente.

BANCHE E FINANZA
Agos Ducato
 è Eccellenza dell’Anno Leadership Prestiti Personali, mentre BCC di Monastier e del Sile vince il premio come Banca dell’Anno Innovazione e Leadership nel Credito Cooperativo.

 

STUDI LEGALI
Lo Studio Legale Riario Sforza si aggiudica il titolo di Boutique di Eccellenza dell’Anno nella contrattualistica internazionale, mentre è stato incoronato eccellenza nel diritto amministrativo lo Studio Piselli & Partners, nel diritto commerciale Donativi & Associati e nel diritto penale dell’economia BRB studio legale. Ceppellini Lugano e Associati è proclamato Studio Professionale dell’Anno nel Contenzioso Tributario.

I prossimi appuntamenti saranno il 7 e 29 giugno sempre a Palazzo Mezzanotte e il 20 Ottobre nella sede della Borsa di Londra, nel cuore della City.

Lo speciale completo sui Le Fonti Awards sarà disponibile sui mensili World Excellence e Legal.

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Anche l’agricoltura diventa smart

Droni, trattori autoguidati, robot mungitori, nanotecnologie. La nuova frontiera si chiama Precision agriculture, un business che per Goldman Sachs può valere 240 miliardi di dollari. Con un aumento della redditività già ora del 18%

 

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]A onta di chi diffida delle nuove tecnologie, al World economic forum di Davos, lo scorso gennaio, si è già parlato dell’evoluzione dell’Internet of things in Internet of not things. Una fase chiamata da Gartner Inc. «device mesh», in cui la fisicità (voce, gesto, respirazione e temperatura corporea) interagisce con l’infrastruttura digitale, le “things” reagiscono automaticamente e la connettività ambientale permette di dialogare a distanza senza device. Fantascienza? Tutt’altro, in parte è già realtà persino nell’agricoltura, dove, secondo il Global Opportunity Report 2016, è la più grande opportunità di business a livello globale, e agli agricoltori che ne fanno consente di accrescere il profitto del 18%.
Si chiama Precision agriculture la via da percorrere e consiste nell’inserimento delle tecnologie digitali nella gestione delle attività agricole e agronomiche; strumenti e dispositivi che si interfacciano con robot, droni, sensori, mezzi agricoli e ogni cosa connessa che possa fornire informazioni su stato delle colture, caratteristiche del terreno, salute ed esigenze degli animali. Nella sua forma più completa, un sistema di Internet of things, in cui cose, ambiente, persone e animali giocano ruoli attivi, sono riconoscibili, comunicano dati sull’ambiente di lavoro e se stessi, accedono a informazioni e ricevono input.
Gli attori in gioco sono molteplici, dai produttori tradizionali di mezzi agricoli, che stanno sviluppando nuovi prodotti adatti a questa rivoluzione agricola, a quelli di rilevamento dati o monitoraggio delle colture e degli allevamenti. Le principali piattaforme IoT sono di giganti come Microsoft, Ibm, Cisco, Oracle ecc, lo stesso vale per i big data, con Monsanto in testa, che ha strategicamente acquisito Climate Corp. In campo anche Bayer, General Motor, Dupont, ma anche istituzioni governative, come il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti o la Nasa. Al mixer si aggiungono diverse data company agricole, come le statunitensi Farmobile e OnFarm, pionieristica nel settore.
Nonostante sorga il sospetto che certi colossi possano influenzare a loro favore gli agricoltori e le parti interessate al sistema agroalimentare, il livello di precisione, raccolta di informazioni, elaborazione e analisi, che offrono i big data, è senza paragoni e come in altri settori sta dando inizio a una rivoluzione. A partire dal Parlamento europeo, governi e istituzioni si stanno muovendo a favore della Precison agriculture, con studi, proposte, progetti e investimenti. Le aziende agricole e agroalimentari hanno abbracciato subito il discorso di marketing e vendita sul web, ma sono ancora cauti nel fare investimenti significativi per andare oltre. Un po’ perché non capiscono, un po’ perché il ritorno in rendimenti non è ancora sufficientemente quantificabile.
Secondo un’indagine di Accenture Strategy, fatta su 10.527 lavoratori di dieci paesi, raddoppiando il ritmo di sviluppo delle loro competenze digitali, entro il 2025 i posti di lavoro a rischio calerebbero dal 10 al 4% in Usa, dal 9 al 6% in Uk e dal 10 al 5% in Germania. Attraverso l’Internet of thinghs, le aziende agricole possono monitorare a distanza sensori che rilevano i livelli di umidità del suolo, i mangimi del bestiame, la crescita dei raccolti, la gestione e il controllo dei propri mezzi agricoli intelligenti e dei sistemi d’irrigazione, utilizzare intelligenze artificiali basate sull’analisi di dati combinati che migliorano ogni processo decisionale, anche a livello finanziario e assicurativo. Promesse di precisione cruciali, considerando che l’agricoltura è tra i settori maggiormente responsabili dell’inquinamento e del 70% del consumo mondiale d’acqua, e che entro il 2050 la popolazione mondiale sarà di 9,2 miliardi e la produzione alimentare dovrà crescere del 70%.
Internet e le cose, un gioco per big al servizio di tutti. Ibm è tra i principali attori dell’Internet of things, in Kenia e Sud Africa, generando nuove opportunità di business in settori di vitale importanza, tra cui quelli dell’acqua e l’agricoltura. EZ-Farm, una sua soluzione IoT, supporta i piccoli agricoltori a gestire le risorse idriche e nell’individuare prospettive d’investimento. Bosch, oltre a produrre macchine agricole è, insieme a Microsoft e Intel, partner di The Yield, una technology company avviata verso la leader mondiale nelle intelligent solutions per l’agricoltura.
La start up Deep Field di Bosch utilizza reti di sensori e robot in grado di scegliere e cogliere prodotti dalla pianta. Bayer è protagonista nei Big data e il suo progetto Crop Science è il terzo più grande input agricolo innovativo del mondo. La piattaforma ThinWorx, che sviluppa soluzioni intelligenti per l’agricoltura, ha tra i partner colossi come Texas Instruments, Wind, Verizon, Amazon e Cisco. Accenture fa la sua parte attraverso il servizio Precion agriculture e il progetto Accenture connected crop solution, concepito per migliorare l’input agricolo dell’azienda e le prestazioni della fattoria, la cui applicazione su una trentina di colture, ha generato un +15% nella produttività e +56% annuo nelle vendite.
Il mondo degli strumenti (things) è in continua crescita, Goldman Sachs prevede per le nuove tecnologie agricole un mercato di 240 miliardi di dollari. Promette bene la CropX, start-up di Tel Aviv che sviluppa soluzioni cloud basati su software integrati con sensori, che ha come sostenitori e investitori Robert Bosch e Flextronics International. I robot sono utilizzati in vari modi, su mezzi mobili con Gps o autoguidati, e possono eseguire operazioni di potatura, raccolta, rimozione delle erbacce etc.
I droni hanno sviluppi sempre nuovi, tra questi, il sistema AgDrone della statunitense HoneyComb e quelli della start-up DroneSeed; le nanotecnologie hanno grandi potenzialità, ma costi che tardano lo sviluppo dei prodotti. Tra le ultime novità: Greenbot di Precision Makers, prima macchina auto-guidata con compiti lavorativi per tutti i settori agricoli e d’orticoltura; Fendt E-Hay Rake e il trattore Fendt Vario 1050; Geoprospectors Topsoil Mapper montabile su trattore; il sistema intelligente di sensori AmaSpot di Amazone.
L’Europa s’impegna e l’Italia fa quello che può. Secondo la digital agricultural chart, l’Europa è al secondo posto dopo il Nord America, ma per mantenere le posizioni necessita di una veloce modernizzazione, da qui la promozione e il finanziamento di programmi r&d nell’agricoltura intelligente, attraverso la piattaforma Fiware e programmi pilota che pongono l’accento sul mondo agricolo. Dal 2016 al 2020 la Commissione europea ha reso disponibili 3,6 miliardi per finanziare le sinergie tra ricerca e applicazione pratica, diverse decine di milioni per Precision agriculture e digital technology e 30 milioni per la realizzazione di uno IoT large scale pilot dedicato alla smart agriculture e alla sicurezza alimentare.
Da parte loro, i fornitori di macchine agricole sviluppano propri ecosistemi utilizzando capacità in-house o attraverso acquisizioni, mentre quelli di servizi global cloud esaminano ogni caratteristica dell’agricoltura in modo d’aggiungere nuove funzioni a quelle già supportate.
L’Italia cresce ma non emerge, nonostante il documento Strategia per la crescita digitale e Tim determinata a diventare una Digital telco & Platform company di cui godrà anche l’agricoltura. L’accesso alla banda ultra larga è nettamente inferiore alla media europea e, nella maggior parte dei settori, web e social per marketing e vendita sono primi passi non sempre seguiti da altri step. Il 25% degli italiani non ha mai usato internet e solo il 43% ha competenze digitali di base o superiori, contro una media europea del 56% (dati Eurostat 2016). Non a caso, Coldiretti, ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Google e Unioncamere hanno siglato un accordo che ha portato all’inserimento di giovani tirocinanti in veste di agriweb advisor nelle aziende di Coldiretti.
Nel nuovo panorama agricolo emergono l’Emilia Romagna, Trento, Bolzano, il Nord-ovest e la Toscana per i siti web d’accoglienza e vendita. Il meridione concentra il 63% delle aziende e non brilla, però sta crescendo nel digitale e nel biologico, tendenza che unita all’aumento di giovani manager e imprenditori può essere una promessa. Nei primi 9 mesi del 2016 hanno chiuso 40mila imprese, ma ne sono nate 90mila per lo più condotte da giovani, 34.334 delle quali nel Mezzogiorno, seguito dal Nord-ovest, Centro e Nord-est (dati Coldiretti). Internet e web si utilizzano già e sui campi smartphone e tablet permettono di verificare lo stato delle colture, accedere a informazioni, consultare i fornitori.
Secondo una ricerca condotta da Nomisma e Image Line, azienda che opera nell’agro-informatica, il 61% degli agricoltori intervistati usa Internet, l’85% investe in tecnologie informatiche per la coltivazione e il 18% usa smartphone e tablet in campo. La maggior parte dei consulenti ritiene Internet, il web e le banche dati online indispensabili per il loro lavoro. Nel settore, mancano prodotti made in Italy, Agrodron di Italdron è il primo drone contadino, FlyTop è attiva negli aeromobili a pilotaggio remoto, AiviewGroup, nei servizi di rilevamento del terreno con veivoli Uav, Cloud Cam, di Nuovi Sistemi, è il drone più piccolo al mondo. Menci Software, Image Line e Iptsat, sono leader nelle applicazioni Gis e servizi di telerilevamento satellitare.
Testimonianze sul campo. «Utilizziamo la rete per tutto ciò che è comunicazione, le nostre aziende sono dislocate in posti talvolta sperduti della Toscana e questo permette di dialogare con la sede centrale vicino a Firenze», racconta Giampiero Bertolini, marketing & sales director di Marchesi Frescobaldi, principale marchio del gruppo Compagnia de Frescobaldi, tra le aziende più attente al digitale nel settore del vino «Oltre ad avere un sito web nuovo, a lavorare molto su Facebook, Twitter e Instagram, stiamo implementando un sistema di Crm per l’ottimizzazione dell’uso di tutti i dati che raccogliamo. Inoltre, ci stiamo affacciando all’analisi dei famosi Big data».
La Compagnia de Frescobaldi ha sei marchi, Marchesi Frescobaldi con sei aziende in Toscana, poi ci sono Luce della Vite, Attems, Danzante, Ornellaia e Masseto, tutti con il loro sito web. «In Italia tutta la struttura degli ordini coi nostri agenti avviene online, cosa poco comune nel mondo del vino. I commerciali sono dotati di smartphone e iPad, soprattutto per sviluppare la parte social che è sempre più dominante, permette al mondo di seguirci e  a noi di avere feedback». L’investimento nel web e nel digitale? «Quello sui sistemi è abbastanza alto in termini assoluti, quello sul marketing è sempre più importante e cresce di anno in anno, sono budget che stanno crescendo e in parte assorbono quelli destinati ad altre attività».
Per quanto riguarda il lavoro agrario, il  cio Claudio Corgnati spiega che tutte le aziende sono collegate e inserite nel loro Erp: «Abbiamo sistemi di rilevazione di ore operai, macchine e materiali impiegati di ciascun vigneto e per singola operazione. Abbiamo un sistema di rilevazione delle precipitazioni che raccoglie la pioggia e ci dà i millimetri caduti nei vari vigneti e nelle fattorie e un servizio aereo fotografico periodico. E presumibilmente  avremo un servizio interno di droni, presto faremo un esperimento in una delle nostre fattorie con droni di un’azienda nella provincia di Prato». E i Big data? «Non ancora per la parte agraria, ma è uno dei nostri obiettivi. Recentemente abbiamo fatto un’analisi dei supporti che potrebbero darci, ma solo relativamente alla parte commerciale e marketing».
A febbraio è iniziato il tirocinio degli agroweb advisor, un’attività di prima assistenza e sensibilizzazione ai temi del digitale per le imprese agricole di Coldiretti. «La formazione affronta i temi della nuova impresa agricola e il suo carattere multifunzionale», spiega Romano Magrini, capo area gestione del personale, lavoro e relazioni sindacali di Coldiretti. «La sua capacità di produrre non più solo derrate alimentari, ma cibo e servizi per ambiente, società e persone. Si tradurrà in analisi per il posizionamento sul web dell’azienda, supporto allo sviluppo e alla gestione di home page e portali aziendali, attività volte a migliorare la comunicazione social. A conclusione tutte le strutture ospitanti sosterranno i tirocinanti attraverso un’attività di valutazione, orientamento e accompagnamento rispetto alle possibili opportunità professionali generate dall’esperienza, sia all’interno dell’organizzazione che presso strutture correlate o imprese socie. Le capacità che gli agroweb advisor sapranno sviluppare in tema di Internet of things, costituiscono la prospettiva futura del loro impiego e rappresentano l’obiettivo finale del progetto».
Lely, azienda olandese leader di attrezzature per l’automazione in stalla, opera con successo anche in Italia. «Il robot di mungitura Lely Astronaut è diffuso soprattutto nelle regioni del nord», dice Dario Finocchiaro, sales support & marketing manager della sede italiana, «ma le attrezzature di Lely comprendono anche macchine per l’alimentazione della mandria e la pulizia della stalla. I benefici dell’adozione del milking-robot sono molteplici, tra i principali, il miglior benessere della bovina che, a differenza dei sistemi tradizionali in cui è munta 2/3 volte al giorno a orari fissi con tempi d’attesa e alto stress, con questo sistema si reca al robot che la riconosce e la munge quando lei ne sente la necessità. La maggiore disponibilità di dati su ciascuna consente all’allevatore di concentrarsi su quelle che richiedono più attenzione, migliorare la propria efficienza lavorativa grazie una maggior flessibilità nell’organizzazione della giornata e un incremento dell’efficienza produttiva della stalla. Un solo operatore può gestire una maggior quantità di latte prodotta rispetto ai sistemi tradizionali. La gestione delle informazioni e dei macchinari si effettua tramite i software gestionali T4C – Time for Cow, cui si può accedere anche tramite dispositivi mobili grazie ad apposite app».
Un’altra realtà straniera che opera in Italia è Isagri, gruppo francese pionieristico nell’informatica per l’agricoltura, di cui è leader europeo, con 12 filiali tra Europa e il mondo. «Il nostro mercato di riferimento è la Francia, l’Italia il terzo paese dell’export per fatturato, su un insieme di 11 filiali dirette», spiega il responsabile tecnico Tommaso Nobile. «La domanda maggiore viene dal settore agricolo, sia per la parte tecnica, con una sensibilità crescente verso la qualità e la rintracciabilità, sia per il controllo dei costi. L’orientamento produttivo più richiesto è quello cerealicolo, poi l’orticolo e il viticolo». I clienti sono aziende agricole, ma anche agronomi, cooperative, consorzi e associazioni, e l’agroindustria. «Sicuramente le aziende produttrici di eccellenze italiane, ma per il resto vi è molta diversità: grandi strutture, piccole ma con produzioni specifiche, aziende a biologico, filiere integrate etc. Isagri copre anche il settore zootecnico ed è leader nel suinicolo con le soluzioni IsaPorc».
Tutta italiana, invece, è Irritec, che si occupa di sistemi d’irrigazione. «Nell’agricoltura moderna e di precisione», spiega il titolare Carmelo Giuffré, «l’automazione è un aiuto indispensabile per la gestione della risorsa idrica, della soluzione nutritiva e di molti aspetti agronomici». La Irritec sviluppa in questo senso diversi dispositivi tecnologici: dalle centraline per il lavaggio automatico dei filtri, ai fertirrigatori che permettono di iniettare i fertilizzanti in modo preciso, ai sistemi di controllo remoto che consentono all’agricoltore di gestire gli impianti tramite internet. «Grazie a questi dispositivi e a opportuni sensori», dice Giuffré, «l’agricoltore moderno può controllare i vari fattori produttivi riducendone gli input con vantaggi sia di tipo economico sia ambientale».
Italiana è anche Image Line, con circa 69.306 ettari coltivati col supporto delle banche dati integrate del suo software QdC Quaderno di Campagna e 239 colture gestite dallo stesso software per l’agricoltura sostenibile. Una community con 144mila operatori agricoli registrati e il cui portale AgroNotizie ha quasi 2milioni di utenti unici l’anno. Con Nomisma, Image Line ha condotto recenti studi sul settore: «Uno degli ostacoli maggiori nell’implementazione dell’Internet of things in agricoltura risiede nel basso livello di interoperabilità», spiega Cristiano Spadoni, responsabile marketing e comunicazione di Image Line. «Esistono già diversi strumenti e applicativi che raccolgono dati in campo: dalla mappatura delle produzioni alle caratteristiche delle piante. Ritengo fondamentale che tali dati siano trasformati in informazioni e servizi, grazie alla loro condivisione, per esempio attraverso servizi cloud, e alla possibilità di integrare il patrimonio informativo raccolto in campo con sistemi gestionali. L’agricoltore potrebbe trovare sempre più spesso un supporto da parte di “innovation broker”, quali agronomi, agrotecnici, periti agrari, contoterzisti che lo aiutano a passare dalla precision farming alla “decision farming”, sfruttando anche i vantaggi offerti dall’IoT».
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AON LANCIA IN ITALIA BREXIT NAVIGATOR

Aon, primo gruppo in Italia e nel mondo nella consulenza dei rischi e delle risorse umane, lancia anche in Italia Brexit Navigator, una soluzione in tre fasi progettata per supportare le aziende internazionali che operano nel Regno Unito a quantificare l’impatto dei rischi e le opportunità derivanti dalla Brexit, con l’obiettivo di poter adottare soluzioni di risk management e risk financing.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Brexit Navigator è supportato da un innovativo strumento di consulenza interattivo, che consente alle aziende di avere informazioni utili a valutare l’impatto dei possibili scenari per ciascuna delle quattro maggiori aree di rischio: merci, capitali, servizi e persone.
La soluzione proposta da Aon prevede un processo di analisi che si articola nelle tre fasi Baseline, Balance e Horizon:

•    Baseline – Valuta quanto l’azienda sia pronta alla Brexit, mappa i potenziali rischi e le opportunità per ciascuna delle quattro aree di rischio: merci, capitali, servizi e persone.
•    Balance – Dall’Articolo 50 all’uscita formale, aiuta le aziende a riallineare le strategie di risk management e i programmi assicurativi.
•    Horizon – Dopo l’uscita formale dall’UE, verifica i cambiamenti introdotti sui programmi assicurativi e le strategie di risk management per contribuire a garantire la resilienza per il futuro.

Aon sta riscontrando nei Paesi europei in cui il Brexit Navigator è già stato lanciato un particolare interesse da aziende operanti nei settori alimentare, assicurativo, automotive e Financial Institutions.

Enrico Vanin, Amministratore Delegato Aon Spa e Aon Hewitt Risk & Consulting, ha commentato: “Brexit Navigator è la testimonianza concreta della filosofia di business di Aon: studiare e ricercare soluzioni innovative progettate da professionisti esperti per rispondere prontamente alle esigenze dei nostri clienti. Quando emergono nuovi fattori di rischio, è fondamentale per le corporate riuscire a valutarne in anticipo gli sviluppi. Brexit Navigator aiuterà anche le aziende italiane a quantificare e gestire i rischi e cogliere le opportunità derivanti dalla Brexit”.

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Come difendere informazioni e know how aziendali

Gli attacchi informatici stanno crescendo in modo allarmante. Quali strumenti hanno le imprese per prevenirli? Se né è parlato in una tavola rotonda organizzata da World Excellence

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Panorama allarmante quello degli attacchi informatici. Che crescono in modo esponenziale mentre solo la metà delle imprese italiane ha un piano di prevenzione. Come infatti rivela PwC nella Global Economic Crime Survey 2016, l’indagine condotta sul fenomeno delle frodi economico-finanziarie, un’azienda su cinque in Italia è stata vittima di crimini informatici e solo quattro aziende su dieci dispongono di personale di primo intervento formato contro reati relativi alla sicurezza, mentre il 20% ha esternalizzato la funzione It security.

Un fenomeno, dunque, cui porre rimedio al più presto, in quanto si stimano in particolare 9 miliardi di euro persi ogni anno per attacchi informatici causati dal costante aumento di cybercrime (+34%), phishing (+50%) e dei ransomware (+135%), i malware con richiesta di riscatto (fonte: Assinform 2015, Clusit 2016, Nomisma 2015).
Di questo e di altro si è discusso nel corso della tavola rotonda «Cyber Security: quali strumenti mettere in campo per difendere le informazioni e il know how delle proprie aziende», organizzata da World Excellence. Al dibattito, moderato da Angela Maria Scullica, direttore di World Excellence e organizzato e coordinato dall’autrice di questo articolo con il supporto di Marco Del Bò, giornalista e pr, hanno partecipato: Riccardo Raschini, security manager Sanofi Aventis Spa; Guido Travaini, docente di criminologia dell’Università Vita e Salute e partner di Intelligit srl; Stefano Mele di Carnelutti Studio Legale Associato, avvocato esperto di diritto delle tecnologie, privacy, sicurezza delle informazioni e intelligence; Carlo Del Bò, security executive advisor STE Spa.
Quali sono anzitutto le priorità sui cui devono focalizzarsi le aziende?
MELE Uno dei focus principali sui quali concentrarsi è certamente quello di come proteggere il know how delle aziende. Nel 2015, infatti, sono stati creati e immessi sul mercato ogni giorno circa 15mila malware. Nel 2014, invece, ben 320mila al giorno. Anche stando ai soli dati dello scorso anno, decisamente più confortanti, appare evidente come i vettori di attacco siano in costante aumento e come la difesa aziendale debba inevitabilmente e perennemente rincorrere questi fenomeni. Per di più, gli attacchi informatici sono ormai alla portata di tutti: basta fare qualche ricerca approfondita su internet, infatti, ed è molto facile imbattersi in siti dove comprare un attacco informatico contro uno specifico obiettivo, oppure dove affittare il proprio “ransomware”. È il fenomeno cosiddetto del cyber-crime as a service, ovvero del crimine informatico venduto come servizio. Appare ovvio, quindi, che le aziende debbano investire non solo in prodotti di sicurezza, che da soli possono fare ben poco, quanto soprattutto nella creazione di una vera e solida cultura aziendale della sicurezza informatica. Formazione sui dipendenti per esempio, che in ambito privacy e protezione dei dati personali risulta peraltro anche obbligatoria.
RASCHINI Ho iniziato a occuparmi di sicurezza nel 1983 e circa 15 anni fa, grazie a una pregressa esperienza militare, sono stato ingaggiato da una società americana per occuparmi di  sicurezza del trasporto aereo. Dal 2007 a oggi, sono responsabile della sicurezza della filiale italiana di Sanofi, multinazionale farmaceutica di origini francesi, ma con una forte presenza in Italia: oltre 2.700 persone, una sede centrale a Milano e cinque stabilimenti produttivi. Dalla mia esperienza, posso affermare che, nel settore farmaceutico, la protezione delle informazioni è sempre fondamentale, non solo per quanto riguarda la ricerca, ma anche in ambito di produzione e strategie di vendita. Sanofi si è dotata da tempo di un dipartimento dedicato alla sicurezza, la cui direzione centrale è presso la sede del Gruppo, a Parigi. Il dipartimento si occupa sia di sicurezza interna, dei sistemi informatici dell’azienda, sia esterna, relativa alle potenziali minacce rappresentate dalla condivisione di informazioni sensibili. Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento importante in questo ambito: i social network. Si è reso, quindi, necessario incrementare la consapevolezza dei dipendenti relativamente a questi strumenti e al loro utilizzo, per evitare potenziali danni che derivano, per la maggior parte, da comportamenti involontari.
DEL BÒ Da oltre 25 anni mi occupo di security e credo che le aziende debbano sapere intercettare in anticipo le nuove minacce cyber e pianificare per tempo le contromisure più adeguate. Rispetto a un decennio fa le minacce sono molto dinamiche e la security ha il compito di analizzare e valutare i rischi conseguenti che non trovano certo limiti geografici.
Ma quali sono i principali crimini dai quali ripararsi?
TRAVAINI Si tratta principalmente di crimini molto vecchi, ma con vestiti nuovi. Uno dei più pericolosi, per esempio, è il cyber stalking: in questo caso, cioè, la tecnologia consente di amplificare a livello esponenziale i possibili danni anche psichici per la vittima. Ma si pensi anche al furto d’identità con effetti dirompenti sulla vita delle persone che ne rimangono vittime. Potrebbe capitare a chiunque.
Ci sono poi, le estorsioni on line, pedopornografia, per non parlare della contraffazione di ogni tipo di siti compresi quelli delle farmacie. Accanto all’hacker singolo (ormai, per lo più, desueto), hanno trovato spazio le imprese e le organizzazioni criminali. Va da sé che anche in questo caso occorre pensare da un lato alla repressione dei fenomeni ma anche a progetti di prevenzione mirati, progetti a cui dovrebbero partecipare istituzioni pubbliche e private.
Dunque occorre lavorare sulla prevenzione. Ma in Italia a che punto siamo in tal senso?
DEL BÒ Come azienda di consulenza, abbiamo investito molto sia in ambito tecnologico sia nella  prevenzione. Per dare qualche dato, nel 2020 ci saranno 200 miliardi di device collegati in rete e questo aumenterà enormemente la superficie d’attacco. Criminalità organizzata e hacker organizzati lavorano insieme e lavoreranno sempre più in contatto tra loro: la cyber security è un settore in forte espansione che crescerà del 700% nei prossimi 10 anni e creerà dei nuovi “posti di lavoro”. Negli Usa si stimano 2 milioni di posti. Le organizzazioni criminali hanno fondi quasi illimitati da investire nel cyber crime e dovremo essere sempre più attenti.
MELE Sotto il punto di vista della prevenzione l’Italia sta facendo tantissimo sul piano strategico e operativo. Tuttavia, essendo una minaccia che evolve molto velocemente, occorre essere non solo al passo con i tempi, ma soprattutto anticipare i trend e le modalità di attacco. Per esempio, le aziende dovrebbero preoccuparsi, e anche molto, di una minaccia ulteriore e più subdola rispetto a quella ormai nota dei crimini informatici, ovvero lo spionaggio elettronico, sia operato da aziende concorrenti sia, sempre più spesso, anche dai governi attraverso le loro agenzie di intelligence. Sottrarre le informazioni riservate e il know-how di un’azienda, anche piccola o media, che lavora per aziende più blasonate o che gravita a livello governativo, significa ormai non solo colpire la sua stabilità economica, ma anche e soprattutto colpire l’azienda o il governo committente.
E dal punto di vista della difesa?
MELE Dal punto di vista della difesa, si sta da tempo provando ad arginare questi rischi anche attraverso la promozione di specifiche norme che, attraverso la minaccia di sanzioni spesso anche particolarmente gravose, tentano di accendere l’attenzione delle aziende su questo genere di problematiche. Le normative, però, non possono far altro che rincorrere qualcosa di già consolidato a livello sociale e, pertanto, non possono essere da sole la soluzione. A ogni modo, l’Unione Europea ha introdotto proprio di recente il nuovo regolamento generale sulla Protezione dei dati personali. Entrato in vigore a fine maggio, introduce moltissime novità sostanziali nell’approccio al trattamento dei dati personali effettuato da qualsiasi società. Novità complesse e che impattano su quasi tutti i processi aziendali, tanto da aver previsto un periodo di due anni per l’adeguamento. Periodo che sembra lungo, ma che, in realtà, è da tutti ritenuto fin troppo breve.
RASCHINI In ambito farmaceutico, innovare significa studiare le cause profonde delle patologie per sviluppare farmaci cosiddetti “intelligenti”, ovvero molecole che agiscono su bersagli specifici che sono, appunto, all’origine della malattia, in modo da massimizzare l’efficacia delle terapie, minimizzando gli effetti collaterali. Questo ci porta a ricercare tecnologie e persone nuove, anche al di fuori dell’azienda: un potenziale fattore di rischio. Uno degli esempi più frequenti che non è immediatamente evidente, sono le attività di social engineering. Recentemente, per esempio, abbiamo scoperto l’esistenza di organizzazioni internazionali di head hunting altamente specializzate nel settore farmaceutico che utilizzano questa metodologia in maniera fraudolenta, per ottenere i numeri di cellulare di potenziali candidati.
DEL BÒ Gli attacchi cyber in azienda  posso creare forti ripercussioni economiche e reputazionali. Le aziende hanno già incominciato a investire parecchio in contromisure tecniche ma per stare al passo con gli attacchi devono cercare di avere una visione predittiva e pianificare simulazioni di attacco opportune e sensibilizzare il proprio personale alla difesa del day by day.  Un esempio di criticità si ha quando quando c’è un alto turn over del personale e spesso vengono eseguiti download non autorizzati anche di materiale classificato confidenziale.
E cosa prevede la legge in questi casi?
MELE Trovare il giusto equilibrio tra protezione dei dati e delle informazioni dell’azienda e tutela del diritto del lavoratore a non essere controllato durante l’attività lavorativa è un processo molto delicato.
Ci sono, tuttavia, dei metodi legali per farlo. Attraverso specifiche policy aziendali e le opportune informative privacy si può costruire un processo virtuoso in cui entrambi gli attori, la società e il lavoratore, siano protetti e tutelati nei rispettivi diritti e doveri.
TRAVAINI È importante quando ci si occupa di prevenzione pensare a come informare senza allarmare troppo le persone.
Occorre far crescere la consapevolezza che il cyber crime è attuale e non vi sono persone o settori che sono completamente sicuri. Occorre far crescere la consapevolezza e le possibili good practices utilizzabili.
Come sarà dunque in generale l’evoluzione del problema da qui al 2020?
DEL BÒ Tutto sarà sempre più connesso di oggi e ogni imprenditore dovrà prendere atto che gli attacchi cyber faranno parte della vita quotidiana. Il tema è complesso e non esiste un’unica soluzione. L’Internet delle cose sarà anche l’internet dei rischi. L’anello debole, infatti, è e sarà sempre l’essere umano, e bisognerà proprio lavorare su di lui e conseguentemente sulla tecnologia. La piattaforma d’attacco sarà esponenziale. Il tema della cyber security acquisterà sempre più valenza e le aziende non potranno non valutare i danni economici che  tali crimini posso arrecare.
MELE I margini per fare tanto e fare bene non sono un miraggio, ma esistono e si concretizzano in alcuni progetti molto interessanti. Personalmente, sono presidente dell’Associazione CyberParco, che si propone di promuovere e creare all’interno della ex area Expo2015 un hub euro-mediterraneo totalmente focalizzato sulla cyber-security.
L’obiettivo è quello di raggruppare in un unico luogo, aziende consolidate del settore, università e startup per promuovere la sicurezza cibernetica attraverso l’osmosi tra esperienza, competenze ed entusiasmo. In questo momento di progetti analoghi ce ne sono solamente due al mondo: uno in Israele, dove  in 4 anni sono state  create circa 300 startup che fanno della cyber-security il proprio core business e che esportano annualmente servizi e tecnologie per circa 6 miliardi di dollari, e uno negli Stati Uniti, nel Maryland. La nostra ambizione è di contribuire con il CyberParco a creare il terzo polo, il primo in Europa.
RASCHINI Penso che nel 2020 saremo ancor più “dematerializzati”, nel senso che ci affideremo sempre più a terzi per determinati servizi, anche inerenti ad aspetti del settore normalmente poco noti. Se questo da un lato ci espone a rischi, dall’altro consente di selezionare più accuratamente i partner con cui lavorare, sulla base delle competenze e degli standard. Se le piccole e medie aziende vorranno lavorare con le grandi, dovranno necessariamente adeguare i propri standard per rimanere competitive ed essere considerate partner affidabili.
TRAVAINI A mio avviso, ci sarà una “democratizzazione” del cyber crime, nato come un crimine per esperti, che verrà sempre più utilizzato dalle grandi organizzazioni criminali e crescerà vorticosamente. Il 2020 è dietro l’angolo e la cyber security deve obbligatoriamente diventare strategia di marketing. Andremo sempre più verso aziende in grado di offrire non solo prodotti validi ma anche cyber sicuri.
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La Social economy della Quarta Rivoluzione Industriale

La terza rivoluzione Industriale è in atto e già se ne profila una quarta, una svolta epocale che dovrebbe portare a una sorta di nuovo Rinascimento, in cui uomo, ambiente e sapere tornano centrali. Siamo pronti? E a cosa andiamo incontro?

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]La frase con cui Jeremy Rifkin ha aperto il suo intervento al convegno di Ericsson è ormai virale: «Siamo alla fine di una delle grandi ere economiche dell’umanità, ma al tempo stesso vediamo l’inizio di qualcosa d’altro». Quella Quarta rivoluzione industriale su cui invita a riflettere e cui Klaus Schwab, come Rifkin un big dell’economia, ha dedicato il saggio che ha ispirato il World Economic Forum, di cui è presidente e fondatore. La terza rivoluzione industriale, caratterizzata principalmente dagli sviluppi del digitale, non ha ancora chiuso il cerchio e già assistiamo all’avanzare di una quarta che avrà un formidabile impatto sulla società e dovrebbe aprire le porte a quella che gli studiosi chiamano economia sociale. Il primo passo è stato Industria 4.0, che la Germania e altri paesi hanno iniziato a implementare in diverse aziende da qualche anno e la cui caratteristica principale è l’integrazione di Sistemi Cyber-Fisici Cps nei processi industriali. In parole povere, l’inserimento nel lavoro dell’uomo di strumenti tecnologici intelligenti connessi a internet e tra loro, insieme ad altri fattori, un sistema capace di cambiare drasticamente il modo di lavorare e di vivere che darà vita a una nuova era economica, che parrebbe  positiva per l’umanità. Negli ultimi anni, il digitale e ogni sua interconnessione di rete hanno generato un fenomeno a livello di sistema che ha già cambiato molte cose. Le nuove tecnologie di comunicazione gestiscono in modo sempre più efficiente l’attività economica, nuove fonti di energia la alimentano, nuove modalità di trasporto la promuovono e l’interazione di ognuna di loro consente al sistema di operare come un insieme. La convergenza della comunicazione digitalizzata su internet, la digitalizzazione delle energie rinnovabili su internet, i Gps relativi a trasporti e logistica su internet, spostano le dinamiche economiche verso catene di valore sociale e creano un super-internet della gestione. Una piattaforma detta Internet delle Cose, su cui convergono tutti i sensori integrati in dispositivi e apparecchi, che permette di comunicare tra loro, oltre che con gli utenti Internet, e pone le attività economiche in un mondo digitale intelligente. Per il 2030, è previsto che i sensori collegati con l’ambiente umano e naturale saranno più di 100 miliardi, oggi sono 14 miliardi. Tutto questo dovrebbe dar vita a una società a costo marginale zero, equa e sostenibile, frutto della collaborazione tra esseri umani, del dialogo tra loro e di sempre più efficienti strumenti tecnologici. Già oggi, la perdita e l’abbassamento del costo di alcuni servizi sta generando un’economia caratterizzata da un mix di modelli capitalisti e commons collaborativo, che registra buone ricadute sociali. Nelle previsoni dello scienziato e matematico Samuel Arbesman, in tempi brevi i computer saranno in grado di sostituire persino il potere cognitivo umano. Geof Colvin, editorialista di Fortune, sostiene che la nuova economia sarà un’economia sociale, in cui i migliori player non saranno ne macchine ne solisti geniali, ma uomini capaci di interagire con altri uomini e con le macchine. Un eden, dove ci saranno nuovi tipi di lavoro ma molti di quelli classici scomparirammo, che si sta sviluppando rapidamente nei paesi ricchi e meno in quelli poveri, che dovrà avere governance ben orientate ed efficienti come recita il tema di Davos “Mastering the Fourth industrial revolution”. Nel dettaglio, si stima che tra una ventina d’anni l’automazione di circa il 47% dei lavori porterà la perdita di milioni di posti lavoro. L’ultimo rapporto della Banca Mondiale riporta 4,2 miliardi di persone senza connessione Internet, in India 1,1 miliardi su una popolazione di 1,25 miliardi, in Cina 755 milioni e  in Indonesia 213 milioni. Europa e Usa sono i paesi più avanzati nell’applicazione di Industria 4.0, in particolare la Germania, dove secondo l’ultimo report di Industrie 4.0 Working Group, 131 compagnie su 278 sono già in Industrie 4.0. Tra queste Bosch, Wittenstein, Basf SE, e Siemens AG che utilizza componenti Cps nella produzione di macchine automatizzate per altre compagnie, tra cui Bmw e Bayer. Sono però i colossi Usa della Sylicon Valley che dispongono dei big data necessari al funzionamento di Industria 4.0 e nello specifico è Google che controlla il 97% delle ricerche in rete in Germania. C’è di buono che proprio Google e Facebook si stanno già impegnando nell’intento di fornire internet gratis al mondo. Amazon, Apple, Facebook e Google sono i colossi dominanti della terza rivoluzione industriale e lo saranno anche di più nella quarta. Scott Galloway, professore di marketing e brand strategy alla New York University of Business e Ceo della società di business intelligence L2, ha dedicato la strepitosa conference “The gang of Four”, a ciò che ha permesso alla capitalizzazione di mercato complessiva di Google, Facebook, Apple e Amazon di passare dal Pil della Spagna a quello del Canada nel 2015 e in generale alla loro ascesa «Non è mai stato più facile diventare un miliardario e più difficile essere milionario», ha detto, «non c’è nulla di equo nell’era digitale», concludendo però che ci sono lezioni da imparare su come loro stanno innovando e affrontando i mercati, sulle cose significative che grazie alla tecnologia stanno accadendo.

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Mediterranea e vegetariana: due diete a confronto

Tenuta de l’Annunziata, sempre attenta al tema della salute, apre le porte all’estate con un viaggio tra gusto, ingredienti e benessere.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il 22 luglio dalle 19.00 alle 21.00 presso la suggestiva e accogliente terrazza di Tenuta de l’Annunziata la Dott.ssa Elena Macchi, biologa e nutrizionista, darà consigli e svelerà i segreti per una nutrizione corretta senza sensi di colpa.
Insieme all’esperta si parlerà di cibi e ingredienti che non devono assolutamente mancare in una dieta equilibrata e di piatti salutari costruiti attraverso i sapori autentici del nostro territorio.
Inoltre, grazie ad un gustoso showcooking, realizzato in collaborazione con Itineri, abbineremo ai prodotti della Tenuta Legù – l’antipasta, a base di legumi con meno carboidrati al mondo perfetto anche per celiaci, vegetariani e diabetici.
Legù è un prodotto realizzato da una giovanissima realtà locale nata nel 2015 ad Albizzate,che segue una filosofia artigianale e 100% naturale: nessun additivo e solo farina di legumi.
Per le sue caratteristiche e per la sua versatilità Legù è stato anche inserito nel nuovissimo menu à la carte del ristorante di Tenuta de l’Annunziata.
Il 22 luglio è un appuntamento assolutamente da non perdere, pensato per offrire informazioni preziose e alla portata di tutti senza tralasciare il lato più gustoso ed invitante.
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