Finance

4AIM SICAF REALIZZA DUE NUOVE OPERAZIONI DI INVESTIMENTO: HEALTH ITALIA E TELESIA

4AIM SICAF (4AIM:IM), prima SICAF focalizzata su investimenti in società quotate e quotande su AIM Italia, comunica di aver effettuato due nuovi investimenti mediante la sottoscrizione in IPO dell’aumento di capitale di Health Italia e Telesia. In entrambi i casi la partecipazione detenuta da 4AIM SICAF è sotto la soglia del 5%.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Dante Ravagnan, Amministratore Delegato e Chief Investment Officer di 4AIM SICAF: “Tornano le IPO sul mercato AIM Italia; riteniamo che Health Italia e Telesia rappresentino degnamente la PMI Italiana di qualità e siano accomunate da un forte posizionamento nel loro settore atteso in crescita, una elevata redditività e un management team qualificato.”

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GRUPPO IBL BANCA: quattro nuovi ingressi in ruoli chiave

IBL Banca, capogruppo del Gruppo Bancario IBL Banca, leader nel settore dei finanziamenti tramite cessione del quinto dello stipendio o della pensione, in queste prime settimane del 2017 ha rafforzato l’organico con l’ingresso di quattro nuovi professionisti chiamati a ricoprire ruoli chiave per l’istituto.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Francesco Rescigno (secondo nella foto da sinistra) fa il suo ingresso in IBL Banca come Responsabile Internal Audit, con riporto diretto al Consiglio di Amministrazione.

Nato a Genova nel 1965, Rescigno, laurea in Economia e Commercio presso l’Università La Sapienza di Roma, ha maturato un’esperienza di oltre venticinque anni specializzandosi nei sistemi di controlli interni alle banche.

Rescigno proviene dal Gruppo ICCREA, dove è entrato nel 2007 assumendo la responsabilità della funzione Compliance e Antiriciclaggio in ICCREA Banca, poi in ICCREA Holding ed, in ultimo, in Banca Sviluppo. In precedenza, ha lavorato anche in Mediocredito Centrale (dal 1991 al 2000), Euros S.p.A (2001-2002), Deloitte (2003) e BNL (2006-2007).

Giancarlo Di Sevo (terzo nella foto da sinistra) entra in IBL Banca come Responsabile Legale e Ufficio Reclami e riporterà direttamente alla Direzione Generale.

Nato a Milano nel 1959, laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, avvocato dal 1989, Giancarlo Di Sevo per oltre trent’anni ha svolto la sua attività presso i servizi legali di primarie banche italiane, occupandosi di gestione del contenzioso, crediti deteriorati, reclami, attività di consulenza legale e compliance.

In particolare ha prestato servizio, tra gli altri, in Banca Commerciale Italiana (1984-1989), Banca Popolare di Lecco (1989-1990), Banca Lombarda (1990-1993), Banca Ambrosiano Veneto (1994-1999), Gruppo Intesa (1999 -2006) e, più recentemente, in Veneto Banca (2011 – 2016).

Federico Meloni (quarto nella foto da sinistra) assume la carica di Responsabile Compliance e Antiriciclaggio di IBL Banca, riportando direttamente all’Amministratore Delegato e al Consiglio di Amministrazione.

Federico Meloni, nato a Roma nel 1975, laurea in Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma, è stato responsabile della Funzione Compliance, prima presso il Fondo di Garanzia Istituzionale (2011-2015) poi presso Arepo PB Spa, holding del Gruppo Bancario Banca Profilo Spa.

In precedenza, ha lavorato nel Servizio Compliance presso Federcasse (2008-2011), dal 2000 al 2008 ha svolto attività nel Servizio di Revisione interna di Uniaudit e MCC Spa e per un breve periodo, nel 2007, ha inoltre fatto parte dello staff tecnico dell’Amministratore Delegato di Capitalia Spa.

Franco Felici (primo nella foto da sinistra), nato a Roma nel 1952, laurea in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza di Roma e oltre 40 anni di esperienza nel settore bancario, ha assunto l’incarico di Responsabile Coordinamento Rete Gruppo nell’ambito della Direzione Affari di IBL Banca.

Felici proviene da una lunga esperienza in Unicredit (2006-2015) dove, in ultimo, è stato vice responsabile Sud Italia (240 filiali nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata e Calabria). Dal 2002 al 2006 è stato capo del personale di Banca di Roma. In precedenza, ha lavorato presso il Banco di Santo Spirito (1973-1997), poi diventato Banca di Roma, occupandosi in particolare dell’area risorse umane.

“Accogliamo con entusiasmo nel nostro Gruppo quattro nuovi professionisti, in aree che da sempre consideriamo strategiche per la banca. Con le loro competenze specialistiche ed il loro bagaglio di esperienza potranno dare un contributo rilevante. Posso dire con soddisfazione che negli ultimi anni abbiamo consolidato la nostra quota di mercato fino ad essere leader di settore e al contempo abbiamo anche continuato a rafforzare e incrementare l’organico del Gruppo IBL Banca.” ha commentato Mario Giordano, Amministratore Delegato di IBL Banca.

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SCM SIM PREMIATA COME ECCELLENZA DELL’ANNO PER LA FINANZA INNOVATIVA

Grande successo per il Convegno Le Fonti tenutosi martedì 15 novembre nella cornice di Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, con il patrocinio di Commissione Europea e la media partnership di CorriereEconomia. Durante la serata, che ha visto la partecipazione di Marcus East, già eCommerce Manager di Apple al fianco di Steve Jobs ed esperto mondiale di digital transformation, sono state premiate le società più innovative in diversi settori. La palma di Eccellenza dell’Anno per la Finanza Innovativa è andata a Solutions Capital Management Sim:

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Per l’approccio innovativo alla gestione dei patrimoni, indipendente e a 360 gradi, per una consulenza che non si limiti ai soli aspetti finanziari. Per la capacità, suffragata dalla recente quotazione in Borsa, di rappresentare un nuovo modello di advisor e wealth management sul mercato italiano.

«È la seconda volta quest’anno che ci ritroviamo a Piazza Affari – ha commentato Antonello SannaCEO di SCM Sim -. La prima è stata il 28 luglio, giornata in cui abbiamo raggiunto un risultato molto importante: ci siamo quotati come prima Sim sul mercato AIM di Borsa Italiana. La seconda in occasione del Premio Le Fonti.
Ci fa molto piacere essere presenti a questa serata, in cui si è dato spazio a un tema di lungimiranza e visione futura, come è l’innovazione, in una location di contesto storico quale è il Palazzo di Mezzanotte. SCM, fin dalla sua origine nel 2009, nasce come modello di consulenza finanziaria indipendente. Un modello di business innovativo ed unico in Italia, fondato sulla trasparenza, indipendenza e assenza di conflitto di interessi. Siamo stati capaci di anticipare il cambiamento che sta attraversando oggi l’industria del risparmio gestito. Per effetto sia di logiche interne che di fattori esogeni, in primis la crisi finanziaria, l’industria del Private Banking si trova ad affrontare oggi tre cambiamenti epocali: nuove esigenze e bisogni della clientela, espansione della tecnologia e regole più severe a tutela dei risparmiatori, ossia la trasparenza, soprattutto a livello normativo. Per far fronte ai cambiamenti del mercato diventa necessario differenziarsi dai grandi gruppi bancari e dai loro sevizi standardizzati, orientandosi verso un modello di consulenza finanziaria che offra servizi personalizzati a clienti di alto livello e con esigenze articolate. SCM SIM, tramite i servizi di Private Banking e Wealth Management, offre soluzioni di advisory personalizzate per i clienti. Secondo la logica del Multi Family Office, ci posizioniamo al fianco dei nostri clienti, proprio come un vero life coach, fornendo strategie, soluzioni e strumenti necessari per la pianificazione, protezione e gestione del loro patrimonio complessivo. Non ci limitiamo a svolgere il servizio di asset allocation, ma ci occupiamo di tutti gli aspetti rilevanti per i nostri clienti, quali questioni successorie, consulenza in campo assicurativo e ottimizzazione fiscale. La clientela SCM è considerata e servita con una visione d’insieme del patrimonio, che si focalizza sul concetto di protezione e creazione di valore nel lungo periodo per il cliente e con il cliente. Il nostro obiettivo è di servire in maniera profittevole i nostri clienti, garantendo loro una customer experience di eccellenza. Essere premiati come finanza innovativa è certamente un segnale molto forte. Il mercato e la comunità finanziaria, anche a livello internazionale, riconosce in noi un modello di successo. Siamo la società di riferimento per quei consulenti che decidono di fare dei valori il centro della loro professione, tramite un modello che consente di allineare i propri interessi con quelli dei clienti».

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Ecco come sarà il nuovo Banco Bpm

Giuseppe Castagna, designato a guidare il terzo gruppo bancario italiano, illustra quali saranno le strategie e le sfide da affrontare

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]È già stato definito il matrimonio bancario dell’anno. Quello che con l’atteso via libera entro fine anno delle rispettive assemblee dei soci sarà celebrato, con la fusione che darà vita alla nuova holding di controllo, il nuovo Banco Bpm, terzo gruppo creditizio italiano dietro Intesa Sanpaolo e Unicredit, tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano (Bpm). Nozze che hanno avuto un lungo e non facile fidanzamento dovuto sia alle comprensibili resistenze interne in due storiche cooperative di credito (spinte alla trasformazione in spa come la decina di principali popolari italiane dalla riforma voluta dal governo Renzi) ma anche al burrascoso 2016 vissuto dalle banche italiane in Borsa sotto la pressione del tallone d’Achille delle sofferenze, che ha alimentato molta, troppa speculazione sui titoli bancari e infine dagli interventi della Bce sul fronte dei parametri di patrimonializzazione che hanno imposto al Banco un aumento di capitale da un miliardo, concluso con successo.

Sgombrato il campo da (quasi) tutti gli ostacoli Banco e Bpm si preparano al matrimonio d’autunno. Ma un po’ per prudenza e, non dimenticando le sue origini napoletane, anche per un pizzico di scaramanzia, Giuseppe Castagna si sentirà sicuro di essere stato l’artefice, insieme con il numero uno del Banco Pier Francesco Saviotti con cui esiste un rapporto di stima e amicizia dai tempi della Comit, della nascita del Banco Bpm di cui sarà la guida operativa, soltanto entro fine anno. Quando, come detto, le assemblee dei soci dei due istituti approveranno la trasformazione in spa e l’integrazione. Anche se, confessa «dopo il primo via libera della Bce ho capito che eravamo sulla strada giusta». Un processo, quello del nuovo Banco Bpm, lunghissimo per l’iper regolamentazione delle Authority, cominciato a marzo e destinato a chiudersi (a giugno sono partiti i cantieri per delineare i percorsi tecnici dell’integrazione) a dicembre mentre «basta un giorno a Microsoft per acquistare Linkedin». Ma che in un momento difficile per i mercati e il sistema bancario si caratterizza come un “modello campione” da seguire anche nel mondo delle popolari.
Che realtà sarà quella del Banco Bpm?
«La terza banca italiana» risponde l’attuale ad della “Milano” «fondamentale non solo per il sistema bancario italiano ma anche per il Paese. La crisi ha dimostrato come per le banche piccole e regionali sia diventato più complicato di prima poter crescere ed espandersi.   . Da due banche regionali nascerà una grande banca nazionale che in questi territori avrà una quota di mercato del 10,5% molto vicina all’11,5 di Unicredit e al 12,5% di Intesa Sanpaolo».
Che vantaggi darà la fusione?
«La somma di Bpm e Banco produrrà molta più redditività. Penso in particolare alle sinergie, un carburante importante per centrare i target del piano al 2019 in un contesto che anche nei prossimi anni vedrà tassi di interesse bassissimi se non addirittura negativi. La somma delle due banche permetterà di creare un importante terzo polo bancario alternativo alle due principali banche del Paese. E, come prevede il piano industriale preparato per la fusione, questa somma produrrà molta più redditività rispetto a quella che avrebbero potuto generare Banco e Bpm restando da sole».
Avranno da guadagnare anche gli azionisti che in questi mesi hanno visto il tonfo dei titoli?
«La flessione dei corsi azionari delle banche è sotto gli occhi di tutti. Ma se si guardano i numeri si scopre che, da inizio anno, quella di Bpm comunque è stata inferiore alla media dei suoi principali competitor ed in più oggi abbiamo un piano industriale credibile e competitivo che può dare soddisfazioni ai nostri azionisti. Per Banco invece ha influito l’aumento di capitale».
Per la fusione sono già stati definiti i valori con il 54% del capitale al Banco e il 46% a Bpm.
«La determinazione dei valori era un atto dovuto per presentare la proposta di integrazione. Per stabilire il concambio effettivo abbiamo dovuto attendere l’esito dell’aumento di capitale del Banco Popolare. E alla luce del risultato e del numero di azioni sul mercato post aumento è stato fissato in un’azione della nuova holding del gruppo per ogni titolo del Banco e sempre in un’azione della nuova holding per 6,386 azioni Bpm, in circolazione al momento dell’efficacia della fusione».
Quindi sarà una fusione alla pari non come altre ipotesi di cui si era sentito parlare?
«Noi sapevamo di essere piccoli e perseguivamo l’integrazione con una banca più grande. Ma abbiamo sempre salvaguardato la pari dignità. Con il Banco l’abbiamo ottenuta. Aggiungo anche che due anni fa in Borsa valevamo molto meno dei nostri maggiori competitor e oggi siamo quasi allineati, se non superiori. Questo percorso ci doveva essere riconosciuto».
Il Banco Bpm non perderà il suo radicamento territoriale di popolare?
«Il radicamento significa la vicinanza ai clienti e non quello di una governance condizionata da interessi locali. Che, come si è visto, e non solo nel mondo delle popolari, hanno prodotto più di un problema».
Problemi ve li hanno creati anche i sindacati, da sempre il socio forte di Bpm?
«Quando si cambia, sono normali le resistenze, soprattutto in fase iniziale. Nel mese di luglio, le segreterie sindacali nazionali hanno espresso pubblicamente il loro apprezzamento al progetto di fusione. Del resto il piano industriale, che prevede la chiusura di 340 filiali per le sovrapposizioni che si creeranno tra gli sportelli delle due banche in aree sovrapposte a distanza di meno di 500 metri, limita a 2600 su un totale di 25 mila le persone considerate in più: 1800 avranno una possibilità di uscita con pensionamenti volontari mentre le altre 800 saranno formate per essere ricollocate in altre aree di business, compresa la nuova business unit chiamata a dedicarsi al recupero degli Npl, i Non perfoming loans».
Lei quindi scommette sul Banco Bpm?
«Nello scorso mese di maggio ho investito in titoli Bpm, e altrettanto ha fatto Saviotti nell’aumento di capitale del Banco. Ma la faccia la metto soprattutto andando costantemente dagli investitori a spiegare come questa rappresenti una grande opportunità».
Il matrimonio dell’anno tra Bpm e Banco avviene in un 2016 pesante per il sistema creditizio italiano. Ma le nostre banche sono davvero messe così male?
«Sono convinto che, in un modo o nell’altro, sapremo uscire da questa crisi che ha il suo epicentro nel problema delle sofferenze. Le banche italiane non erano preparate ad affrontare un tale ammontare di Npl con le vecchie strutture di recupero essenzialmente composte da legali abituati al recupero civilistico. Oggi il sistema si sta attrezzando per affrontare in modo nuovo questo problema e le misure prese dal governo, e le altre che dovrebbero arrivare, dovrebbero favorire e accelerare il ridimensionamento delle sofferenze favorendo anche le procedure extragiudiziali per accorciare i lunghissimi tempi della giustizia nel far valere le garanzie reali dietro ai crediti incagliati, pensi solo ai beni immobiliari».
Le autorità di vigilanza, a cominciare dalla Bce, dovrebbero però essere un po’ meno rigidi…
«L’irrigidimento della Ue ha impedito, mi riferisco alle quattro banche salvate per decreto e alle conseguenze che questo intervento ha prodotto sul sistema, sui risparmiatori e sul mercato, di fare salvataggi vecchio stile.
E si è stati costretti ad attuare interventi più costosi e che hanno dato ai mercati l’idea che le banche italiane erano a rischio.
Per questo è importante che il tema delle sofferenze non venga affrontato con la fretta che imporrebbe alle banche di svendere gli Npl svalutati al 17,5% secondo quanto oggi è disposto a pagare il mercato, ma con calma e con un po’ di tempo a disposizione, si attuino, sia all’interno delle banche sia con le nuove normative, tutti gli interventi necessari per aggredire il problema ricreando un clima di fiducia attorno al sistema bancario, fondamentale perché possa tornare a crescere»

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Metodi innovativi di accesso al credito

Il mercato potenziale del credito di filiera è pari a più di 570 miliardi di euro ma ad oggi è poco sfruttato. Mentre factoring e anticipo fattura crescono nella diffusione, le soluzioni più tecnologiche sono ancora al’inizio

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Cresce in Italia l’interesse per il supply chain finance, l’insieme di soluzioni che consentono a un’impresa di finanziare il capitale circolante facendo leva, oltre che sulle caratteristiche economiche, finanziarie o di business, sul ruolo all’interno della filiera. Ma se il mercato potenziale è pari a più di 570 miliardi di euro (il valore totale del montecrediti di crediti commerciali a fine 2014), ad oggi ne è sfruttato solo il 27%. Le soluzioni di finanziamento del circolante più diffuse in Italia, infatti, il factoring e l’anticipo fattura, insieme finanziano complessivamente 146 miliardi di euro, pari al 26% del mercato potenziale. Le soluzioni di supply chain finance innovative coprono invece solo l’1%. Tra quelle più recenti che solitamente richiedono un utilizzo delle tecnologie digitali ci sono:  l’inventory finance (che permette di “smobilizzare” il magazzino, di cui si segnalano recenti partnership tra istituti finanziari e operatori logistici) e il purchasing finance (il finanziamento basato su ordini di acquisto invece che fatture). L’invoice auction (marketplace per la compravendita di fatture tramite asta) e il dynamic discounting (la gestione dinamica dei tempi di pagamento e degli sconti tra cliente e fornitore) si sono appena affacciate al mercato italiano. Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Finance della School of Management del Politecnico di Milano da cui emerge la necessità di nuovi modelli e strumenti di finanziamento nel nostro Paese, inclusi quelli di valutazione del merito creditizio.

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Non è facile in Italia liberarsi dall’abbraccio bancocentrico

Creare un’unione dei mercati di capitali e promuovere forme di investimento alternative allo scopo di far circolare i capitali e favorire le imprese. Tutto entro il 2019». E’ questo l’audace obiettivo che si è prefissata la Commissione Europea quando, a febbraio 2015, ha presentato il Libro verde sul mercato dei capitali.
[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Il progetto nasce dall’esigenza, ormai incombente, di ottemperare all’insufficienza del credito bancario attraverso un mercato unico che possa diversificare le fonti di finanziamento promuovendone di nuove, come il venture capital e il crowd-funding, aumentare così la liquidità e farla circolare nel sistema. I principali destinatari del piano comunitario sono le imprese, grandi o piccole che siano.
La riflessione sul progetto della Commissione ha interessato tutti i 28 paesi membri dell’Unione Europea ed è stato ampiamente affrontato anche dall’Italia, dove il sistema resta sostanzialmente banco-centrico rendendo l’adesione a un sistema unificato alquanto complessa. In particolare in Italia non sono solo gli ostacoli legati al contesto politico-legislativo, alle regolamentazioni e così via ma anche un atteggiamento scettico da parte degli  imprenditori nei confronti di nuove forme di finanziamento.
Delle principali difficoltà e dell’andamento del capital markets in Italia se ne è discusso durante l’incontro dal titolo “Verso il Mercato unico dei capitali: nuovi scenari di investimento” organizzato da Le Fonti per World Excellence e moderato da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche del gruppo. Al dibattito hanno preso parte due avvocati esperti di capital markets e private equity, Lukas Plattner di Nctm e Marco Franzini di Eversheds e Alessandro Esposti, Cfo ed Investor Relator di Openjobmetis, la prima agenzia per il lavoro italiana ad aver fatto il suo ingresso in Borsa, sul segmento Star.
Qual è la situazione del mercato dei capitali in Italia e cosa comporta essere quotati in Borsa?
ESPOSTI La mia opinione è che negli ultimi anni il divario tra l’Italia e gli altri paesi industrializzati si sia ampliato da un punto di vista economico. Il nostro sistema paese non è stato capace di evolversi velocemente per adattarsi ai cambiamenti in atto, lasciandoci molti passi indietro rispetto a realtà come Germania, Regno Unito, Stati Uniti, solo per citarne alcune.
Sarebbero servite e servirebbero norme più coraggiose in termini di incentivi fiscali ed economici, ma anche un modo di operare slegato dal passato. Qui le mancanze sono più da parte degli imprenditori, timorosi di aprirsi al mercato e di rendere la propria azienda più efficiente e moderna anche da un punto di vista gestionale.
Ancora oggi l’imprenditoria italiana è poco propensa ad accedere al mercato dei capitali, preferendo il finanziamento bancario, entrato però in crisi negli ultimi anni e che ancora fatica a trovare un equilibrio nei prestiti. La nostra esperienza è emblematica in questo senso considerando che, dopo l’ingresso in Borsa, gli istituti di credito, forse perché rassicurati dalla trasparenza dei numeri, sono più disponibili e concederci liquidità e a prezzi più vantaggiosi. Essere quotati, evidentemente, ci fa apparire più affidabili rispetto alle aziende che non lo sono.
Il rovescio della medaglia è che questo percorso comporta costi e un impegno maggiore in termini di procedure e operatività. È necessario, per esempio, mantenere un dialogo frequente con le autorità competenti come Consob e Borsa Italiana e anche con il mercato. Da qui la necessità di incrementare il personale, lavorare con consulenti e avvocati.
PLATTNER Andare in Borsa non è solo andare a raccogliere denaro, vuol dire andare a riorganizzare l’impresa; hai un sistema di controllo di gestione, hai un revisore legale, hai gli amministratori indipendenti, riorganizzi l’impresa creando anche dei flussi informativi che devono funzionare. Innanzitutto io distinguerei il mercato dell’equity da quello del debt: sull’equity capital markets gli investitori istituzionali sono pochi e bisogna intervenire velocemente perché è un mercato che può crescere, ha potenzialità ma stiamo rimanendo indietro. Una delle cause di questo rallentamento è la mancanza di incentivi e di un quadro normativo semplice; sul bond, invece, si è creato un mercato consistente e questo ha dato una spinta all’economia. Concordo sul fatto che il gap tra Italia e estero stia crescendo, gli altri paesi si muovono molto più velocemente di noi; per esempio nel Regno Unito, Francia e Spagna ci sono numerosi agevolazioni e vantaggi per favorire la raccolta di operazioni sui capitali, ad esempio finanziamenti a fondi perduto per sostenere i  due diligence o incentivi fiscali per gli investimenti in pmi. Inoltre in Italia le procedure, così come lo stesso prospetto informativo, sono molto più complessi in termini di dettagli, lunghezza, comprensione. Tutto ciò ovviamente non invoglia e non facilita l’accesso al mercato dei capitali.
 
Oltre alla Borsa c’è anche il mercato del private equity. Qual è il suo attuale andamento?
FRANZINI Quale advisor nel mercato del private equity, ho esperienza nell’assistenza di operatori istituzionali che vogliono investire in Italia e ritengo che in questo mercato l’aspetto più importante sia la liquidità. Oggi il principale punto su cui interrogarsi è se una target di investimento possa essere idonea, dopo un periodo di accrescimento di valore, per una cessione o per una quotazione nei mercati regolamentati, perché i flottanti di queste società sono piccoli e i grandi investitori istituzionali che fanno il mercato, se non vedono flussi significativi e quindi una possibilità di disinvestimento, difficilmente non intervengono. Ecco perché oggi è il mercato del private equity è interessato soprattutto a target che potenzialmente abbiano queste caratteristiche. Negli ultimi 12 mesi nel mercato non quotato sono stati portati a termine diversi investimenti, questo mi porta a pensare che l’andamento del private equity sarà positivo nei prossimi mesi.
ESPOSTI A mio avviso gli investitori, sia che si parli di private equity che di aziende quotate, sono interessati a progetti di crescita. Molte aziende italiane, pur scontando una iniziale diffidenza, sono ben viste a livello internazionale e sono molti gli investitori pronti a credere nella nostra realtà di business.
I fondi di private equity prendono una quota rilevante nell’investimento?
FRANZINI Dipende. Ci sono fondi di private equity che hanno investito in passato solo attraverso operazioni di maggioranza, perché nella fase di pre-quotazione volevano avere il controllo della società. Non dimentichiamoci infatti che un socio di minoranza in una società non quotata in Italia deve essere molto abile a costruirsi una protezione dell’investimento attraverso strumenti contrattuali e statutari. Il socio di minoranza in una società non quotata ha diversi vincoli sulle modalità di dismissione della propria partecipazione. Negli anni delle grandi operazioni, pensiamo a Seat Pagine Gialle, Telecom ecc, l’Italia sembrava diventata la mecca del mercato dei capitali di rischio, dove continuavano ad arrivare grandi fondi, ad esempio Permira, Advent o altri che operavano su segmenti alti acquisendo la maggioranza.  Oggi siamo tornati a una fase più coerente con la nostra realtà economica; siamo tornati quindi a operazioni di minoranza e alla stipula di accordi con gli imprenditori in merito alla liquidazione dell’investimento. I grandi fondi stanno prevalentemente “alla finestra” perché non ci sono più le grandi operazioni di una volta.
Quindi cosa è necessario fare per poter migliorare il mercato dei capitali e essere più competitivi?
FRANZINI La vera sfida è quella di avere strumenti idonei per servire un mercato globale. Per esempio, un elemento che rende appetibile una società è la sua contendibilità: se la società è piccola, cresce poco e ha un nocciolo di controllo che non ha margini di cambiamento, ci saranno poche opportunità di interesse per investitori istituzionali. Ecco perché la Borsa non è un mercato per tutti.
E per quanto riguarda le pmi?
PLATTNER Per le pmi c’è il programma Elite che sta dando buoni risultati. E’ un progetto della Borsa di Milano, lanciato in Italia nel 2012 che vuole sostenere in modo concreto la crescita delle piccole e medie imprese italiane, renderle più competitive e attraenti per gli investitori. Ad oggi sono ben 350 le imprese aderenti e i numeri cresceranno. Servono mercati dedicati alle piccole e medie imprese perché è un mercato in forte espansione e va sollecitato. Anche il progetto europeo di Unione del mercato dei capitali, che è una rivisitazione del quadro normativo esistente dà attenzione alle pmi, ovvero cerca di evitare le problematiche regolamentari se sei una pmi e facilita l’accesso e il processo informativo. Ritengo che il progetto abbia colto il problema: creare mercati regolamentati destinati alle piccole imprese in crescita e sovvenzionarle. Dobbiamo solo capire come far fluire il denaro.
FRANZINI In questo momento sul mercato io vedo operazioni di minoranza oppure operazioni che mirano ad acquisire società per creare un segmento, ad esempio il modello Lvmh portato avanti sulle medie imprese. A mio giudizio, la pmi non è ancora in grado di affrontare l’internazionalizzazione dei mercati; sulle pmi bisogna cercare di attrarre investimenti non solo dall’Italia ma anche dall’Europa o da altri continenti, in questo senso si comprende quanto sia necessaria e inevitabile un modello il più possibile unitario dei mercati dei capitali nel nostro continente.
Di cosa abbiamo bisogno per rendere più accessibile il mercato dei capitali?
PLATTNER Io credo che Borsa Italiana da questo punto di vista stia facendo molto. Quello di cui abbiamo bisogno è un quadro normativo a tutto tondo che aiuti la crescita delle imprese e che riduca i costi. In Italia bisogna pensare a rompere alcune barriere e far crescere il mercato. Inoltre, il problema dell’impresa italiana è anche quello che non sa vendere se stessa. Basta leggere i business plan, non sono per niente comprensibili e ben strutturati.
ESPOSTI Le difficoltà maggiori per le aziende che vogliono quotarsi si riscontrano nella fase iniziale, considerando che ci sono numerosi aspetti burocratici da assolvere, investimenti importanti da sostenere. Problematiche simili ci sono anche per le start up che si scontrano con lunghi adempimenti proprio quando le risorse economiche sono minori. Superata la fase iniziale, la strada è sicuramente in discesa, ma potrebbe essere troppo tardi. Negli Stati Uniti il processo iniziale è agevolato, così da consentire all’imprenditore di dedicarsi solo al business. Solo in una fase successiva, quando il progetto è stato implementato, avvengono i controlli e le eventuali penali. Quindi ritengo che il freno iniziale blocchi molto, se fosse più libero nello start up per poi accelerare i controlli dopo, avremmo una crescita del mercato non indifferente.
FRANZINI In Italia mancano delle linee guida costanti nel tempo. Serve stabilità, volontà di riforme strutturali per creare condizioni di mercato effettive e funzionali allo sviluppo delle imprese. Il nostro problema è che abbiamo una creatività enorme non sfruttata, anzi spesso frenata dalla burocrazia e da vincoli vari. Il mercato unico dei capitali è una strada che è necessario intraprendere. Il nostro mercato non è immaturo, è solo limitato e perciò dobbiamo lavorare sugli strumenti giuridici, economici e strutturali per migliorare la situazione.
Infine, il mercato dei capitali ha i suoi privilegi ma in quali casi non è più vantaggioso per un’azienda? 
FRANZINI Quotarsi in borsa è vantaggioso se hai un determinato progetto e una struttura in grado di sostenere i costi e i vincoli da quotata. Negli anni ho seguito anche numerosi casi di delisting, operazioni la cui ratio non era dovuta a un cattivo andamento del business dell’azienda ma era data dal fatto che gli azionisti di controllo a un certo punto non riscontravano più benefici nel rimanere in Borsa. In alcuni casi i costi non erano più corrispondenti ai benefici oppure erano cambiati i piani di internazionalizzazione che potevano giustificare una quotazione. Il listino delle società quotate si è ridotto non perché le imprese falliscono ma perché cambia il progetto sottostante che giustifica gli oneri derivanti dal fatto di rimanere in un mercato quotato. Tutto dipende dal progetto economico sottostante, sia in sede di quotazione che dopo.
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La difficile gestione dei crediti deteriorati

Di Non Performing Loans se ne parla ormai da anni, ma oggi più che mai il problema preoccupa governi, istituzioni, banche e operatori del mercato finanziario decisi a trovare una rapida ed efficace soluzione a un’incombenza di portata globale.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]A preoccupare l’intera comunità finanziaria europea sono gli ultimi numeri relativi alla percentuale dell’incidenza dei crediti inesigibili sul totale di quelli erogati. In Italia il dato si attesta intorno al 17%, cifra molto superiore rispetto ad altri paesi europei come Germania, Francia e Spagna che, insieme, non raggiungono il 15%. Questo ha rappresentato per il nostro Paese un campanello di allarme nei confronti di una situazione che necessita di immediati ed efficaci interventi normativi. In sintesi, i crediti deteriorati, detti anche Npls, sono crediti che la banca vanta verso soggetti terzi, i quali, trovandosi in uno stato di insolvenza e non potendo restituire le somme prese in prestito, non ne garantiscono il rimborso. Di conseguenza le banche devono raccogliere il capitale necessario per coprire questa eventuale assenza di pagamento, rischiando la bancarotta in caso di mancata copertura. Numerose sono state le proposte pensate dal Governo italiano ed esposte all’Unione Europea per risolvere il problema e ridurre la portata dei crediti in sofferenza. In primis, il progetto di una bad bank. Progetto che, basandosi all’origine su risorse pubbliche e rischiando quindi un aumento del prezzo di mercato dei crediti, non ha incontrato i favori di Bruxelles, da sempre ostile agli aiuti di Stato. Successivamente c’è stata la proposta, questa volta accolta dall’Ue, di una Garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze bancarie (Gacs): un sistema che permetta alle banche italiane di cedere i propri crediti deteriorati a nuovi veicoli finanziari creati per ciascun istituto, che potranno rivendere i crediti attraverso l’emissione di un titolo cartolarizzato coperto da una garanzia pubblica. A questi si è aggiunta la terza strada, che alla fine ha avuto la meglio, ritenuta da molti una via di mezzo fra una bad bank e un fondo di solidarietà per garantire gli aumenti di capitale delle banche creditrici. Si tratta di Atlante, il fondo d’investimento alternativo gestito da Quaestio Sgr e varato l’11 aprile scorso, il quale, con una dote di 5 miliardi di euro aumentabili fino a 6, si prefigge l’obiettivo di sostenere la ricapitalizzazione delle banche italiane e favorire la cessione delle sofferenze.  Dei rischi, delle incertezze e delle difficoltà relative alla complessa questione dei Non Performing Loans e ai vari strumenti proposti se ne è parlato alla tavola rotonda di Le Fonti dal titolo «Banche e imprese: la gestione dei crediti deteriorati», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche del gruppo. Alla tavola hanno partecipato: Alberto Del Din di Paul Hastings; Giulia Battaglia di Chiomenti; Umberto Mauro di Norton Rose Fulbright; Matteo Bascelli di Cba Studio Legale e Tributario; Fabrizio Colonna di Stelè Perelli Studio Legale; Oliviero Cimaz dello studio Biscozzi Nobili e Vieri Bencini Ceo di Sigla.

Al problema dei crediti deteriorati il Governo ha risposto con varie soluzioni. Oltre alla bad bank, quali altri strumenti sono stati proposti al fine di arginare la crisi?
BASCELLI Siamo di fronte a una situazione che pretende soluzioni sistemiche e innovative. Una recente variante introdotta per evitare che lo Stato subisca costi di processo ed scongiurare in tal modo la censura degli aiuti di Stato, è rappresentata dalla costituzione di bad banks per ciascuna banca o per pluralità individuata di banche in crisi, come avvenuto per le quattro banche commissariate Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara. In questi casi, nella/e bad bank/s, priva/e di licenza bancaria e posta/e in liquidazione coatta amministrativa, sono concentrati in forma di contenitore/i i prestiti in sofferenza che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate e, per la parte eccedente, da un apporto del cosiddetto Fondo di Risoluzione (previsto dalle norme europee con la Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie – BRRD, recepite nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 180/2015, amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia ed alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema), mentre alla parte buona (banca-ponte o bridge bank) sono conferite tutte le attività diverse dai prestiti in sofferenza, nonché i depositi, i conti correnti e le obbligazioni ordinarie. Sempre con il fine di smaltire i crediti in sofferenza presenti nei bilanci bancari, il Governo ha recentemente introdotto con il D.L. 18/2016 le regole che definiscono la concessione di garanzie dello Stato nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione che abbiano come sottostante crediti in sofferenza (cosiddette Gacs). Lo Stato garantirà in questa tipologia di operazioni soltanto le tranche senior delle cartolarizzazioni, cioè quelle più sicure, in quanto destinate a sopportare per ultime, rispetto alle tranche più rischiose (junior e mezzanine) le eventuali perdite derivanti da recuperi sui crediti inferiori alle attese.
DEL DIN Il tema della bad bank è un tema su cui si lavora da oltre quattro anni, ci sono delle banche che hanno dichiarato da tempo che non avrebbero aderito alla bad bank pubblica e hanno scelto delle strade autonome e diverse, ad esempio scegliendo per le grandi esposizioni creditizie di costituire delle piattaforme di investimento con l’adesione degli operatori professionali che si propongono l’obiettivo di valorizzare il sottostante attraverso processi di turn-around e ristrutturazione industriale e finanziaria, accompagnati dall’erogazione di nuova finanza.  Ovviamente in questo caso stiamo parlando di portafogli che non sono granulari, ma di loans di importi rilevanti e che richiedono l’elaborazione di strategie di valorizzazione che non può essere fatta su posizioni granulari. I progetti di bad bank tre, quattro anni fa erano progetti che tendevano ad aggregare banche di piccole e medie dimensioni per poter creare delle masse critiche attraverso il conferimento a valori IAS compliant dei propri crediti in sofferenza. Questi progetti privati contemplavano infatti che una molteplicità di banche conferissero i propri Npl (a valori IAS compliant) potendo deconsolidare ai fini contabili e creando una massa critica che, gestita da servicers adeguati alle dimensioni complessive dei portafogli ceduti alla bad bank,  avrebbe potuto consentire un efficientamento del servicing e la creazione di un track record sulle performance dei predetti portafogli che avrebbero potuto facilitare una corretta valutazione da parte dei potenziali investitori interessati ad acquistare i portafogli Npl di tali banche. Questi progetti non hanno avuto al tempo il necessario seguito e non sono quindi stati all’epoca realizzati.
BATTAGLIA È sicuramente importante la distinzione tra banche grandi e banche piccole, ma il mercato a mio avviso va suddiviso più tra le operazioni su crediti di grandi dimensioni e di dimensioni medio-piccole. Sulle esposizioni di grandi dimensioni possono esistere soluzioni tecniche basate su una gestione del singolo credito su base individuale e che sono state avviate ma sono soluzioni che funzionano o funzioneranno solo per i crediti deteriorati per i quali vale la pena di fare uno sforzo di strutturazione, valutazione, di analisi sia da parte di un eventuale investitore in equity che delle banche, quindi solo per quelli di importo molto elevato. C’è poi tutto un altro mondo che è quello dei portafogli frammentati e delle esposizioni verso le medie imprese che  può essere trattato solamente come “massa” e lo strumento ideale per affrontare il problema di queste esposizioni è tramite una cartolarizzazione o una cessione, appunto, in massa. La garanzia dello Stato per agevolare la cartolarizzazione, (vale a dire il trasferimento del rischio al di fuori del sistema bancario), è uno strumento che funziona solo se i portafogli vengono venduti a prezzi di mercato e quindi tendenzialmente solo su portafogli che siano già stati ampiamente svalutati (il che accade per i portafogli di crediti molto piccoli ma non sempre per i crediti verso le medie imprese). Mentre per i crediti grandi esistono quindi delle possibili soluzioni privatistiche, che non implicano l’intervento dello Stato, per i portafogli già svalutati di crediti molto piccoli da gestire “in massa” sono ipotizzabili cartolarizzazioni e Gacs, per i crediti “medi” c’è un gap tra domanda e offerta, ovvero tra prezzo al quale il mercato sarebbe disposto a rilevare i crediti in sofferenza e i prezzi ai quali le banche sarebbero disposte a vendere, che al momento non sembra colmabile se non con un intervento pubblico.
BENCINI Concordo che il Gacs, che ha lo scopo di rendere maggiormente vendibile la tranche senior della cartolarizzazione, funziona solo e soltanto con una struttura di capitale in cui si riesca a convincere gli investitori junior che i cash flow in sette-otto anni sono sufficienti a dare un ritorno del 13-15%. C’è un forte gap tra valore a bilancio e valori che sono effettivamente percepiti dal mercato, però secondo me il gap è minore sui crediti piccoli, perché sono quelli più facilmente trattabili e recuperabili. Su di essi la banca ha dei processi di accantonamento che sono più routinari e con carattere di maggiore oggettività perché fatti su base statistica. Il mercato, che sta crescendo fortemente, è quasi tutto sui crediti di piccolo taglio ed è lì che le banche hanno fatto il lavoro più strutturato di coprire e ridurre quel gap tra domanda e offerta.
Qual è la situazione dal punto di vista fiscale? 
CIMAZ Il problema che noi fiscalisti riscontriamo, nel momento in cui ci poniamo dal lato delle banche, è quello delle svalutazioni o perdite sui crediti. Le implicazioni fiscali le valutiamo in base a quelle che sono le situazioni e le politiche di bilancio delle banche. Tradizionalmente era riscontrabile una grande distinzione tra le svalutazioni e le perdite su crediti, laddove vi era il timore che la svalutazione venisse gonfiata per ridurre le imposte. Oggi l’esigenza è invece completamente opposta. L’anno scorso è stato emanato un altro provvedimento che ha attutito queste differenze. Le regole che si applicheranno comportano una sfumatura della differenza tra le svalutazioni e le perdite su crediti: oggi le svalutazioni sono deducibili in quanto appostate in bilancio in conformità con i regimi contabili applicabili. Andando a ritroso nel tempo è possibile riscontrare come, inizialmente, fosse presente la regola che prevedeva che le svalutazioni fossero al massimo pari allo 0,50% dei crediti, ma successivamente ci si è accorti che la regola non aveva senso per le banche e quindi c’è stata un’apertura alla regola della deducibilità in diciotto anni. Il concetto era: rimane questo zoccolo dello 0,50% (poi ridotto allo 0,30%), tutto quello che viene in più si ripartisce su diciotto esercizi. In seguito, nel 2013, la regola è nuovamente cambiata, passando a cinque esercizi, il che significa che in banca abbiamo residui che si riportano su 18, oppure 9, ed infine 5 esercizi. Attualmente, invece, è tutto parificato, di conseguenza, in futuro, la regola sarà che svalutazioni e perdite su crediti andranno dedotte nello stesso esercizio. A governare sono i principi contabili e le impostazioni di bilancio.
Qual è la posizione dell’Italia rispetto al resto dell’Europa nell’affrontare il problema dei crediti deteriorati?
MAURO Come è stato accennato in precedenza, siamo arrivati un po’ in ritardo rispetto ad altri paesi europei. C’è un tema di fondo, che riguarda il timore che la garanzia sui crediti in sofferenza sia un’arma spuntata. Forse si potrebbe recuperare qualcosa con le servicing fee, soprattutto per i crediti di taglio minore, in cui l’incidenza della servicing fee può essere più alta, in modo da attenuare la differenza tra prezzo richiesto e prezzo offerto (peraltro la nuova normativa sulla garanzia impone che l’attività di servicing venga svolta da un soggetto diverso dalla banca cedente). Il problema si estende anche a problemi strutturali di fondo come la lentezza giudiziaria nel recupero dei crediti e nelle procedure concorsuali. Inviterei il legislatore a non fermarsi alla garanzia, limitata nel tempo a diciotto mesi, eventualmente prorogabile, ma ad intervenire su aspetti più importanti, ovvero sullo snellimento delle procedure di recupero dei crediti.
COLONNA Riprendendo il tema della posizione dell’Italia e della lentezza operativa, mi viene in mente quello che è accaduto dal Governo Monti in poi, con il dialogo con la World Bank per il Doing Business che finalmente ha messo attorno a un tavolo tutti coloro che collaboravano per capire sia la questione della lunghezza del recupero crediti sia il tema dell’enforceability dei contratti, ovvero varie facce di una stessa medaglia. Proprio in questo contesto, per la prima volta, è stato compreso che quello dei recuperi crediti è un problema, originato in primis dalla lentezza e dall’incertezza della procedura. Il male del nostro Paese, a mio avviso, è che non conosciamo bene il “come” e il “quando” delle varie procedure, e ciò pone l’Italia in uno scalino inferiore rispetto ad altri paesi simili.
BASCELLI Vengono sempre più ad affacciarsi sul mercato degli Npl quelli che la dottrina ha già battezzato come fondi d’investimento “di ristrutturazione”, cioè fondi assimilabili, per certi versi, a quelli già noti di private equity che raccolgono il patrimonio che andranno a gestire mediante le cessioni/conferimenti dei crediti deteriorati attribuendo alle banche cedenti/conferitarie quote del fondo stesso. La caratteristica fondamentale di queste ultime soluzioni sta nel diverso approccio di gestione, fortemente dinamico, dei crediti così ceduti/conferiti, rispetto a quanto si assiste nei casi delle bad banks e delle mere cartolarizzazioni. In particolare, guardando l’operazione anche nell’ottica della società debitrice, è innegabile che la concentrazione in un nuovo ed unico soggetto interlocutore (i.e. la società di gestione del fondo cessionario) rispetto alla pletora indistinta dei creditori cedenti (ossia le varie banche con distinte posizioni di credito), la discontinuità manageriale che la nuova gestione potrà garantire attraverso l’inserimento di figure professionali adeguate, la possibilità di apportare tramite appositi comparti, nuova finanza nonché le capacità di networking tipiche di un fondo di investimento, rappresentino caratteristiche che fanno immediatamente intuire il diverso grado di successo che tali soluzioni, definibili di vero e proprio turnaround, possono avere. Le banche cedenti/conferenti, da parte loro, avranno il vantaggio, a determinate condizioni, di una derecognition dei crediti ceduti a fronte delle quote del fondo ricevute quale “corrispettivo” della cessione, con diverso grado di “assorbimento” del patrimonio di vigilanza, potendo al contempo contare sull’auspicato futuro ritorno da investimento e recuperando in tal modo, almeno in parte, lo “sconto” applicato in fase di cessione. Tale ultimo aspetto potrebbe peraltro aiutare a superare una delle ragioni che attualmente paiono maggiormente ostative per una vera e propria partenza del mercato degli Npl in Italia, ossia il forte divario attualmente esistente tra i valori bid (ossia i valori che i menzionati operatori attribuiscono ai crediti deteriorati e ai quali sono disposti a comprarli) e quelli ask (ossia i valori ai quali le banche sono disposte a cedere i medesimi crediti).
Quali sono state le conseguenze dell’esplosione dei crediti deteriorati per il tessuto imprenditoriale?
MAURO La conseguenza più grave dell’esplosione dei crediti in sofferenza e quindi del peggioramento dei bilanci delle banche, è stata la contrazione dei crediti alle imprese. Questo problema c’è stato anche in altri paesi e ha determinato lo sviluppo del cd. shadow banking, cioè la disintermediazione bancaria. In questo contesto sono stati riconosciuti da molti ordinamenti nuovi player, tipicamente fondi, imprese di assicurazione, e società per la cartolarizzazione.  L’Italia è arrivata in ritardo anche in questo caso.
BATTAGLIA Nel primo momento in cui c’è stata la liberalizzazione e l’apertura ai lender alternativi, e quindi l’eliminazione della ritenuta dall’estero, l’apertura ai fondi di credito era un momento in cui le imprese italiane avevano un problema enorme di accesso al credito. Adesso siamo nella situazione contraria dove coloro da proteggere sono le banche che non riescono a impiegare i propri fondi; quindi in una situazione di tassi a zero in cui l’accesso al credito è più facile, è più importante dare una mano alle banche che alle imprese, che sono aiutate dai tassi molto bassi. Tornando al mio intervento precedente, l’analisi su quali sono le aree deboli dei portafogli bancari si riferiva non tanto al microcredito, ma a quei crediti che non vengono trattati nelle joint venture, ma sono comunque di importo elevato. Per tornare al servicing dei crediti, posso affermare che il servicing del credito elevato viene affrontato da solo in autonomia, il servicing del credito piccolo comporta delle procedure di recupero lunghe e banali, mentre la fascia di mezzo non è gestita. Proprio per quest’ultima sarebbe necessario implementare delle strategie che esistono già in altri paesi ma che in Italia sono poco note.
BASCELLI Paiono maturi i tempi per risolvere alcune storture di sistema e rompere alcuni tabù, la cui permanenza parrebbe da attribuirsi a resistenze culturali e preoccupazioni politiche, piuttosto che ad irrinunciabili ragioni di tutela e salvaguardia di sistema. Si pensi, ad esempio, alle difficoltà operative che conseguono dalla (a dir poco) confusa normativa in tema di anatocismo (che attende ancora oggi le determinazioni tecniche del Cicr) e alle intrinseche limitazioni poste dalla Legge 108/1996 in materia di contrasto all’usura, la cui necessità di superamento, a determinate condizioni, è emersa solo con i cosiddetti Decreti “Sviluppo” e “Sviluppo bis”, in occasione della previsione dei minibond. A tale ultimo proposito – pur sempre avendo cura di preservare il sistema da fenomeni “patologici” e criminosi – nuove deroghe potrebbero essere pensate, ad esempio, per le Gacs alle relative tranche junior e mezzanine e per i menzionati fondi di ristrutturazione ai relativi comparti di nuova finanza, i quali, in quanto maggiormente rischiosi, pretendono remunerazioni più elevate di quelle di mercato. Ancora, l’ordinamento italiano attende da anni l’adeguamento del sistema garantuale, rigidamente ancorato ai principi di tipicità, di spossessamento e di non rotatività, salvo rare eccezioni come quelle introdotte con la disciplina sulle “garanzie finanziarie”.
DEL DIN Non per spezzare una lancia a favore della Banca d’Italia, ma culturalmente l’Italia è diversa dal mondo anglosassone: nel nostro contesto storico, politico e sociale, la Banca d’Italia si pone a mio avviso il problema dell’apertura indiscriminata della possibilità di fare finanziamenti perché in Italia le piccole e medie imprese sarebbero le prime a subire le conseguenze negative di un ampliamento indiscriminato della facoltà di erogazione del credito a soggetti non istituzionali o comunque in assenza dei presidi ad oggi esistenti a tutela degli stessi debitori. Anche i minibond, per cui c’è stato un grande entusiasmo iniziale, hanno avuto un esito diverso da quello atteso.
COLONNA Partiamo con il dire che la garanzia dello Stato non poteva garantire tutto, altrimenti sarebbe stato un aiuto di Stato.  È un dato di fatto che in questo momento c’è la possibilità di accedere facilmente al credito bancario, ma le banche non guadagnano più come una volta sullo spread sul differenziale tra raccolta e impieghi, che costituiva un tempo il piatto ricco delle banche retail. In Italia le banche che ci hanno provato ma non sono state in grado di fare investment banking, si scontreranno poi con lo scoglio del fintech, con l’uso di determinati strumenti di pagamento che allargheranno la platea dei players. In questo modo si riducono i margini di guadagno e c’è una massa di crediti deteriorati e una platea di soggetti che rischia di sfuggire anche al controllo della vigilanza, pensiamo anche al tema dello shadow banking. Da qui ci sarà una dicotomia tra tutta una serie di soggetti già autorizzati e quindi vigilati che probabilmente manterrà l’hub in Italia (si pensi alle principali banche), mentre numerosi altri soggetti entreranno in questo mercato anche e soprattutto dall’estero, e saranno difficilmente monitorabili e rintracciabili dai soggetti preposti. Per quanto riguarda le tranche junior, senior e mezzanino, mi chiedo le tranche non garantite che appetibilità hanno per l’investitore estero? Ritengo che ci voglia la certezza del diritto per invogliare gli stranieri a investire in questo mercato.
Che possibilità ci sono, nella gestione dei crediti deteriorati, di rivolgersi anche a investitori esteri? 
BENCINI Dal mio osservatorio, oggi sono gli investitori stranieri che prevalentemente stanno comprando e che poi allocano ai diversi servicer gli asset in modalità diversa. A mio parere, dunque, il 90% dei flussi di investimento viene dall’estero e solo il 10% proviene dall’Italia.
MAURO In Italia c’è un tema molto stringente: l’attività di acquisto crediti è un’attività finanziaria a tutti gli effetti, regolamentata, pertanto limitata a certi soggetti.  Vorrei ricordare che, per i crediti deteriorati è stata fatta un’apertura l’anno scorso consentendo a certe condizioni alle società che svolgono l’attività di recupero crediti, e che tecnicamente non sono degli intermediari finanziari, di acquistare tali crediti deteriorati da banche o intermediari finanziari.
BATTAGLIA Sono d’accordo che nel medio-lungo periodo è necessaria una modifica nell’atteggiamento del legislatore italiano, in modo che diventi più creditor friendly; al momento quello che noi vediamo da operatori del diritto, è uno spostamento verso garanzie di diritto straniero, per cui per esempio su alcuni asset, come le navi, le banche straniere richiedono che tali asset siano conferiti in società che non siano italiane, con un’ipoteca non di diritto italiano, ovvero che le partecipazioni in società italiane siano trasferite a SPV lussemburghesi o irlandesi  per avere la certezza di poter escutere il pegno in caso di necessità.
DEL DIN Esiste l’esigenza primaria di supportare i valori dei crediti in sofferenza attraverso una riforma che modifichi in modo più radicale il processo di esecuzione forzata allo scopo di velocizzare i tempi di recupero dei crediti in sofferenza, per poter ridurre il gap tuttora esistente tra domanda e offerta e sbloccare quindi il mercato delle sofferenze bancarie. Per i crediti unsecured il mercato si è rivalutato e si è mosso in qualche modo, mentre per le sofferenze ipotecarie non c’è una soluzione immediata. Io credo appunto che la soluzione più incisiva sia quella di modificare ancora le procedure esecutive e in modo più drastico per consentire, ad esempio, alle banche la repossession sulle sofferenze già esistenti. Ciò consentirebbe un recupero più breve, permettendo alle banche di poter valutare in modo più adeguato i crediti garantiti da ipotecari. Il punto è che bisogna operare con una certa urgenza. Il mercato immobiliare è tra quelli più colpiti perché la congiuntura economica sfavorevole non dà segni di sensibili miglioramenti nel breve.
Qual è il vostro giudizio conclusivo sul provvedimento relativo ai crediti deteriorati?
DEL DIN La Gags è uno strumento assolutamente utile, ma non risolutivo perché siamo di fronte a una malattia grave e questo strumento da solo non può sbloccare il mercato delle sofferenze.
BATTAGLIA Dati i vincoli a disposizione e la necessità di conformarsi a quelli che erano i dettami della comunità europea in termini di aiuti di Stato, è stato fatto probabilmente il provvedimento migliore possibile. Chiaramente perfettibile in alcuni piccoli aspetti, ma tecnicamente il giudizio è positivo.
COLONNA Diciamo che il provvedimento è una condizione necessaria ma non sufficiente, e come tale va considerato. Mantengo un punto interrogativo sulla conversione e sulle novità che comporta. Certo è che si è consolidato un trend di apertura verso mondi giuridicamente e culturalmente diversi dal nostro, che abolisce tutti i confini territoriali creando un mercato unico e vasto, che va verso una uniformità di soluzioni.
MAURO Anche secondo la mia opinione non era possibile fare di più, nel rispetto della normativa sugli aiuti di Stato. Ora mi auspico che si intervenga sullo snellimento delle procedure giudiziarie ed esecutive. Infine credo che se si vuole risolvere il problema dei crediti in sofferenza non ci si debba rivolgere soltanto all’istituto di garanzia, ma siano necessari altri interventi in altri ambiti.
BASCELLI Personalmente mi sento di esprimere un giudizio complessivamente positivo circa gli interventi normativi sinora posti in essere nel tentativo di contrastare il protrarsi della congiuntura economica sfavorevole, convinto al contempo che le regole debbano avere anche il tempo per potersi consolidare tramite la loro applicazione pratica, prima di essere eventualmente integrate e/o riformate.
BENCINI Concordo sul fatto che di più non si poteva fare visti i vincoli europei, e credo che il governo e la Banca d’Italia spingano nella direzione di consolidare il sistema bancario attraverso un processo di aggregazione di banche piccole e grandi. Solo un sistema bancario forte potrà svalutare correttamente i crediti deteriorati e mettere di nuovo le banche nelle condizioni di erogare e finanziare l’economia.
CIMAZ Lo Stato non può sostituirsi alle banche, ci sono delle regole che permettono agli operatori di lavorare nel rispetto delle leggi e quello che ho colto dagli esperti di diritto bancario è che qualcosa di buono è stato realizzato, ma la complessità delle procedure esecutive e il ritardo dell’Italia su quanto avviene nel resto d’Europa lascia perplessi.
Federica Chiezzi
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Widiba 2020: basta istruzioni, nasce il primo motore di ricerca al mondo in ambito bancario

La banca crea un nuovo linguaggio di interazione basato su una domanda, un hashtag e due punti.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Milano, 19 aprile 2016 – Widiba, la banca del Gruppo Montepaschi, a soli 18 mesi dalla nascita lancia sul mercato un nuovo paradigma di relazione: il primo motore di ricerca e del fare nel banking. Rispetto ai modelli consolidati, Widiba fa sintesi creando un solo punto di interazione in cui il cliente deve rispondere a un’unica semplice domanda, “Cosa vuoi fare?”, per cercare le informazioni o eseguire disposizioni diventando così la prima banca che non bisogna imparare ad usare.

Un risultato che è stato raggiunto smontando i livelli di complessità della piattaforma, recuperando il DNA digitale (e non) del consumatore che non deve più apprendere processi complessi per ottenere un risultato semplice. Il nuovo motore di ricerca è un progetto tutto italiano, sviluppato interamente nei laboratori Widiba con tecnologia open source.
Tre i principi ispiratori di questa evoluzione.
Innanzitutto lo studio dei comportamenti dei consumatori all’interno degli ambienti digitali non bancari, e del loro modo di interagire e di cercare risposte ai propri bisogni quotidiani.
In secondo luogo, la convergenza sempre maggiore verso modelli digitali, diretti e multicanale, che vede i player, in maniera trasversale, creare nuovi paradigmi linguistici e di user experience diversi e differenzianti.
Infine, l’introduzione della nuova normativa sulla portabilità dei conti correnti che rende più dinamica la competizione tra i peers e il passaggio a un nuovo istituto di credito da parte di un utente.
Queste trasformazioni, già oggi, ma soprattutto nei prossimi anni, vedranno in maniera ancora più forte rispetto al passato uno spostamento della competenza informativa e dispositiva dallo specialista dello sportello al cliente finale con una complessità per quest’ultimo: reimparare ogni volta un linguaggio, capire dove trovare le informazioni e come fare disposizioni.
È per questo motivo che Widiba ha pensato di cancellare le distanze tra il cliente e quello che sta cercando attraverso un’interfaccia semplice e familiare. L’utente viene guidato naturalmente a rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare” e può usare le sue parole, quelle di tutti i giorni, per cercare o eseguire un’operazione.
L’intuizione è stata quella di creare un nuovo linguaggio utilizzando tre semplici segni: “?” per farsi una domanda, “:” per accedere alle informazioni e un “#” per fare disposizioni. Non si tratta quindi solo di un motore di ricerca, ma della banca nel suo insieme. L’utente all’interno trova tutto quello che ha fatto e anche quello che vuole fare.
Per creare questa nuova esperienza di consumo e relazione bancaria, il team di Widiba ha lavorato per 6 mesi sulla logica e sul software. Dietro la barra di ricerca è stato sviluppato un motore completo che indicizza tutte le operazioni fatte dal cliente, dai bonifici alle ricariche cellulari e alle linee vincolate: 1.100 funzioni per oltre 15 milioni di dati che Widiba è in grado di ricercare in meno di 300 millisecondi per offrire istantaneamente la risposta giusta al cliente.
La scelta di Widiba è un’ulteriore conferma della volontà di semplificare la gestione del rapporto con la banca per la parte operativa e di offrire una consulenza di alto profilo attraverso i suoi 600 consulenti finanziari per le esigenze di pianificazione e di investimento.
Oggi Widiba conta 150mila clienti, quasi 7 miliardi di masse gestite e circa 10 milioni di accessi annuali alla banca.
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Silicon Valley Ovunque. La riflessione di Carlo Ratti, membro del World Economic Forum’s Global Agenda Council

CAMBRIDGE – Durante gli ultimi decenni del XX secolo, la Silicon Valley è stata l’epicentro senza pari dell’innovazione high-tech. Altre regioni hanno cercato di imitarne il successo, ma nessuna c’è riuscita. Sophia Antipolis in Francia, un tentativo top-down da parte del governo di creare un polo di innovazione nei pressi di Cannes, non si è evoluto oltre le sue origini di parco tecnologico relativamente tranquillo – nonostante il suo nome mitologico, il clima simile a quello della California, e la gastronomia insuperabile della zona circostante.

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Nel ventunesimo secolo, tuttavia, la concorrenza alla Silicon Valley è diventata sempre più agguerrita – come risulta dal numero crescente di sedi che appongono l’elemento chimico ai loro nomi: Silicon Alley (New York), Silicon Wadi (Tel Aviv), Silicon Sentier (Parigi ), ecc. A Londra, per esempio, la nascita di Silicon Roundabout alla fine degli anni 2000 ha colto il governo britannico quasi di sorpresa. Ora rinominato Tech City, il polo di innovazione nel vecchio quartiere di Shoreditch si è evoluto in uno dei principali motori economici e magneti di talenti di Londra.

Copioni simili vanno in scena in giro per il mondo. Si dice che a Berlino venga creata una nuova startup ogni 20 minuti. Parigi è impegnata a costruire quello che sarà il più grande incubatore d’Europa ad Halle Freyssinet. E a Tel Aviv, la frase “Nazione Startup” è passata da slogan politico a realtà economica.

Per la prima volta, gli “unicorni” (start-up che raggiungono una valutazione superiore al miliardo di dollari) non sono più appannaggio esclusivo degli Stati Uniti – una realtà che sarebbe stata impensabile solo pochi anni fa. Una brillante generazione di giovani di tutto il mondo – da Mumbai a Praga, al Kenya, a Singapore – sta scommettendo sull’innovazione, e i fondi americani di venture capital, sostenuti dall’accesso a finanziamenti a basso costo, stanno appagando i loro appetiti di investimento all’estero.

Ci sono diversi fattori alla base di questo fenomeno. In un mondo globalizzato, i flussi di capitale hanno accelerato e ampliato la loro portata. Gli innovatori di tutto il mondo sono in grado di raccogliere il sostegno da parte di venture capitalist tradizionali o di piattaforme di finanziamento come il Kickstarter. Le idee si spostano anche più velocemente – sospinte, sostenute e rafforzate da Internet. E di pari passo va la capacità di trasformarle in realtà, poiché le catene di approvvigionamento globali e le nuove tecnologie, come la stampa 3D, riducono i tempi di attuazione.

Nel frattempo, la Grande Recessione successiva alla crisi finanziaria globale del 2008 ha sconvolto le industrie tradizionali, creando al tempo stesso un ampio surplus di talenti creativi e aree di lavoro a prezzi accessibili. Siccome una forza lavoro altamente mobile, qualificata e propensa al rischio converge nei centri urbani, il dinamismo della vita cittadina, insieme alla disponibilità di spazi di co-working e una varietà di meccanismi di sostegno, contribuisce a sostenere lo slancio innovativo.

L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg ha fornito quella che è forse la sintesi più potente riguardo all’attrazione della vita urbana. Nel suo discorso, del 2013, alla cerimonia di consegna dei diplomi dell’Università di Stanford, egli ha ironicamente commentato: “Credo che sempre più laureati di Stanford si ritroveranno a trasferirsi a Silicon Alley, non solo perché siamo la scena di spicco delle nuove tecnologie nel paese, ma anche perché c’è qualcosa di più da fare il venerdì notte che andare al Pizza Hut a Sunnyvale. E si potrebbe anche riuscire ad avere un appuntamento con una ragazza il cui nome non è Siri”(il personal digital assistant, installato su dispositivi portatili di Apple).

Bloomberg viene generalmente considerato come una delle forze principali dietro Silicon Alley. Durante la sua permanenza in carica, ha finanziato imprese tecnologiche in fase iniziale, ha assunto il primo direttore “digitale” (chief digital officer – Cdo) della città, ed ha lanciato una nuova università per lo sviluppo di talenti high-tech. Politiche simili sono oggi in corso di attuazione in molte aree urbane, al fine di attirare una massa critica di persone creative e tecnologicamente avanzate.

Come un recente report del World Economic Forum mette in evidenza, le città stanno rapidamente diventando non soltanto i motori dell’innovazione, ma anche banco di prova per nuove tecnologie, come lo spazio riprogrammabile, la mobilità senza conducente, l’agricoltura urbana e l’illuminazione stradale intelligente. Nel frattempo, applicazioni per la prenotazione di veicoli come Uber, e piattaforme per la condivisione di appartamenti come Airbnb stanno dimostrando come le città siano diventate alcuni degli ambienti più fertili per lo sviluppo tecnologico. Questo costituisce ulteriore motivo di radicamento di molte nuove start-up nei centri urbani.

Molto probabilmente, questa proliferazione di innovazione è solo l’inizio. Dal momento che Internet continua a pervadere tutti gli aspetti della nostra vita, stiamo entrando in quella che lo scienziato informatico Mark Weiser ha chiamato l’era della “computazione ovunque”– un tempo in cui la tecnologia è così diffusa che “svanisce sullo sfondo della nostra vita”. In poco tempo, il mondo digitale e il mondo fisico saranno indistinguibili. L’era di “Silicon Everywhere” è alle porte – e sta prendendo forma nelle città del mondo.

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