Finance

La fiducia dei leader aziendali globali nella resilienza delle loro organizzazioni è in aumento, nonostante la pandemia

L’Unione Europea dispone di diversi programmi di finanziamento ed eroga fondi diretti o indiretti

Spectrum Markets a supporto dei bisogni di famiglie e bambini

Spectrum Markets, il mercato pan-europeo per i certificates, ha deciso di dare un contributo concreto a due importanti associazioni impegnate nella lotta alla povertà.

Crisi di impresa, una nuova prassi per le tesorerie italiane

L’attività finanziaria in azienda è da sempre al centro di innumerevoli evoluzioni che nel tempo sono riuscite a portarla in una posizione sempre più centrale nella gestione aziendale.

La fine del salotto buono

L’addio di Bolloré al patto di sindacato lascia per la prima volta piazzetta Cuccia senza blocco di controllo dopo 60 anni.

Investire sui mercati finanziari

La rapida diffusione del fintech, le normative europee, l’evoluzione
della domanda e i nuovi bisogni trasformano l’industria del risparmio.
Ne parla Kunal Kapoor, numero uno di Morningstar

Bitcoin: eldorado o bolla?

C’è chi li considera una frode. E chi, avendoli acquistati qualche anno fa, nel frattempo è diventato milionario. Intanto nascono future, indici e derivati ad hoc. Certo è che la blockchain, la tecnologia che ne permette il funzionamento, è considerata da tutti una delle innovazioni più rivoluzionarie degli ultimi tempi. E avrà grandi sviluppi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Tra speculazione e diffidenza, nuova corsa all’oro e timori di un bolla, il Bitcoin è uno dei grandi protagonisti della scena economica degli ultimi mesi. Un fenomeno che, tra detrattori ed entusiasti, alimenta un dibattito mondiale che ha portato il conio digitale a entrare nel linguaggio economico di tutti i giorni. La sfida è solo all’inizio. Mentre la sua quotazione cresce senza sosta.

Il timore di un grande flop
. Il partito dei critici annovera big della finanza e governi. La Cina, per esempio, grande pioniere nell’uso di valuta digitale, lo scorso ottobre ha iniziato a chiudere le piattaforme sulle quali era trattata. Anche la Corea del Sud è scesa in campo con un stretta sulle transazioni. Il governo di Seul ha in mente di vietare le operazioni in valuta virtuale per minorenni e stranieri, la tassazione dei profitti sulle criptovalute e l’obbligo di identificazione da parte dei trader.  Anche il numero uno di JpMorgan Chase, Jamie Dimon, li ha definiti una «frode», il fondo Usa Bridgewater li ha già etichettati come la prossima bolla, e il principe saudita Al Waleed ha descritto il fenomeno come una nuova Enron.
A lanciare l’ultimo allarme i vertici di Ubs: «Come banca abbiamo messo in guardia contro questo prodotto perché non lo consideriamo né di alcun valore, né sostenibile», ha avvertito il presidente della banca svizzera Axel Weber, già governatore della Bundesbank, sollecitando l’intervento dei regolatori a tutela dei piccoli investitori. «Nel momento in cui iniziano a investire i piccoli investitori, è richiesto l’intervento dei regolatori», ha sottolineato Weber.
Eppure la corsa dei Bitcoin prosegue incessante. I divieti e gli allarmi hanno generato solo qualche estemporanea frenata, ma l’appetito degli investitori non sembra conoscere tregua. All’inizio del 2017 i Bitcoin valevano circa mille dollari, lo scorso 11 dicembre, giorno nel quale al Chicago Board Options Exchange (Cboe) è partito lo scambio di future sulla criptovaluta, il loro valore ha superato i 18mila dollari. Stesso risultato anche per il contratto future lanciato, qualche settimana dopo, dalla rivale Cme (Chicago Mercantile Exchange). Così anche se il mercato si interroga sui reali motivi del boom, l’industria non può più ignorarlo.

Una corsa senza freni.
 Difficile prevedere un successo del genere dalla nascita, avvenuta a inizio 2009, per mano di Satoshi Nakamoto, pseudonimo che ancora cela l’identità dello sconosciuto inventore. Nei primi sei anni e mezzo la valuta elettronica ha subìto una lenta evoluzione, ma con l’accelerazione dell’ultimo periodo al momento non si vede un orizzonte ben definito. C’è una sola certezza: esploderà, in un senso o nell’altro. «Entro tre anni la criptovaluta più famosa toccherà la quota di 2 milioni di dollari, oppure crollerà fino a scomparire. Non si scappa: o il fallimento o la gloria». Ne è convinto Giacomo Zucco, uno dei principali esperti italiani del settore, amministratore delegato di Bhb Network – BlockchainLab, un’azienda di consulenza attiva da diversi anni nel campo della blockchain e delle criptovalute. Per ora chi li detiene scommette su una valorizzazione in ascesa  visto che ipotizza di cederli solo a caro prezzo. In media 200mila dollari. È questa, infatti, la cifra che un investitore accetterebbe oggi per privarsi della sua criptovaluta secondo una ricerca di LendEdu, una piattaforma americana che si occupa di prestiti studenteschi e che negli ultimi mesi ha promosso ricerche su blockchain e monete virtuali. Nell’ultima indagine ha chiesto informazioni a 564 cittadini statunitensi che hanno già comprato Bitcoin e dalla quale è venuto fuori il ritratto di una platea ottimista. In attesa di  possibili ulteriori rialzi LendEdu ha chiesto: «Per quale cifra saresti disposto a vendere tutti i tuoi Bitcoin?». Risposta (media): 196.165 dollari. Il responso cambia in base a quanti pezzi si possiedono, ma è comunque una cifra considerevole perché le stesse persone hanno affermato di aver investito, sempre in media, poco meno di 3mila dollari. L’attesa di un rialzo è quindi notevole, come conferma il fatto che due investitori su tre non hanno venduto neppure un Bitcoin nonostante la recente impennata delle quotazioni.

Il settore prova la normalizzazione:
 nascono Cci30 indice ad hoc, i derivati e i future. Chi opera nel comparto auspica comunque una normalizzazione con l’introduzione di regole in grado di evitare fenomeni speculativi che rischiano di lasciare spazio a bolle distruttive. Un primo passo in questa direzione è sicuramente la creazione di un indice che misura il valore di tutte criptovalute e che può fornire indicazioni di tendenza agli operatori. Il primo in assoluto è stato presentato a Zugo, in Svizzera, si chiama Crypto currency index (Cci30) ed è un paniere che raccoglie le 30 monete virtuali con la maggiore capitalizzazione di mercato. Dai più famosi Bitcoin, Ethereum e Ripple, fino a quelle più nuove, ma in forte crescita, come Neo e Iota. L’indicatore rappresenta oltre il 93% della capitalizzazione totale del mercato ed è stato elaborato da un team di matematici, analisti e operatori di borsa.
Il primo giorno di contrattazioni, il 16 ottobre scorso, ha segnato alla chiusura 3.896 punti. A fine novembre era andato oltre i 5.500, due settimane dopo aveva già superato i 10mila.
Allo stesso tempo, per mitigare i problemi collegati all’estrema volatilità, sono nati i primi strumenti derivati sui Bitcoin che hanno riscosso già un certo interesse. Nella prima settimana di contrattazioni regolamentate sulla piattaforma LedgerX, che ha ottenuto a luglio il via libera dalle autorità, sono stati trattati 176 contratti fra swap e opzioni, per un valore nominale che ha superato il milione di dollari.
Infine, sempre nella ricerca di stabilità, il Bitcoin ha iniziato a essere trattato come una asset al pari di petrolio e oro grazie ai contratti future arrivati prima della fine dell’anno scorso. L’introduzione di contratti future offre alle banche la possibilità di coprirsi da brusche variazioni di prezzo della valuta elettronica, mentre i piccoli investitori possono contare su modalità più semplici per scambiarla.

Jp Morgan: Bitcoin no, ma sì convinto alla blockchain. Se il Bitcoin non convince alcuni eminenti investitori e banchieri, diverso approccio si ha verso il sistema che lo supporta e cioè la blockchain. Una tecnologia che consente la creazione e la gestione di un database attraverso nodi di rete collegati tra loro (detti chain) in modo che, ogni operazione di scambio avviata sulla rete, sia validata dalla rete stessa. Ciascun nodo, in altre parole, è chiamato a vedere, controllare e approvare le transazioni precedenti, creando una catena di informazioni collegate che certifica gli elementi di ogni passaggio.
Il sistema assicura la veridicità delle operazioni in maniera automatica e veloce e per questo ha riscosso l’interesse del sistema bancario. In particolare della Jp Morgan Chase che ha avviato un programma pilota che sfrutta la blockchain per conservare e proteggere i dati e consentire trasferimenti più sicuri di pagamenti transfrontalieri con la Royal Bank of Scotland e con la Australia and New Zealand Banking Group. Il nuovo programma non utilizza e non scambia Bitcoin ma gestisce i pagamenti da un Paese all’altro. Oggi i livelli di comunicazione tra i vari soggetti interessati per verificare la transazione sono diversi e per alcune operazioni complesse possono servire anche 15 giorni. La nuova tecnologia, secondo le aspettative, taglierà drasticamente i tempi, che si ridurranno ad alcune ore.
Un giudizio positivo sul meccanismo della blockchain è arrivato anche dal colosso elvetico Ubs che, in un suo report, ha spiegato che può apportare grandi benefici al settore finanziario, a quello manifatturiero, all’healthcare e alle utility. Nel suo dossier la banca svizzera sottolinea invece dubbi sulle criptomonete e sul fatto che queste possano effettivamente diventare valute largamente utilizzate vista l’impossibilità di avere corso legale. Inoltre, «la fornitura potenzialmente limitata di criptomonete crea pesanti barriere all’adozione diffusa delle stesse», mentre il forte incremento delle loro valutazioni negli ultimi mesi fa sospettare «quasi certamente una bolla speculativa» Ma, aggiunge ancora Ubs, «se da un lato abbiamo dubbi sul fatto che le criptovalute possano diventare effettivamente un metodo di scambio diffuso, dall’altro la blockchain entro il 2027 potrebbe portare a un aumento del valore economico globale di circa 300-400 miliardi di dollari».

La blockchain nella vita di tutti i giorni. Finanza, contratti, notai, internet delle cose, testamento biologico, cibo e ora anche diplomi universitari del prestigioso Mit di Boston. Sono sempre più estesi gli usi della blockchain considerata una delle innovazioni digitali più rivoluzionarie degli ultimi tempi. L’ultimo è quello dell’università statunitense che ha iniziato  a tenere traccia della vita digitale degli studenti usando proprio il registro di blockchain. Ogni singolo voto, attestato, esame, diploma e laurea è scritto in bit, convalidato dalla rete ed è a disposizione di università, aziende e datori di lavoro. Con questo sistema il Mit ha già distribuito diplomi agli studenti. Oltre a quello cartaceo è disponibile una copia digitale rilasciata con Blockcerts Wallet, un’app creata appositamente in collaborazione con la società di software Learning Machine. «Il Mit ha ideato un registro in un formato che può sopravvivere anche nel caso l’ateneo dovesse chiudere, è un cambiamento fondamentale», ha spiegato Chris Jagers, ceo di Learning Machine. Si tratta di una sola delle applicazioni possibili della blockchain che, nel 2018, potrebbero crescere in maniera esponenziale. Con programmi che aiuteranno, per esempio, a costruire la tracciabilità del cibo che finisce nei piatti in maniera efficiente e meno costosa. O diventando uno strumento di tutela di documenti che toccano direttamente la sfera personale, come il testamento biologico e le dichiarazioni di volontà relative ai trattamenti salvavita.

Il Bitcoin entra nelle tasche. 
Lentamente comunque anche il Bitcoin inizia a essere usato per lo scopo classico di ogni moneta e cioè regolare gli scambi. E non solo quelli tra i privati. Ne è prova il fisco svedese che ha riscosso in criptomoneta l’ammontare di tasse dovuto da un’azienda. Nello specifico, lo scorso ottobre la Swedish Enforcement Authority ha ricevuto 0,6 Bitcoin, pari allora a circa 2.600 euro. La somma è stata, poi, venduta al migliore offerente con un’asta online.
Sempre nel mondo va citato il fornitore di servizi internet per aziende e consumatori, la giapponese Gmo Internet Group, che ha deciso di pagare gli stipendi dei suoi dipendenti in Bitcoin a partire da febbraio. I dipendenti avranno un limite inferiore di 10mila yen (circa 88 dollari) e un limite massimo di 100mila yen (880 dollari) per prelevare i loro salari in moneta digitale.
La diffusione dei nuovi strumenti di pagamento è in crescita anche in Italia. La Sant’Agostino, casa d’aste di Torino, accetterà anche i Bitcoin. «La nuova tipologia di trasferimenti finanziari», hanno spiegato Vanessa Carioggia, proprietaria con il fratello Claudio della casa d’aste, e Agostino Ghiglia, senior partner della società  Aornet, «permetterà di ottenere benefici per i clienti come costi bancari decisamente inferiori e certificazione in loco della ricezione del pagamento, senza intermediari, ritardi o complicazioni».
Infine è da segnalare Portale Sardegna (società web specializzata nel turismo, quotata da poco al listino Aim Italia) che accetterà pagamenti in moneta digitale. L’azienda ha raggiunto un accordo con la piattaforma Conio che consentirà al tour operator di incassare soldi digitali, convertendoli istantaneamente in euro, neutralizzando così l’effetto di cambio valute.

Riscatti e truffe, i danni collaterali della valuta digitale.
 I fenomeni negativi non mancano nemmeno nel mondo dorato del Bitcoin. Anche i malintenzionati e il crimine hanno, infatti, scoperto le monete virtuali. Sono all’ordine del giorno le infezioni dei sistemi informatici delle grandi aziende attraverso i ransomware, codici dannosi che limitano l’accesso ai dati o alle applicazioni dei pc. Il rientro in possesso delle proprie periferiche da parte delle imprese colpite dagli attacchi avviene solo dopo il pagamento di un riscatto spesso richiesto in Bitcoin, che garantiscono l’anonimato dell’estorsione. Non solo. A farsi avanti sono anche i truffatori che sfruttano l’entusiasmo dei risparmiatori attratti dai rendimenti a doppia cifra. A Londra, per esempio, è stato arrestato un uomo che aveva allestito nel centro della City finanziaria, un call center che usava pratiche particolarmente aggressive per convincere i clienti contattati a investire in una criptovaluta inesistente.
Il fenomeno ha preso abbondantemente piede anche in Italia con distorsioni giù individuate. È recente la multa dell’Antitrust alle società promotrici della criptomoneta OneCoin, sanzionate con 2,6 milioni di euro per «vendita piramidale e promozione ingannevole». In particolare, ha spiegato il Garante, l’attività promozionale era «incentrata sulla promessa che il consumatore potesse ottenere gli OneCoin e che successivamente le monete virtuali avrebbero incrementato il loro valore in ragione della loro diffusione, tutti elementi che non hanno trovato riscontro nel corso del procedimento». La proposta commerciale di One Life, era infatti basata sulla prospettazione, falsa, di ingenti guadagni.

La Russia scende in campo. A inserirsi nel dibattito mondiale sulle criptovalute ci sono anche gli enti regolatori monetari ufficiali. Uno dei Paesi che ha preso una posizione chiara è la Russia che non introdurrà un bando sugli strumenti finanziari, come fatto di recente dalla Cina, ma mira a porne sotto il controllo dello Stato sia l’emissione sia la circolazione. Le linee guida sono state dettate dallo stesso presidente Vladimir Putin. «L’uso delle criptovalute comporta seri rischi», ha avvertito, «tra cui il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e il finanziamento del terrorismo. Inoltre, non vi è sicurezza», ha sottolineato. «Se il sistema collassa o se si verifica una bolla, non c’è un’entità legale che ne è responsabile». Piuttosto che risolvere la questione con un generale divieto però, il capo del Cremlino ha chiesto di costruire, «sulla base dell’esperienza internazionale, un sistema normativo per rendere possibile la codifica delle relazioni in questa sfera, proteggere in modo affidabile gli interessi dei cittadini, del business e dello Stato e fornire le garanzie legali per l’uso di strumenti finanziari innovativi». Allo stesso tempo, Putin ha voluto sottolineare che «è importante non porre troppe barriere, ma piuttosto fornire le condizioni fondamentali per aggiornare e far progredire il sistema finanziario nazionale».
L’attenzione per le valute virtuali in Russia è iniziata a crescere, quando Putin, a giugno scorso, ha incontrato Vitalik Buterin, il creatore di Ethereum, la seconda più importante criptomoneta dopo Bitcoin, dando di fatto la sua benedizione allo sviluppo della tecnologia blockchain nel Paese. Non così euforica però è la Banca centrale: «Siamo totalmente contrari al denaro privato», ha detto il governatore Elvira Nabiullina, «non importa se sia in forma fisica o virtuale». Intanto, però, alcuni progetti russi di cryptocurrency stanno andando avanti. Come nel caso della Sberbank Pjsc, la più grande banca russa, che sta studiando la possibilità di aprire conti in criptovaluta nella sua filiale svizzera.

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L’impatto della Mifid 2 sugli intermediari finanziari

Maggiore trasparenza e personalizzazione dell’offerta. Ma anche più costi e pressione al ribasso dei margini. Con la conseguenza che solo gli operatori più organizzati ed efficienti riusciranno ad affermarsi sul mercato. Che andrà incontro a un’ulteriore concentrazione

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]La partita della Mifid 2 si gioca su chi pagherà l’aumento dei costi per gli asset manager: saranno assorbiti internamente o scaricati sui clienti investitori? Manca poco all’entrata a regime della direttiva Mifid 2 (Markets in financial instruments regulation) che, da gennaio 2018, rivoluzionerà il mondo della consulenza finanziaria a livello europeo, e vige ancora un clima di incertezza: nonostante la proroga di un anno, pochi operatori sembrano pronti e i consulenti non ancora formati sui prodotti finanziari che, con tutta probabilità, verranno favoriti dalle nuove regole.
Quel che pare certo, a livello previsionale, è che da un lato la trasparenza dei costi nei confronti dei clienti porterà a un aumento della qualità delle prestazioni dei consulenti. Dall’altro, a una pressione al ribasso dei margini. Allo stesso tempo, però, gli asset manager dovranno sostenere nuovi costi: ricerca, adeguamenti informatici, formazione dei consulenti e così via. Risultato: a pagare potrebbero essere proprio i clienti, anche se gli operatori per il momento smentiscono o prendono tempo. In generale, saranno meno le criticità per gli operatori meglio organizzati, mentre chi è rimasto indietro puntando solo su aspetti relazionali, ma senza un’adeguata infrastruttura informatica, innovazione e competitività nei prodotti, rischia di pagare dazio. In ogni caso, a essere svantaggiati dalle nuove regole sono gli intermediari più piccoli, che faranno più fatica a supportare l’incremento dei costi, con la possibile conseguenza di una maggiore concentrazione sul mercato. È il quadro che emerge, in sintesi, dalla ricognizione effettuata da Asset Management sugli effetti della Mifid 2 sul mondo della consulenza finanziaria.

Per Massimo Scolari, presidente Ascosim, l’Associazione delle società di consulenza finanziaria, «ci sarà un maggiore volume di attività da parte dei consulenti verso i clienti, spinto dalla necessità di contrapporsi alla trasparenza dei costi, che farà emergere cosa e quanto paga il cliente. I servizi saranno quindi di maggiore qualità ma allo stesso tempo la trasparenza porterà a una pressione al ribasso sui margini. Gli asset manager, in sostanza, dovranno ridurre le commissioni per motivi di competizione e trasparenza. Per i consulenti, questo porterà alla necessità di aumentare il numero di clienti o di concentrarsi su quelli di maggiore dimensione. In generale, l’erosione dei margini avrà ripercussioni su tutta l’industria e l’effetto sarà il tentativo di andare a cercare nuovi clienti per conquistare nuove fette di mercato nel private banking».
Per quanto riguarda gli asset, continua Scolari, «l’impatto maggiore deriverà dai costi di ricerca. I gestori dovranno decidere se ribaltarli o meno sui clienti. Quel che è certo è che avranno un impatto diretto sui profitti delle società, che dovranno selezionare la tipologia di ricerca da acquistare e a quale prezzo. Nuovi oneri deriveranno anche dagli adeguamenti informatici. Gli asset manager hanno l’obbligo di comunicare ai distributori l’identificazione del target market dei prodotti e ogni distributore che lo riceve deve a sua volta effettuare un’analisi. C’è tutto un lavoro di messa a punto della comunicazione tra produttori e distributori sul rispetto del target market di ogni singolo prodotto. Una seconda area di costi operativa è rappresentata dall’informativa sui costi verso i clienti. La rendicontazione dei costi totali per cliente e per singolo prodotto e servizio implica infatti uno sforzo organizzativo di dati e software che attualmente gli intermediari non possono sostenere. Alcuni fornitori di software stanno proponendo soluzioni che saranno costose per gli intermediari ma ineludibili».
Un’altra area di costo, sottolinea il presidente Ascosim, «è rappresentata dalla formazione dei consulenti. Dalle nuove regole emerge la necessità di riqualificare il personale con corsi di formazione e certificazione. In generale, fare una valutazione complessiva degli impatti della Mifid 2 al momento non è possibile perché ogni intermediario si trova in situazioni più o meno avanzate e con diverse priorità. Non tutti saranno pronti allo stesso momento e ciò può anche portare a un ribaltamento dei costi sul cliente».

Banca Generali, la scorsa estate a Londra, ha rivisto le proprie stime al rialzo con l’entrata in vigore della Mifid 2, segnalando l’opportunità che intravede dal vantaggio competitivo del proprio modello di business nell’affrontare la normativa. «Le nuove regole rafforzano il concetto di qualità e trasparenza nel servizio alla clientela», dice Andrea Ragaini, il vicedirettore generale, «gli operatori meglio organizzati che già si erano mossi in questa direzione non avranno problemi a rispondere in modo esaustivo alle dinamiche del mercato, mentre chi era rimasto indietro puntando solo su aspetti relazionali ma senza un’adeguata infrastruttura informatica, e innovazione e competitività nei prodotti, rischia di trovarsi a dover rincorrere. Gli elementi di cambiamento, come le indicazioni dei costi dei prodotti, la flessibilità nel modello di prezzo della consulenza, la profilazione e l’informativa al cliente, sono alcuni dei nuovi paradigmi che porteranno sicuramente nuovi equilibri al settore e a cui noi abbiamo cercato di guardare cogliendovi spunti per nuove opportunità. La qualità è al centro dell’esplicitazione richiesta dal servizio, continua Ragaini, «certamente gli impegni sul servizio, nell’informativa, controllo e profilazione della clientela, compliance, richiedono strumenti tecnologici e soluzioni in grado di agevolare la vita del consulente, rispondendo al meglio ai crescenti bisogni dei clienti. In quest’ottica è chiaro che le economie di scala contano così come il supporto che una realtà sa fornire a tutte queste criticità. Continuiamo a credere che ci sia del valore nella consulenza non indipendente, che può contare sulla forza di una struttura alle spalle. Sul modello di consulenza poi nel nostro caso la palla passa al cliente, che può scegliere se avvicinarsi ai servizi evoluti con una formula fee on top o di fee only laddove ricerchi solo particolari soluzioni mirate».
Riguardo le ripercussioni che la Mifid 2 avrà sui risparmiatori, secondo Ragaini «le voci interessate sono diverse. La suitability, ovvero la profilazione del cliente, richiama a controlli più stretti ai rischi per i risparmiatori e per i loro portafogli. Per la product governance, ovvero il target degli asset manager di prodotti sul profilo del cliente, implica maggiore attenzione nella creazione di strumenti che tengano conto degli utenti finali. L’ambito della trasparenza potrebbe portare a potenziali tensioni sui margini ma crediamo che il valore della consulenza resti intatto nella protezione dai rischi che viene percepito dalle famiglie a dispetto del tema dei costi. Infine, un ultimo punto strettamente correlato ai precedenti riguarda la tecnologia che diventerà sempre più importante non solo nell’evoluzione del mercato ma anche nelle risposte alle necessità normative. Per i risparmiatori in sintesi diventerà molto più chiaro cogliere il valore del servizio e il contributo di un professionista in grado di orientarlo nei meandri delle sfide legate ai propri progetti di vita. In Banca Generali, sottolinea il vicedirettore generale, «abbiamo giocato d’anticipo, preparandoci all’arrivo di Mifid 2 con un nuovo modello di business già pronto per raccogliere le nuove sfide. I nostri professionisti sono già oggi “Mifid 2 compliant” perché in grado di offrire nella normale consulenza un supporto di qualità nell’analisti del rischio, l’asset allocation e la diversificazione dei portafogli. A questo servizio abbiamo poi aggiunto un nuovo contratto di consulenza evoluta innovativo che offre non solo nuove opportunità nelle soluzioni di wealth management, ma anche nella selezione del pricing dello stesso. Il modello può contare su soluzioni esclusive frutto di partnership e tecnologie ad hoc per l’analisi del patrimonio non solo finanziario ma anche immobiliare, di impresa, e per le dinamiche successorie e pianificazione familiare, e si presenta con una forma flessibile di prezzo così da sposarsi con le esigenze della clientela. Tutte queste novità le abbiamo presentate per primi alla comunità finanziaria internazionale lo scorso luglio a Londra, organizzando un vero e proprio “Mifid day” che ha ricevuto apprezzamento da investitori e analisti. Dopo dieci anni in cui abbiamo sovraperformato il mercato, crediamo che la forza della nostra rete, l’approccio esclusivo dei nostri servizi di wealth management e il focus sul digital, siano le caratteristiche giuste per servire al meglio la clientela garantendoci un futuro da protagonisti nel settore».
Anche per Carlo Giausa, direttore investimenti e private banking di Fineco, «Mifid 2 rappresenta un’importante opportunità per l’industria della consulenza finanziaria e del private banking perché, prevedendo standard molto più rigorosi in tema di trasparenza, faciliterà la costruzione di un rapporto di fiducia tra consulente e cliente. Questo è particolarmente vero proprio per la clientela in soglia private, da sempre più attenta alla trasparenza nei costi dei servizi e nelle politiche di remunerazione. Si tratta per il nostro settore di una rivoluzione anche culturale, soprattutto nel rapporto con la clientela. Quest’ultima infatti chiederà sempre di più un servizio di consulenza finanziaria, e non un puro servizio di collocamento di prodotti. La normativa», continua Giausa, «premierà quindi quelle realtà che hanno saputo muoversi in anticipo e creare modelli in grado di fornire non solo un servizio di qualità, ma anche di costruire una relazione di fiducia di lungo periodo con il cliente. Fineco si è mossa da tempo in questa direzione, introducendo già nel 2008 un servizio di consulenza a parcella, FinecoAdvice, che incontra un crescente apprezzamento da parte della clientela private. FinecoAdvice si fonda su una piattaforma ad architettura aperta con un’ampia e diversificata offerta di strumenti finanziari, una reportistica per il cliente completa e di semplice fruizione e, soprattutto, una politica di remunerazione chiara e trasparente, con la restituzione di eventuali commissioni implicite. Questo approccio alla consulenza ha eliminato i conflitti di interesse tra cliente e consulente, e sta contribuendo a consolidare il rapporto di  fiducia, presupposto fondamentale nella relazione di lungo periodo con la clientela».
A parere di Lorenzo Alfieri,  country head per l’Italia di J.P. Morgan Asset Management, «gli effetti della Mifid 2 si spiegheranno solo nel corso del 2018 e lo scenario sarà meglio definito. In generale l’introduzione della normativa porta con sé una serie di interessanti novità che, per esempio, renderanno per le società prodotto più attenta e controllata l’attività di costruzione dei nuovi prodotti. Le case prodotto dovranno creare soluzioni che rispondano meglio alle esigenze degli investitori. Abbiamo già completato la classificazione di tutti i nostri prodotti», continua Alfieri, «definendo per ognuno di loro il target market di riferimento e abbiamo approntato tutta la documentazione da inviare ai distributori. Inoltre, già negli anni scorsi, J.P. Morgan Am aveva avviato un percorso di razionalizzazione dell’offerta, andando ad esempio a eliminare fondi con dimensioni troppo piccole, o che non erano più interessanti per la nostra clientela. Inoltre, abbiamo operato anche fusioni tra comparti che presentavano caratteristiche troppo simili e abbiamo ridotto sensibilmente i costi amministrativi». Riguardo le ripercussioni della Mifid 2
sui risparmiatori, secondo Alfieri, «la normativa nasce con lo scopo di aumentare i presidi a protezione degli investitori, ad esempio portando con sé un maggior livello di trasparenza sulle strategie all’interno dei prodotti, sui rischi del prodotto stesso e sui costi. I risparmiatori dovranno compilare e sottoscrivere dei questionari quanto più oggettivi possibili che aiuteranno i consulenti a individuare gli effettivi obiettivi di investimento al fine di evitare di incorrere in perdite inaspettate. L’industria vive già da tempo un elevato livello di competitività che ha portato a una compressione dei costi e non crediamo che con la Mifid 2 ci saranno sensibili ulteriori cambiamenti».

Per Emanuele Bellingeri, responsabile per l’Italia di iShares (BlackRock), la Mifid 2 porterà sicuramente dei cambiamenti importanti, anche se in Italia il passaggio più graduale verso nuove forme di servizi di consulenza e di gestione potrebbe richiedere più tempo. «In termini fattuali, Mifid 2 porterà una maggiore consapevolezza agli investitori in termini di costi, trasparenza ed efficienza delle soluzioni di investimento. In questo contesto, prevediamo una profonda revisione delle scelte nel mondo del wealth management in merito ai prodotti. Il nuovo scenario favorirà la conoscenza e l’adozione di investimenti passivi anche all’interno di gestioni patrimoniali, di polizze unit linked o di certificati con l’obiettivo di abbattere il costo dei prodotti sottostanti e preservando il margine del distributore. Oltre alle forme tradizionali di utilizzo all’interno di prodotti di asset allocation già citati», continua Bellingeri, «riteniamo che anche in ambito consulenziale gli Etf possano svolgere un ruolo progressivamente crescente. Osserviamo che diversi distributori hanno scelto di operare in modalità non indipendente e al tempo stesso di introdurre un modello a parcella da affiancare a quello corrente. In questi casi sarà neutrale per il consulente consigliare titoli, fondi comuni o Etf esattamente come succede all’interno delle gestioni patrimoniali. Per far fronte a questo contesto, stiamo preparando un piano ambizioso di formazione integrata a beneficio dei consulenti che si espliciterà tramite supporti cartacei e di formazione in aula su tutto il territorio nazionale».
Riguardo le ripercussioni della normativa sui risparmiatori e i costi che potrebbero subire incrementi, secondo Bellingeri, «la Mifid 2 farà emergere in maniera più chiara i costi applicati agli investitori che adotteranno un approccio un po’ diverso rispetto al passato in merito all’offerta di servizi finanziari loro proposti. Il concetto chiave è quello del value for money. Ogni prodotto o servizio dovrà presentare costi proporzionati al proprio valore. Dal mio punto di vista la grande differenza rispetto al passato sarà quella di valutare i costi ex-ante e non affidarsi alla aleatorietà dei rendimenti. Mi spiego meglio: fino a oggi il cliente discuteva col proprio intermediario le performance dei propri investimenti e solo in parte, soprattutto in presenza di mercati negativi, i costi associati agli stessi. D’ora in avanti si discuteranno prima i costi e le aspettative di rendimento e alla chiusura del periodo si valuterà se erano giustificati o meno. Sicuramente una bella sfida per case prodotto e intermediari. Da anni», conclude Bellingeri, «supportiamo la consulenza indipendente quale modello alternativo e complementare alla distribuzione dei prodotti Etf e fee only, due temi strettamente collegati. Il modello della consulenza a parcella sta avendo una grandissima crescita in diversi parti del mondo, come nel Regno Unito e anche a livello europeo. Il trend sicuramente è ben radicato e in accelerazione. In Italia il modello basato sulle retrocessioni è più radicato, quindi prevediamo nel breve termine che la crescita del fee only andrà ad affiancare il modello tradizionale. Molte banche private hanno, per esempio, già annunciato il lancio di un modello di consulenza a parcella».
Secondo Luca Mainò, co-fondatore di Consultique e membro del consiglio direttivo di Nafop, «già oggi sta crescendo la visibilità della consulenza indipendente e sono sempre di più le persone che vogliono diventare clienti informati. Gli ex-promotori e i private banker che oggi lavorano come agenti o dipendenti di realtà bancarie o intermediari finanziari, potranno decidere se continuare a essere remunerati dall’intermediario oppure se liberarsi e aprire uno studio/società di consulenza indipendente, lavorando solo per i propri clienti ed esclusivamente a parcella, iscrivendosi all’albo nelle nuove sezioni dei consulenti autonomi e delle società di consulenza finanziaria Scf. Sarà semplice scegliere di passare alla consulenza pura: basterà avere due anni di attività negli ultimi tre. Sarà naturalmente possibile fatturare al cliente i propri servizi di consulenza. Per chi non ha un’esperienza nel settore, bisognerà invece superare l’esame dell’Ocf».

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Quanto pesano i costi su patrimonio e rendimento

Negli ultimi anni si registra un calo costante delle commissioni negli Stati Uniti e in Europa. Ma la crescita dei volumi gestiti ha più che controbilanciato la riduzione dei margini

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Con l’entrata in vigore della Mifid 2 gli intermediari saranno tenuti a fornire un’informativa completa e dettagliata sui costi e oneri applicati ai clienti per i servizi offerti e gli strumenti finanziari collocati e consigliati. E dovranno farlo sia ex-ante, ossia al momento di effettuare l’operazione, sia ex-post, almeno su base annuale. L’informativa da comunicare al cliente dovrà essere completata da «un’illustrazione che mostri l’effetto cumulativo dei costi sulla redditività che comporta la prestazione di servizi di investimento».
L’impatto dei costi sul rendimento di uno strumento o di un servizio d’investimento assume quindi una notevole rilevanza non solo per la valutazione sulla convenienza relativa di ogni singolo investimento, ma anche per l’adempimento agli obblighi informativi derivanti dalla nuova normativa europea.
Asset Management ha preso in rassegna alcuni studi recenti sul tema dell’impatto dei costi e oneri sul patrimonio e sul rendimento dei fondi d’investimento nelle diverse aree geografiche. I lavori esaminati evidenziano l’importanza di considerare, al fine di giungere a una valutazione di costo complessivo, non solo i costi correnti che vengono applicati ai fondi (Ter, total expense ratio), ma anche l’impatto degli oneri che gravano sui clienti all’atto della sottoscrizione e del rimborso. Le analisi contenute nelle ricerche e le conclusioni possono offrire spunti interessanti per la comprensione delle principali tendenze del settore dell’asset management a livello internazionale e per fornire alcune indicazioni relative agli obblighi informativi e di trasparenza nei confronti della clientela.

Le commissioni sui fondi d’investimento negli Stati Uniti. Il Ter dei fondi a lungo termine negli Usa, secondo i dati forniti dall’Ici (Investment company institute), è calato in misura sostanziale nel corso degli ultimi 20 anni. I fondi azionari, che nel 1996 presentavano un Ter pari all’1,04%, hanno avuto una diminuzione degli oneri commissionali allo 0,63% nel 2016. Per i fondi obbligazionari si è passati nello stesso periodo dallo 0,84% allo 0,51% mentre i fondi bilanciati hanno manifestato una riduzione dallo 0,95% allo 0,74%.
I fondi a scadenza (target date fund), strumenti che vengono frequentemente utilizzati anche con finalità previdenziali, hanno evidenziato nel 2016 un costo totale pari a 0,51%, con una diminuzione del 24% rispetto al 2008. La maggioranza dei Tdf sono costituiti da fondi di fondi che presentano nel 2016 un Ter pari a 0,66%.
I fondi d’investimento no-load, ossia gli strumenti che non presentano costi di sottoscrizione e di rimborso, hanno raccolto maggiore interesse da parte degli investitori; nel 2016 hanno messo a segno una raccolta positiva di 113 miliardi di dollari contro un deflusso pari a 232 miliardi da parte degli altri fondi di investimento.
I fondi d’investimento a gestione attiva hanno avuto una diminuzione dei costi totali passando da 1,08% nel 1996 allo 0,82% nel 2016. Nel medesimo periodo i fondi passivi hanno visto calare le commissioni da 0,27% a 009%. Infine, per quanto riguarda gli Etf azionari, il peso commissionale si è ridotto dallo 0,34% del 2009 allo 0,23% nel 2016.
La diminuzione degli oneri che gravano sui fondi d’investimento è il risultato di molteplici fattori. In primo luogo, i costi tendono a decrescere nelle fasi di aumento dei volumi e della dimensione dei fondi stessi. Tipicamente ciò si realizza nelle fasi positive del mercato azionario nelle quali cresce il valore dei fondi e, di norma, la raccolta positiva ne accresce ulteriormente la dimensione. Poiché alcune delle voci di costo che compongono il Ter sono per loro natura fisse, la loro incidenza cala al crescere della dimensione dei fondi. Il contrario avviene nelle fasi negative, come negli anni 2008-2009, quando la forte correzione del mercato azionario determinò un aumento del peso delle commissioni.
Un secondo fattore che può contribuire alla spiegazione della flessione dei costi è costituito dal  relativo grado di concentrazione del mercato. Raffrontando la media aritmetica e ponderata (rispetto agli asset gestiti) dei fondi azionari, si nota che a fronte di un Ter medio ponderato pari a 0,63%, la media aritmetica dei costi è dell’1,28%. Ciò contribuisce a dimostrare che i fondi di maggiori dimensioni applicano commissioni più basse beneficiando di notevoli economia di scala.
Infine, una delle maggiori determinanti della diminuzione del costo medio ponderato dei fondi riflette la maggiore propensione degli investitori (in particolar modo tramite i piani previdenziali 401k) all’acquisto di fondi no-load e delle classi che non prevedono le commissioni di distribuzione (12-b fees). Nel 2016, l’81% delle sottoscrizioni dei fondi a lungo termine ha interessato questa tipologia di strumenti.
La maggiore domanda e quindi l’accresciuta consistenza dei fondi senza commissioni di ingresso ha contribuito progressivamente a ridurre il livello medio del Ter. Tale considerazione può essere naturalmente estesa anche al maggior peso dei fondi d’investimento passivi ed Etf che, come noto, presentano commissioni di gestione nettamente più contenute dei fondi a gestione attiva.

Le commissioni sui fondi d’investimento in Europa. Nell’agosto 2016 Morningstar ha pubblicato uno studio sulle commissioni applicate dall’industria europea dei fondi d’investimento. Il lavoro di ricerca mette in evidenza che l’importo dei costi ricorrenti è stato pari all’1% del patrimonio gestito, in diminuzione rispetto all’1,09% registrato nel precedente studio del 2013. Ma, nonostante la diminuzione dei costi, gli investitori europei hanno corrisposto un maggior valore per commissioni (61 miliardi contro 53 nel 2013), in relazione all’aumento del volume dei fondi che ha più che controbilanciato la discesa dei costi.
L’impatto varia tra le diverse giurisdizioni nazionali. In Irlanda e Svizzera il peso dei costi correnti, 0,62%, è nettamente inferiore alla media europea a causa della forte presenza sul mercato di investitori istituzionali. Norvegia, Olanda e Svezia evidenziano un livello di costi competitivo. Nei paesi del Sud Europa, Italia, Spagna e Francia, gli investitori pagano commissioni percentuali più elevate rispetto alla media europea. In alcuni di questi, segnatamente Italia e Spagna, il livello dei costi è aumentato nell’ultimo triennio, in controtendenza rispetto all’industria europea.
Anche nel contesto europeo si conferma una forte differenza tra gli oneri applicati dai gestori attivi e passivi. L’impatto percentuale dei costi nei fondi passivi è stato mediamente pari a 0,31% contro l’1,38% di quelli attivi. Nel contempo la penetrazione dei fondi passivi sul mercato è accresciuta e ha raggiunto nel 2016 il 10,3% (8% nel 2013).
Un’ulteriore determinante della diminuzione dei costi deriva dalla maggiore propensione degli investitori, che prediligono il supporto di consulenti indipendenti, alla sottoscrizione di «clean class», ossia classi di azioni dei fondi esenti dalle commissioni di distribuzione. La differenza percentuale tra le classi ordinarie e quelle non gravate dal costo per la distribuzione è quantificabile, per i fondi azionari, secondo le stime di Morningstar, in 46 bps.
È interessante notare Olanda e Regno Unito, nei quali sono state introdotte norme che hanno limitato o vietato forme di remunerazione tramite commissioni, l’impatto dei costi dei fondi è sensibilmente diminuito nell’ultimo triennio (in Uk da 1,22% a 1,03%, in Olanda da 1,18% a 0,75%)
Lo studio di Morningstar analizza infine le economie di scala nell’industria dei fondi europei, ossia la diminuzione di costi e oneri in funzione della maggiore dimensione dei fondi. Le economie di scala sembrano maggiormente presenti in Svezia, Germania, Olanda e Svizzera.

L’impatto dei costi sui rendimenti dei fondi d’investimento in Europa. L’Esma, authority europea degli strumenti e mercati finanziari, ha recentemente pubblicato un articolo sul tema dell’impatto dei costi sul rendimento dei fondi d’investimento europei. Lo studio prende in esame il periodo tra l’inizio del 2013 e la fine del 2015. Il campione dei dati presi in considerazione, che copre decine di migliaia di fondi europei, è rappresentativo dell’intera industria dell’asset management nelle diverse giurisdizioni europee. I risultati del evidenziano i diversi fattori che contribuiscono a ridurre il rendimento per gli investitori a causa dell’applicazione dei Ter, dei costi connessi alla sottoscrizione e al rimborso da parte dei clienti e dell’effetto derivante dal tasso di inflazione.
I Ter pesano sul rendimento dei fondi per un ammontare compreso tra 16 e 188 bps, che corrisponde a una riduzione del 13% del rendimento conseguito. Le commissioni di sottoscrizione variano tra 1 e 77 bps, L’applicazione di commissioni per il rimborso riduce ulteriormente il risultato netto per gli investitori. Sommando l’effetto dei costi correnti e delle commissioni di sottoscrizione e di rimborso, si conclude che il rendimento viene ridotto di una misura pari al 20%.
Se infine si considera anche l’effetto derivante dal tasso di inflazione, che riduce il rendimento conseguito dagli investitori in termini reali, si ottiene una dato complessivo pari al 29%.
Il peso dei costi e oneri sul rendimento varia sostanzialmente in funzione della tipologia del cliente (retail/istituzionali), dello stile di gestione (attivo/passivo) e delle asset class di specializzazione del fondo. Tralasciando gli effetti dell’inflazione, il solo peso dei costi e oneri applicati, determina un maggiore effetto sui fondi obbligazionari e monetari (rispettivamente 31,9% e 34,8%) mentre sui fondi azionari la riduzione del rendimento è quantificabile nel 15,4%. I rendimenti dei fondi a gestione attiva sono ridotti in misura pari al 20,7%, mentre per i fondi passivi i costi incidono per il 5,2% del rendimento.
I dati risentono anche delle diverse giurisdizioni nazionali: i Paesi nei quali si evidenzia un maggiore impatto dei costi sono l’Austria, il Lussemburgo, la Spagna e l’Italia. Nel nostro Paese, a fronte di un dato medio europeo del 20%, il peso dei costi è quantificabile nel 27,7%.

Il costo totale dell’investimento in fondi comuni in Italia.
 Nel settembre 2017 è stato pubblicato una studio da parte di quattro ricercatori della Banca d’Italia che analizza il costo totale dell’investimento nei fondi  italiani. Il lavoro di ricerca si propone di effettuare una stima del costo complessivo dell’investimento nei fondi comuni italiani (total shareholder cost, Tsc).
I costi complessivi associati all’investimento in un fondo comune aperto comprendono quelli che gravano sul fondo (Ter) e quelli direttamente imputati ai sottoscrittori (commissioni di ingresso e di uscita). Mentre il Ter viene calcolato utilizzando direttamente le informazioni tratte dalle segnalazioni di vigilanza sulle provvigioni che gravano sul fondo, le commissioni di ingresso e uscita pagate dai risparmiatori sono state stimate utilizzando il valore delle commissioni di sottoscrizione e di rimborso incassate dalle Sgr come riportate nei loro bilanci.
Le stime ottenute sulla base dei dati di bilancio delle Sgr mostrano come nel periodo 2006-2016 il Tsc sia stato in media pari all’1,58% del patrimonio complessivo dei fondi (1,74% a fine 2016). L’incidenza dei costi direttamente pagati dal risparmiatore è aumentata in coincidenza con la crescente diffusione dei fondi a scadenza: dal 2013 essi pesano per oltre il 10% sul totale delle commissioni. Se si sottraggono i costi direttamente e indirettamente sostenuti dagli investitori il rendimento si riduce dal 3,5 al 2% nella media del periodo 2006-2016.

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L’EDUCAZIONE FINANZIARIA DEVE CRESCERE

Redditi e risparmi sono in aumento, ma le competenze degli italiani in materia di investimenti (a partire dai concetti di base) rimangono limitate. E di conseguenza, anche le capacità di valutare i rischi

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Chi in Italia si domanda come mai anche quest’anno, così come già accaduto altre volte nel corso di questo secolo, il premio Nobel per l’economia sia stato attribuito a un esponente di spicco della corrente di studi della finanza comportamentale, potrebbe trovare un’indiretta risposta nelle pagine dell’ultima edizione del «Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane», curato dalla Consob. Se, infatti le prime informazioni che si colgono in questo Rapporto appaiono in una certa misura rassicuranti (crescita del reddito disponibile con una ricchezza netta rimasta stabile rispetto ai livelli pre-crisi, lieve crescita del tasso di risparmio e indicatori di indebitamento delle famiglie inferiori a quelli europei, il giudizio sulle conoscenze finanziarie degli italiani e sui loro tratti comportamentali nelle scelte di investimento fa pendere la bilancia complessiva in un territorio negativo.

Nadia Linciano
, che nella sua qualità di responsabile dell’ufficio studi economici della Consob ha curato anche questa edizione 2017 del Rapporto, ammette senza mezzi termini che «le rilevazioni per il 2016 confermano che le competenze degli italiani in materia di investimenti finanziari rimangono limitate, sia per i profili attinenti alle conoscenze, sia per gli aspetti relativi ad attitudini e modelli decisionali.
Oltre un terzo degli intervistati, inoltre, ha difficoltà a valutare la rischiosità delle opzioni di investimento più note».
In realtà, si rimane esterrefatti di fronte alla crudezza delle cifre di questo documento che indicano quanto poco gli italiani sappiano di alcuni concetti base di natura economica, quali l’inflazione, il tasso d’interesse, la relazione tra rischio e rendimento, la diversificazione di portafoglio.
La modesta percentuale di definizione corrette, fornite dal campione di intervistati su cui sono basate le considerazioni del Rapporto (nel migliore dei casi non si va al di là del 50%), esprime con chiarezza quanto è ancora lungo il percorso da svolgere in Italia in termini di conoscenze e, quindi, di educazione finanziaria.
La mancanza di familiarità con qualsiasi prodotto finanziario riscontrata nel 20% dei casi, così come l’evidente difficoltà manifestata da oltre un terzo degli intervistati quando si tratta di compiere valutazioni sulla rischiosità delle proprie scelte di investimento, anche per quelle più diffuse, compongono, pertanto, un quadro d’insieme per certi versi imbarazzante e in cui, per dirla eufemisticamente, non mancano certamente i margini di miglioramento.
Rimanendo in tema di conoscenze finanziarie, infine, non può essere dimenticato un altro aspetto discutibile evidenziato nel Rapporto circa la relazione tra conoscenze effettive e conoscenze percepite, ove, come rileva la Linciano, «si registra un disallineamento pari a circa il 40 % dei casi, che si traduce prevalentemente in una sopravalutazione della propria literacy (overconfidence)».
Dalle conoscenze finanziarie ai tratti comportamentali. Quasi la metà degli intervistati dichiara di provare «ansia finanziaria» nell’adottare le proprie scelte di investimento con effetti negativi sulla propensione a sopravvalutare le proprie competenze. Altri elementi determinanti in questo ambito risultano essere l’elevata avversione alle perdite, la bassa propensione al rischio dei risparmiatori, come confermato anche dalla loro netta preferenza per i prodotti a capitale protetto o a rendimento garantito.
Scendendo ulteriormente nel dettaglio dei comportamenti, il Rapporto Consob rileva come l’abitudine a pianificare e monitorare gli obiettivi raggiunti nel tempo, un comportamento che giustamente va ascritto tra quelli virtuosi, si riscontri in poco meno del 25% dei casi; presentando una correlazione positiva con le conoscenze e l’interesse per le materie finanziarie.
Altrettanto grave è che il 41% degli intervistati non abbia consapevolezza delle caratteristiche qualificanti del proprio processo decisionale, non risultando valutato «né l’orizzonte temporale, né gli obiettivi, né la capacità economica ed emotiva di sopportare il rischio». Aspetti questi che, viceversa, emergono con il crescere delle conoscenze finanziarie e con il manifestarsi dell’abitudine alla pianificazione finanziaria.

Tra i numerosi altri spunti offerti da questa edizione del Rapporto, vale la pena ricordare quello cruciale, anche in chiave prospettica (dall’inizio del prossimo anno entrerà in vigore la nuova Mifid 2), del ricorso alla consulenza finanziaria. Il primo dato mostra che solo quasi un terzo degli intervistati conferma di beneficiare di «raccomandazioni personalizzate ai sensi Mifid». Inoltre, analizzando le tipologie di consulenza, risultano prevalenti: quella della consulenza ristretta, ossia quella che si riferisce a «un insieme limitato di strumenti finanziari generalmente emessi dallo stesso istituto di credito che eroga consulenza» e quella della consulenza avanzata, «applicata a un insieme più ampio di strumenti finanziari e con una valutazione periodica dell’adeguatezza dell’investimento». Quanto alla consulenza indipendente, cioè quella riferita a una vasta gamma di prodotti e remunerata esclusivamente dal cliente, il suo ruolo continua a essere di vera e propria cenerentola (7%).
Ma le sorprese (in negativo) non si esauriscono qui. Infatti, come spiegare la riluttanza da parte del potenziale cliente a fornire al professionista gli elementi utili, per non dire indispensabili, al fine di ottenere una proposta adeguata alle sue reali esigenze di investimento? Si pensi, poi, all’assurdo del caso limite di quel 14% del campione di investitori che arriva al punto di non fornire alcuna informazione.

In tema di informazione finanziaria, uno snodo fondamentale è rappresentato dal ruolo dei prospetti informativi, di cui spesso ci si è lamentati per la loro eccessiva corposità (centinaia di pagine da leggere) e per il grado di trasparenza discutibile. Qui non possono che far riflettere alcuni dati del Rapporto: vi è solo il 40% circa che conferma di leggerli; si scende, poi, al 25% di chi lo fa in autonomia e al 10% con l’aiuto di familiari e amici; mentre una quota decisamente residuale si affida alle valutazioni di un consulente (8%).
Alla luce di questi dati e considerazioni in chiaroscuro del rapporto Consob, il recente avvio dei lavori del Comitato per l’educazione finanziaria, istituito quest’anno in Italia, appare un segnale importante della consapevolezza dei ritardi che nel campo delle conoscenze finanziarie e dei tratti comportamentali continuano ad affliggere il Paese, frenandone la crescita e riflettendosi negativamente a cascata in altri ambiti cruciali per il suo sviluppo.

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Ecco chi ha raccolto di più e chi è in piena corsa

Al primo posto c’è Intesa Sanpaolo Private Banking, seguono Banca Generali e Fineco. Ma tra chi cresce percentualmente di più ci sono Banca Widiba (+104%) e IWBank Private Investments (+62%)

[auth href=”http://www.worldexcellence.it/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Intesa Sanpaolo Private Banking è in testa alla classifica della raccolta netta in Italia. La società del gruppo Fideuram ha infatti totalizzato, tra risparmio gestito e amministrato, una raccolta pari a oltre 5,5 miliardi di euro da gennaio a luglio di quest’anno. Facendo registrare una crescita del 131% rispetto allo stesso periodo del 2016 e piazzandosi al primo posto anche tra gli operatori che hanno incrementato maggiormente la raccolta. Al secondo posto Banca Widiba, che ha fatto registrare un +104,25% rispetto ai primi sette mesi del 2016, seguita da IW Bank (+62,7%) e Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking (58,6%). In coda, Consultinvest Investimenti Sim, che ha perso oltre il 51% di raccolta rispetto all’anno scorso, Banca Mediolanum (-23,89%), Azimut Capital Management (-22,98%), Finanza & Futuro Banca (-19,36%).
È quanto emerge da una ricognizione effettuata dal Centro Studi Le Fonti, che ha rielaborato i dati Assoreti per fotografare sia l’andamento della raccolta nei primi sette mesi del 2017 rispetto allo stesso periodo del 2016, sia chi è cresciuto di più. In generale, si nota una netta inversione di tendenza sul piano degli andamenti della raccolta netta riferita al risparmio gestito e amministrato. Con un vero e proprio boom di prodotti come i fondi comuni e Sicav di diritto italiano ed estero, i Gpf e in generale il risparmio gestito, che ha registrato una raccolta pari a 21,8 miliardi di euro, 12,7 in più rispetto al 2016. Opposto il discorso per il risparmio amministrato, che nei primi sette mesi dell’anno passato ha fatto registrare una raccolta pari a 11,1 miliardi di euro, mentre quest’anno è fermo a quota 3,7, con un saldo negativo pari a 7,47 miliardi.

Secondo gli ultimi dati resi noti da Intesa Sanpaolo Private Banking, i primi sei mesi del 2017 del gruppo Fideuram hanno mostrato un mix della raccolta decisamente più favorevole rispetto al primo semestre del 2016, con la componente di risparmio gestito che ha segnato una performance pari a 6,8 miliardi di euro, a fronte di una raccolta netta di risparmio amministrato pari a 0,7 miliardi. In particolare, la raccolta netta in fondi comuni, pari a 4,2 miliardi, ha registrato un forte incremento (+6 miliardi di euro rispetto al dato negativo del primo semestre 2016 (-1,8 miliardi). A tale risultato ha contribuito anche la raccolta di oltre 0,4 miliardi di euro di piani individuali di risparmio (Pir). Solida performance anche nel comparto assicurativo e in quello delle gestioni patrimoniali che hanno registrato, rispettivamente, 1,7 e 0,8 miliardi di euro di raccolta netta.
Secondo Paolo Molesini, amministratore delegato e direttore generale della società, «trimestre dopo trimestre continuiamo a dimostrare, con i risultati, la validità del nostro modello e la bontà dell’assetto strategico. I nostri private banker, forti di un marchio che è sinonimo di qualità e solidità, del supporto fornito dalle strutture centrali e dalle nostre fabbriche, crescono, sia in termini di attività finanziarie sia di numero di clienti, consentendoci di raggiungere i migliori risultati di sempre in termini di raccolta netta (7,5 miliardi), di raccolta gestita (quasi 7 miliardi), e di utile netto. Siamo, inoltre, sempre più attrattivi per i migliori professionisti presenti sul mercato, e la forza combinata di questi fattori produce un risultato eccellente, per i nostri clienti e la nostra banca».
IW Bank, da gennaio a luglio 2017 ha registrato una raccolta netta pari a oltre 651 milioni di euro, 251 in più rispetto al 2016, con una crescita del 62,7%. Il numero di consulenti finanziari reclutati negli ultimi 12 mesi della società è pari a 59, per un totale di professionisti salito a quota 767. «Nel corso dei primi mesi del 2017 la banca ha proseguito positivamente il suo percorso di sviluppo verso un modello che bilancia con equilibrio il valore centrale della relazione umana, basata sul rapporto professionale e di fiducia tra cliente e consulente finanziario, e l’innovazione tecnologica offerta dalle piattaforme di trading online e dai servizi multicanali della banca», afferma Andrea Pennacchia, direttore generale IWBank Private Investments. «I risultati commerciali confermano il valore di tale modello di servizio che ha consentito la generazione di sinergie cross-canale, determinanti per la rete dei consulenti finanziari. I prossimi mesi», continua Pennacchia, «saranno dedicati alla valorizzazione e all’innovazione della proposizione commerciale che la banca ha sviluppato per i clienti dei consulenti finanziari. Lo scenario macro rimane complesso pur in presenza di un miglioramento di alcuni indicatori fondamentali», sottolinea Pennacchia, «la crescita continua solida e diffusa in diverse aree geografiche e settori, tuttavia il rafforzamento dell’euro e le tensioni geopolitiche sono alcuni degli elementi di incertezza da tenere in debito conto nella costruzione delle posizioni finanziarie dei clienti. In questo contesto si inseriscono, come fattori strutturali di cambiamento, l’evoluzione demografica e il progressivo innalzamento dell’aspettativa di vita che pongono gli investitori di fronte a nuove sfide, in parte inedite. Tra queste, la più sentita è il mantenimento nel lungo termine dell’attuale tenore di vita: obiettivo non facile da perseguire con un mercato volatile e complesso. Proprio alla luce di tale situazione, diventa sempre più importante affidarsi a un consulente finanziario che faccia della professionalità e della capacità di offrire soluzioni personalizzate, diversificate e coerenti con il profilo di rischio di ciascun investitore, i cardini della propria attività».

Banca Generali è al secondo posto per raccolta netta tra gennaio e luglio di quest’anno, con una crescita, rispetto al 2016, pari al 22,2%, rientrando così tra le prime dieci società che hanno aumentato maggiormente il business. La raccolta di Banca Generali, nel 2017, è stata catalizzata principalmente dalle soluzioni di risparmio gestito e assicurativo con particolare interesse per le innovative soluzioni “contenitore”. Grande successo, infatti, sottolinea la banca, hanno riscontrato le gestioni patrimoniali e la polizza multilinea che consentono diversificazione e protezione degli investimenti con dinamiche di personalizzazione dell’advisory. A parere di Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali, «le possibilità di personalizzazione della nostra offerta e i servizi di advisory evoluta, che comprendono anche il patrimonio non finanziario, stanno catalizzando l’attenzione della clientela, soprattutto nella fascia private. Abbiamo rivisto le nostre stime al rialzo a 5-5,5 miliardi come previsione di raccolta per il 2017, in linea all’andamento record dello scorso anno».

Finecobank è al terzo posto con 3,13 miliardi di euro di raccolta netta effettuata tra gennaio e luglio e con un incremento del 16,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, in cui aveva totalizzato una raccolta di 2,68 miliardi. I nuovi flussi si sono concentrati prevalentemente verso la raccolta gestita, pari a 2,394 miliardi di euro e in crescita del 15% rispetto all’anno scorso, e in particolare verso i servizi di consulenza evoluta, i cosiddetti guided products & services, che hanno registrato flussi per 2,561 miliardi.
«Fineco ha registrato negli ultimi mesi e anni dati estremamente solidi sul fronte della raccolta», spiega Carlo Giausa, direttore investimenti e private banking di Fineco, «con una forte accelerazione dei nuovi flussi verso i servizi di consulenza evoluta. Questo è stato possibile grazie anche al modello di cyborg-advisory adottato dalla banca, che mette a disposizione della propria rete di personal financial advisor strumenti ad alto contenuto tecnologico per razionalizzarne e semplificarne il lavoro. Quanto ai prossimi mesi, ci sono tutte le condizioni perché questo trend continui. Fineco», dice Giausa, «proseguirà a concentrarsi sulle soluzioni di consulenza evoluta, che stanno ottenendo un ottimo riscontro da parte della clientela. Si tratta infatti di soluzioni in grado di fornire portafogli estremamente diversificati per vari profili di rischio/rendimento, e che possono essere personalizzati dal consulente finanziario sulla base delle necessità e degli obiettivi di vita dei singoli clienti». Per quanto riguarda, invece, i cambiamenti delle esigenze dei risparmiatori, secondo Giausa, «le varie vicende che hanno scandito gli ultimi anni, dalla crisi finanziaria fino ai problemi che hanno interessato alcune banche locali, hanno reso le famiglie italiane molto più attente verso la gestione del proprio risparmio. La prima conseguenza è la crescente domanda di una consulenza finanziaria professionale da parte dei risparmiatori, che stanno sempre più familiarizzando con i concetti di diversificazione del portafoglio e di pianificazione di lungo periodo. Si tratta di un cambio di approccio che sarà progressivo ma estremamente rilevante, soprattutto per un Paese che può contare su una ricchezza finanziaria privata tra le più elevate al mondo, con uno stock di risparmio pari a oltre 4mila miliardi di euro, e dove le famiglie per molti anni sono state abituate a investimenti di breve termine con strumenti tradizionali come conti deposito o titoli di stato».

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