30 Gennaio 2017

Alzare i muri è solo un palliativo
Angela Maria Scullica

Il vento sta cambiando. Stereotipi e certezze che hanno retto per decenni le economie e gli equilibri internazionali a partire dal dopoguerra, sono oggi messi in discussione. Con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti la parola “protezionismo” sta acquistando sempre più concretezza. Il neo presidente infatti finora non si è smentito: le sue dichiarazioni si dimostrano coerenti con le idee esposte in campagna elettorale. Accordi unilaterali con i singoli Paesi, dazi e barriere commerciali appaiono sempre più chiaramente come la strada che la nuova amministrazione Usa intende percorrere per rilanciare e sostenere la crescita economica, l’occupazione e il ruolo dominante americano. Un deciso cambio di rotta che si può definire anacronistico rispetto ai concetti di globalizzazione e libero mercato che hanno governato gli sviluppi mondiali di tutti questi anni e hanno spinto i Paesi Europei ad integrare con gran fatica le loro economie in un’unica area finanziaria, commerciale, fiscale e legislativa. Giuste o sbagliate che siano le idee e le considerazioni che portano gli Stati Uniti a questa scelta, occorre in questa sede fare alcune considerazioni. La prima è che è difficile arrestare la globalizzazione perché lo sviluppo tecnologico e il progresso portano a stringere nel tempo e nello spazio le interconnessioni tra persone, fatti e cose, abbattendo nel mondo i confini e concentrando risorse, mercati e popoli. Isolarsi in questo magma in continua ebollizione, anche se a breve può portare a risultati in termini di aumento di occupazione e Pil, come la storia insegna, rischierebbe di condannare chi prende questa decisione ad un inesorabile declino. La seconda considerazione, che si riaggancia alla prima, riguarda invece la natura stessa del lavoro che cambia fortemente con l’avanzare delle nuove tecnologie rendendo obsolete numerose attività e specializzazioni collegate alla manualità, al servizio, all’intermediazione e via dicendo. E imponendo in generale a tutti riqualificazione, flessibilità, preparazione, competenza e apertura mentale. Da questo punto di vista è chiaro che non è la globalizzazione o il fenomeno dell’immigrazione a creare disoccupazione, ma l’incapacità di interpretare le richieste di un mercato in forte trasformazione, la difficoltà ad adattarsi ai nuovi contesti, la bassa conoscenza, la nostalgia del passato, la difesa di interessi e privilegi di casta  e la scarsa disposizione all’apprendimento del nuovo. Lo ha espresso bene il presidente cinese Xi Jinping che a Davos ha candidato la Cina a prendere il posto degli Stati Uniti come motore dell’economia mondiale.  «Perseguire il protezionismo», ha detto, «è come chiudersi in una stanza scura. Il vento e la pioggia restano fuori, ma anche l’aria e la luce». Che comunque ci sono, continuano a esistere e a manifestarsi nonostante i tentativi di frenarli e di creare ambienti protetti. La globalizzazione, ha proseguito il leader cinese, non può essere ritenuta responsabile «dei guai del mondo come guerre, attentati e profughi». Anzi, se si fanno anche solo pochi calcoli, si comprende quanto i vantaggi di un mondo aperto abbiano di gran lunga superato gli svantaggi anche in questo lungo periodo di crisi. Certo, se si fa un bilancio dei pro e contro che si sono avuti in seguito al forte aumento della competizione internazionale dovuta anche all’ingresso massiccio sui mercati di Paesi un tempo esclusi come l’India, la Cina, l’Est europeo e altri, non si può non evidenziare anche l’attuale accentuarsi del divario tra povertà e ricchezza e l’incremento di disuguaglianze, discriminazioni e povertà che alimentano paure, incertezze e dubbi in un numero sempre più elevato di persone e popolazioni. Squilibri che, una volta compresi e individuati, saranno contenuti con una serie di misure e correttivi dai quali i singoli Governi e Stati non potranno prescindere. Ma qualunque cosa sarà, resta il fatto che il progresso tecnologico mette tutti di fronte ad un’epoca nuova, dai contorni indefiniti e labili con la quale, nel bene e nel male, ci si deve misurare. E cercare di alzare barricate, muri e confini non fa altro che allontanare la presa di coscienza necessaria per trovare soluzione ai problemi.



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